APRE UN CIMITERO ISLAMICO E PER PAGARLO AUMENTA L’IRPEF
PIER LUIGI PELLEGRIN
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- Lugubre conclusione dell’anno per il sindaco di Udine, Sergio Cecotti: dalla sua giunta comunale, infatti, è arrivato l’annuncio che nel capoluogo friulano sarà presto aperto un cimitero islamico.
Molto meticoloso il lavoro degli amministratori udinesi di centrosinistra: innanzitutto le salme non potranno essere tumulate all’interno di una bara (il che farebbe prevedere problemi di natura igienico-sanitaria), in secondo luogo i corpi dovranno essere seppelliti in direzione della Mecca. Pare che per preparare le cose a puntino, i solerti amministratori abbiano impiegato “mesi del loro lavoro”. Contemporaneamente la giunta ha anche deciso di applicare l’addizionale Irpef.
Il sospetto, insomma, è che le spese per il cimitero destinato agli islamici vengano pareggiate proprio con l’adozione, inedita a Udine, di questa gabella. Ma anche senza l’addizionale Irpef è ovvio che gli autoctoni avrebbero comunque preferito vedere i loro soldi impiegati in modo più utile alla città.
Pare, infatti, che a Udine i problemi non manchino: non lo dicono le opposizioni, ma i friulani che lavorano. «Altro che Udine grande capitale – tuona sui quotidiani locali Renato Marcignot della Confcommercio – la città sta vivendo un allarmante declino per responsabilità di una giunta comunale incapace di proporre progetti. Servirebbe un cambiamento di rotta, ma all’orizzonte non si vede nulla. E dire che negli alti comuni della provincia passi avanti ne sono stati fatti, eccome».
Un comitato spontaneo di cittadini udinesi, invece, ha provocatoriamente scritto una lettera a Babbo Natale, stampata in un migliaio di copie nella quale si chiede espressamente di «far guarire il sindaco e la giunta dalle febbre da cavallo affinché venga restituita alla città la vitalità di una volta». Sotto accusa il progetto zonale a traffico limitato voluto dalle frange rosso-verdi della giunta. «Si tratta di strumenti urbanistici – ha attaccato il presidente della Confcommercio – che non sono né carne né pesce. Neanche a Milano, per esempio, hanno una Ztl così ampia». Stroncature senza appello che, per quel Cecotti che nel 2003 diede del “Visitor” a Umberto Bossi, suonano come delle vere e proprie nemesi: a Udine l’alieno adesso è diventato lui.
Le cose per l’ex leghista non vanno meglio neppure sul versante politico: in giunta comunale è stato letteralmente messo sotto dalla sinistra, il suo movimento è ormai imploso (nel pordenonese è stato letteralmente amputato con l’allontanamento dalla Lega di Alido Gerussi, ex sindaco di Spilimbergo e grande sodale di Cecotti), mentre il presidente della Regione, Riccardo Illy, non lo degna più neppure di uno sguardo. Umiliante, a proposito, un episodio inserito nel dibattito per la stesura del nuovo statuto regionale, ai “cecottiani” che rimproveravano a Illy di non aver mai inserito la parola “Friuli” nel testo statuale, il miliardario triestino ha dato una risposta sferzante come un insulto: «Ma come, se il testo si chiama proprio “Statuto del Friuli Venezia Giulia”, più Friuli di così». D’altra parte sembra proprio che questa debba essere la storia del Friuli: alcuni secoli fa la “Piccola Patria” fu venduta dalla famiglia patrizia dei Savorgnan alla Serenissima, nel XXI secolo il ruolo dei Savorgnan lo ha ricoperto Sergio Cecotti, questa volta e beneficio del potentato giuliano.
[Data pubblicazione: 24/12/2004]




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