....lo scontro tra Prodi e Rutelli
Roma. Aveva detto Romano Prodi che con Francesco Rutelli “si va al redde rationem”. Con lui e con quella parte (maggioritaria) della Margherita che fa capo anche a Franco Marini e che lunedì ha affossato il progetto della lista unitaria alle prossime regionali.
Prodi l’ha promesso e, ieri, Arturo Parisi e gli altri prodiani hanno disertato la riunione dell’esecutivo di partito presieduto da Rutelli. La riunione dell’ufficio di presidenza è stata, poi, aggiornata a questa mattina.
L’esecutivo ha approvato all’unanimità un documento che grosso modo recita così: Prodi sa da almeno tre mesi che quello del listone era per noi un capitolo chiuso.
Intanto avanza sullo sfondo l’ipotesi di un congresso straordinario, Rutelli e Marini lasciano intendere che non rimarranno sulla difensiva. Più che una resistenza, quella di Rutelli e della Margherita d’origine “popolare” è una strategia aiutata dal crescente isolamento del prodismo nella sua versione più recente e radicale.
E chi isola Prodi non manca di mostrare interesse per Rutelli.
Lo scontro tra i due non è spiegabile solo con le differenze di carattere, e si basa non solo su divergenze politiche non episodiche ma anche su collegamenti sociali contrastanti.
Nel centrosinistra la leadership di Prodi spaventa anche per i suoi referenti economici e per un’affidabilità che agli occhi del mondo cattolico e di quello sindacale appare declinante.
Sandro Fontana, ex direttore del Popolo e fondatore del Ccd dice:
“Rutelli esprime un disagio diffuso. Alcuni ceti produttivi, i grandi sponsor elettorali dell’economia e del sindacato cattolico, vedi la Cisl, non amano un aspirante leader che vuole rispondere soltanto agli amici intimi e per di più non ha un programma in nome del quale chiedere le chiavi della casa in cui pretende di comandare”.
Senza contare, aggiunge Guido Bodrato, già leader di prestigio della Democrazia cristiana ed ex europarlamentare del Partito popolare, che
“quando Prodi mette gli alleati con le spalle al muro in genere lavora inconsapevolmente per il re di Prussia. Così è avvenuto alle europee del ’99, quando l’Asinello prodiano ha distrutto i popolari e aperto a Berlusconi le porte del Ppe. Così avverrebbe con una lista unitaria che un terzo degli ex democristiani della Margherita si rifiuterebbero di votare”.
Al che si aggiunge lo scarso appeal che il professore esercita in ambienti vaticani, prudentemente distaccati a causa della silenziosa freddezza del professore su temi come la fecondazione assistita o l’inserimento delle radici cristiane nella Costituzione europea.
Un leader radicale
Né stupisce che alcuni settori dei Ds guardino con comprensione alla Margherita quando la leadership rutelliana nega a Prodi il doppio status di candidato premier e capo politico del centrosinistra.
Giuseppe Caldarola, deputato ds, dice:
“Nessuno è disposto ad accettare che Prodi sia al contempo il De Gaulle e il Pompidou della Grande alleanza, o se volete lo Chirac e il Raffarin: il padrone politico e lo speaker parlamentare. Insomma Margherita e Ds procedono in parallelo se si tratta d’imporre a Prodi il direttorio dei partiti che ne sostengono la sola candidatura alla presidenza del Consiglio. Così anche Fausto Bertinotti, su cui Prodi ha puntato molto per consolidare la sua guida dimenticando che anche Rifondazione comunista è un partito, e come ogni partito reagisce negativamente quando si vede indebolito a beneficio di una gestione carismatica. Lo scetticismo nei confronti di Prodi diventa diffidenza, peraltro, agli occhi dei poteri economici che hanno forse rinunciato a restaurazioni neocentriste però coltivano ancora l’idea che un cambio di maggioranza sia necessario. A patto che il paese venga affidato a partiti con un profilo di riformista”.
“Quando uno come Paolo Mieli –prosegue Caldarola – dice in tv che Prodi è il capo dei radicali di centrosinistra e non un moderato, il messaggio mi pare evidente”.
Il messaggio è che “Prodi non è più l’uomo del riformismo che era nel 1996, oggi è più influenzato dall’anima girotondina che dal cattolicesimo moderato” di cui Marini è erede e Rutelli malleabile interprete.
Le sconfitte del principale punto di riferimento di Prodi, Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, anche sulla gestione del Corriere della Sera, sono un segnale più generale delle difficoltà prodiane. E certamente queste vicende non dispiacciono a Rutelli.
Secondo un altro ex Dc, Paolo Cirino Pomicino dell’Udeur, “assistiamo al ripiegamento di un certo filone dell’establishment che per anni ha rappresentato il cuore del sostegno al duo Prodi-Parisi.
Ma sarà la sua incultura politica, non certo la Confindustria, a far perdere Prodi”.
Su Il Foglio
Ora attenti a Monti e a Montezemolo, probabili "utili idioti" o se preferite, "dito" dietro al quale tenteranno di nascondersi D'Alema e Bertinotti ed altri "impresentabili".
saluti
saluti




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