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    Predefinito I maestri dell'abuso di fiducia

    Quando anche un uomo solitamente equilibrato e sempre informato come Andrea Manzella, sulla Repubblica di lunedì scorso, antepone la propaganda politica all'analisi dei problemi e l'ideologia alla ragione, accusando il governo di umiliare il Parlamento in occasione della Legge finanziaria, vuol dire che non esiste alcuna speranza perché tra maggioranza ed opposizione possa riprendere un qualche dialogo costruttivo nell'interesse generale del Paese.
    Manzella sa benissimo che Berlusconi non può essere ritenuto responsabile d'una procedura che costringe qualsiasi governo a "blindare" la legge finanziaria per non finire nell'esercizio provvisorio. Si tratta infatti d'una procedura che è stata scrupolosamente osservata dallo stesso Ciampi quando era primo ministro e ministro dell'Economia nel governo Prodi e che è in vigore da oltre 35 anni: da quando, cioè, con la legge 468 del 1978, venne deciso, durante i governi di solidarietà nazionale, di consentire a chi stava fuori dal governo, vale ad dire al Pci, di codeterminare la politica economica del governo, realizzando così il consociativismo nella parte più corposa e importante dell'azione pubblica.
    Da allora ogni anno viene elaborata una legge finanziaria che riproduce il modello dei piani quinquennali in auge presso la defunta Unione Sovietica e che tiene impegnata per sei mesi l'attività del Parlamento sottraendo ogni competenza alle commissioni di merito ed alla legislazione organica di settore.
    Già nel 1985, io stesso scrivevo sul "Corriere" che ogni anno la Legge finanziaria era destinata a diventare una "legge omnibus", una legge cioè che pretendeva di «regolare attraverso un unico provvedimento l'intero universo della spesa pubblica, da quella del più piccolo Comune a quella degli enti previdenziali, dalla spesa corrente dei ministeri a quella delle singole Usl.
    Il risultato era che tutti i particolarismi, tutti i localismi ed i corporativismi finivano con lo scaricarsi in Parlamento nella fase cruciale dell'approvazione della legge stessa » (4 set. 1985).
    E Donat-Cattin che, in quanto vero riformista conosceva bene tutte le magagne della sinistra ipocrita e ciarlatana nostrana, sempre in quegli anni osservava che ogni finanziaria non era altro che «un pentolone onnicomprensivo dai contenuti disordinatissimi, che rilasciava fetore di cadavere e che sembrava un baraccone da fiera »: egli concludeva sottolineando come la legge finanziaria portasse «la data e le impronte del compromesso storico e delle sue modalità di attuazione, nonché un sottofondo non tanto programmatorio, quanto organicistico ed ancestrale per i suoi protagonisti comunisti e cattolici» (Terza fase, febbraio 1988). Tutto ciò spiega, da un lato, perché negli anni '90, cioè durante il decennio egemonizzato dalla cultura di sinistra, non sia stata riformata una simile procedura e, dall'altro, perché il ricorso al voto di fiducia abbia sempre rappresentato l'unica strada percorribile per giungere all'approvazione d'un provvedimento tanto eterogeneo e contraddittorio.
    Ciò è così vero che gli attuali difensori delle prerogative del Parlamento sono gli stessi che sono ricorsi senza ritegno al voto di fiducia quando si trovavano al governo.
    Così fece Prodi tanto nel 1997 quanto nel 1998.
    Così fece Lamberto Dini con la manovra straordinaria del 15 marzo 1995 e con i maxiemendamenti del 18 dicembre dello stesso anno.
    Così fece Massimo D'Alema quando chiese la fiducia sul Dpef del 6 luglio 1999.
    Insomma, l'espropriazione dei poteri del Parlamento è stata inaugurata molto tempo prima dell'avvento del governo Berlusconi.
    Ecco perché, mentre la sinistra si attarda a scoprire il fuscello negli occhi degli altri e non riesce mai a vedere la trave nei propri, il centrodestra, facendo leva sulle proprie forze, deve anche in questo settore accelerare la propria azione riformatrice e liberale; così come ha già fatto nel settore della scuola, della giustizia, del mercato del lavoro, delle pensioni, della riforma federalistica dello Stato, del sistema radiotelevisivo e del fisco.
    E tutto ciò senza più sperare che dalla sinistra possa giungere, nonostante gli sforzi commoventi de "Il Riformista", una qualche idea per la modernizzazione e la ripresa del nostro Paese.

    SANDRO FONTANA su Libero

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Resta da capire cosa c'entrino le finanziarie degli anni settanta (di Donat-Cattin) e degli anni a seguire (quelle che, per dire, hanno massacrato gli italiani creando il debito pubblico che ANCORA ci ritroviamo sul groppone), con quelle di Ciampi (citato) o di Prodi (per dire) che NON SOLO hanno salvato il Paese dalla bancarotta; ma c'hanno portato in Europa.
    Le regole erano LE STESSE.
    Sono gli uomini ad essere DIVERSI.

    Ma, non dubito che il buon Signor Pattex ci saprà illuminare ANCHE su questo.
    Al prossimo editoriale di Libero, piuttosto che de il Giornale o de il Foglio...


 

 

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