Se permettete vi racconto una storia. Leggetela con attenzione. Spero vi aiuti a riflettere.
Come potrete notare ho usato esclusivamente nomi di fantasia.
...
C’era una volta una ragazza che si chiamava ROSMUNDA.
E’ una bella ragazza di 23 anni, di media altezza, castana, con un bel fisico e dai lineamenti delicati.
ROSMUNDA, a dispetto del suo aspetto fisico, non ha avuto una vita facile. I suoi genitori erano morti di incidente stradale quando lei aveva 15 anni e aveva vissuto, fino ai 18 anni, con una zia di sua madre. Arrivata alla maggiore età aveva cercato lavoro e l’aveva trovato come commessa presso un negozio di abbigliamento.
In quel negozio aveva conosciuto SIGISMONDO, anche lui commesso, della sua stessa età, di bell’aspetto e, soprattutto, molto dolce e comprensivo.
Dopo pochissimo tempo si misero insieme e, unendo le loro forze, presero una casetta in affitto. Certo, i loro stipendi erano piccolini, appena 800 euro a testa, ma per loro due bastavano tranquillamente a sbarcare il lunario.
Tuttavia, un brutto giorno, il padrone del negozio decise, a causa di una crisi finanziaria, di dover licenziare parte del personale e decise di scegliere chi mandare a casa tra il personale più giovane. Come succede nei brutti sogni, la triste sorte toccò a ROSMUNDA e ad una sua amica.
SIGISMONDO, lavorando lì da più tempo della sua fidanzata, non venne licenziato e continuò a lavorare per poter portare a casa uno stipendio, per quanto piccolo poteva essere.
Nel frattempo ROSMUNDA, per non scaricare sul ragazzo tutte le spese di casa, iniziò a fare dei piccoli lavoretti come baby sitter e addetta alle pulizie di un bar. Insomma, trovò un modo per non gravare troppo sulle spalle del ragazzo e per contribuire a pagare l’affitto e le altre spese.
Un giorno una cara amica di ROSMUNDA, OTELLA, la invita alla sua festa di compleanno, organizzata presso una discoteca.
ROSMUNDA decise di andarci e chiede a SIGISMONDO di accompagnarla dato che la discoteca era piuttosto distante da casa e non le andava, al ritorno, di farsi la strada, in macchina, da sola, visto anche che sarebbe finita piuttosto sul tardi.
SIGISMONDO accettò volentieri ma, proprio il giorno della festa, uscendo dalla doccia, inciampò sul tappetino, cadde e si storse una caviglia.
Non si fece niente, certo, e convinse ROSMUNDA ad andare comunque alla festa, nonostante le sue renitenze. “Non preoccuparti, mi basterà una pomata e una serata di riposo per tornare in forma. Vai tranquilla, non voglio che ti tappi in casa per colpa mia”.
ROSMUNDA si lasciò convincere, si preparò per la festa, prese le chiavi della macchina e partì per la discoteca.
La festa fu tranquilla ma, a metà serata, ci fu un problema: due ragazzi ci provarono insistentemente con lei. ROSMUNDA rifiutò, quelli però, impudentemente, non desistettero e, ad un certo punto, fu costretta a rivolgersi alla security del locale. I due, peraltro ubriachi, si misero ad attaccare briga anche con i ragazzi della sicurezza e, per tutta risposta, furono buttati fuori dalla discoteca.
OTELLA, che conosceva bene quei due, si scusò con ROSMUNDA per l’inconveniente e le promise che li avrebbe lisciati per benino il giorno dopo, a sbronza smaltita.
Dopo un paio d’ore ROSMUNDA, che cominciò a sentirsi stanca, si congedò dalla sua amica, salutò gli altri amici, salì in macchina e si avviò verso casa.
La strada per il ritorno era peggio di come se l’aspettasse: completamente buia, piena di curve e, come se non bastasse, si scatenò un terribile temporale.
Nel cuore della statale, ad un certo punto, la macchina si spense.
“Porca miseria!” pensò ROSMUNDA “E ora che faccio, qui, da sola, sotto la pioggia?”
Non fece in tempo a scendere dalla macchina che, dietro di lei, si avvicinò un’altra autovettura. Rincuorata, decise di scendere e di fare dei segnali al conducente affinché l’aiutasse. Non appena vide chi erano i passeggeri della macchina che la seguiva ebbe un colpo al cuore: erano i due ragazzi che l’avevano provocata nel locale.
“Ciao, bella. Sei rimasta a piedi, eh? Non ti preoccupare, adesso ci pensiamo noi.” Detto ciò il primo la prese con la forza, la sospinse nel bosco e, assieme all’altro, la violentò.
Dopo aver fatto i porci comodi loro, la abbandonarono nella boscaglia e ripartirono.
Scioccata dall’accaduto, ROSMUNDA riuscì, a malapena, a trovare il cellulare e a chiamare prima la polizia e poi il suo ragazzo, SIGISMONDO.
Tralasciamo i tragici dettagli di quella notte. ROSMUNDA, con l’aiuto di OTELLA, la sua amica, riuscì a fornire alla polizia i nomi dei due stupratori che furono intercettati e arrestati.
Lo shock fu tremendo. Per giorni e giorni ROSMUNDA non riusciva né a parlare né a mangiare, e fu solo grazie all’amore di SIGISMONDO che, pian piano, riuscì a riprendersi un po’.
Il tempo passò. ROSMUNDA dimenticò quasi del tutto gli avvenimenti di quella terribile notte e riprese, pian piano, i suoi normali ritmi di vita.
Un giorno, però, ROSMUNDA si accorse di avere un ritardo mestruale. Non diede molto peso alla cosa, del resto aveva sempre avuto un ciclo irregolare, ma il ritardo continuò per parecchi giorni.
Ne parlò con SIGISMONDO: erano sempre stati attentissimi durante i loro rapporti sessuali, era molto strano quel ritardo. All’improvviso, entrambi, ebbero un tragico dubbio: e se fosse successo qualcosa durante lo stupro di poco tempo prima?
Col cuore in gola, ROSMUNDA fece il test di gravidanza e l’esito non lasciò dubbi: positivo. Era incinta.
Che fare?
Era disperata. Non era loro, quel bambino, era il ricordo terribile di quella notte di terrore.
Che fare?
Abortire?
No, non era giusto. Perché far scontare a quel povero bambino le colpe di quei due mascalzoni?
No, non era giusto.
Avrebbe portato avanti la gravidanza.
“Ti capisco, amore mio” le disse SIGISMONDO. “Vorrà dire che ci adegueremo. Abbiamo pochi soldi, è vero, ma se nasce sano e forte ce la faremo. Vorrà dire che in una tavola in cui abbiamo sempre mangiato in due mangeremo in tre. Ci faremo dare un aiuto da mia madre, ne sarà felicissima.”
Anche ROSMUNDA convenne che era la cosa migliore. Non era loro quel bambino, d’accordo, ma gli avrebbero voluto bene comunque.
Un giorno ROSMUNDA si recò presso l’ospedale della sua città per fare le visite mediche di routine di una puerpera.
Ma il destino è crudele, e ancora una volta ci mise lo zampino: dai test risultava che il bambino era gravemente deforme, la gravidanza era andata male, e, sicuramente, sarebbe vissuto per sempre su una sedia a rotelle, con l’aggravante che, però, sarebbe stato perfettamente in grado di intendere e di volere.
ROSMUNDA si sentì crollare il mondo addosso, e anche SIGISMONDO che, non appena apprese la notizia, scoppiò in lacrime.
Che fare?
Questa domanda, ormai, era diventata una tragica costante.
Troppo tragica.
Ne parlarono insieme. Un bambino malato in quel modo sarebbe vissuto malissimo. Certo, era pur sempre una povera creatura che meritava di vivere. No, di abortire non se ne parlava, ma, certo, se doveva vivere in quel modo… Era un delitto, no non era il caso, però…
Che fare?
Il dilemma era tremendo: avrebbero consentito una vita così schifosa a quel bambino?
I due ci pensarono su per giorni e giorni. Il pensiero non li faceva dormire, ma alla fine presero una decisione, seppur a malincuore: optarono per l’aborto.
Quando si recarono presso l’ospedale avevano un groppo alla gola, non riuscivano né a parlare né a guardarsi negli occhi.
Durante l’intervento ROSMUNDA piangeva e SIGISMONDO rimase nella sala d’aspetto dell’ospedale piangendo a sua volta.
Fu un’esperienza terribile per entrambi.
ROSMUNDA, fisicamente, la superò bene e, dopo pochi giorni di convalescenza, riuscì a tornare in piedi, ma psicologicamente era distrutta. Aveva ucciso un bambino. E non si dava pace.
Anche SIGISMONDO era depresso. Certo, avevano risparmiato una vita orrenda ad un bambino gravemente deforme, è vero, ma lo avevano comunque ucciso.
Un giorno i due decisero di uscire a prendere una boccata d’aria.
Camminando per i giardini pubblici si imbatterono in un bambino su una sedia a rotelle.
Lo fissarono intensamente. Era lì, mogio, con lo sguardo fisso in una direzione.
Spostando lo sguardo nella direzione di quello del bambino videro un gruppo di bambini che faceva le capriole nel prato.
Si rigirarono a guardare il bambino, e lo videro che fissava i bambini che giocavano.
E piangeva.
Sua madre se ne accorse, e, dopo avergli dato una carezza, lo portò via.
ROSMUNDA e SIGISMONDO si guardarono, senza dire niente.
Ripresero a camminare verso casa.
Rientrati si abbracciarono e si baciarono, piangendo.
Si erano appena resi conto di aver ucciso un innocente ma, contemporaneamente, si resero anche conto di averlo salvato da un qualcosa di orrendo: il vivere in un mondo diverso da lui, un mondo che lo avrebbe fatto soffrire. Un mondo che difficilmente può essere accettato da un bambino in quelle condizioni.
Piansero lacrime di amarezza: quanto era stata cattiva la vita, con loro. Gli aveva donato un figlio non loro ma, nonostante le buone volontà di volerlo ugualmente, lo aveva fatto nascere gravemente deforme.
Piangevano, sicuri che la loro vita non sarebbe stata più la stessa.
...
Che fine hanno fatto ROSMUNDA e SIGISMONDO?
Dopo un anno di terapia psichiatrica, ROSMUNDA e SIGISMONDO riacquistarono la loro serenità. Hanno trovato un buon lavoro, si sono comprati casa e, dopo tre anni, hanno avuto un bel bambino, ROSALINDO.
Vivono felici, ma si chiedono ancora che ne sarebbe stato di quel povero bimbo mai nato.
Ma sapevano di avergli fatto un favore, seppur con dolore ed amarezza, e ogni tanto si soffermano a guardare il cielo.
C’è una stella che brilla più delle altre, lassù. Loro sanno chi è e sanno che sarà sempre la loro stella guida.
Non smetteranno mai di guardarla e di sentirla parte di loro e, spesso, si ritrovano a piangere mentre la guardano.




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