Non si accetta che la natura possa fare del male
di Carlo Stagnaro
Prima il silenzio. Poi la rabbia. Infine le previsioni. Lo tsunami che ha colpito sei Paesi asiatici non fa eccezione: metabolizzata la drammaticità delle immagini, i commentatori più spregiudicati e quelli meno avveduti si lanciano contro l’Occidente, la ricchezza, il capitalismo.
Non accettano che la natura possa fare di testa propria e, spesso, fare male. Uccidere. Devono trovare un capro espiatorio. In epoca di correttezza politica, nulla è più adatto delle multinazionali del petrolio, le centrali termoelettriche, tutte brutte sporche cose che inquinano e cambiano il clima.
Però, nella grande sinfonia degli ecologisti à la page non mancano le note stonate. Primo, le previsioni tendono a essere sbagliate: quando si azzarda sul futuro di un sistema che non si comprende, del resto, è difficile imbroccarla. Secondo, le previsioni non possono dar conto dell’incertezza riguardo i progressi tecnologici. Terzo, il dato scientifico viene spesso piegato a scopi grettamente politici.
La storia è piena di profezie clamorosamente smentite dai fatti. Nel 1905, il presidente americano Teddy Roosevelt spaventò il Congresso: “l’esaurimento della legna è inevitabile”. Nel 1968 Paul Ehrlich evocò una carestia mondiale entro la fine degli anni ’70. Nel ’72 il Club di Roma preconizzò un drastico declino della popolazione entro fine secolo. Nel 1980 il rapporto Global 2000 voluto dal presidente Carter temeva l’esaurimento delle scorte alimentari. Nel 1987 la commissione dell’ONU guidata da Gro Harlem Brundtland (direttore generale dell’OMS) avvertiva che la vita sul pianeta Terra era in grave pericolo. E via via fino ai menagrami che, oggi, evocano ondate anomale più frequenti in ogni angolo del globo.
Queste rivelazioni sono tutte sbagliate. Riguardano dinamiche troppo complesse. Per stare al clima, nel 1988 James Hansen, il climatologo che innescò l’isteria sull’effetto serra in un’audizione al Senato americano, parlò di un probabile aumento della temperatura media di 0,35 gradi nell’arco del decennio successivo. Oggi sappiamo che mancò il bersaglio con un errore del 300%: il riscaldamento osservato fu appena di 0,11 gradi.
D’altronde, le proiezioni spesso trascurano il semplice fatto che la tecnologia e le abitudini umane ecolvono. Chi afferma che le automobili inquinano e investono molta gente non considera il rovescio della medaglia. Prima, nella sola New York, le strade erano infestate dalle carcasse di 15 mila cavalli all’anno; le vittime degl’incidenti ippici erano 750 mila. Ciascun equino, poi, produceva una quindicina di chili di letame al giorno. Senza contare che spostarsi in auto è più facile, comodo e veloce che galoppare da un luogo all’altro.
Un approccio razionale deve considerare i costi e i benefici di una qualunque tecnologia rispetto alle altre possibilità: dire che X causa certi costi senza tener conto che l’alternativa a X ne determina di più è un comportamento da faciloni o da imbroglioni. La ricerca scientifica sul mutamento del clima ha fatto molti passi avanti ma non abbastanza da consentirci di prendere decisioni. Questo gli ecologisti lo sanno bene: infatti cercano sempre di condire le loro tesi con immagini sensazionalistiche.
Lo teorizza Nick Drake, il “grande capo verde” protagonista dell’ultimo romanzo di Michael Crichton, State of Fear: “gli scienziati non possono più adottare questa condotta altezzosa. Non possono dire: ‘Io mi occupo di scienza e non m’interesso di come sarà usata’. E’ irresponsabile. Perfino in un settore apparentemente oscuro come quello della geologia dei ghiacciai. Perché, che vi piaccia o no, siamo nel bel mezzo di una guerra, una guerra globale dell’informazione contro la disinformazione”. E in guerra, si sa, tutto è lecito.
Anche speculare sulle vittime di una tragedia senza precedenti.
(Da L'Indipendente, 30 dicembre 2004)


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