L'estremismo è paura della politica
Luciano Lanna
Che l'estremismo fosse una malattia infantile lo sapevamo sin da quando Lenin aveva stroncato con questa definizione una certa tendenza più psicologica che politica dell'intero ideologismo novecentesco. Adesso, alla luce dell'attraversamento e del superamento delle stesse contraddizioni non risolte del secolo scorso, ci rendiamo conto che forse si tratta anche d'altro, in particolare di una vocazione tendenziale al minoratismo e all'antagonismo che contribuisce a dar corpo al magma composito di quell'antipolitica che sta registrando una fase di popolarità nelle società postmoderne. Ci aiuta a rendercene consapevoli un recente libro di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo da qualche giorno in libreria e completamente dedicato al versante di estrema destra di questa diffusa tendenza: L'orda nera (Rizzoli-Bur, pp. 222, € 9,80). Dei due autori, Fasanella è un giornalista del settimanale Panorama e già autore di diversi saggi tra cui l'interessante Guerra civile (scritto insieme a Giovanni Pellegrino), la Grippo è una insegnante che si occupa di ricerche storiche sull'Italia contemporanea.
Dal loro comune lavoro è scaturita una ricerca accurata e documentata, non esente da qualche critica e di qualche errore che poi rileveremo, ma nel complesso utile per l'impianto interpretativo di fondo che, come anticipavamo, include la fenomenologia studiata all'interno dell'orizzonte dell'antipolitica d'inizio millennio. Cosa potrebbe unificare infatti le sigle, i linguaggi, i presupposti antropologici, la sensibilità e lo sguardo sulla realtà contemporanea espressi dai fenomeni descritti e raccontati dai due autori del saggio? Nient'altro che il rifiuto della politica intesa etimologicamente e appropriatamente come sforzo di "uscita dalla casa" e "contaminazione". Ce lo hanno del resto spiegato Heidegger e Hannah Arendt: c'è una vocazione pubblica che spinge, in chi avverte seriamente il richiamo politico, a uscire dalle sicurezze domestiche per abitare e vivificare la città, la polis. Non a caso, per contrasto, l'area antagonista presa in esame da Fasanella e la Grippo ama invece definirsi «identitaria», attraverso un neologismo ricorrente fino all'ossessione e che niente ha a che vedere con la difesa pluralista delle identità e delle differenze, a che vuole solo sottolineare orgogliosamente il legame con le proprie sicurezze pre-politiche, etniche, religiose, localistiche, da difendere a ogni costo «dagli attacchi esterni e dai rischi di contaminazione». È quindi del tutto naturale che questa sensibilità, come leggiamo ne L'orda nera, reagisca immediatamente contro posizioni che puntano a determinare processi politici: «Capita per esempio quando Gianfranco Fini, non ancora presidente della Camera, rilascia una sorprendente intervista a Panorama. Alla domanda: "Lei crede nella contaminazione?", risponde senza alcuna esitazione: "Integrare vuol dire abbattere muri e barriere, dunque non pèuò che essere frutto di una contaminazione. Non dobbiamo temere il diverso". E appare ancora più trasgressivo quando affronta il tema della libertà religiosa nelle scuole italiane. "E se un bimbo musulmano volesse studiare il Corano?" domanda il cronista. E Gianfranco Fini risponde: "Penso che avrebbe il diritto di farlo, come materia facoltativa"». Posizioni e tesi troppo fastidiose quando, come scriveva il sociologo Valerio Marchi citato nel libro, «ci si sente come un guerriero assediato nel proprio forte, ci si rinchiude nel proprio castello in assetto di guerra, pronti a difendere il proprio territorio da ogni presenza estranea, da ogni possibile contaminazione». E torniamo quindi a quella grande paura dell'alterità, della pluralità, del contaminarsi che è insomma la chiave psicologica di questo approccio alle cose e al mondo.
Uno dei meriti dei due autori è infatti quello di collocare la genesi storica di questa fenomenologia all'interno delle aree di disagio sociale tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, soprattutto in Gran Bretagna e in Germania. Quando, ad esempio, le crew (ciurme) per la difesa del territorio a Londra manifestano contro i pakistani e gli indiani. O quando si diffonde nelle periferie europee la "cultura del muretto", cioè il presidio di una determinata zona da parte di piccoli gruppi organizzati che si ritrovano sempre negli stessi punti della città. C'è al fondo un'idea del rapporto identitario con il territorio che tende a tradursi in ostilità nei confronti degli stranieri, dei nuovi arrivati, di chi propone altre culture. Ci si sente come in una cittadella assediata e la minaccia evocata si chiama ibridazione o meticciato. Che poi, in Italia, queste pulsioni si incontrino con le elaborazioni di una certa destra radicale, è un dato ulteriore che complica il quadro. C'è di mezzo la cultura espressione di un periodo, gli anni Settanta, in cui alcuni ambienti avevano finito per interiorizzare la logica del ghetto. Una caratteristica che oltretutto, come spiegò in un suo saggio davvero illuminante il compianto Giano Accame, la rendeva "altra", quando non si segno diametralmente opposto rispetto alla stesso fascismo che invece «con la sua concezione attivistica, volontaristica vitalistica aveva piuttosto tolto a una certa simbologia i tratti pessimistici e funerei». Messi con le spalle al muro, costretti a vivere pericolosamente, certi ambienti si chiusero infatti negli anni Settanta a tradire la stessa vocazione originaria per la politica. La testimonianza per la testimonianza, il pessimismo tragico, la militanza intesa come impegno del cosiddetto "soldato politico", l'impoliticità diventano i tratti tipici di alcuni ambienti: «Essa è tipica - scriveva a metà degli anni Ottanta Monica Zucchinali - di quei nuclei che si trovano a operare in condizioni di grave pericolo oppure di ristretta minoranza (o entrambe le cose). La si ritrova come paradigma più classico in alcune figure storiche che hanno combattuto battaglie tanto coraggiose quanto perdenti. Ce n'è d'avanzo per affascinare un mondo che spesso è consapevole di svolgere un ruolo di testimonianza». Tutto il contrario, appunto, di quella vocazione alla politica che recentemente Ernesto Galli della Loggia ha rilevato nei cosiddetti "strappi" emersi negli ultimi anni nella destra italiana: «È infatti proprio della cultura politica da cui discende - ha scritto - la disponibilità a una doppia declinazione di destra e di sinistra, a fare corpo, mischiandoli, con contenuti appartenenti a universi ideologici differenti». Quella contaminazione, quindi, tenuta dai cosiddetti "identitari". Non è casuale d'altronde che il saggio di Fasanella e della Grippo si apra proprio con la fine dei muri che avevano bloccato per decenni la politica e l'avvio, intorno al 1993, di nuovi percorsi: «Il vecchio mondo è è appena crollato sotto le picconate della folla festante radunata davanti al Muro di Berlino, per decenni il simbolo dell'odio politico-ideologico, della divisione del mondo in due blocchi radicalmente contrapposti: di qua il Bene, di là il Male. E anche in Italia la vecchia politica è già ridotta a un cumulo di macerie, rasa al suolo dall'ondata di Mani Pulite. La geografia dei partiti sta cambiando, nuove forze stanno per entrare in gioco. È la grande occasione anche per la destra postfascista del Msi, che ha finalmente la possibilità di uscire dal ghetto in cui lan storia l'aveva rinchiusa». E, ancora, la contaminazione è il criterio su cui muoversi. «Il nostro patrimonio - dice Fini a Fiuggi - è intessuto di quella cultura nazionale che ci fa essere figli di Dante e di Machiavelli, di Rosmini e di Gioberti, di Mazzini e di Corradini, di Croce, di Gentile e anche di Gramsci...». Annotano i due autori: «La linea è tracciata, il percorso, per quanto di preannuncia accidentato, sembra ormai senza ritorno».
Di contro a questo percorso emerge nella società un'area estremista, radicata comunque nel territorio, presente nelle aree di disagio e sul web, diffusa anche in ambienti non certo politici: dalle curve delle tifoserie calcistiche ad alcuni ambienti studenteschi, dalle aree del disagio xenofobo ai movimenti di protesta sociale. Si ispirano al modello esistenziale del militante identitario - «ci prepariamo costantemente a un eventuale scontro», dice un ultras citato nel libro - e «nell'inevitabile passaggio verso la società multietnica reagiscono alle sollecitazioni esterne come soldati assediati in un fortino da difendere sino alla fine».
Il collante di queste tendenze è nel suo complesso una xenofobia più o meno esplicitata. E le ultime elezioni europee hanno fatto registrare la diffusione in tutto il Continente di soggetti partiti estremisti e populisti ispirati a questo atteggiamento. Proprio ieri a Bruxelles è stata, ad esempio, presentata l'Alleanza europea dei movimenti nazionali, formazione nata il 24 ottobre a Budapest. Tra gli aderenti Jean-Marie Le Pen e Bruno Gollnisch per il Front National francese, Nick Griffin per il British National Partye Zoltan Balczo degli ungheresi di Jobbik, oltre ad altri gruppi. «La nostra libertà è identità», spiega per tutti Griffin. In Italia il riferimento politico considerato più vicino è quello di alcuni esponenti della Lega Nord. Illuminante, in proposito, è il discorso del leghista Mario Borghezio, sorpreso nel settembre 2008 in un esplicativo fuorio onda durante un meeting organizzato da Nissa Rebela, uno dei più attivi movimenti di questo universo estremista, il Partito identitario per l'indipendenza di Nizza: «In quell'occasione - si legge ne L'orda nera - convinto di non essere ascoltato da intrusi l'eponente leghista spiegò ai suoi amici l'oltralpe le tecniche da utilizzare per conquistare consensi». Quale questa strategia? «Insistere molto sull'aspetto regionalista del movimento», inserirsi nei gangli della politica territoriale, conquistare i piccoli comuni e da lì allargarsi a macchia d'olio dul territorio nazionale.
Fin qui il libro di Fasanella e della Grippo aiuta a inserire tutta una fenomenologia all'interno di uno stato d'animo psicologica e un approccio che potremmo appunto definire identitario. Ma premesso, come loro sostengono, che comunque si tratta di un mondo sociologicamente informe, poco strutturato, alla continua ricerca di sintesi, non funziona il tono definitivo e di chiusura con cui i due autori giudicano figure, tendenze e fenomeni non sempre uguali e non tutti assimilabili. In particolare, non convicono le pagine su CasaPound e il Blocco studentesco che, seppure emersi all'interno in un contesto culturale per buona parte assimilabile a quello del radicalismo di destra, se ne sono differenziati per tutta una serie di dati oggettivi. Da molti autori di riferimento - da John Fante a Bianciardi, da Jack Kerouac a Palahniuk - sino alle aperture espresse in tema di integrazione e diritti civili, questi ambienti specifici sembrano infatti avanzare verso dimensioni diverse da quelle della xenofobia o del ripiego cosiddetto identitario. E anche per quanto riguarda l'universo dell'estrema destra contemporanea nel suo complesso c'è da ritenere che una politica responsabile deve interpretare e disinnescare prima che ghettizzare. Ha scritto Mario Tronti in riferimento all'estremismo di sinistra (ma la considerazione potrebbe valere senz'altro anche sull'altro versante): «Queste zone di antagonismo e di aggressione dal basso, specialmente a livello di giovani generazioni, non vanno demonizzate e non considerate. Permettono infatti di intravedere bisogni e pressioni che, una volta riconosciute, andrebbero risolte e riorganizzate in altre forme». Vale su tutto una riflessione di Pier Paolo Pasolini che nei suoi Scritti corsari sollecitava proprio a farsi carico anche di queste aree: «Ci siamo comportati - scriveva nei primi anni Settanta - con i fascisti (soprattutto quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare... nessuno di noi ha mai parlato con loro». Ecco, sta nell'assenza di questo approccio il limite più evidente del libro di Fasanella e della Grippo.
Luciano Lanna
13/11/2009