Scrive Federico Zeri in "Orto aperto": In grandiosi sarcofagi di porfido venivano sepolti gli imperatori del tardo Impero: tale era, presso la chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, quello di Costantino il Grande (con molta probabilità lo stesso oggi nell’atrio della locale chiesa di Sant’Irene), mentre un curioso esemplare, con gli spigoli cilindrici del cortile del Museo Archeologico della città turca, quasi certamente fu destinato alle spoglie di Giuliano l’Apostata.
L'interessante sito http://www.imperiobizantino.com/aguado2.html riporta, in scarne notizie, la stessa ipotesi: la tomba dell'imperatore Flavio Claudio Giuliano svetterebbe davanti al Museo Archeologico di Costantinopoli.
La morte di Giuliano Imperatore
Nell’anno 363 d.C. l’imperatore era impegnato contro una difficile campagna contro i parti del re Shapur II (Sapore) sulle sponde del fiume Tigri.
Pur essendo impegnato duramente nelle mansioni di comando, Giuliano, sulle orme di Alessandro Magno e forse seguendo l’esempio di Plotino (che aveva seguito l’imperatore nella speranza di attingere alle fonti della Sapienza Indù) sognava, come riferisce Libanio, i placidi fiumi dell’India.
In seguito alla violenta battaglia di Madaura nella quale i legionari romani avevano avuto ragione delle schiere nemiche a Giuliano, dopo una notte inquieta passata a scrivere e meditare, apparse il Genius Publicus, ma questa volta, al contrario di quando lo aveva visto nel palazzo di Lutetia, aveva il capo velato ed appariva triste e malinconico rifiutandosi di rivolgere al suo protetto uno sguardo incoraggiante ma anzi uscendo mestamente dalla tenda del condottiero.
Il giorno seguente l'imperatore, incurante del responso negativo degli auruspici etruschi, ordinò che l’esercito si rimettesse in marcia.
Questo, poco dopo, venne attaccato dai persiani in più punti e Giuliano si precipitò nelle zone dov’era più accesa la mischia trascurando, nella fretta, d’indossare la lorica e munito solo di un leggero scudo.
La fanteria leggera romana riuscì a prevalere sulla pesante cavalleria persiana e l’imperatore, incurante del pericolo si gettò all’inseguimento dei fuggitivi.
Ma, narra lo storico Ammiano Marcellino, “improvvisamente, non si sa donde provenisse, una lancia della cavalleria gli sfiorò il braccio ed attraverso le costole gli si conficcò nei lobi più bassi del fegato”.
Non si seppe mai chi lanciò quella lancia, ma si esclude che fosse un persiano poiché lo stesso Ammiano narra come i persiani apostrofarono i romani con parole offensive, accusandoli di essere i perfidi assassini di un ottimo sovrano, avendo ascoltato la voce dei disertori secondo la quale Giuliano era caduto colpito da lancia romana.
Lo stesso Libanio riferisce come nessun soldato persiano si sia recato a reclamare il premio che Sapore aveva promesso per chi avesse ucciso l’imperatore, ritenendosi certo che l’autore fosse stato un cristiano (in seguito presso i cristiani di Siria prese corpo la leggenda di Mercurio il cristiano che uccise Giuliano su ordine del cielo).
Il principe cercò di estrarre la lancia dalla ferita ma, sopraffatto dal dolore, svenne e fu portato immediatamente nella sua tenda.
Una volta ripresa conoscenza domandò subito le armi e la cavalcatura per riprendere a combattere ma svenne un'altra volta.
Volle poi chiedere al prefetto Sallustio che era accorso al suo capezzale notizie su Anatolio un suo caro amico che amava particolarmente; quando Sallustio rispose che era tra i beati, Giuliano, impassibile di fronte alla propria sorte, pianse amaramente l'amico e, per l'emozione, piansero anche tutti i presenti.
In questo momento di scoramento generale l'imperatore riacquistò la fermezza di un tempo "E' un'umiliazione per noi tutti -disse- piangere per un principe la cui anima sarà ben presto in cielo a confondersi con il fuoco delle stelle".
Conosciamo il testo di un oracolo che gli fu letto in punto di morte dai suoi consiglieri spirituali:
Quando avrai sottomesso al tuo scettro la razza Persiana,
inseguendoli fino a Seleucia a colpi di spada,
Allora salirai all'Olimpo su un carro di fuoco,
che i turbini della tempesta scuoteranno.
Liberato dalla dolorosa sofferenza delle tue membra mortali,
Raggiungerai la luce eterea della corte reale di tuo padre,
da cui ti allontanasti un tempo, venendo a dimorare nel corpo di un uomo.
Queste letture e le successive conversazioni con Prisco e Massimo sull'immortalità dell'anima e sull'aldilà confortarono Giuliano che con stoica imperturbabilità si preparò al trapasso; sentendosi soffocare chiese da bere e appena scostò la coppa dalle labbra cadde morto.
Aveva appena 32 anni e il suo regno era durato venti mesi.
Personalmente non sono in grado di valutare la veridicità dell'ipotesi del Prof. Zeri, ma mi piace immaginare che quel muto sarcofago, dalla polvere dei secoli, sia salda testimonianza di un sogno non ancora svanito...






Rispondi Citando
