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    Predefinito Perche’ gli americani sono cosi’ interessati all’Ucraina?

    di Jef Bossuyt
    1 dicembre 2004

    Gli strumenti di informazione di massa occidentali parlano dell’esistenza in Ucraina di una “rivoluzione di velluto”, come nell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989. Il popolo si esprime, resiste pacificamente e mette fine alla non-democrazia. E’ romantico, certo, ma lontano anni luce dalla verità.

    Dopo l’affondamento dell’Unione Sovietica, nel 1991, le multinazionali europee occidentali e americane hanno stimato che era giunto il momento per quello che Hitler aveva chiamato Drang nach Osten, la conquista dell’Europa dell’Est. All’epoca, il principale stratega americano, l’ex consigliere nazionale alla sicurezza Zbigniew Brzezinski, pubblicava la sua opera “La grande scacchiera”.

    Vi si può leggere: “Senza l’Ucraina, la Russia non è che una grande potenza asiatica. Se la Russia riprendesse il controllo dell’Ucraina, dei suoi 52 milioni di abitanti, delle ricchezze del suo sottosuolo e del suo accesso al Mar Nero, ridiventerebbe una grande potenza che estende il suo controllo sull’Europa e sull’Asia. L’Europa deve rappresentare un trampolino per proseguire l’avanzata della democrazia in Eurasia. Tra il 2005 e il 2010, il principale nucleo della sicurezza in Europa sarà costituito da: Francia, Germania, Polonia e Ucraina. Attraverso un partneriato transatlantico, la testa di ponte americana sul continente eurasiatico dovrà rafforzarsi”.

    Non si possono comprendere correttamente gli avvenimenti di oggi, privandoli del loro contesto: l’Ucraina deve far parte della NATO e non può in alcun caso stringere un’alleanza con la Russia. Brzezinski è andato personalmente ad assistere ai dibattiti parlamentari a Kiev, al fine di spingere l’Ucraina ad avviarsi su questa strada. Non senza successo: nel 1997, il presidente Kuchma firmava a Madrid la carta di partneriato dell’Ucraina con la NATO. Lo stesso anno, l’Ucraina riceveva dagli Stati Uniti 47 milioni di dollari allo scopo di finanziare la collaborazione militare.

    Nel 1997 e 1998, il porto di Odessa ha visto svolgersi la manovra navale “Sea-Breeze”, a cui hanno preso parte navi da guerra ucraine, americane, turche, tedesche, francesi, britanniche, italiane e greche. L’Ucraina ha pure siglato il patto GUUAM, che riunisce Georgia, Uzbekistan, Azerbaigian e Moldavia sotto gli auspici della NATO. L’Ucraina ha anche inviato 1.700 soldati in Iraq, per partecipare alla forza di occupazione.

    Il popolo vuole dei cambiamenti

    Il presidente uscente Kuchma e il suo primo ministro Viktor Janukovic, la cui vittoria alle presidenziali viene oggi contestata, sono stati particolarmente generosi verso le multinazionali occidentali, i dirigenti politici occidentali e della NATO. Ma gli americani (e gli europei) pensano che ciò non sia più sufficiente. E temono un nuovo riavvicinamento tra la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina. Tale è la posta delle elezioni presidenziali e della lotta che infuria attualmente.
    Molto tempo prima delle elezioni, Viktor Juschenko aveva annunciato che non avrebbe riconosciuto il risultato…che si sarebbe dichiarato vincitore. Poteva contare su una macchina ben oliata per organizzare la “resistenza popolare”.

    Questa macchina può funzionare con successo, perché il popolo è in collera, scontento e inquieto. Lo smantellamento dell’Unione Sovietica, nel dicembre 1991, non ha portato al popolo ucraino che sofferenze e miseria. Le imprese occidentali hanno inghiottito i migliori bocconi dell’economia, provocando il fallimento della maggior parte dell’apparato produttivo. L’economia è affondata. In dieci anni, la popolazione è passata da 52 a 50 milioni di abitanti.

    All’inizio degli anni ’90, si sono diffuse epidemie di difterite e sifilide. Le medicine provenienti da Mosca non sono più disponibili e quelle occidentali non sono alla portata delle tasche. Il numero di omicidi e suicidi è aumentato, i decessi dovuti all’alcolismo sono raddoppiati. Nelle miniere di carbone privatizzate, i minatori non ricevono più la dotazione di lampade e di attrezzature per la sicurezza. Nel marzo 2000, decine di loro hanno perso la vita in una catastrofe a Krasnodon.

    Gia’ 21 milioni di dollari investiti nella “resistenza popolare”

    Il popolo vuole il cambiamento. Ma in quale direzione? Gli americani hanno creato una macchina che ha il compito di spingere il paese e la gente in direzione di Washington. E, come sempre, ciò si effettua sotto la maschera della “libertà” e della “democrazia”. Questa macchina è il frutto di una collaborazione intensa tra lo Stato americano e il multimiliardario George Soros.

    Lo Stato americano ha mobilitato un certo numero di organizzazioni: il National Democratic Institute (del Partito democratico), l’International Republican Institute (dei repubblicani), USAid (del ministero degli Affari esteri) e l’organizzazione sedicente non governativa Freedom House (1). Tali organizzazioni avrebbero già messo sul tavolo 13 milioni di dollari allo scopo di organizzare la “resistenza popolare spontanea” a Kiev (2).

    Freedom House e il National Democratic Institute hanno fatto in modo che migliaia di “osservatori”, formati e pagati per questo, si appostassero all’uscita dei seggi elettorali, chiedendo agli elettori per chi avessero votato. Questo sondaggio, affermano i nostri “media”, proverebbe che i candidati dell’Occidente avrebbero largamente vinto. E’ stata l’arma principale per far scendere immediatamente migliaia di persone nelle strade e per lanciare così la “resistenza popolare”.

    Il candidato occidentale Juschenko è anche sostenuto finanziariamente e organizzativamente dal multimiliardario George Soros. Costui ha già investito 8 milioni di dollari su Juschenko. In Ucraina, Soros ha creato il Fondo Rinascita. Alla vigilia delle elezioni, questo fondo ha trasferito ingenti somme di danaro a Gromadskje Radio e all’Istituto dei Mass Media. Esso finanzia anche il Sindacato indipendente dei media, diretto da Andrey Schevcenko, il redattore capo di Express Inform, che utilizza cinque catene televisive.

    Le organizzazioni americane e George Soros hanno fatto in modo che migliaia di manifestanti possano essere inquadrati, anche se, all’esterno si registra una temperatura di dieci gradi sotto zero. Essi ricevono da mangiare e, se è necessario, un tetto per alloggiare. Gli organizzatori distribuiscono gratuitamente indumenti pesanti come maglioni, sciarpe, mantelli e guanti foderati.

    Fino ad oggi, americani e filo-americani hanno seguito la via pacifica. E’ la tattica che suscita più simpatia. Ma sarà cambiata, se sarà necessario.
    L’anno scorso, Soros e le organizzazioni americane hanno finanziato il movimento Kmara (“Basta”) in Georgia. I partigiani di Kmara hanno invaso il Parlamento, alcuni armati di rose, ma altri di revolver. Hanno fatto ricorso alla violenza per provocare la caduta del presidente Shevarnadze, e per portare al potere Saakashvili, l’uomo degli occidentali.

    (1)The Guardian, 26/11/04
    (2)ORT-TV, 25/11/04
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    COSA SUCCEDE IN UCRAINA



    DI MAURIZIO BLONDET
    Per capire cosa succede in Ucraina, è necessario – e sufficiente – riaprire il saggio che Zbigniew Brzezinski (1) ha pubblicato nel 1997, con il titolo “Il grande scacchiere” e con un sottotitolo ancora più rivelatore: “L’egemonia americana e i suoi imperativi geostrategici”.

    ECCONE I PASSI RILEVANTI:

    “L’Ucraina, nuovo e importante spazio nello scacchiere eurasiatico, è un pilastro geopolitico perché la sua stessa esistenza come paese indipendente consente di trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora battersi per la sua situazione imperiale, ma diverrà un impero sostanzialmente asiatico, probabilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni dell’Asia centrale, che sarebbero sostenute dagli stati islamici loro amici nel sud”. “Ma se Mosca riconquista il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltreché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente riconquisterà le condizioni che ne fanno un potente stato imperiale esteso fra Asia ed Europa. La Russia […] si allontanerà sempre più dall’Europa”.
    “Gli Stati che meritano il più forte sostegno geopolitco americano sono l’Azerbaijan, l’Uzbekistan e (al di fuori di quest’area) l’Ucraina, in quanto tutti e tre sono pilastri geopolitici. Anzi è l’Ucraina lo stato essenziale, in quanto influirà sull’evoluzione futura della Russia”.

    PIU' AVANTI, BRZEZINSKI ILLUSTRA IN COSA CONSISTA "L'ESSENZIALITA'" DELL'UCRAINA: SI TRATTA DELL'ACCESSO AI GIACIMENTI PETROLIFERI DELL'ASIA CENTRALE.

    “Per l’Ucraina le questioni essenziali sono il futuro carattere del CIS (Comunità degli Stati Indipendenti, la federazione centrata sulla Russia) e il libero accesso alle fonti energetiche che ridurrebbero la sua dipendenza da Mosca.
    “Di conseguenza, l’Ucraina ha sostenuto lo sforzo della Georgia per divenire la via dell’esportazione del greggio azero [cioè dell'Azerbaijan - nota di Truman] verso Occidente. L’Ucraina ha anche collaborato con la Turchia per indebolire l’influenza russa nel Mar Nero ed ha sostenuto il disegno turco di dirigere i flussi petroliferi dell’Asia centrale verso i terminali turchi”. “Né l’Occidente né la Russia possono permettersi di perdere l’Ucraina o il suo passaggio dalla parte dell’avversario geo-economico”.

    Dunque l’Ucraina è il centro delle reti petrolifere che corrono nel corridoio eurasiatico: quella stessa area dove gli Usa hanno, con la scusa della “guerra al terrorismo”, impiantato basi militari permanenti. Esiste persino una legge americana, varata nel 1999 e chiamata “Silk Road Strategy Act” (Legge strategica sulla via della seta) che invita esplicitamente le “nazioni del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale” a “stabilire fra loro forti legami politici, economici e militari. E’ inteso che la Casa Bianca “sostiene” gli sforzi in questa direzione. Georgia, Uzbechistan, Azerbaijan, Moldavia e l’Ucraina hanno già costituito un’alleanza militare sotto l’ombrello della Nato, e finanziata militarmente dall’Occidente.
    Naturalmente, lo scopo dichiarato è di “estendere la democrazia” anche lì, identificata con l'“economia di mercato”. Con adeguate “riforme” dettate dal Fondo Monetario, dal WTO e dalla Banca Mondiale. Questi Paesi, poverissimi ed esausti, sperano molto dalla loro cooptazione nel mercato occidentale. Ma ciò che conta per Washington al di là della retorica, è che quell’alleanza da loro voluta sta allo sbocco strategico del greggio e del gas del Caspio, e che l’Ucraina e la Moldavia sono percorse dagli oleodotti diretti ad Ovest.
    E’ evidente che lo scopo finale è tagliar fuori la Russia dai giacimenti del Caspio e di isolarla politicamente per sempre.

    La “profezia” di Brzezinski si rivela così, piuttosto, un piano che gli Usa perseguono con tutti i mezzi, anche i più discutibili. Nel 2003, una “insorgenza democratica” organizzata “spontaneamente” con i finanziamenti della George Soros Foundation (del finanziere ebreo Soros) ha strappato il potere in Georgia a Shevarnadze per consegnarlo ai “liberali” filo-americani. Altre fondazioni “private” americane, come il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, e purtroppo i think tank tedeschi Konrad Adenauer Foundation (cristiano-democratico) e la Friedrich Ebert Foundation (socialista) stanno da mesi organizzando la minoranza cattolica ucraina, nazionalista e antirussa, facendo attiva propaganda fra la gioventù e mobilitando fondi al candidato filo-occidentale ucraino. Ovviamente anche la Open Society, una fondazione “culturale” di Soros, è della partita.

    Il fatto paradossale è che sia il “filo-russo” Yanukovich, sia il “filo-occidentale” Yuscenko sono burattini del presidente-dittatore ucraino Leonid Kuchma, vecchia volpe dei tempi sovietici (era un gestore del settore missilistico). In realtà, Kuchma ha fatto di tutto per farsi riconoscere da Washington come un docile subalterno. Ha nominato primi ministri approvati dalla Casa Bianca ed ha avviato le “privatizzazioni” richieste dal Fondo Monetario, che hanno provocato il crollo dei redditi medi ucraini a livelli africani. Ma quando a Mosca è andato al potere Putin e la Russia ha cominciato la sua ripresa, divenendo evidente il disastro economico ucraino, Kuchma ha licenziato il premier autore delle privatizzazioni, Victor Yushenko, mettendo al suo posto Victor Yanukovich. Costui, che proviene dall’area industriale dell’Ucraina orientale (dove si parla russo e dove la religione è quella ortodossa) non ha fatto che prendere atto della realtà: che le industrie ucraine sono ancora integrate nel vecchio sistema sovietico e perciò dipendono fortemente dalla Russia come sbocco e come fornitore energetico. Trattate le forniture di greggio russo a prezzi di favore e con nuovi investimenti russi, l’economia ucraina ha conosciuto una ripresa, con il primo aumento di salari e pensioni dopo il crollo dell’Urss.

    Ora, le elezioni. Brogli? Certamente, ma da entrambe le parti, con voti multipli di elettori che hanno usato falsi documenti d’identità, e pesanti interferenze straniere a favore dell'“americano” Yuscenko (2). Il cosiddetto Occidente s’è dimostrato di più facile contentatura per le “libere elezioni” in Afghanistan (anche lì voti multipli) e per quelle, radicalmente falsificate dallo stato d’occupazione, che stanno per celebrarsi in Irak. Il gracidio mediatico a favore della “libertà” ucraina serve solo a far dimenticare il fattore essenziale, rivelato da Brzezinski: è in gioco la sottrazione alla Russia della sua area d’interesse tradizionale. Converrà sottolineare che in questa partita, Mosca non gioca la parte dell’aggressore, ma dell’aggredito. E’ la Casa Bianca che aggredisce, con una fuga in avanti avventurista e, probabilmente, errata. Brzezinski suppone che nell’area si sia creato un vuoto di potere, che l’America può riempire con la sua presunta forza. Se questa valutazione è sbagliata, il rischio è spaventoso: sia Mosca, sia l’Ucraina sono ancora potenze nucleari.

    Maurizio Blondet
    Fonte:www.effedieffe.it
    2.12.04

    NOTE

    1) Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, membro influente del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, è il grande suggeritore strategico del neo-imperialismo Usa. Gli si devono operazioni come la consegna dell’Iran all’ayatollah Komeini e le mire americane sull’Afghanistan. Il titolo originale del saggio che citiamo qui è: “The Gran Chessboard”.

    2) Yuscenko è sposato con Kateryna Chumachenko, nata a Chicago nel 1945 e membro influente dell’Ukrainan Congress Commitee of America (la lobby ucraina a Washington) ed è stata funzionario del governo di Bush padre. Kateryna ha collaborato attivamente con Brzezinski.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Ucraina: l'uomo di Washington e la Banca Centrale...




    Per coloro che hanno vissuto in questi ultimi anni lo svolgersi degli avvenimenti in Serbia, l’attuale agitazione in Ucraina ha come un’aria di déjà vu. Come ieri a Belgrado, un’opposizione preparata e stimolata dall’Occidente denuncia un’ipotetica frode elettorale e moltiplica le manifestazioni nella capitale per fare pressione sulle istituzioni e tentare di vincere per mezzo della piazza quello che ha perso alle urne.

    Come non molto tempo fa in Serbia dopo le elezioni contestate, l’affare di Kiev sembra ben pilotato e premeditato per gettare in piazza le comparse e gli attori di una serie televisiva la cui sceneggiatura è stata scritta altrove. Con suoni, colori e telecamere ben piazzate, non è stato difficile radunare dei sostenitori, dare un’impressione di massa e focalizzare l’attenzione del mondo esterno. Quando la stampa anglosassone da il la, ecco immediatamente l’inizio di un’intensa campagna che denuncia i « brogli » e che presenta le stime degli istituti di sondaggio made in USA, i famosi «exit polls», come i veri risultati, e le cifre ufficiali come delle miserabili menzogne. Si nega subito ogni valore ai risultati definitivi della commissione elettorale. Il sotterfugio è stato utilizzato a Tbilisi un anno fa e a Belgrado a più riprese (tra cui nell’ottobre 2000). Appena avviato il processo, ecco lo scatenamento, lo stupro delle masse eseguito per mezzo della propaganda mediatica, l’annuncio della «vittoria» del «candidato filo-occidentale» prima ancora della chiusura dei seggi elettorali. Il metodo è ovunque il medesimo, cambia solo il contesto.

    Tre settimane fa, si è tenuto bell’ex repubblica jugoslava di Macedonia (FYROM) un referendum legale voluto dall’opposizione su un elemento degli accordi di Ohrid, una riforma territoriale che favorisce gli Albanesi. Qui non si può nemmeno parlare di brogli, ma di un sabotaggio totale organizzato dal potere in carica su richiesta della «comunità internazionale». Il giorno del voto, il 20% dei seggi era chiuso, la parte albanese (come d’abitudine, quando il rapporto di forza le è sfavorevole) boicottava lo scrutinio, i media stavano muti e i cittadini erano anche stati minacciati che avrebbero perso il lavoro se vi avessero partecipato. Risultato: il 26% dei votanti e un colpo a vuoto. Questo scandalo elettorale si è accompagnato ad una grossolana manovra: tre giorni prima dello scrutinio Washington riconosceva la FYROM con il nome proibito di Macedonia. Si offendevano i Greci, ma si «salvava la democrazia» facendosi beffe dei famosi «standard mondiali», tanto sbandierati e pretesi altrove. L'Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza, l’OCSE, della quale non si dirà mai abbastanza che è un marchingegno americano, si sprecava in un comunicato secondo il quale lo scrutinio si era svolto normalmente. Quando è in gioco l’interesse americano-occidentale, si dimenticano le «norme democratiche » e gli «standard mondiali», come fossero tante frivolezze (1).

    La guerra dell’informazione precede la guerra tout court

    In Ucraina, dunque, la grande vittima della frode alle presidenziali sarebbe stato il candidato dell’opposizione Viktor Yuscenko. Ex primo ministro ed ex governatore della banca centrale, egli viene presentato come un paladino della democrazia, un «western liberal» , un «western reformer», «well US educated». Un vantaggio: sua moglie, Katerina Shumashenko, di nazionalità statunitense, è stata funzionario al Dipartimento di Stato. Volto scabro e ruvido, in quanto si è tentato di avvelenarlo (Arafat non ha avuto diritto a questa diagnosi…). Di fronte a questo autentico signore, il volgare apparatcik di un’epoca passata, un certo Viktor Fjodorovic Yanukovic, ex affarista e delinquente del Donetsk russofono, «handpicked successor to Soviet-style president», è sul punto, se non s’impone la vigilanza cittadina, di rubargli la vittoria a vantaggio di Vladimir Putin, del nuovo KGB, degli spetsnaz e del Fronte Nero Rosso Verde. Questa insalata è rimasticata, ripetuta senza posa all’opinione internazionale dal secondo turno. Dove si percepisce ancora una volta che quel che conta non è la realtà dei fatti, ma la messa in scena hollywoodiana, la trasmissione istantanea delle immagini e la diffusione reticolare delle «news». A Kiev non ci si esime dall’utilizzare il vecchio trucco dell’accusa proiettata, che in questo caso consiste nel denunciare una volontà di dominio sull’Ucraina, mentre questo è esattamente l’obiettivo degli Stati Uniti e dei loro complici. La requisitoria atlantica vale tanti hamburger quanto pesa: “un exit poll effettuato con questionari anonimi all’interno di un programma finanziato da diversi governi occidentali ha detto che Yuscenko aveva ricevuto il 54 per cento del voto”. Dopo tutto, altri hanno anche affermato che la terra era piatta.

    La velocità è un fattore capitale della «guerra dell’informazione» e, nella prima fase dell’aggressione, è l’elemento decisivo nella propagazione delle false notizie, nella (dis)informazione... L'importante è che l’intossicazione sia un bombardamento intensivo ai quattro angoli del pianeta. Testi, immagini e video sono velocizzati ad un tale ritmo, per cui il nemico deve restare pietrificato, non deve più potere, né lui né i suoi eventuali sostegni, dire una sola parola. Con il massiccio flusso di informazioni ad hoc e il ritmo sfrenato della loro diffusione, si toglie la parola al nemico e gli si nega il diritto di vivere. Non si tratta più, dunque, di informare, ma di impressionare e soggiogare. I pappagalli e signorsì del « resto del mondo » riprendono l’antifona. È così che gli Stati Uniti d’America si sono arrogati il monopolio di designare gli amici e i nemici.

    In questi ultimi anni si è assistito in Ucraina alla nascita di una sequela di thinks tanks, di siti internet, di istituti di sondaggio, di movimenti giovanili, di gruppi rock, di comitati di elettori, di sindacati indipendenti, di radio « libere » (oltre a Radio Free Europe) e anche di sétte, come quell’"open society" incaricata di preparare il terreno di un nuovo "nation building" e di una nuova (contro)rivoluzione dei velluti, delle rose, delle castagne... Appoggiandosi alla numerosa diaspora ucraina negli Stati Uniti e in Canada, sétte virulente si sono messe a proliferare, cercando di sminuire l’influenza della Chiesa ortodossa, a complemento del lavoro di scavo assegnato fin dall’inizio alla Chiesa Uniate. È noto il ruolo svolto dalla Fondazione Soros (un nome che in ungherese significa mascalzone), onnipresente dai Balcani al Caucaso: fermamente avversato in Bielorussia, Soros ha visto recentemente chiudere in propri uffici in Russia. Questo «grande filantropo», che finanzia buona parte delle attività sovversive degli Stati Uniti tra Trieste e il Kamcatka, a fine marzo era presente in Crimea per dare l’ultimo tocco all’operazione in corso (Soros ha le mani in pasta tramite il gruppo Bratstvo). È noto anche il ruolo svolto dal clone dell’Otpor in Serbia, Pora, che da il la alle manifestazioni, dal National Endowment for Democracy-NED, dal Democratic Institute (NDI), dall’International Republican Institute (IRI), dalla Freedom House; ma sono attive anche altre associazioni meno conosciute, come il Committee to Expand NATO di Bruce, K. Jackson (CFR, PNAC e Comitato Chalabi…), Poland America Ukraine Cooperation Initiative (PAUCI). Quest’ultimo, un organismo che agisce tra la Polonia e l’Ucraina, è destinato a formare i quadri e distribuisce danaro nella prospettiva, enunciata da Zbigniew Brzezinski: bisogna fare della Polonia e dell’Ucraina «liberata» l'asse principale della New Europe incaricata di controbilanciare l’asse franco-tedesco, colpevole, al momento della guerra d’aggressione contro l’Iraq, di essersi messo insieme con la Russia. Il PAUCI è finanziato dalla United States Agency for International Development (USAID) ed è amministrato dalla “Freedom House”, secondo quanto dichiara un suo l’opuscolo. «In relazione all’accusa di brogli elettorali, la Freedom House ha chiesto agli Stati Uniti e all’Europa di esercitare pressioni sul parlamento dell’Ucraina a difesa del processo necessario e del voto giusto». La Freedom House ha della bella gente nel suo staff; dalla Jugoslavia all’Ucraina passando per l’Iraq, si ritrovano sempre gli stessi individui: James Woolsey, Kenneth Adelman, Samuel Huntington, Jeane Kirkpatrick, Bill Richardson, Diana Villiers Negroponte, ecc. «Esercitare pressioni», come dicono le brave persone di questi «charitable trusts»…

    I colleghi di William Walker

    Per «accompagnare le elezioni» sono stati montati con l’appoggio della NED e del NDI di Madeleine Albright dei gruppi specifici di « social monitoring » come la Democratic Initiatives Foundation, l’Independant Domestic Committee of Voters of Ukraine (CVU) e lo European Network of Election Monitoring Organizations (ENEMO). La particolarità di questa ONG è che essa si compone di osservatori per lo più originari dei paesi recentemente raccolti nella crociata (anti)terroristica americana e radunati sotto lo striscione della «New Europe». Questi goumiers della democrazia, i 1000 osservatori dell’ENEMO, pretendono di aver sorvegliato 5000 seggi. In tutta questa agitazione, si ritrovano delle vecchie conoscenze, come il senatore dell’Indiana Richard Lugar, «republican head of the US Senate Foreign Relations Committee republican head of the US Senate Foreign Relations Committee», che ha già prestato servizio in Serbia prima e dopo l’ottobre del 2000. L'individuo è talmente anti-serbo, che nel 2002 ha accusato Vojislav Kostunica, allora presidente della RFY, di essere «il continuatore di Slobodan Milosevic». C’è poi il suo collega, il senatore democratico del Delaware Joseph Biden jr., che ha dimostrato, anche lui, di nutrire un interesse tutto particolare per gli Slavi ortodossi. Citiamo infine l’ex commissario speciale di Clinton per i Balcani, Richard Holbrooke, del quale è noto l’accanimento nel sostenere i separatismi anti-serbi, e il clan Brzezinski, l’ideatore del piano globale di smantellamento e di colonizzazione armata dello spazio slavo ortodosso. (2)

    Ma esaminiamo il vero ruolo degli osservatori e di altri verificatori occidentali, in particolare di quegli Americani a cui si dovrebbe credere ad ogni costo, a ovest come ad est. E’ passata completamente sotto silenzio la presenza di altri osservatori, come quelli della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI): zoticoni dalla pessima vista o dotati di pessimi occhiali, perché non hanno osservato le stesse cose. Senza dubbio erano funzionari del «nuovo KGB». Il fatto è che l’acume visivo degli osservatori occidentali, in particolare degli Americani, è eccellente ed il loro valore morale è impareggiabile: l’abbiamo visto in Kossovo, in Irak e in Afghanistan. Si da il caso che una nostra amica, la francese Béatrice Lacoste, divenuta in seguito portavoce della MINUK (UNMIK), abbia fatto parte di quegli osservatori a un metro da William Walker, capo della missione di verifica dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OCSE) nel Kossovo giusto prima dei bombardamenti della NATO e che abbia potuto verificare sul campo l’acume visivo e la moralità di quegli osservatori. «Ero attorniata, ci ha detto di recente, da agenti dei servizi americani e britannici, il personale dell’OCSE ne era pieno». Quei particolari membri dell’OCSE informavano tanto i loro governi quanto i terroristi dell’UCK che ben conoscevano, perché certuni di loro li avevano reclutati e addestrati qualche tempo prima. Prima di filarsela a un fischio di Madeleine Albright, questi operatori mascherati dovevano lasciare all’UCK materiale di comunicazione satellitare del più moderno e ripartire gli incarichi degli obiettivi per gli imminenti bombardamenti. Non è allora da stupirsi che, fin dal primo impatto (per riprendere questa espressione inadeguata), l'Esercito Nazionale Jugoslavo (JNA) abbia scoperto e liquidato proprio alcune dozzine di questi agenti americani e britannici rimasti sul posto e i loro rinforzi venuti dall’Albania. Vestendo uniforme delle forze speciali, costoro erano incaricati di inquadrare l'UCK in previsione dell’attacco di terra e di fare svolgere a quest’ultima lo stesso ruolo dei Curdi o dei mercenari di Chalabi o Allawi in Iraq. Béatrice Lacoste ha vissuto da vicino la montatura di Racak e conferma con il medico legale finlandese Hélène Ranta, con cui ha lungamente conversato, quello che un certo numero di persone, tra cui l’ambasciatore di Francia a Belgrado Keller, sapeva e ha diplomaticamente taciuto: Racak è stata la macabra montatura di un ex agente USA in Salvador e in Nicaragua, promosso generale della Scuola delle Americhe, la SOA fabbrica di assassini. Racak è stato il coronamento mediatico necessario utilizzato per giustificare, presso un’opinione pubblica mondiale ingannata, la sanguinosa barbarie della NATO a partire dal 24 marzo 1999. Come Markale in Bosnia o le “armi di distruzione di massa” in Iraq, l’ipermediatizzato “massacro di Racak” è stato una costruzione da parte individui che hanno agito sotto la copertura degli ispettori dell’OCSE. Queste montature continueranno finché proseguirà il Drang nach Osten dell’imperialismo americano-occidentale. Stando così le cose, oggi non c’è alcuna ragione di credere sulla parola a questi signori osservatori dell’OCSE, dell’ENEMO o di un qualunque comitato ad usum Delphini, in seno ai quali si sono accomodati i colleghi di William Walker in Ucraina.

    Basta consultare una cartina per cogliere l’importanza dell’Ucraina nella grande battaglia in corso per una Russia che ha perduto il suo versante marittimo occidentale dei Paesi Baltici e si trova minacciata dallo zelo atlantista di ex satelliti dell’Unione Sovietica divenuti rabbiosi satelliti degli Americani, come la Polonia, la Romania e la Bulgaria, nonché dall’eventuale ingresso nella NATO, sul fianco sud, di un’Ucraina occidentalizzata.

    La Grande Europa è coinvolta

    Coloro che, Stati Uniti in testa, violano senza vergogna la sovranità e l’indipendenza degli Stati, agitano gli abituali temi della democrazia e dei diritti dell’uomo; ma si sa benissimo che dietro queste parole si nascondono interessi e obiettivi che non hanno niente a che vedere con i discorsi che si sentono: le operazioni ucraine hanno in vista la presa di controllo di una regione perno, assolutamente necessaria per la conquista dell’Eurasia e la distruzione della Russia. Stiamo dunque per assistere, quali che siano i tentativi di conciliazione, le missioni di buon ufficio degli uni e degli altri – aver fatto venire i Walesa e i Kwasniewski è stato di pessimo gusto – e la politica di facciata, ad una sorda battaglia che maschera per gli spettatori la reale natura del braccio di ferro. Quando la facciata crollerà, sarà assai probabile che si vedranno scintillare le lame dei coltelli. Si può sin d’ora già avanzare come ipotesi plausibile la creazione a Est e a Sud di una Ucraina libera e indipendente, se i dissidenti occidentalisti persistono nella loro iniziativa separatista e bellicista. L'Ucraina occidentale perderebbe allora il suo versante marittimo sul Mar Nero, mentre la Crimea e la via degli oleodotti tra l’Est e l’Ovest cadrebbero sotto il controllo “filo-russo”. ...

    L'affaire jugoslavo è stato forse un antipasto, in rapporto a ciò che si sta preparando. Fra la Transnistria e il Caucaso cova il fuoco, con effetti che rischiano di manifestarsi ben al di là di questa regione. Tutta l’Europa, la Grande Europa, è coinvolta. Tutta l'Europa rischia di essere trascinata nel turbine di una guerra che potrebbe essere di ampiezza assai maggiore della guerra jugoslava. È evidente che l'Europa di cui parliamo non ha molto a vedere con quella degli onorevoli di Bruxelles, questa pseudo-Europa il cui attuale rappresentante, il portoghese José Manuel Barroso, ex maoista riciclato nella NATO (sulla linea di Solana e di Fischer), non è nient’altro che il portavoce degli interessi statunitensi. Al seguito di Glucksman, Bruckner e Cohn Bendit, i goyim teleguidati da Washington incriminano e insultano Putin per la legittima difesa della Cecenia contro il terrorismo wahhabita sul suo limes, ma si guardano bene dal condannare i crimini di guerra dell’invasore angloamericano in Iraq. Quando evocano l'Europa, i circoli eurasiatisti pensano evidentemente a tutt’altra cosa che non a questa moscia zona di libero scambio senza volontà politica né capacità di decisione, a questa “integrazione euro-atlantica” che equivale alla nostra disintegrazione continentale. In questa prospettiva, il ruolo assegnato all’Ucraina attualmente sotto attacco consisterebbe nel consentire la giunzione delle colonie americane della «New Europe» con il Caucaso e l'Asia Centrale ed impedire l’unità politica europea, mediante la frammentazione organizzata dell'Eurasia e lo spezzettamento della Russia (come della Jugoslavia).

    Da Vladivostok a Dublino e fino a Montréal e Caraquet-l'Acadie di Philippe Rossillon (nel quadro dell’estensione del campo di lotta e della balcanizzazione dell’America del Nord), oggi il partito europeo, che comprende evidentemente la Russia, possiede un vantaggio: conosce i metodi del nemico. Esso deve essere dunque in grado di contrastarlo sul suo stesso terreno e di impegnare i mezzi materiali e umani necessari al contrattacco. Gli Americani hanno denaro, piani e mezzi tecnici importanti, ma il loro tallone d’Achille è sempre il fattore umano. Basandosi su personale avido e corrotto, di qualità scadente, che sviluppa cattive relazioni con le popolazioni, a cui vogliono imporre i loro difetti mascherati da virtù, essi si vedono ben presto rifiutati dovunque si installino e sono costretti a cambiare in permanenza le loro pedine. Non basta prodigarsi in sedute di formazione e fare del «monitoring elettorale». Ancora, dovrebbero poter reclutare un personale affidabile, con convinzioni profonde e non con interessi sordidi o semplicemente superficiali. Un po’ dappertutto, una grossa parte del denaro distribuito per la «difesa della democrazia» si perde nelle tasche dei collaborazionisti. Il metodo operativo delle forze d'aggressione è noto e le loro reti sono in archivio. Oggi la posta in gioco ucraina è all’altezza delle urla lanciate, in nome della democrazia, dal clero della Nuova Cartagine. È di importanza vitale il contrattacco dell’Eurasia.


    NOTE

    (1) Interesse della Macedonia: è sul suo territorio che deve passare l’oleodotto tra il Mar Nero e il Mare Adriatico secondo il progetto AMBO (Albanian Macedonian Bulgarian Oil Pipeline) che coinvolge grosse imprese americane tra cui Halliburton, lungo il Corridoio n°8. Questo progetto prevede anche altre infrastrutture (autostrade, fibre ottiche, moderni sistemi di telecomunicazioni). Grazie alla guerra d’aggressione contro la Serbia si è costruita in Kossovo la grande base militare di Camp Bondstel a due passi dalla Macedonia dove si addestrano con cura le fazioni. Si mantengono in vita dei poteri che non sono tali e dipendono totalmente dai piani e dall’umore dei « proconsoli ». A cavallo tra diversi paesi ed entità, i capi dei clan albanesi sono particolarmente apprezzati e corteggiati per il loro ruolo di perturbatori. L'Europa di Bruxelles collabora ad occhi chiusi a questa mascherata.

    (2) In questi tempi si sono potuti notare i punti segnati dalla Russia in America Latina, in Brasile e nel Venezuela di Chàvez (legami rafforzati specialmente nel campo delle forniture militari), come in Asia Centrale. In data 12 novembre un teso pubblicato dai Ariel Cohen sotto l’egida diella Heritage Foundation, uno dei più importanti think tanks neocons, definisce la posta in gioco ucraina: «Dopo le elezioni presidenziali ucraine, il Kremlino probabilmente eserciterà una maggiore influenza politica in Ucraina. Gli USA hanno interesse strategico a conservare la sovranità dell’Ucraina e a mantenere in pista il processo democratico». Di conseguenza l’amministrazione Bush dovrebbe:

    · Sostenere i gruppi ucraini impegnati per la democrazia, il libero mercato e all’integrazione euro-atlantica fornendo supporto diplomatico, finanziario e mediatico.

    · Sostenere la sovranità e l’integrità territoriale di tutti gli Stati post-sovietici espandendo la cooperazione attraverso la Partnership for Peace della NATO, i legami militari bilaterali, gli scambi, i programmi train-and equip, e anche con un limitato spiegamento di truppe dove necessario.

    · Espandere il dialogo diplomatico ad alto livello con Mosca sui problemi sotto contenzioso, come l’Ossezia del Sud e l’Abcasia e la presenza USA in Asia Centrale. » Il colore arancione in voga questi giorni a Kiev non è il colore della libertà, ma quello dei prigionieri di Guantanamo e di Abu Ghraib.

    Traduzione di Belgicus

    www.eurasia-rivista.org/
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Non ci avevo pensato: giusto, l'arancione è il colore dei prigionieri politici della democrazia a Guantanamo e a Abu Ghraib.

 

 

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