Siccome si litiga sempre con gli amici, è con Paolo Mieli, con le sue idee, con la sua peculiare posizione terza nei conflitti culturali e politici dei nostri giorni, che abbiamo spesso polemizzato (sempre con il garbo richiesto dalla sua apparente mitezza e dalla nostra apparente mania bellica).
Continueremo a farlo adesso che torna a dirigere il Corriere della Sera in un clima da incoronazione di Carlo Magno, perché già l’accoppiata Stampa-Corriere fu episodio unico, ma Stampa-Corriere e di nuovo Corriere è roba da Dio-me-l’ha-dato-e-guai-a-chi-me-lo-tocca.
Ma in questa nomina c’è un particolare che ci consente di gioire senza parteggiare per una persona che stimiamo.

Un punto oggettivo. Mieli ha fatto i suoi errori opportunistici, come tutti più o meno.
Il primo dei quali – la nostra opinione è nota –fu quello di accompagnare la liquidazione giudiziaria della Repubblica, all’inizio dell’infetto decennio alle nostre spalle, con molte buone intenzioni di sorveglianza liberale sulle degenerazioni giustizialiste, rappresentate dai suoi eccellenti editorialisti, e con alcuni fiancheggiamenti delle procure d’assalto impropri e a volte molto tristi per il pluralismo civile e la libertà di stampa.
E’ il minimo che si possa dire e lo stesso Mieli lo ha riconosciuto in una indimenticata intervista al settimanale “Tempi” in cui evocò con intenzioni di rigoroso autoesame il clima oppressivo di quegli anni e il cedimento dei giornali allo spirito della gogna.
Ma è anche vero, provato da decenni di grande mestiere e di partecipazione di Mieli alla vita pubblica, che quest’uomo nato e cresciuto a sinistra, una volta trovata una posizione liberale senza illusioni, non l’ha mai mollata e ha saputo tenerla con una tenacia che fa di lui l’Antiscalfari.
Genio personale e fortuna di tocco hanno consentito a Eugenio Scalfari di fondare un grande giornale nazionale che ha cambiato l’Italia e fatto successo e quattrini, ma la sua via è sempre stata quella del club, un po’ giacobino e un poco anche alle vongole: un giornalismo fatto per escludere, dannare oppure premiare, battezzare e legittimare da una cattedra che si presume superiore, insomma una chiara imprudenza e anche una flagrante impudenza etica e civile che il suo successore tenta, tra alterni risultati, di correggere come può.
Mieli, che a Scalfari tributa elogi sinceri e insieme formali, comprensibili per chi viene dalla scuola dell’Espresso, ha fatto sempre il contrario: ha usato il giornalismo e la cultura storica per sorvegliare e talvolta abbassare le pretese della politica, dunque un mestiere che a noi piace (come sanno i lettori di questo giornale); l’Antimieli ha invece sempre usato la politica, e l’influenza giornalistica sulla politica più spicciola, per costruire una ingiustificata egemonia, venata di intimidazione, sulla cultura e sul giornalismo.
Bene quindi Mieli, e auguri di buon lavoro in vista delle polemiche future.

Ferrara su Il Foglio

saluti