1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

(1Cor 13)

Queste parole di San Paolo voglio lasciarvi per questo scorcio di 2004 e per questo imminente 2005. Una sola avvertenza, sostituite la parola carità, che tanto ci fa pensare alla monetina data al povero davanti la chiesa, con la parola più bella del vocabolario: Amore. E allora sì che avrà più senso, allora sì che ci riconosceremo tutti in questa magnifica pagina di San Paolo. Ma sono sicuro che mentre leggiamo queste splendide parole nella nostra mente tornano le immagini della tragedia che si sta consumando in quella parte così povera del nostro disgraziato pianeta. E come se non bastasse ci ritornano in mente i bambini martiri di Beslan, di cui non si parla già più, e la spirale di violenza inaudita che investe l’Iraq. Qualcuno allora si scoraggerà, e dirà: “dov’è finito l’Amore?”
L’Amore non è sparito, perché non può sparire. “L’Amore non avrà mai fine” (1Cor 13,8). L’Amore aspetta solo di essere riconosciuto e può riconoscerlo soltanto chi ama con lo stesso Amore che Dio ha per noi. Bisogna credere all’amore, bisogna soprattutto sperimentarlo. E il luogo vero di questa “sperimentazione”, particolarmente per i cristiani, è l’altro. L’incontro con gli altri. E in questi tempi di morte è bene ricordarci che questi “altri” li incontreremo nuovamente dopo la resurrezione della carne. Nella resurrezione della carne avremo ognuno di noi la nostra identità. La resurrezione non è solo il prolungamento della vita dell’anima, ma anche quella del corpo. Non la rianimazione di un cadavere: la trasfigurazione in un corpo glorioso della nostra storia, di come eravamo quaggiù. Il bene, il male, le gioie, i fallimenti, la nostra intelligenza, le nostre attitudini, tutto sarà trasformato e, come dice Giovanni nell’Apocalisse, vivremo nella città di Dio. Lì, persino i nostri amori sbagliati di questa terra saranno trasfigurati: e ameremo bene, con ordine, in pienezza. E’ una follia pensarlo; ma è così. Questo è soprattutto quello che si chiede di credere a un cristiano. Oggi, sempre. Non ci sono altre cose da credere. L’amore di Gesù per l’uomo era talmente profondo che ha sconfitto la morte. Oggi, i cristiani se la sono dimenticata questa parola: la parola Amore. Invece, “Dio è amore” (1Gv 4,8). Chi fa un’esperienza d’amore, fa l’esperienza di Dio…
Allora per questo 2005 e per il resto dei giorni di questo nostro pellegrinaggio terreno auguriamoci di credere, di sperare ma soprattutto auguriamoci di amare. Amiamo, amiamoci “perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7-8).