....dei menagrano
Una volta le bugie avevano le gambe corte.
Oggi le hanno molto lunghe ma camminano all’indietro, come i gamberi, e non arrivano mai al traguardo.
Consiglio di leggere l’articolo, qui accanto, del professor Francesco Forte, uno che a venticinque anni sostituì in cattedra un Tizio di nome Luigi Einaudi.
Commenta la notizia più importante degli ultimi tempi: la Borsa di Milano, con quella di Stoccolma, ha registrato nell’anno in procinto di chiudersi un record mondiale: più 16 e rotti per cento. La qual cosa, consentiranno i corsivisti al servizio delle cornacchie, non si concilia con l’Italia in declino, alla frutta, alla canna del gas descritta con grande senso di irresponsabilità dall’opposizione di sinistra e dai suoi giornali menagramo.
Parliamoci con franchezza. Il plotone di Cassandre che ogni due per tre ci dà con un piede nella fossa non agisce gratuitamente; è mosso da interessi politici.
Detesta Berlusconi - il quale non fa nulla per rendersi simpatico, nonostante le barzellette che racconta - ed è impegnato full time a mandarlo a casa. Nella lotta partitica, d’altronde, non esistono colpi proibiti e per stendere un avversario si ricorre a tutto, anche alle balle. Ma il compito dei giornali dovrebbe essere quello di smascherarle; invece i nostri, per lo più, le avvalorano e le spacciano quali verità. Noi siamo fuori dal mucchio e facciamo il contrario.
Vi rammentiamo che Luca di Montezemolo, non appena insediato alla presidenza di Confindustria, si affrettò a dichiarare, con una punta di orgoglio: l’Italia non è in declino e deve soltanto avere fiducia in se medesima. Il discorso ci piacque. Ma a distanza di alcuni mesi, il Signor Ferrari Due (il numero uno era Enzo, fondatore della fabbrica di bolidi) si è smentito affermando: siamo in rovina, mai crisi fu più devastante dell’attuale, almeno nel dopoguerra.
I compatrioti, fidandosi di lui, uomo brillante e di successo, si sono sentiti svenire: oddio siamo finiti, mangiamo e beviamo (Bibbia) e non ci accorgiamo di niente, inconsapevoli della morte imminente. Un paio di settimane orsono, il Censis di De Rita, professorone che si diletta in “oroscopi sociologici”, (...) (...) aveva diffuso un ponderoso studio supportato da statistiche con la seguente e scoraggiante conclusione: gli italiani non sognano più.
A parte il fatto che i problemi onirici a me, personalmente, non stanno a cuore, li considero marginali, mi domando ancora come abbia potuto accertare, il Censis, cosa succeda di notte nei nostri cervelli.
Solo Vanna Marchi era riuscita a strappare risultati migliori rispetto a quelli di De Rita.
Complimenti al professore.
Ieri l’Espresso, storico news magazine, ha pubblicato una lettera di Romano Prodi (in risposta all’eccellente Giampaolo Pansa) in cui egli, rifugiandosi in una metafora curialesca, anzi curiale, dice: rientrato in Patria dopo cinque anni e mezzo trascorsi a Bruxelles, mi sono reso conto del disastro provocato dal governo di centrodestra.
In pratica, il Belpaese non è più il Belpaese della tassa per l’Europa imposta da lui e mai rimborsata (checché ne dica Edmondo Berselli, egregio direttore del Mulino), ma è una specie di Biafra. Non mi dilungo sull’immagine deprimente dell’Italia fornita dall’Intellighentia pane e mortadella a scopi elettoralistici; i nostri lettori sono abbastanza sgamati e non privi di informazioni specifiche.
Mi preme però sottolineare il contrasto fra la realtà dei dati dell’economia e le cupe fantasie gabellate per scienza infusa dagli uccelli del malaugurio. Una persona seria dà retta al linguaggio asettico della ragioneria o agli strilli degli iettatori?
Decidete voi.
Una costatazione. O due.
Prodi è stato per cinque anni e rotti a Bruxelles, presidente della Commissione Ue. Durante il lungo periodo è rimasto barricato nel suo ufficio è si è guardato attorno? Ha dato un’occhiata ai conti dei Paesi membri o ha dormito con la testa appoggiata sui libri contabili? Se fosse stato sveglio avrebbe avuto la percezione che la crisi economica non è un triste fatto interno all’Italia, ma una tragedia continentale, per non esagerare.
Non c’è un Paese uno messo meglio del nostro, e il nostro, semmai è l’unico a difendersi con le unghie e con i denti.
I grafici della Borsa ne sono la dimostrazione incontestabile.
Tuttavia il simpaticone bolognese fa lo gnorri per ragioni di bottega o vive con i piedi saldamente ancorati sulle nuvole?
Alcuni imbroglioni talentuosi hanno recentemente interpretato nel segno della sfiga i dati relativi alla produzione casalinga: in ottobre, meno cinque per cento.
Si sono tuttavia dimenticati, gli imbroglioni, di specificare che nell’ultimo ottobre, in confronto allo stesso mese del 2003, i giorni lavorativi sono stati due di meno. E la produzione è calata in proporzione. Allora, dov’è il fallimento del sistema Italia? Diciamo piuttosto che, nonostante il terrorismo, nonostante la guerra, nonostante i menagramo (l’economia è influenzata anche dall’umore collettivo), il sistema Italia tiene.
Tiene con vigore rispetto ai partner europei.
Ne è prova appunto la performance borsistica. Chi sostiene il contrario è in malafede e contribuisce a frenare lo sviluppo seminando sfiducia anziché, come richiederebbe il bene comune, un minimo di ottimismo.
Oltre a quelli della Borsa, altri indicatori supportano la nostra tesi.
Le compravendite immobiliari nel 2003 furono 762 mila; nel 2004 sono salite (mancano pochi giorni al compimento dell’anno) a circa 900 mila.
Tipico di un Paese in bolletta? Per favore.
I prezzi degli immobili sono cresciuti di meno che in passato: quattro per cento nel primo semestre, nove nell’intero anno.
Il tasso di disoccupazione è sceso dal 9 per cento all’otto virgola tre in due anni. A onor del vero il valore medio di un immobile nel 1998 era intorno a 139mila euro; ora è di 199mila euro.
Paese nella melma? Scendiamo sul terreno dell’osservazione diretta: siamo talmente con l’acqua alla gola che, per le prossime feste, undici milioni di cittadini, forse dodici, andranno in vacanza in barba al Censis, in barba alla Confindustria, in barba agli iettatori.
Certamente, i consumi tradizionali non sono cresciuti, ma neppure calati. Sono cambiate le necessità e i gusti. La gente si veste male, scarpe da tennis, jeans, giubbotti. L’abito non è più uno status symbol, come non lo è (più di tanto) l’automobile.
Mangiamo di meno? Ma va là. Siamo tutti a dieta perché satolli, ciccioni.
In sintesi, i consumi si sono diversificati: più viaggi, più sport, palestre, case di qua e di là.
Non insisto altrimenti i poveri si arrabbiano. I poveri esistono ancora, poche storie: sono i pensionati, attaccati soprattutto dall’euro.
Ma l’Euro non era un manna? Chiedetelo a Prodi.
Però anche i poveri consumano: le loro tasche non sono vuote; contengono il telefonino. Una cosa è sicura. L’Italia si è trasformata: lavora meno di un tempo e a costi da infarto.
Addio competizione, per esempio nel tessile, che ritorna dove nacque, in Cina.
Ci rimangono le idee, la creatività, il terziario, il tocco artistico o almeno artigianale.
La decadenza è un rischio che corrono solamente i decadenti vocazionali, i frignoni, gli inetti. Aggiorniamo lo slogan degli sciocchi sessantottini, lavorare di più, lavorare tutti.
E per tagliare le tasse, non scordatelo, serve tagliare le spese inutili, gli sprechi, l’assistenza indiscriminata, il grasso che appesantisce le burocrazie; non tagliare i posti sicuri, ma i posti dove è sicuro lo stipendio indipendentemente dal lavoro.
Sveglia Prodi, giù dalla pianta prodiani e progressisti della mutua.
Vittorio Feltri su Libero
tutto molto chiaro, persino per i bamboccetti
saluti




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