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    Predefinito I martiri della Libertà (1à puntata): Pietro Giannone (1676-1748)

    http://www.eresie.it/id598.htm

    Giannone, Pietro (1676-1748)



    Lo storico e filosofo Pietro Giannone, nato da una famiglia di avvocati ad Ischitella, in provincia di Foggia, il 7 maggio 1676, studiò dapprima sotto lo zio materno, il giurista Gaetano Argento (1661-1730), ed in seguito, all'età di 18 anni, si trasferì a Napoli, dove si laureò in giurisprudenza. Nella capitale campana egli entrò in contatto con l'entourage filosofico napoletano, il cui riferimento era all'epoca Giambattista Vico (1668-1744). Qui egli si interessò alle idee di Cartesio (1596-1650) e di Nicholas Malebranche (1638-1715).
    Oltre agli interessi filosofici, G. si dedicò intensamente agli studi storici e soprattutto alla sua opera storica principale, la cui stesura durò 20 anni, Dell'istoria civile del regno di Napoli, pubblicato in quattro volumi nel 1723 ed altamente apprezzato in Inghilterra, Francia e Germania, dove il libro fu tradotto e ripetutamente pubblicato. In questo lavoro G. descrisse la situazione morale e giuridica del regno napoletano, attribuendo i suoi mali e malesseri all'influenza negativa e alle interferenze della Chiesa, in particolare della Curia romana.
    La reazione ecclesiastica fu immediata e durissima: il libro fu iscritto all'Index librorum prohibitorum e l'autore fu scomunicato: G. dovette lasciare Napoli, in mezzo ad una folla ostile e vociferante, e riparare a Vienna, dove entrò nei favori dell'imperatore Carlo VI (1711-1740) e di altri importanti personaggi della corte imperiale, i quali si diedero da fare per procurargli una pensione cosicché egli potesse proseguire senza problemi nei suoi studi storici e filosofici.
    Fu perfino riammesso alla Chiesa cattolica da parte dell'arcivescovo di Napoli, in visita a Vienna, ma nel 1734, in occasione dell'elezione di Carlo VII di Borbone a re di Napoli (1734-1759), si cercò di indurlo a rientrare a Napoli togliendogli la pensione. Egli infatti tentò il ritorno in patria, ma l'ostilità della Chiesa lo costrinse a riparare a Venezia. Qui G. fu accolto positivamente e gli furono perfino offerti una cattedra alla facoltà di giurisprudenza dell'università di Padova e il posto di consulente in legge della Serenissima Repubblica: tuttavia ambedue furono da lui rifiutati. Poco dopo, il governo veneziano, sospettando che le sue idee sul diritto marittimo non fossero in linea con la politica estera della Repubblica, lo fece controllare da vicino da una rete di spie. G. cercò di ringraziarsi il governo con il trattato Lettera intorno al dominio del mare Adriatico, ma il 23 settembre 1735 fu espulso.
    Vagò allora, sotto mentite spoglie, tra Ferrara, Modena, Milano e Torino, finché, tre mesi dopo, arrivò a Ginevra, ospite di un libraio della città. E qui compose il suo principale lavoro filosofico, con un forte connotato anticlericale, il Triregno, ossia del regno, della terra e del papa (inedito fino al 1895), una filosofia della religione, fondamento del regno terreno degli antichi, base del regno celeste del Cristianesimo, per essere poi rovinata dal regno papale.
    Ma, il 1 aprile 1736, giorno di Pasqua, G. ebbe la fatale idea di accettare l'invito a partecipare alla messa di Pasqua in un villaggio cattolico della Savoia: era una trappola. Fu infatti catturato da emissari del governo Sabaudo e internato, nell'ordine, nei castelli di Miolans, di Ceva, ed infine di Torino, dove rimase in prigione per i rimanenti 12 anni della sua vita.
    Nella fortezza di Torino G. non perse comunque lo spirito polemico anticlericale, scrivendo un trattato in difesa degli interessi del regno sabaudo contro gli intrighi papali, tuttavia nel 1738 fu costretto a firmare un atto d'abiura delle sue idee più estremiste. Questo gesto però non gli fece guadagnare la libertà ed egli morì il 7 marzo 1748, all'età di 72 anni, sempre nella fortezza-carcere di Torino.
    La maggior parte dei suoi lavori inediti, come l'Autobiografia, I discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio, l'Apologia de' teologi scolastici, l'Istoria del pontificato di Gregorio Magno, l'Ape ingegnosa, fu pubblicata postuma.

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  2. #2
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    http://www.anticlericale.net/modules...rticle&sid=173

    BENEDETTO CROCE: Discorso parlamentare, 1929: “L’intera verità storica è che il Risorgimento italiano ha tra le sue prime origini alla fine del Seicento e fu segnato dalla lotta e dall’ascensione del pensiero e delle istituzioni laiche di fronte alla Chiesa. Il suo primo grande nome è quello di Pietro Giannone, martire di questa causa, perseguitato, arrestato con inganno, tenuto prigioniero per oltre un decennio, e morto in prigione. Questo tratto originario della muova Italia non si perse mai, neppure quando si formò un partito nazionale-liberale-cattolico che accolse uomini insigni, da tutti ancor oggi ricordati e venerati, e un poeta che chiamò Alessandro Manzoni. Quel partito giova ricordarlo, non venne respinto e condannato dai liberali, ma dalla Chiesa”.

  3. #3
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    http://groups.msn.com/CentroStudiGiu...schitella.msnw

    Il luogo della memoria ritrovato è la piccola Ischitella del tempo in cui Giannone vi nacque, nel 1676. Trent’anni prima, questo piccolo paese dell’entroterra garganico era stato quasi cancellato da un distruttivo terremoto. Sarnelli, nella sua Cronologia dei vescovi et arcivescovi sipontini del 1680, attesta che in quel drammatico evento si registrarono 92 vittime. Solo 26 case rimasero in piedi. Il borgo, allora, era abitato da 1235 anime. Giannone vi nacque da “buoni e onesti parenti”. Ad Ischitella visse per ben diciotto anni, ma le dedicò soltanto poche righe nella “Vita, scritta da lui medesimo”. Non sappiamo il perché dell’omissione. Questo “poco attaccamento alla sua terra d’origine” gli verrà rimproverato da Michelangelo Manicone che all’amato Gargano dedicò i cinque libri della “Fisica Appula”. Un fatto che marcherà la differenza fra i due intellettuali. Ma Giannone ha segnato la storiografia: smascherò il potere religioso, mostrando la sua invasività in quindici lunghi secoli di potere. Filippo Fiorentino, nel suo Laboratorio, ci ha narrato come, di fatto, lo destrutturò. E come, a causa di questo suo imperdonabile “peccato”, fu imprigionato e lasciato morire nelle fredde carceri sabaude, in un lontano giorno del 1748, dopo aver segnato il ristabilimento, nella Storia, delle “regole del gioco”. La sua historia tutta civile, senza strepiti di battaglie, tutta nuova, di documentazione che sostiene una visione laica, fu espressione delle tesi dei ceti più avanzati del tempo. Il clima culturale della Napoli del 1714-48, lungi dall’essere stantio, espresse una vivacità intellettuale elitaria fra le più forti a livello europeo, non fu affatto la cultura angustiante cui gli stereotipi l’hanno confinata. Nel Settecento vi fu un vero e proprio movimento di unificazione della cultura e quella pugliese appare come complementare alla cultura della capitale e dei centri maggiori d’Europa. Un vivace movimento di idee, al passo con l’Europa più avvertita, attraversò il regno di Napoli. Giannone ne fu il capofila. Dal suo pensiero trarranno leva metodologica tutti coloro che vorranno combattere i poteri che non incarnano la volontà popolare. Dalla sua analisi emergerà la tesi giurisdizionalista che farà scoppiare la grande contraddizione della Chiesa/Istituzione, “potere umano non legittimato né da Dio né dagli uomini, che gestiva i 4/5 del reddito dello Stato”. Il pensiero del Giannone rispose ad una precisa esigenza storica: fornì le armi giuridiche sia al governo vicereale sia ai futuri principi riformatori, creatori dello stato moderno. Per abbattere definitivamente le prerogative dei ceti privilegiati e le concessioni d'origine feudale. Ecco perché, se da una parte Giannone venne esaltato come “apostolo” della libertà dello Stato, dall'altra suscitò odi feroci, e fu costretto a lasciare l'Italia. Ingiustamente, venne “arrestato” come un ladrone e incarcerato. Nel 1734 il Regno di Napoli passò sotto l’illuminato governo di Carlo III di Borbone, che non riuscì nell’intento di farlo liberare dalle prigioni sabaude. Nel 1769Bernardo Tanucci assegnò una cospicua pensione al figlio di Pietro Giannone. Postuma. Fu il riconoscimento fattivo “al figlio dell’uomo più grande, più utile allo Stato, più ingiustamente perseguitato che il reame di Napoli abbia prodotto in questo secolo”.

  4. #4
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    http://www.bioinfovet.unimi.it/sito1...sia/pietro.htm

    PIETRO GIANNONE

    Storico e scrittore politico nato a Ischitella (1676) morto a Torino (1748).

    Gli studi giuridici e le dispute che allora divampavano nel Regno, accentrarono gli interessi di G. sul problema dei rapporti tra Stato e Chiesa che costituiscono il filo conduttore della sua Istoria Civile del Regno di Napoli (1723), narrazione delle vicende politiche, giuridiche, culturali e religiose dell’Italia Meridionale dalle origini del Cristianesimo alla fine del Sec. 17°.

    La forzata subordinazione dei molteplici motivi di una storia così varia ai problemi giurisdizionali; la stretta configurazione dello Stato come bene assoluto e della Chiesa come male e regresso; la compressione entro questo schema di personaggi storici, a seconda che parteggiassero per l’uno o l’altro dei due istituti; la non infrequente forzatura delle fonti: sono tutti limiti del valore storiografico dell’opera.

    Ma accanto e al di sopra di essi – ai quali peraltro si accompagna il merito di aver allargato i limiti della vecchia storia politica ad una più comprensiva storia della civiltà, precorrendo così il Voltaire – va considerato il fine proprio dell’opera come gigantesto pamphlet o requisitoria contro gli abusi della Chiesa e come tale essa, intesa a rivendicare l’origine del potere civile direttamente da Dio, e a negare quindi che la Chiesa potesse avere influenza fuori dalla sfera spirituale – costituisce, per abbondanza del materiale, la ricchezza delle argomentazioni la serrata concatenazione della tesi, un culmine che può dirsi insuperato.

    Da ciò la sua fortuna europea (fu presto tradotta in francese, inglese e tedesco) e la violenta reazione della autorità ecclesiastica che costrinsero G., scomunicato, a rifugiarsi a Vienna (1724), dove attese a continuare una serie di scritti minori (Sulle scomuniche invalide, Sulla apostolica legazia, Professione di fede, Risposta alle "Annotazioni" del Paoli, Sull’arcivescovato beneventano, ecc. :1723-34) nei quali ribadiva quel programma di progressiva demolizione delle prerogative ecclesiastiche – dall’exequatur, alla censura, dal foro ecclesiastico all’inquisizione, ecc. – che l’anticurialismo napoletano attuò nel settantennio successivo.

    Negli stessi anni componeva il Triregno: opera non destinata alla pubblicità (venne alla luce nel 1895), nella quale G. afferma che nell’antichità (il regno terreno) non erano noti i dogmi della vita eterna e della resurrezione della carne: dogmi proclamati da Cristo ai quali si riduce l’essenza del Cristianesimo puro (regno celeste); ma intorno ad essi la gerarchia ecclesiastica intesse una tal serie di abusi da restaurare un nuovo regno terreno, più pagano dell’antico (regno papale).

    E però il G. auspica nel Triregno la soppressione del papato e della gerarchia, come sola via che possa permettere l’esplicazione piena della sovranità laica.

    Passata Napoli ai Borboni (1734), il G. tentò di ritornarvi ma, le ostilità sollevategli contro dalla Chiesa lo costrinsero a rifugiarsi a Ginevra (1735): donde venne attirato con un tranello negli Stati Sabaudi ed arrestato (1736).

    Costretto a perpetua prigionia ed a firmare un atto d’abiura, trascorse gli ultimi anni nelle carceri sabaude occupando il "disperato ozio" nella composizione di un’Autobiografia e di minori opere storiche.

  5. #5
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    IPAZIA DI ALESSANDRIA, filosofa pagana.

    IPAZIA DI ALESSANDRIA: MARTIRE PAGANA



    Il 30 aprile del 311 Galerio, a nome anche di Costantino e di Licinio, emanò l'editto di Nicomedia. Galerio decretò la fine degli editti di Diocleziano, riconobbe ai cristiani libertà di culto e di riunione, restituì alle chiese i beni non ancora alienati dopo la confisca, ordinò la ricostruzione delle chiese. Il cristianesimo divenne ufficialmente religio licita.

    Con Teodosio il cristianesimo divenne religione di stato e, nel 392, la religione romana venne proibita, pena la morte.

    In ottant'anni i cristiani riuscirono ad impadronirsi del vertice dell'Impero Romano e si trasformarono in accaniti persecutori dei fedeli di quella religione i cui valori avevano dato vita alla grandezza di Roma e dell'Impero.

    Nel 410, appena 18 anni dopo la proibizione della religione romana, Alarico e i visigoti mettevano a sacco Roma.

    Pochi decenni ancora e l'Impero sarebbe giunto alla fine.

    All'inizio del V secolo i fedeli dell'antica religione non avevano più né templi, né clero, né statue, né riti. Rimaneva loro lo spazio della scienza e della filosofia.

    Alessandria era stata, fin dal tempo dei Tolomei, un grande centro culturale. Basti ricordare che vi avevano studiato e insegnato Eratostene, Archimede, Euclide, Tolomeo, Plotino.

    Ipazia aveva tutte le caratteristiche per essere odiata dai cristiani: donna, pagana, scienziata di grande fama e guida della scuola filosofica neoplatonica di Alessandria.

    Nel 415 i cristiani di Alessandria, forse mossi dal proprio vescovo Cirillo, l'aggredirono, la tormentarono crudelmente, la trascinarono per le vie della città, la fecero a pezzi ed infine la bruciarono.

    Scrisse Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu: "E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono 'il nuovo Teofilo' perché aveva distrutto gli ultimi resti dell'idolatria nella città". (Nel 391 il vescovo Teofilo aveva guidato personalmente i cristiani all'assalto del tempio di Serapide cui era seguito l'incendio della Biblioteca di Alessandria).



    Località: Egitto - Alessandria

    Epoca: 415 d.C.



    Ipazia di Alessandria


    Ipazia (370-415) visse al tempo dell'imperatore d'Oriente Arcadio (377-408) e di suo figlio Teodosio II (401-450).

    Secondo il Suda, enciclopedia bizantina del X secolo, era figlia di Teone, geometra e filosofo, ultimo direttore del Museo di Alessandria.

    Ipazia fu nota per il suo sapere nel campo della matematica, dell'astronomia e della filosofia platonica.

    Fu a capo della scuola neoplatonica di Alessandria.

    Tra i suoi allievi ebbe Synesius di Cirene che intorno al 410 divenne vescovo cristiano di Tolemaide (odierna Tolmeita, o Tulmaythah in Libia).

    Ipazia era pagana.

    Opere di Ipazia

    Tra le opere di Ipazia si annoverano:

    Un Commentario sull'Arithmetica di Diofanto di Alessandria
    Un Commentario sulle Coniche di Apollonio di Perga
    Inoltre Ipazia provvide a curare l'edizione di un'opera di suo padre: il Commentario sull'Almagesto di Tolomeo.

    L'ambiente di Alessandria

    Con il terzo editto del 391 dell'imperatore Teodosio la persecuzione anti-pagana s'intensificò e molti cristiani si sentirono autorizzati ad iniziare la distruzione degli edifici pagani.

    Ad Alessandria il vescovo Teofilo avviò una sistematica campagna di distruzione dei templi.

    Il tempio di Serapide, divinità greco-egizia che riuniva in sè Zeus ed Osiride, venne assediato dai cristiani. Il vescovo Teofilo ed il prefetto Evagrio, insieme con gli uomini della guarnigione militare, iniziarono l'opera di demolizione. Il vescovo Teofilo volle dare il buon esempio dando il primo colpo contro la colossale statua del dio Serapide.

    Durante l'operazione di repressione religiosa la famosa biblioteca di Alessandria fu incendiata dai cristiani.

    Nel 412 Cirillo prese il posto dello zio, il vescovo Teofilo, e divenne patriarca di Alessandria.

    Il prefetto di Alessandria Oreste ebbe dei contrasti con Cirillo e fu amico di Ipazia.

    Il martirio di Ipazia

    Nella primavera del 415 una banda di monaci cristiani catturò Ipazia per strada, la colpì e trascinò il suo corpo fino in una chiesa dove la sua carne venne fatta a pezzi con tegole acute e i suoi resti bruciati.

    Alcuni dicono che il vescovo Cirillo fu responsabile di questo atto oltraggioso.

    Imperatore era il minorenne Teodosio II, reggente era sua sorella Pulcheria.

    Cirillo (375-444) venne fatto santo e nel 1882 fu dichiarato dottore della chiesa cattolica.

    La fuga da Alessandria

    Dopo l'assassinio di Ipazia i suoi allievi abbandonarono la città. Alessandria perse definitivamente il suo ruolo di centro culturale.

    Versioni sulla morte di Ipazia

    Si riportano i testi di tre versioni, di cui due di parte cristiana, della morte di Ipazia.

    Vita di Ipazia - Dalla Vita di Isidoro di Damascio, riprodotta nel Suda
    Vita di Ipazia - Dalla Historia Ecclesiastica di Socrate Scolastico

    Vita di Ipazia - Dalla Cronaca di Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu





    Vita di Ipazia - Dalla Vita di Isidoro di Damascio, riprodotta nel Suda

    Damascio (480-550), pagano, fu filosofo neoplatonico, ultimo direttore della Accademia di Atene, soppressa dall'imperatore Giustiniano nel 529.

    "Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata ed istruita. Poichè aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia.

    La donna era solita indossare il mantello del filosofo ed andare nel centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele, o i lavori di qualche altro filosofo per tutti coloro che desiderassero ascoltarla. Oltre alla sua esperienza nell'insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica.

    Fu giusta e casta e rimase sempre vergine. Lei era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei, non fu capace di controllarsi e le mostrò apertamente la sua infatuazione. Alcuni narrano che Ipazia lo guarì dalla sua afflizione con l'aiuto della musica. Ma la storia della musica è inventata. In realtà lei raggruppò stracci che erano stati macchiati durante il suo periodo e li mostrò a lui come un segno della sua sporca discesa e disse, "Questo è ciò che tu ami, giovanotto, e non è bello!". Alla brutta vista fu così colpito dalla vergogna e dallo stupore che esperimentò un cambiamento del cuore ed diventò un uomo migliore.

    Tale era Ipazia, così articolata ed eloquente nel parlare come prudente e civile nei suoi atti. La città intera l'amò e l'adorò in modo straordinario, ma i potenti della città l'invidiarono, cosa che spesso è accaduta anche ad Atene. Anche se la filosofia stessa è perita, il suo nome sembra ancora magnifico e venerabile agli uomini che esercitano il potere nello stato.

    Così accadde che un giorno Cirillo, vescovo della setta di opposizione [il cristianesimo], passò presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano. Quando lui chiese perché c'era là una tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia il filosofo e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dalla invidia che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio che potesse immaginare.

    Quando Ipazia uscì dalla sua casa, secondo il suo costume, una folla di uomini spietati e feroci che non temono né la punizione divina né la vendetta umana la attaccò e la tagliò a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso e disonorevole contro il loro paese d'origine.

    L'Imperatore si adirò, e l'avrebbe vendicata se non fosse stato subornato da Aedesius. Così l'Imperatore ritirò la punizione sopra la sua testa e la sua famiglia tramite i suoi discendenti pagò il prezzo. La memoria di questi eventi ancora è vivida fra gli alessandrini".



    Vita di Ipazia - Dalla Historia Ecclesiastica di Socrate Scolastico


    Socrate Scolastico (380-450), di religione cristiana, di professione avvocato, scrisse la Historia Ecclesiastica in sette libri.

    "Ad Alessandria c'era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni.

    Facendo conto sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza dello sviluppo della sua mente, non raramente apparve in pubblico davanti ai magistrati. Né lei si sentì confusa nell'andare ad una riunione di uomini. Tutti gli uomini, tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l'ammiravano di più.

    Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di riconciliarsi con il vescovo.

    Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un'imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l'assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.

    Questo affare non portò il minimo obbrobrio a Cirillo, e neanche alla chiesa di Alessandria. E certamente nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che permettere massacri, violenze, ed azioni di quel genere.

    Questo accadde nel mese di marzo durante la quaresima, nel quarto anno dell'episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio ed il sesto di Teodosio".



    Vita di Ipazia - Dalla Cronaca di Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu

    "In quei giorni apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici.

    Il governatore della città l'onorò esageratamente perché lei l'aveva sedotto con le sue arti magiche. Il governatore cessò di frequentare la chiesa come era stato suo costume. Ad eccezione di una volta in circostanze pericolose. E non solo fece questo, ma attrasse molti credenti a lei, ed egli stesso ricevette gli increduli in casa sua.

    Un giorno in cui stavano facendo allegramente uno spettacolo teatrale con ballerini, il governatore della città pubblicò un editto riguardante gli spettacoli pubblici nella città di Alessandria. Tutti gli abitanti della città erano riuniti nel teatro.

    Cirillo, che era stato nominato patriarca dopo Teofilo, era ansioso di comprendere esattamente il contenuto dell'editto.

    C'era un uomo chiamato Hierax, un cristiano che possedeva comprensione ed intelligenza e che era solito dileggiare i pagani. Era un seguace affezionato all'illustre padre il patriarca ed obbediente ai suoi consigli. Egli era anche molto versato nella fede cristiana.

    Ora questo uomo si era recato al teatro per conoscere la natura dell'editto. Ma quando gli ebrei lo videro nel teatro gridarono e dissero: 'Questo uomo non è venuto con buone intenzioni, ma solamente per provocare un baccano'.

    Il prefetto Oreste fu scontento dei figli della santa chiesa, e Hierax fu afferrato e sottoposto pubblicamente a punizione nel teatro, sebbene fosse completamente senza colpa.

    Cirillo si irritò con il governatore della città per questo fatto, ed anche perché aveva messo a morte Ammonio, un illustre monaco del convento di Pernodj, ed anche altri monaci.

    Quando il magistrato principale della città venne informato, rivolse la parola agli ebrei come segue: 'Cessate le ostilità contro i cristiani'. Ma essi rifiutarono di dare ascolto a quello che avevano sentito; si vantarono dell'appoggio del prefetto che era dalla loro parte, e così aggiunsero oltraggio a oltraggio e progettarono un massacro in modo infido.

    Di notte posero in tutte le strade della città alcuni uomini, mentre altri gridavano e dicevano: 'La chiesa dell'apostolico Athanasius è in fiamme: corrano al soccorso tutti i cristiani'. Ed i cristiani al sentire queste grida vennero fuori del tutto ignari della slealtà degli ebrei. Quando i cristiani vennero avanti, gli ebrei sorsero e perfidamente massacrarono i cristiani e versarono il sangue di molti, sebbene fossero senza alcuna colpa.

    Al mattino, quando i cristiani sopravvissuti sentirono del malvagio atto compiuto dagli ebrei contro di loro, si recarono dal patriarca. Ed i cristiani si chiamarono a raccolta tutti insieme. Marciarono in collera verso le sinagoghe degli ebrei e ne presero possesso, le purificarono e le convertirono in chiese. Una di esse venne dedicata a S. Giorgio.

    Espulsero gli assassini ebrei dalla città. Saccheggiarono tutte le loro proprietà e li derubarono completamente. Il prefetto Oreste non fu in grado di portare loro alcun aiuto.

    Poi una moltitudine di credenti in Dio si radunò sotto la guida di Pietro il magistrato, un credente in Gesù Cristo perfetto sotto tutti gli aspetti, e si misero alla ricerca della donna pagana che aveva ingannato le persone della città ed il prefetto con i suoi incantesimi.

    Quando trovarono il luogo dove era, si diressero verso di lei e la trovarono seduta su un'alta sedia. Avendola fatta scendere, la trascinarono e la portarono nella grande chiesa chiamata Caesarion. Questo accadde nei giorni del digiuno.

    Poi le lacerarono i vestiti e la trascinarono attraverso le strade della città finché lei morì. E la portarono in un luogo chiamato Cinaron, e bruciarono il suo corpo. E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono 'il nuovo Teofilo' perché aveva distrutto gli ultimi resti dell'idolatria nella città".

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    http://it.news.yahoo.com/050202/98/33l8v.html

    Mercoledì 2 Febbraio 2005, 17:02


    "Ipazia" sempre più autorevole
    Di Informazioni Editoriali s.p.a

    Uno dei libri più interessanti pubblicato nel corso del 2004 da Lampi di Stampa è senza dubbio "Ipazia, scienziata alessandrina" di Adriano Petta e Antoninio Colavito. Ora ne uscirà una nuova edizione che sarà arricchita da una prestigiosa prefazione che porterà la firma di Margherita Hack . Ipazia (370-415 d.C.) erede della scuola alessandrina, filosofa, matematica, fisica, antesignana della scienza sperimentale studiò e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro, fu anche la prima "martire della ragione": venne infatti uccisa sul rogo l'8 marzo del 415 d.C.

 

 

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