Gli storici propongono una visione sistematica del passato, troppo completa, una serie di cause ed effetti troppo esatta e nitida per aver mai potuto esser vera del tutto; rimodellano questa docile materia inanimata, ma anche a Plutarco sfuggirà sempre Alessandro.
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano
L’atteggiamento della storiografia italiana dell’ultima metà del secolo è stato tutta tesa a riscrivere la storia vecchia e nuova seconda una visione prettamente razionalistica e materialistica. Questo è tanto vero che il termine "storicistico" ha assunto il significato di analizzare in modo razionale la storia basandosi sui fatti. Nulla da eccepire se non il significato da attribuire all’espressione "fatti storici", che non possono essere esclusivamente una concatenazione di avvenimenti o episodi posti in successione cronachistica. Non si può prescindere, nella conoscenza di un periodo, dalle spinte ideologiche e spirituali, dai modi di pensare e di vivere delle genti che consumarono le loro esistenze nel contesto storico in questione. E’ infatti molto pericoloso e sbagliato giudicare prima di conoscere a fondo un trascorso in tutti i suoi molteplici aspetti, e sempre bisognerebbe avere una conoscenza tale da penetrare nella mentalità delle persone del periodo; altrimenti si rischia di ragionare con una mentalità che è quella dell’epoca attuale e non di quella passata. Grave è stato, ad esempio, il comportamento della storiografia nei confronti della nostra storia più gloriosa; la centralità dell’Italia nella storia medioevale europea è raramente messa nella giusta luce mentre il vero faro culturale e spirituale di quella che, a torto è definita l’era oscura, fu proprio la penisola italica. Basti pensare a imperatori come Federico II di Svevia che aveva fatto di Palermo la capitale del Mediterraneo, crogiolo della cultura araba ed europea, o a un iniziato come Dante Alighieri, spirito di elevazione eccelsa e cultura universale, che proprio nel medioevo italico mosse i suoi passi. Cosa dire del resto delle spinte patriottiche ed idealiste del periodo risorgimentale? La tendenza generale che traspare è quella di far pensare che l’unità italiana sia stata realizzata più nello studio privato di Cavour e di Napoleone III piuttosto che sul campo di battaglia del Volturno, l’ultima grande battaglia dei mille di Garibaldi nella presa del meridione. Il vero periodo eroico dell’Italia è stato abbassato a evento realizzato sui tavolini delle diplomazie e quando pure si ammette l’importanza delle masse popolari nella realizzazione dell’unità italiana si cercano cervellotiche associazioni coi movimenti socialisti europei, arrivando a dire che i garibaldini vestivano di rosso in associazione al rosso socialista, quando quasi tutti sanno che il vero motivo era che Garibaldi riuscì a comprare a poco prezzo una partita di camicie da macellai, appunto rosse. In questo modo si cerca di trasformare la realtà storica di una "lotta di popolo" in una più bieca e materiale, ma palesemente falsa, visione di un "popolo in lotta". Il periodo forse più travisato è il più recente, e cioè il ventennio del regime. In questo caso l’opinione diffusa è quella del fascismo come "reazione conservatrice alle spinte popolari e sociali". Uno storico controtendenza come Renzo De Felice dice che al contrario non si trattò affatto di una reazione conservatrice ma di una rivoluzione nel vero senso della parola; "non qualcosa di vecchio ma un qualcosa che costituisce una nuova fase della civiltà". De Felice mette in evidenza anche la mobilitazione e la partecipazione attiva delle masse, l’approvazione generalizzata che segnano una differenza sostanziale tra il regime fascista e le dittature militari sudamericane. D’altra parte, come fa notare Stanley G.Payne, docente alla University of Wisconsin e autore di "a History of fascism, 1914-1945", fu proprio la tendenza al modernismo, elemento che distinse il fascismo da tutti gli altri movimenti, anche i più autoritari, ad attirare le simpatie delle avanguardie artistiche. C’è peraltro da chiedersi da dove venga questo atteggiamento da parte dei divulgatori di casa nostra. Non è un mistero che tutto ciò va di pari passo con la distruzione dei valori tradizionali ad opera dei razionalisti e materialisti di sinistra, che con un’opera meticolosa hanno cercato di creare un mondo nuovo e "moderno" ma senza radici e legami con il passato, e la denigrazione della storia eroica del paese e delle sue genti e solo un passo compiuto in tale direzione. L’atteggiamento nei confronti del ventennio fascista, condiviso anche da molti altri schieramenti politici ed ideologici, è stato del tutto particolare: non ci si è limitati a superare il trascorso storico, lo si è voluto cancellare dalla memoria. Per cinquant’anni di fascismo non si è né voluto parlare né scrivere; Sergio Zavoli fu censurato venti anni fa dalla RAI perché aveva prodotto un documentario che trattava del periodo intervistando personaggi appartenenti ad entrambi gli schieramenti che si erano contrapposti. Questo tipo di censura fu esteso a tutti coloro che tentarono di rivalutare o di fare chiarezza su quegli eventi che segnarono la storia italiana. R. De Felice, storico di grande valore, ha espresso tesi revisionistiche sul regime e sulla repubblica di Salò e per questo non solo è stato poco pubblicizzato dai mass-media ma è stato attaccato veementemente da tutta la storiografia di centro e di sinistra. Tutto ciò che apparteneva a quel periodo andava demonizzato e preferibilmente dimenticato; si stravolse la realtà facendo passare per bene ciò che era male e male ciò che era bene. Mi riferisco in particolare alla distorsione degli episodi e dei fatti riguardanti gli ultimi anni della seconda guerra mondiale: ci è stata tramandata, ad esempio, una categoria fittizia, i nazi-fascisti, completamente inventata dopo la fine del conflitto, come afferma ancora De Felice, ad uso strumentale della propaganda comunista. Infatti la categoria rappresenta per di più una contraddizione in termini in quanto non si poteva essere allo stesso tempo nazionalsocialisti e fascisti, essendo questi due fenomeni peculiarmente nazionali e per questo sostanzialmente diversi. Cosa vuol dire poi nazi-fascista? E’ mai forse esistito il partito nazi-fascista o una milizia nazi-fascista? Ovviamente no, è una categoria totalmente inventata. Ancora molto da dire c’è, per esempio, a proposito dell’episodio delle Fosse Ardeatine, nelle quali vennero uccisi 335 civili dai soldati tedeschi; quasi nessuno sa che l’accusa rivolta al maggiore Herbert Kappler, la stessa per la quale il suo aiutante, l’allora tenente Erik Priebke, è sotto processo, è quella di aver ucciso cinque persone, non 335. Difatti la rappresaglia fu eseguita a causa di un attentato dinamitardo, o meglio un agguato visto che dopo lo scoppio i soldati al centro della strada si ritrovarono sotto il fuoco dei colpi sparati dai partigiani nascosti negli edifici circostanti, messo in atto il 23 Marzo 1944 in via Rasella, nel centro di Roma, da un comando dei Gap (gruppi armati patriottici). A seguito dell’attentato rimasero uccisi, oltre a due passanti, tra cui un bambino di 12 anni, 33 soldati altoatesini arruolati nella Sudtiroler Polizei, reparto non operativo delle S.S., e impiegati come piantoni; difatti erano armati solo di pistola. La convenzione di Ginevra stabilisce in questi casi che l’esercito occupante ha il diritto di esercitare la rappresaglia nella misura di uno a dieci; 33 per dieci fa 330. I cinque in più furono dovuti ad un errore dovuto ad un ritardo nella compilazione di una parte delle liste. Senza contare poi che il comando tedesco aveva promesso che se il colpevole dell’attentato si fosse consegnato a loro, non ci sarebbe stata alcuna rappresaglia; ma la medaglia d’oro della resistenza Rosario Bentivegna non si presentò. Vale la pena poi citare l’odioso episodio di piazzale Loreto, dove la gente infierì vigliaccamente sui cadaveri di Mussolini, della Petacci e di alcuni gerarchi. Tale episodio che solo sdegno dovrebbe suscitare, trovò anche chi riuscì a giustificarlo e a ritenerlo eticamente e moralmente corretto: il partigiano Giorgio Bocca, che nel 1977 lo definì "atto rivoluzionario su cui si farà dell’inutile moralismo". La contrapposizione tra gli aderenti alla repubblica di Salò, i cosiddetti repubblichini, ed i partigiani è poi piuttosto strana se si pensa che è luogo comune pensare che i primi, che pure combattevano indossando una divisa, sono i "traditori" ed i secondi, che si confondevano tra i civili all’occorrenza, e che si sono macchiati di assassini inauditi contro civili inermi, spacciando per giustizia proletaria delle comuni vendette, sono gli eroi senza macchia. Non si vuole ammettere che in Italia c’è stata in quegli ultimi anni della seconda guerra mondiale, una vera e propria guerra civile, con due schieramenti contrapposti, e non una guerra di Liberazione. Chiunque combatté lealmente per le proprie idee, indossando una divisa, deve essere degno di rispetto. Non tutti sanno che esisteva un esercito regolare monarchico, alla cui testa c’era il principe Umberto, che combatteva a fianco delle truppe Alleate, perciò la possibilità di indossare una divisa c’era per tutti. Ai partigiani però quella divisa faceva comodo non averla sia perché la maggior parte di loro non combatteva per ripristinare la democrazia ma per costituire uno stato tutto loro, ispirato all’Unione Sovietica, sia perché le loro azioni, spesso di vendetta, sarebbero state più semplici da eseguirsi. L’assassinio di Giovanni Gentile a Firenze fu opera proprio di un gruppo partigiano, ma la guerra non è finita un solo giorno prima perché quel filosofo era stato ucciso. La situazione è stata tale che chi riuscì a vincere non si accontentò di sconfiggere l’avversario ma lo volle cancellare dalla memoria. Questo forse perché la classe politica ed intellettuale della I Repubblica non era certo scevra da collusioni con il passato regime ed anzi alcuni personaggi che hanno anche ricoperto cariche istituzionali erano stati in gioventù o in età matura fascisti. Due esempi: Giorgio Bocca, prima di diventare partigiano, scriveva articoli antisemiti su un giornale locale e G. Spadolini era ritenuto un fascista talmente pericoloso da essere nel mirino dello stesso gruppo partigiano che uccise G. Gentile. Forse era anche per questo che del Fascismo era meglio che non se ne parlasse più.
Gwion




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