Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 16

Discussione: cos'è il terrorismo?

  1. #1
    Super Troll
    Data Registrazione
    02 Mar 2004
    Messaggi
    81,042
     Likes dati
    8,333
     Like avuti
    15,181
    Mentioned
    1125 Post(s)
    Tagged
    60 Thread(s)

    Predefinito cos'è il terrorismo?

    come ho scritto in altro 3d la definizione che ho sempre dato di terrorismo era una cosa del genere:

    io son cresciuto coll'idea che il terrorismo fosse un metodo di lotta che usasse il terrore come forma di pressione nei confronti della popolazione o di elementioperanti nella legittimità di uno stato anch'esso legittimo coll'obiettivo di sovvertire l'ordine costituito.

    terroriste le br che colpivano magistrati politici o poliziotti

    terrorista la cd. eversione (nera deviata o di qualsiasi altra tinta) che metteva le bombe sui treni...

    terroristi i palestinesi di monaco ecc ecc...

    ora, alla luce dei nuovi fatti di politica internazionale, il concetto mi sembra profondamente variato:

    terroristico l'attacco di nassirya (con obiettivo militare)
    terroristici gli attacchi alle truppe usa


    che mi dite?

  2. #2
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    " GNOSIS n. 1/2005


    Ciro SBAILO'

    La nuova sintassi del terrore
    e la crisi dello Stato nazionale


    Gli eventi dell'11 settembre 2001 hanno determinato un cambiamento epocale nella storia dell'umanità che ha totalmente sconvolto i tradizionali concetti di sicurezza, di guerra e terrorismo. Le analisi politiche e strategiche degli attacchi alle Twin Towers e al Pentagono hanno trovato la massima espressione nel rapporto della "Commissione d'Indagine sull'11 settembre" e nella relazione della "Commissione del Senato americano sull'intelligence".
    Dalla loro lettura emerge la necessità di una riforma del modello di intelligence statunitense, che si caratterizzava per l'assenza di coordinamento, la scarsa considerazione delle informazioni e la limitata collaborazione tra le agenzie. Di errori la Intelligence Community ne ha compiuti parecchi (soprattutto nei confronti della minaccia proveniente dai terroristi islamici) anche perchè vittima di inefficienze che, solo attraverso un radicale mutamento del sistema (che parta dalla nascita di una struttura di "supervisione" dei programmi d'intelligence) potranno, in futuro, essere evitati.


    Nuove guerre e nuove minacce

    Gli Stati Uniti dispongono della più raffinata tecnologia del mondo e i loro servizi di informazione e sicurezza sono giustamente leggendari. Eppure il sistema non riuscì a leggere la minaccia dell'11 settembre 2001.






    Esso possedeva gli strumenti di analisi e i dati necessari per prevenire l'attentato. Ma la nuova sintassi del terrore, con aerei pilotati da commando suicida e usati come bombe contro la popolazione civile, mandò in tilt la semantica americana della sicurezza.
    Firmando l'"Intelligence Reform and Terrorism Act" il 17 dicembre 2004, il Presidente Bush ha detto: "la lezione dell'11 settembre 2001 è che l'intelligence americana deve lavorare insieme come un sol uomo".
    In base alla nuova legge ci sarà un "Direttore Nazionale dell'Intelligence" (DNI) che dovrà "unificare" la Intelligence Community (IC) e che curerà il breafing quotidiano al Presidente.
    A lui, dunque, risponderanno le 15 agenzie, CIA compresa, il cui ruolo viene perciò molto ridimensionato.
    Ai fini del dibattito italiano sulla riforma dei Servizi è innanzitutto importante comprendere la fase preparatoria della riforma americana, vale a dire l'ampio e complesso lavoro di analisi sulla natura delle nuove minacce e sulla cultura dell'Intelligence.
    I documenti ai quali bisogna fare riferimento sono essenzialmente due. Il primo, famosissimo, praticamente un best seller, è il rapporto della Commissione di indagine sull'11 settembre (1) . Il secondo, di pari interesse ma meno popolare, anche a causa dello stile decisamente meno brillante del primo e alquanto burocratico, è il rapporto della Commissione del Senato americano sull'Intelligence (2) . C'è poi, com'è costume nella vita politica americana, una quantità enorme di documenti parlamentari, relazioni svolte dalla stessa IC e da centri studio privati. Noi faremo esplicito riferimento soprattutto ai primi due documenti, tenendo comunque presente tutta l'ampia documentazione prodotta con riferimento ad essi.
    Le due relazioni possono essere considerate come due parti di un unico documento, composto di una trattazione generale del problema della sicurezza e dell'Intelligence dopo la fine della guerra fredda, con una ricostruzione accurata degli eventi e delle circostanze che hanno reso possibile l'11 settembre, e di un'attenta analisi della condotta della IC, con riferimento sia all'11 settembre che alla preparazione della guerra in Iraq.
    Cominceremo col prendere in esame e commentare ciò che in questi due testi presenta un interesse di carattere generale, citando solo alcuni dettagli tecnici particolarmente emblematici.
    Passeremo, dunque, all'esposizione di alcune possibili obiezioni al lavoro svolto dalle due commissioni. Infine, cercheremo di capire in che senso il dibattito americano possa rivelarsi utile per l'Italia, dove da tempo si discute di una riforma dei servizi segreti.
    Il leit motiv dell'attività di indagine svolta dalle due commissioni è la "unicità" dell'attacco al World Trade Center e al Pentagono. Unicità non nel senso di irripetibilità – perché anzi viene presa in considerazione l'ipotesi che altri attacchi di quel genere possano essere messi in atto nei confronti degli Stati Uniti – ma nel senso di "epocalità": quell'evento apre una stagione completamente nuova nella storia mondiale. Per questo, il paragone, che pure è circolato tra gli esperti, con l'attacco di Pearl Harbor (3) viene giudicato riduttivo: nel caso dell'11 settembre, infatti, la sorpresa è stata assoluta, non solo per l'audacia dell'azione, non solo perché è stato colpito il territorio americano e neanche per i mezzi utilizzati, ma, come vedremo, per la "logica" dell'azione, che ha sconvolto i tradizionali concetti di sicurezza, di guerra e di terrorismo.
    In questo senso, si ritiene che al Qaida abbia dimostrato di essere più globalizzato dei servizi americani (4) , in quanto ha concepito e realizzato il proprio piano di attacco senza far ricorso alle categorie concettuali dello stato nazionale, all'interno delle quali s'è svolta e ancora in parte continua a svolgersi, la policy americana della sicurezza e dell'Intelligence.



    In linea di massima, si individuano due ordini di fattori che hanno reso possibile la sorpresa: fattori di ordine politico-culturale e fattori di ordine giuridico.
    Per quanto riguarda i primi, viene sottolineata la riluttanza, sia dell'opinione pubblica sia dell'Amministrazione, ad accettare l'idea che gli Stati Uniti potessero essere colpiti da un atto di guerra materializzatosi in territorio americano e preparato altrove. Il problema della sicurezza dei confini, dell'estrema facilità con cui si entrava nel Paese e se ne usciva, non si era mai seriamente posto.
    Il 25 gennaio 1993 c'era stata una sparatoria davanti agli uffici della CIA: un giovane pakistano aveva esploso colpi d'arma da fuoco su personale dell'Agenzia che andava al lavoro, uccidendo quattro persone.
    Il pakistano poté allontanarsi dagli Stati Uniti e venne catturato all'estero, solo molto tempo dopo. Né la CIA né l'FBI sapevano nulla di lui. Il problema si poneva più o meno in questi termini: un pakistano che spara sugli impiegati della CIA è un problema "interno" o "esterno"? L'FBI, ad esempio, sul piano della polizia scientifica dispone di grandi risorse.
    Mentre la CIA ha una maggiore competenza nell'interrogare testimoni ed organizzare dati. Ma l'integrazione tra queste due competenze fu impedita dalla riluttanza, da parte di tutto il sistema di Intelligence, ad accettare il nuovo terrorismo come fenomeno non descrivibile utilizzando la dicotomia interno/esterno (5) .
    E qui veniamo all'altro ordine di problemi, quello giuridico. Fino all'11 settembre negli Stati Uniti il terrorismo è stato considerato alla stregua di un qualsiasi altro reato federale. Sempre nel 1993, appena dopo la sparatoria davanti alla CIA, ci fu il primo attentato al World Trade Center. Le autorità americane si concentrarono sugli aspetti giudiziari della faccenda: la questione veniva naturaliter collocata nell'ambito di competenza del Dipartimento di Giustizia, il cui scopo è notoriamente quello di punire i colpevoli, non certo di prevenire gli attentati o di smantellare le organizzazioni terroristiche. Alla CIA non fu permesso di accedere agli atti processuali, per evitare inquinamenti delle prove (6) . Dopo quell'attentato, l'FBI cercò di sviluppare una politica antiterroristica, ma mantenne un atteggiamento di tipo giudiziario, seguendo la logica del caso per caso, concentrandosi sul "fatto compiuto" e pensando all'azione legale piuttosto che alla prevenzione. L'autore dell'attentato fu trattato alla stregua di un criminale comune e nessuna pressione venne fatta su di lui affinché rivelasse le sue fonti di finanziamento, poiché questo dato non era essenziale ai fini processuali. Intanto, poche settimane dopo l'attentato, si materializzava il complotto iracheno per assassinare Bush padre.
    Una volta distinti i due ordini di fattori fondamentali, che richiedono ovviamente trattamenti diversi – organizzativi e amministrativi, i primi; legislativi i secondi – vediamo come essi hanno interagito. Qui il discorso si fa, naturalmente, più complesso.
    Innanzitutto, come s'è detto, la minaccia del nuovo terrorismo è qualitativamente diversa dalle tradizionali minacce con cui ci si è confrontati nell'ultimo mezzo secolo. Le coordinate per definirlo e combatterlo non sono più quelle degli stati nazionali, ma sono quelle delle "visioni del mondo" e degli "interessi economici" (7) . Ora, l'unica agenzia ad occuparsi di al Qaida prima dell'11 settembre è stata la CIA. Ma questa ha potuto operare quasi esclusivamente all'estero (8) .





    D'altra parte, lo stesso impegno all'estero non è stato supportato da una significativa presenza nelle aree a rischio. Non venne, ad esempio, costruita una presenza né in Afghanistan né in Iraq, nel primo caso perché la minaccia di al Qaida era ritenuta piuttosto remota, nel secondo perché c'erano troppi rischi per gli operativi. La CIA dovette, dunque, contare sui servizi alleati, il che, oltre a provocare "frustrazione" ed un progressivo allentamento dell'attenzione su al Qaida, generò una serie di problemi inerenti soprattutto alla "Prewar Intelligence" in Iraq, come vedremo. Nel contempo, l'FBI, benché eccezionalmente dotato sul piano investigativo, procedeva secondo una tipica logica garantista, ponendo attenzione a perseguire i reati piuttosto che al contrasto diretto, senza "collegare i punti" in un quadro generale.
    La radice del problema viene individuata nella griglia entro la quale vengono disegnate le competenze di CIA ed FBI. Come accennato, questa griglia si sviluppa sulla base del paradigma "esterno/interno".
    In base a tale logica vi sono due tipi di minaccia: "nazionale" e "internazionale". Solo che la sfida del nuovo terrorismo non è più internazionale, bensì "transnazionale", ovvero essa in nessun momento può essere ridotta in maniera incontrovertibile dentro la dimensione "interna" o, alternativamente, dentro la dimensione "estera". Sicché non si tratta qui di un semplice aumento di vulnerabilità, ma di un mutamento delle coordinate spazio-temporali della vulnerabilità: la patria americana è il pianeta" (9) e "nessun Presidente può promettere che un catastrofico attacco come quello dell'11 settembre non si verificherà ancora" (10) .
    Va sottolineata, qui, l'insistenza con cui si fa riferimento al problema della "immaginazione". Evidentemente, non ci si riferisce alla capacità di sbizzarrirsi nelle ipotesi più diverse, ma a quella di adottare un punto di vista non subordinato agli spazi e ai tempi dello Stato nazionale e della guerra fredda. In altri termini, nel lavoro d'indagine, svolto dalle due commissioni, l'elemento geopolitico e culturale prevale nettamente su quello tecnico e professionale-psicologico.
    Il lavoro delle due commissioni va, dunque, collocato sullo sfondo del mutato scenario globale. Per tutto il XX secolo le strategie difensive sono state focalizzate sulle grandi potenze industriali. Nel periodo della guerra fredda tale tendenza è arrivata al suo estremo, con la suddivisione del pianeta in due grandi aree di competenza che formavano, in realtà, un solo sistema. Qualsiasi conflitto sviluppatosi sul pianeta doveva, infatti, poter essere riportato all'interno delle relazioni tra le due aree. Non che non vi fossero situazioni eccentriche: basti pensare alle tensioni tra l'URSS e la Cina o ai paesi "neutrali" e a quelli "non allineati". Ma tali situazioni eccentriche erano, per l'appunto, trattate come "deviazioni" – criticabili o auspicabili, pericolose o rassicuranti, a seconda dei casi e dei punti di vista – da un "ordine" riconosciuto, comunque, come tale. In ultima analisi, ogni problema di tipo internazionale trovava nelle relazioni tra USA e URSS una sua "proiezione" e, in qualche modo, una sua soluzione. Ogni attentato alla sicurezza o ai diritti di un popolo o di una nazione era interpretato, anche, come una potenziale minaccia all'ordine e veniva collocato all'interno di un sistema gerarchico di relazioni che faceva capo alle due principali superpotenze.
    Com'è noto, la situazione attuale è caratterizzata, invece, da asimmetricità e incongruenza nelle – reciproche e multilaterali – relazioni tra i popoli, le nazioni, gli stati, i gruppi etnici, i movimenti politici e gli interessi economici. È sempre più difficile compilare in modo "gerarchico" l'agenda dei problemi da affrontare o dei soggetti con cui interloquire. Ora, per esempio, bisogna concentrarsi sulle "regioni più remote e sugli stati e i paesi più deboli", tenendo presente la fluidità e la reticolarità dei nuovi nemici dell'America. In altre parole, come si spiega nella relazione, la comprensione e la minimizzazione delle minacce non passano più attraverso categorie di tipo territoriale o strategico, ma attraverso categorie di tipo "sociale", "economico", "politico" e "culturale" (11) . Se così, le nuove risposte ai rischi alla sicurezza non possono essere elaborate entro gli schemi di una cultura "offensiva/difensiva" di tipo militare, ma vanno pensate entro gli spazi e i tempi di una cultura "reticolare". Il sistema deve essere duttile, in grado di fornire risposte rapide, di stimolare l'immaginazione.
    Infatti, le famose "occasioni mancate" dell'11 settembre – l'assenza di coordinamento, la poca condivisione di informazione e la scarsa collaborazione tra le agenzie – sono considerate solo come i "sintomi" del problema. La "malattia" è un'altra (12) .
    I vari protagonisti delle politiche di Security e di Intelligence si muovono come se si trovassero all'interno di un ordine stabile e definito, come se il meccanismo fosse già programmato per rispondere a ogni minaccia, scegliendo e combinando tra loro, secondo procedure prestabilite, le risorse disponibili nel "catalogo". Le agenzie, pertanto, cooperano, ma rimangono comunque isolate rispetto al contesto generale. L'insistenza sull'elasticità s'accompagna all'insistenza sulla centralizzazione. Occorre, infatti, un'integrazione creativa e organica delle risorse. Ma per questo è necessario che vi sia un "quarterback", qualcuno che "chiami il gioco", che abbia un progetto chiaro, forza di immaginazione e capacità decisionale (13) .
    In altri termini, occorre privilegiare la creatività rispetto alla meccanicità dei processi decisionali, l'apertura a diverse ipotesi e a diversi scenari all'interno di una medesima operazione piuttosto che la rigorosa applicazione dei "protocolli". D'altra parte, per evitare i rischi dell'arbitrio o della casualità, occorre rafforzare il principio dell'«Accountability»: maggiore discrezionalità deve significare maggiore responsabilità. Il problema non è certo nuovo nella storia americana (14) , ma si pone con particolare drammaticità dopo l'11 settembre. Non si tratta, dunque, di rafforzare il "coordinamento" tra i vari membri della IC, bensì di promuovere una "condivisione di obiettivi" la cui chiave sia nelle mani di un organismo monocratico, politicamente responsabile.
    In questo senso, Accountability significa anche "centralizzazione". In altre parole emerge come l'integrazione delle competenze e la valorizzazione delle risorse siano possibili solo sulla base di una "Policy", di un progetto che faccia capo a una specifica e individuale responsabilità decisionale.
    "Centralizzazione" significa in pratica smantellamento della CIA. Le indagini svolte dalle due commissioni individuano nella Company la materializzazione di tutto il retaggio politico-culturale della guerra fredda, la sintesi di tutti i problemi che una vecchia cultura strategica crea a un Paese che deve rispondere alle sfide della globalizzazione.
    Sotto accusa è soprattutto la particolare collocazione della CIA, che è "parte" dell'IC, ma è anche la "testa" della stessa IC. Tale collocazione viene considerata come il residuo di un'epoca tramontata, quando l'attenzione era concentrata sulla minaccia militare dell'URSS e come un ostacolo alla modernizzazione dell'Intelligence. Si fa al riguardo l'esempio del direttore Tenet, il quale ha detto che egli non ha mai avuto una policy, ma solo una supervisione dell'implementazione delle competenze e delle risorse (15) . Ma secondo il rapporto, la distinzione tra "policy" e "supervisione" è artificiosa quando si tratta di minaccia terroristica: in un società dominata dall'informazione e dalla comunicazione, selezionare i dati equivale a dirigere, mentre gestire le risorse equivale ad avere una policy.
    Per questo, si auspica la costruzione di un National Counterterrorism Center (NCTC), sulle fondamenta dell'esistente Terrorist Threat Integration Center (TTIC) e la sostituzione dell'attuale ruolo del direttore della CIA con un National Intelligence Director (NID) che dovrebbe supervisionare i centri nazionali di Intelligence e gestire i programmi nazionali di Intelligence. Il peso di un tale personaggio, ovviamente, potrebbe creare problemi all'equilibrio del sistema costituzionale. Infatti, la lotta al terrorismo islamico è così importante che chi se ne occupa finisce naturalmente per concentrare "troppo potere nelle proprie mani". Il contrappeso viene individuato nel rafforzamento della responsabilità politica in materia di Intelligence. Il NID dovrebbe, dunque, essere collocato nell'ambito dell'Executive Office, praticamente a portata di mano del Presidente, mentre al potere del Congresso sarebbe dato un più forte potere di controllo sull'attività dei Servizi (16) .

    Il catalogo degli errori

    Nel quadro di analisi critica sopra delineato vanno a collocarsi alcuni specifici rilievi mossi all'Intelligence, in particolare nella Relazione del Senato. Le questioni possono essere così raggruppate:
    a) pensiero collettivo;
    b) ambiguità nella gestione della catena decisionale che collega l'Intelligence al potere politico;
    c) esagerazioni per compiacere l'Amministrazione Bush;
    d) poca condivisione dei dati all'interno della IC;
    e) scarsa Intelligence umana ("Humint").
    Ovviamente i punti sono strettamente correlati tra loro. Ma noi proponiamo di considerarli isolatamente, perché ci pare che in questo modo si possa più agevolmente dare una chiara rappresentazione del problema e delle sue possibili soluzioni, come poi si vedrà nella parte conclusiva.

    a) Pensiero collettivo
    Il Report utilizza le espressioni "pensiero di gruppo" o "pregiudizio collettivo" per indicare un processo di adeguamento conformistico a orientamenti predeterminati – adeguamento che provoca non solo analisi distorte e interpretazioni forzate dei dati, ma anche veri e propri "fatti" inventati di sana pianta, stabilendo connessioni causali tra elementi certi, incerti e improbabili. In particolare, la CIA avrebbe compiuto dei "salti logici", delle supposizioni prive di fondamento finalizzate alla costruzione di una trama predeterminata. Si tratta, in sostanza, del processo che la stampa anglosassone ha definito del «passaparola», con riferimento a quanto asserito nel rapporto della Commissione della Camera dei Lord (17) .
    Tale convinzione collettiva è stata – secondo la Relazione fatta al Senato – così forte da inibire anche il funzionamento dei tradizionali meccanismi di verifica interni alla IC: gli analisti hanno ceduto alla tentazione di vedere nei Report ciò che si aspettavano di vedere, mentre i dirigenti, per parte loro, non hanno incoraggiato gli analisti a rivedere le loro analisi o a verificare la solidità dei punti di partenza (18) .
    Sotto accusa è soprattutto il National Intelligence Estimate (NIE) dell'ottobre del 2002: 90 pagine nelle quali le agenzie americane fecero rapporto sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
    È necessario qui un breve riepilogo della vicenda.
    Nel NIE si affermava, tra l'altro, che l'Iraq stava "vigorosamente" cercando di acquistare uranio dal Niger. Questo dato diventò, secondo la Commissione, uno dei punti di forza per le scelte dell'Amministrazione americana, come dimostrerebbero il discorso del presidente Bush sullo Stato dell'Unione del 28 gennaio del 2003 e la relazione del segretario di Stato Powell alle Nazioni Unite, il successivo 3 febbraio. Solo che quell'informazione s'è rivelata poi infondata. La notizia del traffico venne data agli americani da un "servizio straniero" (19) . La CIA inviò in missione l'ex ambasciatore Wilson, la cui moglie risulterà poi essere un agente coperto della CIA ed essere stata una delle principali artefici del conferimento della missione al consorte. Nell'ottobre dello stesso anno, una giornalista di "Panorama" acquistò copie di documenti che attestavano una transazione di uranio in Niger e chiese all'ambasciata americana di verificarne l'autenticità. L'intera storia si rivelò inattendibile. L'Ambasciata ha poi affermato di avere informato la CIA di questo. Ma intanto la notizia entrò a far parte dell'armamentario di argomentativi dell'Amministrazione Bush in merito alla seconda guerra nel Golfo.
    Molte delle analisi contenute nel NIE vengono giudicate "fuorvianti" e alcuni suoi contenuti addirittura "falsi", per effetto di un processo di «stratificazione» sviluppatosi a partire da asserzioni derivate da pure supposizioni (20) . Tra l'altro, si fa riferimento al presunto progetto dell'Iraq di utilizzare aerei senza pilota per bombardamenti chimici o biologici. Era ragionevole supporre che i tentativi iracheni per evitare le ispezioni dell'ONU nascondessero intenzioni di quel genere, ma gli analisti non disponevano, in ogni caso, di elementi sufficienti al riguardo. Il fallimento della IC fu il risultato di una "combinazione di debolezze sistemiche, in primo luogo nell'attività analitica, un insieme di mancanza di condivisione di informazione, gestione scarsa e inadeguata collazione di Intelligence" (21) .

    b) Ambiguità nella gestione della catena decisionale
    che collega l'Intelligence al potere politico
    All'ombra del "pensiero collettivo" si sarebbe sviluppata un'ambigua gestione della catena decisionale che collega l'Intelligence al potere politico.
    Secondo le due Commissioni, la IC barò con l'Amministrazione americana, fingendo di avere notizie che non aveva, spacciando per dati di fatto le proprie ipotesi e dando informazioni incomplete che ingannarono Bush e i suoi più stretti collaboratori circa il riarmo di Saddam. Essa, inoltre, avrebbe tenuto l'amministrazione americana all'oscuro dei propri stessi dubbi, rifiutandosi poi di fornire tutti i documenti richiesti al Parlamento.
    Non viene, con ciò, disconosciuta la ragionevolezza di molti giudizi degli analisti della CIA. Era, ad esempio, ragionevole ritenere che Saddam avrebbe usato i propri servizi segreti per attaccare i propri nemici e che il dittatore iracheno mantenesse forti contatti con gruppi terroristi palestinesi, tramite i propri agenti segreti. Così come non si poteva escludere che vi fosse qualche contatto tra Saddam e al Qaida e che elementi di quest'ultima fossero presenti nella parte nord-orientale dell'Iraq. Aveva, dunque, ragione la CIA nel fare l'ipotesi che Saddam, se disperato, avrebbe potuto ricorrere ad al Qaida per condurre un attacco in caso di guerra (22) . E si poteva anche ipotizzare che l'Iraq avesse conservato armi dalla prima guerra del Golfo e usasse materiale "dual-use", ossia buono sia per usi civili sia per usi militari, in modo da evitare di incorrere in sanzioni (23) .
    Ma da tutte queste ipotesi furono ricavate delle granitiche "certezze": si asserì con determinazione che l'Iraq aveva armi chimiche e batteriologiche e stava riavviando il proprio programma nucleare militare. Si stabilì una correlazione diretta tra la questione irachena e l'attacco dell'11 settembre, quando invece la stessa CIA riconosceva l'assenza di prove di complicità o collaborazione dell'Iraq di Saddam nell'attacco agli Stati Uniti (24) .
    Insomma, secondo le due Commissioni, la IC fece un capzioso uso di informazioni parziali (25) , senza di-scriminare chiaramente tra prove, elementi di prova, indizi, ipotesi attendibili e inattendibili, informazioni dirette e indirette.
    Le informazioni sul traffico di uranio finirono poi nel discorso di Bush sullo Stato dell'Unione del 2003. Nella preparazione del discorso, nessun analista della CIA propose di togliere le parole riferite al tentativo di Saddam di procurarsi uranio in Africa (26) . Qui viene chiamato direttamente in causa il direttore dell'agenzia, che non rilesse con attenzione il discorso e dunque non fu in condizione di avvisare il National Security Council delle inesattezze contenute in merito all'affare Iraq-Niger-uranio.
    Ma l'effetto più vistoso dell'ambigua condotta dei Servizi sarebbe il successivo discorso del segretario Powell alle Nazioni Unite. Powell non disse cose false, ma il suo messaggio politico era fondato su informazioni inesatte o su analisi che andavano oltre i dati conosciuti (27) .
    Infatti, nessuna delle affermazioni di Powell diverge in maniera significativa dalle affermazioni contenute nelle precedenti valutazioni pubblicate dalla CIA. E tuttavia, gli analisti fecero un lavoro di drafting che portò il Segretario di Stato a non dare notizie inesatte, ma a fare un discorso contestabile in diverse sue parti (28) . Nelle prime versioni del discorso ci sarebbero state, infatti, informazioni "esagerate", se non proprio false, sulla pericolosità di Saddam. Quelle informazioni sarebbero poi state tolte. Ma il "vuoto" lasciato da queste, in qualche modo, avrebbe condizionato Powell e l'intera Amministrazione (29) . Tanto è vero che il direttore della CIA si rifiutò di fornire al Senato tutto il lavoro preparatorio del discorso, pertanto non si sa quali parti siano state tolte o aggiunte al discorso.
    La Commissione del Senato lancia al riguardo un severo monito: "Gli analisti di intelligence sono non solo tenuti a interpretare e valutare i report di intelligence, ma anche a comunicare ai politici la differenza tra ciò che gli analisti sanno, ciò che essi non sanno e ciò che pensano, e ad assicurarsi che i politici comprendano la differenza" (30) .
    Secondo la stessa Commissione, non solo la IC ha cercato di occultare la propria inefficienza con dichiarazioni allarmistiche, ma essa ha anche cercato di costruire un circuito informativo-analitico-decisionale completamente sotto il proprio controllo.
    Il Report sul viaggio dell'ex ambasciatore, distribuito nel marzo del 2002, ad esempio, non modificò i giudizi degli analisti sull'affare Iraq-Niger-uranio. Solo che l'ex ambasciatore era nella duplice veste di fonte e di agente coperto. Questa ambiguità, secondo la Commissione, avrebbe consentito alla CIA di operare al di fuori del controllo dell'Amministrazione. La CIA, infatti, organizzò un incontro tra l'ex ambasciatore e gli analisti. In tale incontro fu discussa la credibilità dei Report. Ma quei Report venivano da una "fonte" o da un altro "analista"? Nel primo caso, la discussione non sarebbe dovuta avvenire in presenza dell'ex ambasciatore (non si discute della credibilità di una fonte davanti alla stessa fonte). Nel secondo caso, la CIA avrebbe dovuto informare l'Amministrazione (31) .
    Viene rilevato, al riguardo, come la IC, benché avesse una limitata capacità di conoscenza in merito ai siti di armi di distruzione di massa dell'Iraq, non abbia compiuto alcun serio sforzo di verificare i dati in proprio possesso o di ampliare le proprie conoscenze. Al contrario, essa si tenne ben strette le proprie informazioni, quasi nel timore, sembra di capire, di doverle poi smentire, rinunciando così al proprio "plot", alla trama predeterminata che orientava il "pensiero collettivo". Emblematico, al riguardo, il caso dei rapporti tra la IC e le Nazioni Unite. Infatti, la IC si attenne alle disposizioni dell'Amministrazione di condividere le proprie informazioni con gli ispettori delle Nazioni Unite, ma il criterio utilizzato per selezionare le informazioni da condividere non fu sufficientemente documentato ed è forte il sospetto che molte informazioni – vere o false che fossero – vennero tenute nascoste agli ispettori (32) .
    Insomma, gli analisti non hanno tenuto conto della "lezione dell'11 settembre". Essi non hanno cercato di mettere la classe politica in condizione di decidere. Si sono comportati in modo confuso e irresponsabile, includendo tutti i dettagli possibili sulle loro fonti, e si sono mantenuti sulle generali circa i criteri applicati, senza, dunque, elaborare uno spettro delle possibili conclusioni derivanti dai dati in loro possesso (33) .

    c) Esagerazioni per compiacere l'amministrazione Bush
    Tale questione va distinta da quella precedente, perché nel primo caso abbiamo un difetto di professionalità nel senso tecnico, un tentativo maldestro di barare sulle proprie capacità professionali, un'impreparazione accompagnata da presunzione e velleità. In questo caso, invece, abbiamo un comportamento deontologicamente ed eticamente scorretto.
    Secondo i commissari, anche in questo caso la IC, pur di non perdere la faccia e di non mostrare le proprie crepe, cercò di compiacere il governo e di conquistarne l'appoggio.
    Nel testo è più volte ribadito che non esistono prove che il governo americano abbia fatto pressioni sulla CIA per ottenere informazioni o analisi "pilotate" (34) . Ma la situazione è controversa. Viene fatto osservare che dopo l'11 settembre gli analisti sono stati sottoposti a una tremenda pressione. In cima alle loro preoccupazioni c'era la possibilità di un nuovo attacco, di quel tipo, all'America. Questo li ha portati ad essere più apodittici ed assertivi del solito sul tema del terrorismo (35) . Mentre, nel contempo, è aumentata l'attenzione dei politici nei loro confronti. Forse questo clima ha indotto molti analisti a interpretare come "pressioni" le numerose domande di chiarimento e le sollecitazioni venute da parte del mondo politico (36) .
    Viene, ad esempio, citato un meeting nell'agosto del 2002 per preparare la versione del documento "Iraqi support for terrorism" al quale partecipavano due membri dello staff del sottosegretario alla Difesa. Tutti i partecipanti al meeting hanno, poi, escluso pressioni da parte dell'Amministrazione (37) . Viene riconosciuto che vi furono alcune modifiche al documento, ma si osserva che nella sostanza gli analisti non apportarono cambiamenti ai loro giudizi.
    Tuttavia, non essendovi "prove" di pressioni da parte della Casa Bianca, la Commissione ritiene, in sostanza, che "la cattiva caratterizzazione o l'esagerazione dell'Intelligence sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq" siano state il risultato della combinazione tra una sorta di autocondizionamento, per andare incontro a quelle che erano ritenute le aspettative dell'amministrazione Bush, da una parte, e il timore di commettere un errore di sottovalutazione della minaccia, dall'altra. Ma gli analisti non si sono limitati a "personalizzare" le analisi, come sempre si fa, ma si sono sforzati di adeguarle a quelle che essi supponevano essere le aspettative dell'Amministrazione.
    Diversi esempi vengono citati a sostegno di questa tesi (38) .
    Nel NIE, ad esempio, si porta a prova dell'incremento del programma nucleare di Saddam il fatto che quest'ultimo si stesse procurando una gran quantità di tubi di alluminio, le cui dimensioni e la cui composizione eccedevano quelle previste per gli usi non nucleari. In primo luogo, questa affermazione, secondo la Commissione, era scorretta o, quanto meno, esagerata. Quei tubi potevano essere impiegati anche per usi estranei alle armi di distruzione di massa. In secondo luogo, gli analisti suggerivano che i tubi fossero una priorità per Saddam e da ciò deducevano che il programma nucleare fosse a sua volta la priorità per il dittatore iracheno. Questa deduzione viene considerata scorretta, anche sotto il profilo logico. La debolezza dell'argomentazione avrebbe poi spinto a falsificare i dati intorno al prezzo pagato per quei tubi, affermando che esso era più alto del consueto (39) .
    Analogamente, l'affermazione contenuta nel NIE, secondo cui erano attive in Iraq armi biologiche di distruzione di massa e che da questo punto di vista c'erano stati progressi rispetto alla prima guerra del Golfo, non è supportata da elementi di Intelligence noti alla Commissione. In altri casi le valutazioni sono andate oltre le stesse informazioni in possesso degli analisti o i dati conosciuti dal Parlamento, come quando si afferma che l'Iraq, disponeva di armi chimiche o poteva, e voleva, utilizzare armi biologiche di distruzione di massa.
    La consapevolezza della fragilità delle proprie analisi, secondo la Commissione, ha portato la CIA ad essere reticente circa l'affidabilità delle proprie fonti, cercando di tenere il potere politico all'oscuro delle proprie informazioni al riguardo (40) .
    D'altra parte, malgrado un quarantennio di Report di Intelligence sull'Iraq, c'erano ben pochi elementi concreti di Intelligence su cui poter fondare la tesi di legami tra l'Iraq e al Qaida. Ciò era dovuto, principalmente, al fatto che la CIA non s'era sforzata di avere una propria presenza qualificata e duratura sul campo, come si vedrà più avanti (41) .

    d) Poca condivisione dei dati all'interno della IC
    La CIA viene accusata di non avere collaborato con altre agenzie informative e al suo direttore viene rimproverato di avere abusato della propria posizione unica (direttore della Company e numero uno dei Servizi) nell'ambito della IC, comportandosi più da capo della Company che da responsabile generale dell'Intelligence (42) . Inoltre, nei rari casi in cui fece ricorso all'Intelligence "umana" (Humint) in Iraq, la CIA applicò in maniera "molto restrittiva" il principio del "need to know" (in base al quale non si danno informazioni non essenziali neanche ai propri più stretti collaboratori), evitando di condividere importanti notizie all'interno della IC (43) . Del resto, si osserva, questo uso restrittivo delle fonti, in particolare per quanto riguarda la Humint (44) , è comune a tutta la IC (45) , il che ha ostacolato sia la condivisione di importanti informazioni sia la verifica sull'attendibilità delle fonti.
    Il direttore della CIA avrebbe utilizzato il proprio accesso esclusivo a certe fonti e al rapporto con i politici per indirizzare le analisi nella direzione da lui voluta, anche al di fuori della Company. Per esempio, la CIA svolse analisi sui già citati tubi di alluminio che l'Iraq si stava procurando – tubi che possono essere utilizzati sia per scopi nucleari civili sia per scopi nucleari militari. Ai test, la CIA non invitò gli esperti del Dipartimento dell'Energia, che avrebbero potuto dare un valido contributo alla comprensione dell'uso che Saddam poteva fare di quei tubi (46) . Ciò generò confusioni ed equivoci, nei quali appare difficile, stando agli atti, distinguere la colpa dal dolo.
    Le informazioni circa l'inattendibilità del Report sull'uranio arrivò in quello stesso ottobre 2002 in cui fu pubblicato il NIE. Ma né gli analisti né gli operativi della CIA fecero alcuno sforzo per ottenerne una copia e quando, infine, la ottennero, non esaminarono accuratamente il testo. Se l'avessero fatto, avrebbero preso atto dell'errore circa il traffico di uranio ed avrebbero evitato che quella tesi finisse nelle pubblicazioni e nei discorsi dell'Amministrazione (47) .
    La CIA, inoltre, cercò di occultare i dissensi interni alla IC. La versione desecretata del NIE venne purgata dei dissensi di altri analisti nei confronti delle tesi sostenute dagli esperti della Company. Mentre una dichiarazione di dissenso dell'Ufficio di Intelligence e Ricerca del Dipartimento di Stato sul Report relativo ai tentativi di Saddam, di procurarsi uranio in Africa, finì nella sezione "tubi di alluminio" del NIE. Rispondendo, poi, a una richiesta del senatore Levin, la CIA ribadì le proprie tesi su Iraq-Nigeria-uranio, senza dire che lo State Department's Bureau of Intelligence riteneva inaffidabile la fonte di quell'informazione (48) .
    Prevedendo una possibile obiezione, viene detto che comportamenti del genere non possono essere giustificati dal poco tempo in cui il NIE fu preparato (49) .
    Il problema - si sostiene - è che la IC s'è mossa in generale con ritardo e scarsa professionalità (50) .

    e) Scarsa Intelligence umana ("Humint")
    La superficialità con cui si trattarono le fonti, da una parte, e l'uso capzioso di informazioni parziali, dall'altra, furono anche dovute al fatto che la IC dipendeva troppo, per le proprie informazioni sulle armi di distruzione di massa, da defezionisti iracheni, da governi stranieri, da Report provenienti da terzi o dai Servizi di altri paesi (51) .
    In particolare, dopo la partenza degli ispettori ONU dall'Iraq nel 1998, la IC rinunciò a ogni presenza sul territorio iracheno. Il che, paradossalmente, accentuò la tendenza "autoreferenziale" (52) della Company. Quando, infatti, gli ispettori dell'ONU tornarono in Iraq nel 2002 e non trovarono prove dei programmi per armi di distruzione di massa, gli analisti della IC dettero poco peso a tali dichiarazioni (insinuando che gli ispettori s'erano fatti imbrogliare da Saddam), confermando così la tendenza a rigettare le informazioni in contrasto con il "pregiudizio collettivo" circa il programma iracheno per le armi di distruzione di massa (53) .
    L'impegno in termini di Humint è stato scarso, quasi nullo, nel fornire elementi di valutazione ai politici sulla stabilità regionale (54) . La IC non ha potuto monitorare adeguatamente l'evoluzione della minaccia irachena nell'area, non registrando, ad esempio, l'indebolimento della forza militare irachena dopo la prima guerra del Golfo.
    La dipendenza della IC, dunque, ha reso la politica americana particolarmente "vulnerabile" rispetto a manipolazioni funzionali a "interessi stranieri" (55) .
    Eppure, viene rilevato, le potenzialità non mancano. La IC, ad esempio, ha fornito una gran quantità di valide analisi sui problemi della stabilità politica nell'area ed ha fatto un buon monitoraggio sulla questione dei diritti umani in Iraq, pur nei limiti dovuti all'assenza di una diretta presenza sul territorio (56) .
    Il problema, dunque, non sembra riguardare le specifiche capacità degli analisti: si tratta della "visione del mondo" che sorregge l'odierna cultura professionale dell'Intelligence. Quando la Commissione ha chiesto alla CIA perché non ci fossero suoi uomini in Iraq, la risposta è stata che l'operazione era troppo rischiosa. Ciò è vero, ma tali attività dovrebbero, di norma, rientrare nelle competenze della CIA. Se così non è, vuol dire che il problema ha radici profonde (57) .


    Le ragioni della CIA

    Com'è naturale, contestualmente al lavoro delle due Commissioni, si sono levate molte voci in difesa dell'Intelligence, che hanno evidenziato incongruenze interne ai risultati delle due Commissioni.
    Innanzitutto è stata rilevata la contraddizione tra due accuse: avere trattato con troppa disinvoltura i dati, facendo indebite "proiezioni" dal particolare al generale o dal passato al futuro, da un lato, e aver avuto troppa poca "immaginazione", dall'altro.
    Si potrebbe, al riguardo, osservare che la contraddizione è attenuata dal fatto che le accuse relative alla poca "immaginazione" e quelle relative ai «salti logici» si riferiscono a periodi diversi: rispettivamente, all'11 settembre ed alla guerra in Iraq. Ma non è sempre così. Proprio nel rapporto del Senato, che si occupa specificamente della "Prewar Intelligence", quella della mancanza di immaginazione è un'accusa centrale. Anzi, nella relazione si parla apertamente della pusillanimità degli analisti, che prima avrebbero fatto deduzioni arbitrarie dai dati, per compiacere l'Amministrazione, e poi, per sfuggire alle proprie responsabilità, si sarebbero nascosti dietro una selva di informazioni inutili, incoerenti o addirittura false.
    Il problema, dunque, è che cosa si intende per "conoscenza". Se si intende il semplice accumulo di dati, allora non è la conoscenza in se stessa a garantire l'efficienza delle attività di Intelligence e di Security. Al riguardo, l'ex capo del Mossad, Efraim Halevy (58) , ha sostenuto che bisogna guardarsi dalla "hybris" dell'Intelligence, dalla convinzione, cioè, di potere risolvere tutto con la conoscenza. Il problema, a ben vedere, è politico, nel senso più ampio. Quando ci si affida al flusso dei dati, non solo si perde la capacità di immaginazione, ma ci si deresponsabilizza.
    Alla luce di queste considerazioni, fermi restando i singoli comportamenti scorretti largamente riportati nella relazione del Senato, l'accusa di avere "esagerato" su Saddam sembra ampiamente contestabile.
    Saddam, negli ultimi 25 anni, ha cercato per ben tre volte di sviluppare armi di distruzione di massa. E quando un analista dei servizi redige un rapporto, non può limitarsi a prendere visione dei dati "scientificamente", ma deve pensare "politicamente", ovvero deve pensare al futuro tenendo presente l'esperienza storica. E in quelle condizioni, non si poteva che ipotizzare che Saddam stesse ancora cercando di sviluppare WMD.
    Il fatto che le WMD non siano state trovate non vuol dire che non ci fossero.
    Proviamo, infatti, ad applicare il criterio che le due Commissioni hanno utilizzato per giudicare la "Prewar Intelligence" al lavoro svolto dall'Intelligence prima dell'11 settembre.
    La commissione del Senato ha appurato che la CIA fallì nel monitorare uno dei dirottatori dell'11 settembre, otto mesi prima dell'attacco, proprio quando la Company sospettava lo stesso essere un membro di al Qaida. La spiegazione di ciò è molto semplice: la CIA non ha l'abitudine di monitorare i terroristi. Infatti, le procedure di sicurezza applicate per quasi mezzo secolo di guerra fredda non comportavano il monitoraggio dei terroristi stranieri fuori dal loro territorio. Si trattò, dunque, di un "difetto d' immaginazione", come è stato detto.
    Ma ci si deve chiedere che cosa sarebbe accaduto se quel difetto non ci fosse stato. La IC avrebbe messo in correlazione le varie notizie a disposizione (i nomi e le storie degli attentatori, i corsi per imparare a pilotare gli aerei, ecc.) e li avrebbe proiettati nel futuro, tenendo presente il primo attacco al World Trade Center. Ovvero, avrebbe seguito la linea di Richard A. Clarke, che nel suo libro Against All Enemies (59) accusa la Casa Bianca di non avere dato peso ai prodotti di "immaginazione" elaborati dal suo ufficio di coordinamento contro il terrorismo sulla minaccia di al Qaida. A quel punto, non ci sarebbe stato che da prendere alcune precauzioni, come l'aumento dei controlli sui passeggeri dei voli interni, la sospensione di alcune garanzie costituzionali, quale ad esempio il diritto alla privacy, l'ampliamento della competenza della CIA nella sfera interna e così via. Ebbene, è molto probabile che in una tale eventualità i Servizi sarebbero stati accusati di volere indurre l'Amministrazione a limitare le libertà costituzionali e che ad essi sarebbero state chieste le "prove" per giustificare il loro "allarmismo". Sulla base di tale ragionamento si può dunque dire che, nel caso dell'Iraq, la IC fece un uso legittimo della propria immaginazione, proprio tenendo conto della terribile «sorpresa» dell'11 settembre.
    Se, come è scritto proprio nelle due relazioni, la destinazione ultima del lavoro di Intelligence non è nella raccolta dei dati, bensì nella costruzione di scenari, allora bisogna ammettere che lo scenario che vedeva Saddam divenire, sulla base di una "condivisione di obiettivi" con la Jihad, un pericolo per gli interessi americani, nella regione e per il mondo intero, era tra i più plausibili.
    Se così, inoltre, persino il "pensiero collettivo" non andrebbe considerato come un problema in sé. Le riunioni tra analisti di Intelligence hanno una destinazione di carattere operativo, non accademico. E l'operatività può essere minacciata dal sorgere di seri conflitti interpretativi. Quanto al rischio che il consenso sia il frutto di un atteggiamento passivo nei confronti dei dati, questo può essere evitato solo a condizione che vengano incoraggiate la creatività e l'assunzione di responsabilità. Ma creatività e responsabilità non vengono certo incoraggiate se si attribuisce all'Intelligence la responsabilità diretta delle scelte compiute dai politici. Il rapporto tra il capo dell'Intelligence e il Capo dell'Esecutivo non può che essere di tipo fiduciario e riposa, in ultima analisi, sulla decisione politica: la responsabilità decisionale non può essere condivisa. Se il potere politico sposta la responsabilità sul capo dell'Intelligence, ovvero cerca di "formalizzare" il rapporto con il capo dei Servizi segreti, provoca un processo di progressiva burocratizzazione e deresponsabilizzazione dei Servizi stessi.
    Altro problema che s'è posto è quello della resistenza della IC ai cambiamenti.
    Al riguardo, è stato osservato che nessuna struttura accetta volentieri di cambiare. Anzi, può accadere che di fronte all'alternativa tra cambiare o morire, la scelta può essere quella dell'immobilismo. E ciò perché l'organizzazione interpreta alcuni cambiamenti come distruzione, in quanto intaccano la rappresentazione che essa ha di sé. In questo caso, di fronte alle sfide ambientali ci si chiude a riccio e si va verso l'autodissoluzione.
    Guardando alla storia americana ci si rende conto che le varie Amministrazioni hanno provato a risolvere i problemi organizzativi attraverso nuove strutture di coordinamento. In realtà, la moltiplicazione delle sigle ha ulteriormente complicato il lavoro e ha reso il sistema ancora più rigido e più refrattario ai mutamenti strutturali.
    La ragione di questa eterogenesi dei fini va cercata, forse, nelle radici dell'attuale sistema statunitense di Intelligence. Il National Security Act del 1947 prevede per il direttore della CIA due incarichi: far funzionare la CIA e gestire il resto dell'Intelligence. In realtà, in molti hanno osservato che non gli fu dato potere sufficiente per fare bene entrambe le cose. E non a caso, gli organismi esistenti – a carattere militare e giudiziario – non erano affatto rassegnati a lasciarsi coordinare dal direttore della CIA e, successivamente, cercarono di mantenere a ogni costo la propria autonomia, arrivando persino a boicottare il DCI.
    Ne risultò la formazione di un «gap tra l'ampia responsabilità del DCI e il suo effettivo potere» (60) .
    In un certo senso, fu la guerra fredda a rendere ciò possibile e, forse, anche necessario. La CIA si configurava come il braccio operativo del governo nel contrasto del blocco comunista, fuori dal territorio americano, ovvero come «lo strumento principale della politica estera americana» (61) . L'ambigua collocazione del DCI, dunque, risultava per certi aspetti anche utile, perché permetteva di condurre operazioni coperte, gestite direttamente dal Governo, senza che venisse coinvolta l'intera IC.
    È di tutta evidenza come la situazione oggi sia notevolmente mutata.
    E l'ambiguità del ruolo del Direttore della CIA si configura non come la causa dei problemi, bensì come una sua manifestazione parossistica, insieme alla rigidità, alla burocratizzazione, alla poca creatività e così via. In questo senso, c'è da chiedersi fino a che punto la recente sostituzione del DCI con un superdirettore determini un effettivo "rinnovamento". A meno che non si decida di considerare l'Intelligence come una struttura di natura meccanica, dove è possibile sostituire un pezzo con un altro, come accade con le automobili, e non invece, secondo le indicazioni contenute proprio nelle relazioni delle due commissioni, come un organismo vivente, estremamente sensibile, al quale si possono apportare mutamenti solo tenendo presente il quadro d'insieme delle sue funzioni e che può avere reazioni di "rigetto" rispetto a operazioni di trapianto.
    Insomma, la creazione di nuove strutture di coordinamento sembra, da questo punto di vista, estremamente rischiosa: una struttura, come tale, tende all'autoconservazione, a irrigidirsi di fronte alle novità.
    Il problema appare, dunque, essere non il coordinamento, bensì l'agilità dell'organismo, la sua capacità di adattarsi ai mutamenti e di rispondere creativamente alle nuove minacce. E ciò è possibile soprattutto ristabilendo, a ogni livello, il principio di responsabilità, e individuando una chiara catena di comando che faccia capo al vertice dell'Esecutivo.
    Va, infine, osservato che l'accusa di pensare ancora secondo i canoni della guerra fredda andrebbe quantomeno condivisa tra Intelligence e classe politica.
    Un aspetto della cultura della guerra fredda è il cosiddetto "realismo politico", che ha portato l'Amministrazione americana a sottovalutare la minaccia di al Qaida perché la genesi di quell'organizzazione era interna a quel mondo cosiddetto "arabo-moderato" con il quale gli Stati Uniti hanno tradizionalmente buone relazioni. Le amministrazioni americane, anche dopo il crollo dell'URSS e l'accelerazione dei processi di globalizzazione, hanno nel complesso continuato a percepire le minacce in termini stato-nazionali. Ed è così che gli Stati Uniti si sono trovati "disarmati" davanti a un'aggressione "autoimmunitaria" (62) . A lungo, il radicalismo islamico è stato interpretato più come uno strumento di destabilizzazione delle proiezioni sovietiche nel Medio Oriente e dell'Asia centro-occidentale, piuttosto che come una potenziale minaccia alla stabilità planetaria. L'URSS è crollata, ma quegli schemi e quei protocolli hanno continuato a funzionare: anche se vi fu l'ordine, da parte della Casa Bianca, di eliminare Bin Laden, dopo gli attentati alle sedi diplomatiche USA nel 1998, si trattava di un fatto isolato, della punizione di un "criminale". Al Qaida non era nemmeno stata inserita nell'elenco delle organizzazioni terroristiche.


    Spunti di riflessione per l'Italia

    Come s'è visto, il dibattito negli USA sull'Intelligence offre più d'uno spunto a chi deve occuparsi dello stesso problema in Italia. Noi ci limiteremo qui alla questione circa l'orientamento fondamentale di una riforma, a cominciare dal concetto stesso di "Intelligence".
    L'Intelligence non è una scienza nel senso popolare del termine, come viene ribadito proprio nella relazione del Senato (63) , ovvero non è un insieme di conoscenze ordinate in sequenza, in modo da poter giungere, con procedimenti predeterminati, a conoscenze incontrovertibili. Del resto, oggi questo concetto di scienza è superato. Il "rigore" è nel principio di "responsabilità", ovvero nella capacità decisionale. In questo senso, la scientificità dell'Intelligence è quella della "politica", che infatti per gran parte del pensiero occidentale è "scienza regia", "critica e direttiva", nel senso che mette insieme tra loro competenze, valori e personalità eterogenee, se non addirittura conflittuali, senza farsi dominare da alcuna «tecnica ausiliaria» (64) , facendo leva su un'assunzione personale di responsabilità. L'Intelligence, come la politica, ha bisogno della conoscenza, ma si regge sull'umana capacità di rischiare e di decidere. Da questo punto di vista, è stato osservato che, nel lavoro di Intelligence, il computer più affidabile resta il «cervello umano» (65) .
    In questo senso, leggendo le relazioni e gli interventi a favore della IC, il limite degli analisti è stato, forse, proprio quello di aver fatto eccessivo affidamento sulle meccaniche decisionali e sugli automatismi conoscitivi, e troppo poco sulla capacità, tipicamente umana, di affrontare, creativamente, l'imprevisto.
    Insomma, l'approccio dell'Intelligence al nuovo terrorismo appare ancora troppo "galileo-newtoniano" e troppo poco "quantistico" o, per parafrasare un personaggio di The Company di Littel, ancora troppo "euclideo" e troppo poco "gaussiano" (66) .
    Oggi, secondo alcuni politologi, saremmo addirittura di fronte a una crisi della stessa razionalità decisionale, fondata sul processo di "astrazione": la massa di informazioni è crescente, è un mare di bit, nel quale starebbe affondando ogni previsione ed ogni progetto. Forse non siamo a questo punto ma, certo, c'è un problema di Accountability, che non può essere risolto sul piano tecnico, ovvero sullo stesso piano sul quale esso si manifesta. La realtà è oggi così complessa che può essere molto difficile trovare due "tecnici" che pensino la medesima cosa sulla medesima materia. Anche perché, nella società globale accade un po' in tutti i campi ciò che già accade nell'economia finanziaria: il "parere" dell'esperto interagisce con la materia di cui l'esperto si occupa, ed è sempre più difficile stabilire un rapporto lineare tra la previsione di un evento, la sua conoscenza e la rappresentazione di esso.
    Questo significa che bisogna rassegnarsi alla casualità? In effetti, non c'è alcuna casualità a cui rassegnarsi. In politica non esistono vuoti.
    Se si ripercorre la catena delle "competenze" si arriva sempre a una "decisione" presa con discrezionalità.
    Il punto è che in democrazia tale decisione va resa visibile, ancorata a una responsabilità di carattere individuale. Per agire, il Governo ha bisogno di conoscere. Molte decisioni, specie se riguardano la sicurezza del Paese, debbono essere prese in modo rapido.
    L'Intelligence aiuta il governo in ciò. Ma in questo caso il rapporto che si stabilisce tra la conoscenza dei fatti, l'accertamento e la decisione è altamente indeterminato. In una situazione così fluida, la logica del "coordinamento" appare decisamente più debole di quella della "direzione" centralizzata e politicamente responsabile.
    Di fronte ai molti possibili scenari, quotidianamente all'attenzione di chi si occupa di Intelligence, la domanda ultima e decisiva, prima di fare una scelta, non è "chi ne sa di più", bensì "chi ne risponde". Una catena di competenze per determinare l'iter di una decisione ha senso solo se appesa ad una visibile responsabilità individuale. Del resto, non consiste anche in questo la "preziosa imperfezione" della democrazia?
    (1) La «National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States» è una Commissione indipendente e bipartisan, istituita di comune accordo tra il Congresso e il Presidente Bush. Il Presidente della Commissione è Thomas Kean, già governatore del New Jersey. Il «Public Report» (d' ora in avanti " Report 9/11" ) è stato pubblicato il 22 luglio 2002. Altro materiale, con discorsi e approfondimenti, è stato pubblicato il 21 agosto seguente (http://www.9-11commission.gov/).
    2) La «Select Committee on Intelligence» del Senato degli Stati Uniti, presieduta dal sen. Pat Roberts, ha compiuto un' indagine sul lavoro svolto dall' Intelligence in vista della missione militare in Iraq, pubblicata, con il titolo «Report on the U.S. Intelligence Community Prewar Intelligence Assessments on Iraq» (d' ora in avanti " Report U.S. IC" ), il 7 luglio 2004 (http://intelligence.senate.gov/).
    (3) Report 9/11, p. 339.
    (4) Report 9/11, p. 340.
    (5) Report US IC, p. 339.
    (6) Report 9/11, p. 73.
    (7) Report 9/11, p. 10.
    (8) Report 9/11, p. 13.
    (9) Report 9/11, p. 362.
    (10) Report 9/11, p. 365.
    (11) Report 9/11, p. 340.
    (12) Report 9/11, pp. 350 e 400.
    (13) Report 9/11, p. 400.
    (14) Report 9/11, p. 99.
    (15) Report 9/11, p. 402.
    (16) Report 9/11, pp. 493 e ss.
    (17) «Review of intelligence on Weapons of Mass Destruction – Report of a Committee of Privy Counsellors», Presidente Lord Butler, 14 luglio 2004, p. 107 (www.butlerreview.org.uk).
    (18) Report US IC, p. 93.
    (19) Report US IC, pp. 37-38.
    (20) Report US IC, p.p. 22-23.
    (21) Report US IC, p. 14.
    (22) Report US IC pp. 345-349.
    (23) Report US IC p. 17.
    (24) Report US IC, p. 347.
    (25) Report US IC, p. 17.
    (26) Report US IC, p. 80.
    (27) Report US IC, pp. 329 e ss., 253, 244.
    (28) Report US IC, p. 369.
    (29) Report US IC, pp. 253 e ss.
    (30) Report US IC, p. 235.
    (31) Report US IC, pp. 73 e ss.
    (32) Report US IC, pp. 417 e ss.
    (33) Report US IC, p. 32.
    (34) Report US IC, pp. 8, 16, 272.
    (35) Report US IC, pp. p. 363.
    (36) Report US IC, pp. 34 e ss.
    (37) Report US IC, p. 363.
    (38) Report US IC, p. 35.
    (39) Report US IC, pp. 129 e ss.
    (40) Report US IC, pp. 187 e ss.
    (41) Report US IC, pp. 355 e ss.
    (42) Report US IC, pp. 27 e ss.
    (43) Report US IC, p. 24.
    (44) Report US IC, p. 295.
    (45) Report US IC, p. 33.
    (46) Report US IC, p. 40.
    (47) Report US IC, pp. 76-79.
    (48) Report US IC, p.p. 81-82.
    (49) Report US IC, p. 76.
    (50) Report US IC, p. 295.
    (51) Report US IC, pp. 269 e 34.
    (52) Report US IC, p. 8.
    (53) Report US IC, p. 18.
    (54) Report US IC, p. 39.1
    (55) Report US IC, pp. 34 e 353.
    (56) Report US IC, pp. 392 e ss.
    (57) Report US IC, pp. 24, 271 e 33.
    (58) Una sintesi di questi argomenti è in: E. Halevy, In defence of the intelligence services , «The Economist», 29 luglio 2004
    (59) R. A. Clarke, Against All Enemies , Rac Enterprise, 2004. Tr. it. Contro tutti i nemici , a c. di R. Moro e F. Baracchini, Milano, Longanesi, 2004.
    (60) A. B. Zegart, «Written remarks for the Record – The Senate Select Committee on Intelligence», 18 agosto 2004.
    (61) R. Littel, The Company [2002] Penguin Books, 2003. Tr. it. The Company. Il grande romanzo della CIA , a c. di F.Perroli, Milano, Mondadori, 2004, p.46.
    (62) Jaques Derrida in G. Borradori. Filosofia del terrore. Dialoghi con Jürgen Habermas e Jaques Derrida , Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 103.
    (63) Report US IC, p. 4.
    (64) Platone, Il Politico , 292b-c.
    (65) J. Bamford, Body of Secrets. Anatomy of the Ultra-Secret National Security Agency from Cold War though the Dawn of a New Century , Anchor Books, 2001. Tr. it. L' orecchio di Dio. Anatomia e storia della National Security Agency , a c. di R. Massini, Roma, Fazio, 2004, p. 570.
    (66) Cfr. R. Littel, The Company , tr. it. cit. p. 45.
    "
    WWW.SISDE.IT


    Shalom

  3. #3
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Vittorfranco PISANO

    Terrorismo e disinformazione

    Quid est veritas?
    Vangelo di S. Giovanni
    XVIII, 38


    1. Introduzione


    E' doveroso precisare sin dall'inizio che le pagine che seguono non costituiscono un saggio scientifico nel senso rigoroso del termine, bensì una serie di brevi osservazioni e considerazioni intese a lanciare un appello affinché il tema del terrorismo venga affrontato con maggiore accuratezza e obiettività e con particolare attenzione agli effetti altamente dannosi della disinformazione in tutte le sue forme e manifestazioni. Questo appello è accompagnato da un ulteriore invito affinché venga fatta luce, con studi approfonditi, sul rapporto tra terrorismo e disinformazione.
    Va altresì subito riconosciuto che l'idea di un appello in materia di terrorismo, con particolare riferimento alla ricerca, non è nuova. Già all'inizio degli anni novanta, un noto analista del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America, Dennis Pluchinsky si rivolse agli accademici, avvalendosi appunto di un articolo, con l'intento di stimolare ricerche approfondite da parte di persone qualificate impegnate nel settore privato (1) . Mentre Pluchinsky perorava la causa della ricerca storica, questo articolo-appello perora più specificamente quella della verità, o quantomeno della chiarezza, e si rivolge non solo agli accademici, ma anche ai giornalisti, ai politici ed ai tecnici che curano sistematicamente o occasionalmente questa materia, già di per se stessa complessa.
    A conoscenza dell'autore di questo appello, il rapporto tra terrorismo e disinformazione non è ancora stato oggetto di una disamina approfondita, quantomeno nel pubblico dominio. Un lodevole tentativo, sicuramente condizionato da limiti di tempo e malauguratamente senza seguito, venne fatto in occasione del dibattito su "La Geopolitica e la Disinformazione" organizzato il 6 dicembre 1999 dal Limes Club Roma, in collaborazione con il Centro Italiano di Studi per la Conciliazione Internazionale, presso la sede romana della St. John's University di New York. Parteciparono l'Ambasciatore Boris Biancheri, Presidente dell'ANSA, il cui compito fu quello di discutere il ruolo dell'informazione, il Professor Gyula Csurgai, il quale delineò gli aspetti fondamentali della disinformazione (2) , e, infine, l'autore di queste pagine, al quale fu chiesto di trattare la disinformazione in relazione al fenomeno terroristico.
    E' dai contenuti di quel dibattito che questo articolo-appello trae la propria ispirazione, ispirazione accompagnata da notevoli dosi di frustrazione accumulate dall'autore nel corso di ben oltre un ventennio dedicato allo studio del terrorismo, fenomeno soggetto a rappresentazioni e interpretazioni troppo spesso caratterizzate da carenza di cognizioni, superficialità, leggerezza, faziosità e fini ingannevoli.
    Bisogna aggiungere, e forse enfatizzare, che le osservazioni e considerazioni qui contenute vengono formulate in un momento particolarmente drammatico in cui lo stesso concetto e il modo di porsi del terrorismo debbono essere oggetto di profonda riconsiderazione.
    Va infine premesso che quanto osservato o espresso in questa sede corrisponde al pensiero dell'autore e non comporta necessariamente il parere concorde degli enti pubblici e privati, nazionali e internazionali, presso i quali egli ha svolto incarichi di natura professionale.


    2. Disinformazione: concetto, fini e metodiche

    Il vocabolo disinformazione, oggi d'uso corrente, deriva dal termine russo dezinformatsiya, adottato dal disciolto Comitato per la Sicurezza dello Stato (Komitet Gosudartsvennoe Bezopasnosti - KGB) di sovietica memoria. Il termine dezinformatsiya abbracciava una serie di tecniche ed attività sistematicamente poste in essere dal KGB, nel contesto della Guerra Fredda, con lo scopo di disseminare informazioni fuorvianti, incluse voci, insinuazioni e falsità, ai danni del Patto Atlantico e dei singoli Paesi aderenti alla NATO, nonché a scapito dei rapporti tra il Primo e il Terzo Mondo.
    Fra le principali metodiche della dezinformatsiya utilizzate dall'Unione Sovietica, con l'ausilio dei Paesi satelliti, dei partiti comunisti fratelli e di compiacenti compagni di strada, vanno ricordate la falsificazione di documenti e corrispondenza, l'impiego di agenti d'influenza, l'emissione di notiziari clandestini e la creazione di organizzazioni propagandistiche internazionali di facciata o copertura. I raccoglitori e veicoli più efficaci per la disseminazione di tali informazioni fuorvianti sono stati naturalmente i media occidentali o del Terzo Mondo (3) .
    Anche se la defunta Unione Sovietica ha sicuramente fatto scuola nel campo della disinformazione, sarebbe riduttivo ed errato attribuire le origini e lo sviluppo di questo mezzo di mistificazione a ciò che un raffinato comunicatore americano, il Presidente Ronald Reagan, definì l'impero del male. Senza risalire alla Bibbia, che annota astuzie fuorvianti impiegate sin dall'Antichità, basta ricordare a titolo esemplificativo un episodio della Seconda Guerra Mondiale. I servizi segreti tedeschi decisero di minare il morale dei combattenti francesi inviando loro missive, simulatamente provenienti da vicini di casa o compaesani, in cui si asseriva che le consorti si davano alla prostituzione o che avevano contratto malattie veneree.
    La disinformazione rientra, infatti, nell'ambito più vasto della propaganda, già definita dallo Office of Strategic Service (OSS) - precursore nella Seconda Guerra Mondiale dell'attuale Central Intelligence Agency (CIA) - come la direzione o manipolazione intenzionale di notizie per ottenere un obiettivo specifico. In quanto la propaganda include qualunque forma di comunicazione intesa ad influenzare le opinioni, le sensibilità, le passioni, gli impulsi, gli atteggiamenti ed i comportamenti di una aggregazione di persone per trarne un beneficio, diretto o indiretto, nel breve, medio o lungo termine, si suole distinguere, già dapprima che il termine disinformazione entrasse in auge, tra propaganda bianca, grigia e nera.
    La propaganda bianca viene disseminata da una fonte che se ne attribuisce l'origine, la paternità o, quantomeno, la responsabilità. La propaganda grigia è, invece, priva di una chiara fonte d'imputazione. Infine, la propaganda nera finge di provenire da una fonte diversa da quella che effettivamente la trasmette o dissemina. Le tre tecniche possono essere impiegate simultaneamente per far fronte alle esigenze più svariate, così come talvolta viene a mancare una linea di demarcazione netta tra propaganda grigia e nera (4) .
    Lo strumento della disinformazione non è circoscritto a conflitti squisitamente bellici come la Seconda Guerra Mondiale o a raffronti ideologici ed economici sull'orlo dello scontro nucleare come la Guerra Fredda. La disinformazione non è neppure un'arma in esclusiva dotazione dei servizi d'intelligence con la loro componente di segretezza. Essa rimane, particolarmente nell'attuale contesto storico caratterizzato da martellamenti mediatici, un mezzo alla portata di qualunque centro d'interessi intento a raggiungere i propri scopi influenzando e sfruttando uno o più settori della compagine sociale. La disinformazione vera e propria è poi affiancata da forme di espressione e manifestazioni d'ignoranza che certamente non contribuiscono alla rappresentazione della verità.


    3. Terrorismo: fenomeno complesso e termine ambiguo

    Il termine terrorismo, nonostante l'uso quotidiano e generalizzato, è privo di significato univoco in quanto non accompagnato da una definizione universalmente recepita. Emergono tuttavia due scuole principali di pensiero, ancorché caratterizzate da notevoli sfumature interne a ciascuna impostazione, particolarmente nel primo caso.
    La prima scuola di pensiero estende la portata del terrorismo a qualunque atto o stato di fatto correttamente o non correttamente reputato ingiusto e intimidatorio sia a livello fisico sia a livello psichico. Questo approccio abbraccia quindi una vasta gamma di fenomeni di varia natura, fra cui la delinquenza comune, la criminalità organizzata, la pena di morte, le armi di distruzione di massa, l'impiego dello strumento bellico in generale, gli impianti energetici nucleari, i problemi ambientali, l'asserita precarietà delle istituzioni, il colpo di stato, il neo-imperialismo, il G8 e le società multinazionali. Per chi segue questa scuola di pensiero, in buona o mala fede, il terrorismo è in fin dei conti tutto ciò che terrorizza. Dato che il terrore è spesso soggettivo, i fatti terroristici possono diventare innumerevoli per i seguaci di questo orientamento.
    La seconda scuola di pensiero - più rigorosa e palesemente d'impostazione specialistica - inquadra il terrorismo nella sfera della conflittualità non convenzionale e lo qualifica come una forma particolare di violenza criminale, normalmente esercitata da gruppi privati o subnazionali, con o senza l'appoggio di Stati sostenitori, e sempre caratterizzata tanto dal movente politico o politico-confessionale quanto da metodiche strutturali e operative clandestine (5) .
    Questa fattispecie di terrorismo classico o in senso stretto, formulata dalla seconda scuola di pensiero, è stata affiancata da un ulteriore termine sorto in anni recenti, il neoterrorismo, che a sua volta comprende cinque branche fenomenologiche: il terrorismo religioso, l'ecoterrorismo, il narcoterrorismo, il terrorismo nucleare-biologico-chimico e il cyberterrorismo. Tutte queste branche sono a loro volta soggette a diverse interpretazioni. Si tratta, infatti, di fenomeni riscontrabili, o solo ipotizzabili, con riferimento 1) alle matrici ed ai fini negli episodi di terrorismo religioso ed ecologico, 2) alle matrici ed ai fini, nonché alle modalità di attuazione, negli episodi di narcoterrorismo e 3) unicamente alle modalità di attuazione negli episodi di terrorismo nucleare-biologico-chimico e informatico (6) .
    Come su accennato, il problema della definizione del termine terrorismo (per non parlare dei neologismi da esso scaturiti), della delimitazione della sua portata e dell'interpretazione del fenomeno sottostante, che costituisce la minaccia sostanziale, si è poi reso ancora più intricato a seguito dei tragici eventi verificatisi, senza precedenti, a New York e Washington l'11 settembre 2001. Potremmo trovarci di fronte ad una forma di conflittualità non convenzionale i cui criteri strategici e possibili future dinamiche debbono ancora delinearsi, forse con risvolti intimidatori e relativi rimedi mai previsti.
    L'intrinseca ambiguità o, meglio, l'insufficiente specificità del termine terrorismo e la complessità del fenomeno o dei fenomeni che con questo termine si vorrebbero rappresentare costituiscono un terreno fertile per l'opera di disinformazione, la quale è in condizione di agire nel contesto di una interpretazione sia estensiva sia restrittiva del terrorismo.



    4. Il rapporto terrorismo-disinformazione

    Conformemente a quanto su anticipato e in considerazione della sfuggevolezza del rapporto tra terrorismo e disinformazione, ora elenchiamo e commentiamo in modo conciso ed a titolo esemplificativo una serie di episodi, pratiche ed atteggiamenti che individualmente o nel loro insieme contribuiscono a fornire una falsata rappresentazione del fenomeno terroristico o ad aggravarne le ripercussioni. Rientrano quindi in questa disamina riferimenti a fonti e metodologie di disinformazione, o a essa assimilabili, aventi scopi spesso eterogenei.
    § Gli stessi terroristi sono una fonte primaria di disinformazione. Il terrorismo classico normalmente emette, a corredo degli attentati, rivendicazioni di paternità da parte del gruppo responsabile e/o altre dichiarazioni contenenti disquisizioni o analisi socio-politiche colme di asserzioni, vere e artefatte, a fini di propaganda e di proselitismo. (Il modo spesso frammentario e selettivo in cui queste esternazioni letterarie vengono riprese dai mass media può incrementare gli effetti disinformativi voluti dai terroristi). Inoltre, nei casi non infrequenti di rivendicazioni plurime per lo stesso attentato o di assunzioni di paternità sotto una denominazione diversa dal gruppo responsabile, l'intento è quello di depistare le indagini o di generare il convincimento che il fenomeno terroristico coaguli diverse aggregazioni o che si estenda al di là della sua dimensione effettiva.
    § Sempre nell'ambito della disinformazione proveniente da fonte terroristica, è istruttivo notare una metodica basilare utilizzata dagli ecoterroristi, normalmente inquadrati sotto l'etichetta del neoterrorismo piuttosto che del terrorismo classico. Costoro - i quali appartengono alla componente ambientalista, a quella animalista o talvolta ad entrambe e in ogni caso asseriscono di proteggere l'ambiente e tutte le forme di vita - fanno ricorso alla violenza distruttivo-vandalica e clandestina mentre, nel contempo, si avvalgono propagandisticamente della negazione del reato accompagnata da dichiarazioni di protesta contro la situazione ambientale o contro le condizioni che hanno motivato la commissione del fatto criminoso ai danni delle strutture da essi prescelte. Si tratta quindi di una tattica ben studiata per il capovolgimento della responsabilità.
    § Va poi notato che tanto il terrorismo classico quanto il neoterrorismo spesso si vantano ingannevolmente di fatti sanguinosi che potrebbero apparire di matrice terroristica oppure ricorrono a minacce o falsi allarmi riguardanti l'incolumità delle persone o delle cose. (Un esempio significativo di millantato credito è stata la rivendicazione, via Internet, dei secessionisti ceceni per la tragedia del sottomarino nucleare russo Kursk nell'agosto 2000). Lo scopo può essere propagandistico ai fini della causa sposata dal gruppo specifico, come può essere quello di diffondere il panico per bloccare attività politiche, sociali o economiche ed arrecare notevoli danni collaterali. Particolarmente preoccupante, nell'ambito del neoterrorismo, è il ricorso a minacce e falsi allarmi di natura nucleare, biologica e chimica, ovvero Nbc. Mentre la casistica riguardante l'effettivo impiego terroristico di questi agenti od ordigni di distruzione di massa è limitatissima e non si estende comunque al di là dell'aggressione bio-chimica, i falsi allarmi dolosamente posti in essere, i tentativi di acquisire taluni di questi ordigni e la paventata possibilità che vengano usati su grande scala hanno creato un clima di enorme insicurezza, talvolta incautamente alimentata dai mass media e da alcuni analisti. Mentre rimane improbabile che il terrorismo classico - le cui matrici, ricordiamolo, sono di natura ideologica (sinistra e destra), etno-separatista o teocratica - se ne serva o abbia intenzione di servirsene, l'ipotesi Nbc è decisamente più realistica per quanto riguarda, sempre che ne abbiano le capacità, due componenti del neoterrorismo: (1) quella cosiddetta religiosa, composta da sette o culti di stampo apocalittico e da aggregazioni dedite al radicalismo confessionale puro proteso verso forme di guerra santa totale e (2) quella cosiddetta ecologica limitatamente, però, alle frange che perseguono l'ecologia della restaurazione, cioè il ritorno allo stato primordiale.
    § Per scopi ancora più subdoli, la disinformazione è anche riconducibile ad elementi estremisti non necessariamente qualificabili alla stregua del terrorismo classico o del neoterrorismo, ma in ogni caso dediti alla promozione della paura e dell'odio ed all'istigazione della violenza. Fanno stato alcune campagne di disinformazione neonaziste concernenti l'asserito controllo ebraico della cinematografia, dei mezzi di comunicazione e del settore bancario e finanziario quale trampolino di lancio per la presa di possesso dell'intera società.
    § Nella categoria dei disinformatori si riscontrano altresì aggregazioni o individui che non hanno alcun nesso con l'estremismo e tantomeno con il terrorismo, ma sono semplicemente fautori di campagne intese a contrastare asserite ingiustizie e violenze non dissimili, a loro modo di vedere, dal fenomeno terroristico, ovviamente interpretato in senso lato. Una di queste campagne riguarda l'abolizione della pena di morte. E' significativo notare una tattica disinformativa apparsa sulla stampa nel corso di questa campagna. In occasione della condanna a morte per reati comuni di un civile reduce della Guerra del Vietnam e decorato di Purple Heart (letteralmente Cuore Purpureo), questa medaglia, indistintamente concessa dagli Stati Uniti d'America a tutti i combattenti feriti o morti in operazioni belliche o ad esse assimilabili, è stata falsamente qualificata come una decorazione al valore militare. Nel deplorare la pena di morte si biasimava quindi anche l'aggravante della sua applicazione ad un eroe.
    § Nei casi in cui la matrice è statale, la casistica dimostra che la disinformazione può assurgere ad alti livelli di sofisticazione. Risalta il caso del falso manuale da campo FM 30-31 B redatto dal KGB sovietico e attribuito allo U.S. Army, l'esercito americano, quale strumento programmatico per un intervento destabilizzante negli affari interni di Paesi amici in cui erano attive forze comuniste o comunque di sinistra. Questa falsificazione, già in circolazione alcuni anni prima del sequestro Moro ad opera delle Brigate Rosse, fu riesumata a seguito di quel grave episodio terroristico per avvalorare la tesi, promossa dall'Unione Sovietica e sostenuta anche da esponenti comunisti occidentali, che il sequestro - e successiva uccisione - dell'esponente democristiano era stato ordito dagli Stati Uniti per bloccare il compromesso storico tra democristiani e comunisti assecondato dall'On. Aldo Moro. Fra i periodici non partitici che dettero spazio alla asserita connection tra lo FM 30-31 B e il caso Moro ci
    furono El Pais ed Europeo (7) .
    § Il caso Moro e la lunga stagione del terrorismo interno di sinistra e di destra che ha sconvolto l'Italia nel periodo 1968-1988 costituiscono un esempio decisamente significativo dello sfruttamento propagandistico non solo a livello partitico, ma anche da parte dei mass media allineati. Fanno stato tesi e allusioni riguardanti le sedicenti Brigate Rosse, il terrorismo di destra mascherato da sinistra, le bombe esclusivamente di destra, le oscure forze della reazione e le stragi di Stato. Anche dopo il tardivo riconoscimento da parte del Partito Comunista Italiano (PCI) dell'esistenza del terrorismo di sinistra, quel partito, nelle proprie relazioni in materia, apponeva le virgolette solo al terrorismo di sinistra, quindi: terrorismo di destra e "terrorismo di sinistra".
    § A sua volta la sfruttabilità di lungaggini e mancate (o politicamente sgradite) risultanze giudiziarie riguardanti, in primis, sia le stragi provocate dall'uso indiscriminato di esplosivi sia gli ipotetici colpi di Stato, ha contribuito a protrarre sulla stampa polemiche e insinuazioni concernenti responsabilità e depistaggi. Ad esempio, oltre trent'anni dopo la strage di Piazza Fontana del 1969, per la quale a tutt'oggi non si conoscono i colpevoli poiché non si è ancora esaurito l'intero iter giudiziario, si è recentemente equivocato, avvalendosi di foto scattate in tempi diversi, sul riconoscimento dell'anarchico Valpreda, già incriminato per quella strage e successivamente scagionato processualmente. Altro esempio è il cosiddetto golpe Borghese, il quale, nonostante sia definitivamente chiuso a livello giudiziario con l'assoluzione di tutti gli imputati per i reati di insurrezione armata e cospirazione politica, continua ad essere chiamato tale e ripetutamente collegato a disegni eversivi d'Oltre Oceano.
    § A prescindere dagli allineamenti ideologici, i mass media spesso rispecchiano una tendenza verso il sensazionalismo e non infrequentemente con riferimento al terrorismo tanto in senso stretto quanto in senso lato. Macroscopica è la ricerca del sensazionalismo praticata dal New York Post, da non confondersi con il New York Times. Ad esempio, durante la prigionia del Generale James Dozier, sequestrato a Verona dalle Brigate Rosse, questo foglio falsamente riportava in caratteri cubitali che l'ufficiale americano veniva drogato affinché rivelasse segreti in suo possesso. Ciononostante, a tutt'oggi vengono riprese dalla stampa estera notizie provenienti dal New York Post, la cui assonanza con il New York Times può, intenzionalmente o meno, generare credibilità. Il sensazionalismo, comunque, non si esaurisce con quel foglio. Citiamo solo alcuni casi in cui le stesse fonti hanno dovuto fare marcia indietro:
    - Nel luglio del 1998 la CNN dovette scusarsi per rivelazioni infondate sulla Guerra del Vietnam riguardanti l'impiego di gas nervino durante un'operazione condotta nel Laos contro il nemico ed asseriti disertori americani.
    - Nel 2000, dopo un'ampia e sdegnata trattazione dell'asserita tortura e uccisione, risalente al 1997, di un bimbo di origine irachena da parte di tre neonazisti nella cittadina tedesca di Sebnitz, venne riconosciuto che il fanciullo era annegato in piscina per mancata sorveglianza della sorellina dodicenne alla quale era stato affidato.
    - Lo stesso anno, dopo notevole risalto dedicato a un'altra aggressione neonazista, questa volta a Verona e asseritamente accompagnata dal grido di "sporco ebreo", seguì la rettifica: l'aggredito, cattolico convertito di stirpe ebraica e docente apparentemente non in possesso dei titoli necessari per l'insegnamento presso la scuola media superiore da cui dipendeva, si era inventato tutto. Prima della rettifica la risonanza del fatto aveva attirato l'interessamento parlamentare, non privo di polemiche e faziosità di natura partitica.
    § La disinformazione, quantomeno sotto forma confusionaria, è anche alimentata, seppure non sempre con piena consapevolezza o intenzionalità, da una serie di opere monografiche, diverse delle quali rientrano nella categoria di libri di occasione. Questi saggi provengono non solo da giornalisti e tecnici, talvolta politicamente o ideologicamente allineati, ma anche da uomini politici. Ecco alcuni esempi:
    - Il noto libro The Terrorist Network (1981) di Claire Sterling, esponente del giornalismo investigativo, erroneamente genera l'impressione, particolarmente se letto in modo sbrigativo, che all'epoca esistessero saldi legami internazionali tra i gruppi terroristici di sinistra (inclusi taluni il cui orientamento ideologico era subordinato a spinte etno-nazionaliste) e che contemporaneamente l'Unione Sovietica esercitasse una regìa totalizzante sul terrorismo. Mentre è vero che rapporti ideologici, logistici e, molto più di rado, operativi esistevano tra alcuni di questi gruppi o elementi degli stessi, così come è vero che l'Unione Sovietica sfruttava, ma, attenzione, non gestiva, il fenomeno terroristico - anche appoggiando svariati elementi sovversivi - a scapito dell'Occidente, non corrisponde a verità la tesi sottostante della Sterling, avanzata, del resto, sotto forma di rappresentazioni a livello di situazioni locali senza stabilire un vero e proprio nesso. La capacità descrittiva e passione della Sterling, malgrado la mancata linearità della presentazione, hanno sicuramente contribuito a lanciare in modo accattivante il messaggio della scrittrice americana.
    - Nel 1983, Ray S. Cline, già alto funzionario della CIA, e Yonah Alexander, ispiratore e curatore di molte opere collettanee in materia di terrorismo, diedero alla stampa un volume intitolato Terrorism: The Soviet Connection. In questo caso l'impostazione dell'opera è accademica piuttosto che giornalistica, ma emerge, perlomeno all'occhio del lettore attento, un aspetto fuorviante ai fini di un'accurata analisi del terrorismo in senso stretto. In appendice al volume appaiono vari documenti, in alcuni casi corredati da fotografie di uomini in divisa, che attestano il compimento di corsi di addestramento convenzionale (per comandanti di plotone di ricognizione, di battaglione di fanteria e di sezione di artiglieria, nonché per piloti di mezzi corazzati) da parte di elementi palestinesi presso centri militari dell'Unione Sovietica, dell'Ungheria (allora Paese membro del Patto di Varsavia) e del Vietnam. Mentre è indiscutibile l'autenticità della documentazione presentata al lettore, manca il nesso tra terrorismo, inteso quale forma di conflittualità non convenzionale, e addestramento militare convenzionale. Trattandosi di un libro scritto da due specialisti ci si aspetterebbe appunto una trattazione rigorosa della materia.
    - Per quanto riguarda il caso italiano durante i cosiddetti anni di piombo, una tesi molto diversa da quanto proposto da Sterling e Cline/Alexander è stata avanzata sotto forma di saggio scientifico nel 1984 da Giuseppe De Lutiis nel volume Storia dei Servizi Segreti in Italia, pubblicato da Editori Riuniti, la casa editrice legata al PCI. In sintesi, De Lutiis ritiene che bande armate sovversive abbiano ripetutamente costituito una struttura parallela dei servizi di sicurezza nazionali, le cui operazioni sarebbero riconducibili a condizionamenti derivanti da accordi con gli Stati Uniti d'America. Questo saggio è costellato dall'uso ripetitivo dei vocaboli probabilmente e forse, che potrebbero ben rispecchiare l'onestà intellettuale dell'autore in quanto non totalmente sicuro o convinto della validità delle informazioni da lui raccolte o dalle analisi da lui proposte. Tuttavia ciò non diminuisce l'effetto disinformativo del contenuto del volume.
    - Nella monografia The Financing of Terror (1986), una delle poche opere dedicate al finanziamento dei gruppi terroristici - argomento tuttora di enorme attualità in considerazione della guerra multidimensionale dichiarata dal Presidente Bush junior al terrorismo e ai suoi finanziatori - il giornalista britannico James Adams è molto persuasivo nel sostenere che il terrorismo va combattuto neutralizzando le fonti di alimentazione finanziaria. Questo libro ha l'ulteriore pregio di ridimensionare gli aspetti più esasperati di quelle tesi che enfatizzano il legame tra terrorismo e Stati cosiddetti patroni. Malauguratamente l'opera, il cui stile è totalmente giornalistico, include allo stesso tempo inesattezze e rappresentazioni incomplete - anche nel sintetizzare le analisi di altri autori in essa citati - che alterano l'effettiva natura di alcuni gruppi e situazioni ambientali. Uno di questi casi riguarda le Brigate Rosse, incluse nella trattazione.
    - In materia di servizi di intelligence e terrorismo è uscito, nel 1990, un libro di non facile interpretazione, By Way of Deception, ad opera congiunta di Victor Ostrovsky, il quale sostiene di essere un ex agente pentito del Mossad israeliano da lui considerato sfuggito al controllo istituzionale, e del giornalista canadese Claire Hoy. Ai diversi errori riguardanti personaggi e date, si aggiunge la narrazione di episodi inspiegabilmente non riscontrabili in altre fonti. E' del tutto inverosimile che non siano venute a conoscenza dei mass media azioni violente commesse all'aeroporto di Fiumicino e dintorni. Questi aspetti inducono a domandarsi se si tratta di un'opera di disinformazione piuttosto che il riflesso di una crisi di coscienza o ravvedimento da parte di un agente segreto. Contemporaneamente sorge il dubbio se lo scopo del libro sia stato quello di denigrare il Mossad - ed eventualmente ridicolizzare i servizi di altri Paesi - oppure di esaltarne le capacità operative.
    - Nella parte introduttiva di Segreto di Stato: La Verità da Gladio al Caso Moro (2000), libro-intervista dei giornalisti Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri con l'ex Senatore dei Democratici di Sinistra Giovanni Pellegrino, già Presidente della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulle Stragi e sul Terrorismo (8) , si mettono sullo stesso piano i servizi segreti dell'Est e dell'Ovest. Entrambi avrebbero intercettato e contaminato il terrorismo di destra e di sinistra che ha afflitto l'Italia. Questa tesi si discosta notevolmente da quelle precedenti della sinistra sulle responsabilità a senso unico, senza però che il resto del testo faccia piena chiarezza sul fenomeno.
    - In un libro-intervista poco più recente, I Segreti di San Macuto (2001), del giornalista Gian Paolo Pellizzaro con il Senatore di Forza Italia Vincenzo Ruggero Manca, già Vice-Presidente della stessa Commissione, vengono contestate le accuse tradizionalmente mosse dalla sinistra ai servizi di sicurezza italiani e alleati. Nel contempo si elencano e si discutono una serie di fatti terroristici di portata internazionale, o comunque attinenti a quell'aspetto del fenomeno, la cui trattazione mette in risalto un determinato clima politico internazionale sollevando, però, più considerazioni che offrendo risposte.
    § Il tema dell'asserita ingerenza americana negli affari interni italiani per il tramite della NATO, dei servizi d'intelligence di Oltre Oceano o di accordi tra servizi americani e italiani salta ripetutamente alla ribalta e abbraccia molti aspetti collettivamente sintetizzati nelle espressioni doppio stato e doppia lealtà. Una disamina di questo tema richiederebbe molto più spazio di quanto disponibile in questa sede. Ci limitiamo quindi a considerare due aspetti di particolare rilevanza nel quadro della disinformazione, che sfrutta l'ignoranza della materia: il caso Gladio e la concessione del nullaosta di sicurezza.
    - All'organizzazione Gladio - componente italiana di una struttura più vasta in ambito NATO con funzioni specifiche e circoscritte e tecnicamente denominata stay-behind, letteralmente stare indietro - sono state attribuite finalità eversive, sempre riconducibili ad una forma di egemonia americana. Il quesito da porsi in questo contesto è "cosa significa nella sostanza stay-behind?" Per ottenere una risposta basta consultare un manuale da campo dello U.S. Army, in questo caso autentico e nel pubblico dominio sin dal dicembre 1965, ancor prima che fossero coniate le espressioni anni di piombo e la notte della Repubblica. Si tratta dello FM 31-20, intitolato Special Forces Operational Techniques, ossia Tecniche Operative delle Forze Speciali. Mentre è palese il significato di FM, la designazione numerica 31 sta per Forze Speciali, una branca dell'Esercito più spesso soprannominata Green Berets (Berretti Verdi, dal colore del copricapo) e il numero 20 vuole designare questo manuale da campo come parte della serie 31, che riguarda appunto le Forze Speciali. Il predetto FM, parimenti agli altri di questa e delle altre serie (ad esempio il numero 19 contraddistingue la serie della Military Police o Polizia Militare) è pubblicato dal Quartier Generale del Dipartimento dell'Esercito. Il paragrafo 30, pagina 46, dello FM 31-20 delimita stay-behind e recita, in traduzione italiana, quanto segue:
    Distaccamenti di Forze Speciali possono essere preposizionati in aree di prevedibili operazioni prima che tali aree siano occupate dal nemico, così permettendo di organizzare il nucleo di una forza di guerriglia. Rigorose precauzioni devono essere adottate per salvaguardare la sicurezza, in particolare quella delle aree di rifugio o di altri siti di salvezza da utilizzare durante il periodo iniziale dell'occupazione. Le informazioni concernenti le località e le identità all'interno della organizzazione sono rivelate in base a quello che è indispensabile sapere. I contatti tra vari elementi avvengono con comunicazioni clandestine. Depositi segreti in ordine sparso, inclusi gli apparati radio, vengono predisposti quando possibile. Essendo sconsigliabile che gli appartenenti ai distaccamenti di Forze Speciali vengano impiegati come agenti di intelligence in aree urbane, le operazioni alle spalle del nemico hanno migliori possibilità di successo in aree rurali. Quando le predette operazioni sono condotte in are
    e densamente popolate il distaccamento delle Forze Speciali si appoggia completamente sulle organizzazioni indigene in relazione alla sicurezza, ai necessari contatti per l'espansione della rete e all'incremento dello sforzo.
    - A fini disinformativi si è altresì molto equivocato sulla natura e sulle procedure che riguardano il rilascio del nullaosta di sicurezza ed in particolar modo sugli uffici preposti al rilascio. Detto nullaosta, il quale permette l'accesso a documentazione classificata (e l'ingresso in determinate aree), viene concesso a ciascun cittadino a cui compete per compiti d'istituto esclusivamente dal proprio Stato. L'accesso a informazioni specifiche dipende tanto dal livello del nullaosta - riservatissimo, segreto o segretissimo - quanto dalla necessità da parte di chi ne è munito di accedere per motivi di servizio a informazioni specifiche, pertanto non a tutte. In seno alla NATO, la quale è una organizzazione internazionale a carattere non sopranazionale, ogni Stato membro conserva la propria sovranità ed ogni decisione deve quindi essere presa all'unanimità. Il nullaosta NATO non è altro che l'equivalente del nullaosta nazionale in materie di comune accesso e classificate, di comune accordo, ai fini della sicurezza dell'Alleanza, la cui natura è politica e militare. Non è quindi possibile ottenere un nullaosta NATO se non si è muniti del nullaosta nazionale rilasciato dalle proprie autorità nazionali. In nessun caso può la NATO rilasciare nullaosta nazionali o nullaosta NATO a chi non è munito di nullaosta nazionale. Va infine ricordato che gli organi della NATO sono composti da personale dei 19 Paesi che la compongono.
    § La minaccia del colpo di Stato in un Paese come l'Italia, saldamente inserito nel Primo Mondo - ora Global North - già dall'epoca del miracolo economico, può solamente rientrare negli scenari proposti della disinformazione o nei piani di contingenza tutt'altro che realistici di personaggi quali il defunto eroe resistenziale Ambasciatore Edgardo Sogno. Affinché un colpo di Stato, ancorché effimero, si possa verificare sono collettivamente indispensabili una serie di fattori: circostanze favorevoli, la volontà di porlo in essere, un piano militare ben coordinato e mezzi adeguati. Pur tralasciando ogni considerazione sui primi due fattori, da nessuna parte, nemmeno nel libro postumo di Sogno con il giornalista Aldo Cazzullo, Testamento di un Anticomunista (2000), emerge un concreto piano militare. La stessa Medaglia d'Oro, nonostante i suoi precedenti di ufficiale combattente di due guerre, asserisce di non essere mai entrato nel dettaglio di un non meglio specificato piano militare preparato da un generale, fra l'altro comandante di una regione militare del Sud e non di una grande unità operativa. Per quanto riguarda poi le forze militari da impiegare, ci sono solo le dichiarazione di Sogno, il quale avrebbe preso contatto con diversi alti ufficiali (ne elenca i nomi) che, sempre secondo l'Ambasciatore, condividevano i suoi valori liberali, concordavano con le sue preoccupazioni sulla minaccia posta dalla sinistra e si erano, almeno in un primo tempo e a parole, dimostrati disponibili. Del resto l'assoluzione di Sogno per il cosiddetto golpe bianco, che non vide mai movimenti di truppe, molto prima che uscisse il Testamento di un Anticomunista confermerebbe che le istituzioni repubblicane avevano poco da temere da questo entusiasta.
    § Nonostante le lodevoli intenzioni di chi li organizza, pure i convegni sul terrorismo possono dar vita a situazioni dove il confine tra informazione, disinformazione e confusione è alquanto labile. Ciò emerge in particolar modo nei casi, non infrequenti, dove il rapporto tra il numero dei relatori ed il tempo disponibile è inadeguato per trattare la materia compiutamente. Questa situazione è ulteriormente aggravata da servizi giornalistici che tendono a concentrarsi, estraendo o parafrasando brani, sugli interventi di personaggi notori, invitati per dar lustro al convegno, piuttosto che sugli interventi degli specialisti. (è incidentalmente interessante notare la facilità con cui la stampa attribuisce motu proprio titoli accademici e professionali a taluni relatori oppure li collega a istituzioni di cui non fanno più parte senza precisarne il cessato rapporto). Gli stessi atti, in forma condensata, dei convegni spesso offrono un limitatissimo contributo o ne deprimono la sostanza. Già nel lontano 1986, l'attento ed equilibrato Walter Laqueur, giornalista e docente universitario, lamentava fenomeni di questa natura (9) .
    § Non va poi sorvolata una fonte assai enigmatica: lo U.S. Labor Party, la cui affiliazione o derivazione italiana è conosciuta come Partito Operaio Europeo (POE). Altra sua creatura è l'Istituto Schiller con sede in Germania e promotore di convegni anche in Italia. Questo apparato - il cui fondatore, Lyndon LaRouche, aspirante alla presidenza degli Stati Uniti, è stato, peraltro, condannato e imprigionato per reati finanziari - è noto per numerose tesi dietrologiche. In occasione del sequestro Moro, il POE pubblicò sull'organo Bollettino Internazionale un montaggio della fotografia diffusa dalle Brigate Rosse (BR) dell'uomo politico democristiano nella prigione del popolo con una sola variante: la sostituzione della bandiera delle BR con quella della Gran Bretagna come sfondo (10) . Quasi vent'anni dopo, nel 1997, apparse su Solidarietà, altro organo della stessa matrice, un articolo intitolato L'internazionale terrorista veste fumo di Londra in cui vengono elencati e discussi gruppi terroristici di varia natura, inclusi i più noti d'ispirazione radicale islamica, e si usano espressioni quali il terrorismo pilotato da Londra (11) . Fra le iniziative dell'Istituto Schiller risalta un convegno in cui un parlamentare ed ex appartenente alla struttura d'intelligence italiana - per inciso erroneamente, se non volutamente, identificato come ex capo del controspionaggio italiano - interveniva in difesa di Lyndon LaRouche, al quale sarebbero mancate le garanzie processuali previste dagli ordinamenti giudiziari degli Stati Uniti e veniva quindi presentato come un perseguitato (12) .
    § Internet, moderno strumento di comunicazione e attualissima fonte di cognizione, non si è dimostrato immune dall'uso improprio che conduce o contribuisce alla disinformazione. Non intendiamo l'aspetto ovvio della propaganda mendace qualunque ne sia la fonte palese od occulta, ma l'utilizzo di Internet a fini imprenditoriali proprio nella sfera dell'antiterrorismo e della sicurezza. Basta prendere nota delle descrizioni poco aggiornate e delle analisi ancora meno approfondite, ma voluminose, dettagliate nell'apparenza e artatamente presentate che si affacciano sui siti di taluni istituti di consulenza e fungono da attrazione per potenziali clienti digiuni in materia e facilmente impressionabili dall'effetto ottico.
    § Sebbene di peso marginale nella maggioranza dei casi, l'imprecisione terminologica svolge anch'essa un ruolo disinformativo. Casi marginali sono i consuetudinari riferimenti alla P38 come se fosse l'arma standard del terrorismo e agli 007, per qualificare gli addetti ai servizi d'intelligence, così evocando personaggi da romanzo o da film. Già più grave, per considerazioni molto diverse l'una dall'altra, è l'uso di termini quali kamikaze e top secret. Il kamikaze era un pilota militare giapponese che si immolava, in guerra, colpendo un obiettivo nemico di natura militare. Attribuire lo stesso appellativo, come ormai è consuetudine, a fanatici criminali che si rivolgono contro inermi bersagli civili equivale ad attribuire pari dignità a chi non ne possiede. Diverso, naturalmente, è il ragionamento per ciò che riguarda il vastissimo abuso del termine top secret, parola inglese che qualifica la più alta classificazione di sicurezza, cioè segretissimo. L'attribuzione da parte dei mass media della classificazione top secret a documenti, in special modo in materia di terrorismo, tutto al più riservati, ma non classificati - nemmeno a livello di riservatissimo o segreto, le due classificazioni inferiori - genera l'impressione, totalmente fuorviante, che si tratti di informazioni di particolare delicatezza o consistenza.
    § Nulla giovano, poi, alla reale rappresentazione dei fatti o delle testimonianze, titoli fantasiosi che spesso vengono dati ad articoli e interviste e che, alterandone il contenuto ed attraendo l'attenzione del lettore superficiale o svogliato, lasciano solo il ricordo di quanto contenuto nel titolo. Valga come esempio il titolo di un recente articolo, apparso in un quotidiano romano, concernente i drammatici fatti di New York e Washington, Quando bin Laden lavorava per conto della CIA, rapporto a tutt'oggi non comprovato (13) . A proposito di figure quali Osama bin Laden e prescindendo dalle loro responsabilità, è istruttivo notare la frequenza degli avvistamenti e delle ipotesi riguardanti un loro coinvolgimento in una miriade di situazioni come se fossero onnipresenti e onnipotenti. Basta ricordare, già prima di bin Ladin, l'inchiostro e la carta dedicati a Carlos e ad Abu Nidal. A nulla di serio giovano, inoltre, riferimenti a personaggi senza nome citati come fonte privilegiata in giornali e libri, una consuetudine a cui hanno aderito anche scrittori di successo quali la su menzionata Claire Sterling (14) .
    § Nemmeno in occasione dei preparativi, seguiti dalle note violenze di piazza, per il vertice annuale del G8 recentemente celebratosi a Genova sono venute a mancare le tradizionali accuse tenebrose nei confronti dei servizi di intelligence, uno degli obiettivi prediletti della disinformazione. In questo contesto merita attenzione un libello che si presenta come un piccolo manuale tascabile colmo d'informazioni sul fenomeno della protesta anti-globalizzazione, ma va ben oltre e fornisce dettagliate informazioni sulle possibili opzioni di comportamento a disposizione dei contestatori e relativi rischi di natura giuridica a cui gli stessi potrebbero andare incontro. Il tutto è corredato, sotto forma di sarcasmo, da disegni disinformativi attribuiti proprio ai servizi d'intelligence, che avrebbero messo in circolazione notizie atte a disseminare il panico, nella fattispecie la diffusione del virus Aids da parte dei contestatori con l'utilizzo di strumenti all'uopo congegnati.


    5. Conclusioni

    A rischio di annoiare il lettore, gradiremmo reiterare che questo articolo non costituisce un saggio, ma semplicemente un appello come puntualizzato nell'Introduzione. In tale ottica, e soprattutto volendo evitare commenti affrettati o emotivi in questo momento di enorme gravità, abbiamo intenzionalmente evitato di entrare, se non superficialmente, nel merito degli attentati dell'11 settembre 2001 e delle pulsioni culturali o di altra natura che li hanno causati o che sono, comunque, ad essi connesse. Del resto, l'autore di questo articolo-appello ha già di recente trattato il radicalismo religioso in altra sede poco prima che la tragedia si abbattesse su New York e Washington (15) .
    Poiché è inevitabile che in ogni osservazione o considerazione rientri una certa dose di soggettività, ci scusiamo fin d'ora nei confronti di persone - vive o defunte, menzionate o non menzionate in queste pagine - il cui operato potremmo aver mal interpretato. Infatti, lo scopo di queste pagine non è quello di fare polemica, ma di esprimere l'auspicio, profondamente sentito dall'autore, che il terrorismo venga esaminato in modo pacato ed equilibrato. Solo così, a nostro avviso, si possono affrontare i grandi problemi e le grandi minacce.

    (1) Dennis A. Pluchinsky, "Academic Research on European Terrorist Developments: Pleas from a Government Terrorism Analyst", Studies in Conflict and Terrorism, Washington, D.C., Vol. 15, 1992.
    (2) In occasione del dibattito, l'oratore distribuì un suo saggio dattiloscritto in lingua francese, intitolato Géopolitique et désinformation.
    (3) Per una sintesi della strategia di disinformazione sovietica vedi Richard H. Schultz & Roy Godson, Dezinformatsia: The Strategy of Soviet Disinformation, Berkley, New York, 1986. Per maggiori dettagli riguardanti casi specifici vedi, in materia, la serie Foreign Affairs Note pubblicata dallo United States Department of State, Washington, D.C., aprile 1982-aprile 1988.
    (4) Interessanti aspetti della disinformazione e della propaganda sono trattati in maniera sintetica nei seguenti testi: Henry S.A. Becket, The Dictionary of Espionage, Dell, New York, 1986 e Bob Burton, A Clandestine Operator's Glossary of Terms, Berkley, New York, 1987.
    (5) L'autore di questo articolo concorda con la seconda scuola di pensiero. Per maggiori dettagli, vedi Vittorfranco Pisano, Introduzione al Terrorismo Contemporaneo, Sallustiana, 2a edizione aggiornata, Roma, 1998.
    (6) Per ulteriori considerazioni sul neoterrorismo, vedi Vittorfranco Pisano, "Il Terrorismo e la Società del 2000", Security Forum 2000, ItaSForum, Milano, ottobre 2000.
    (7) FM sta effettivamente per Field Manual (Manuale da Campo), così come 30 sta per Military Intelligence, una branca dell'Esercito. Per quanto riguarda tutto il resto si tratta di una completa falsificazione, come si evince, inter alia, dalla commistione di ortografia ed espressioni linguistiche americane e britanniche. Inoltre, a questa falsificazione fu assegnata la classifica di sicurezza top secret, cioè segretissimo, un livello che rarissimamente si addice a un Field Manual, in quanto redatto e inteso quale strumento dottrinale e di addestramento normalmente destinato a vasta circolazione senza classificazioni di sicurezza. Per ulteriori dettagli, vedi Hearings before the Subcommittee on Oversight, Permanent Select Committee on Intelligence, U.S. House of Representatives, Soviet Covert Action (The Forgery Offensive), 96th Congress, 2d Session, February 6 and 9, 1980 e United States Department of State, Foreign Affairs Note, Soviet Active Measures: Focus on Forgeries, April 1983.
    (8) Il volume in questione è stato recensito sul numero 18/2000 della presente Rivista.
    (9) Vedi Walter Laqueur, "Missing the Target", The New Republic, 6 ottobre 1986.
    (10) Vedi, a proposito, un articolo ingegnosamente intitolato "La Regina Elisabetta in Via Fani" a firma di Renato Farina su Il Giornale, 17 marzo 1998, p. 1.
    (11) Solidarietà, anno V, n. 5, novembre 1997.
    www.solidaritaet.com/movisol/terror.htm. L'indirizzo del sito viene citato come appariva all'epoca dell'articolo.
    (12) Vedi Nuova Solidarietà, 17 febbraio 1990.
    (13) Per chi ne avesse interesse, varrebbe la pena consultare Kenneth Katzmam, Terrorism: Near Eastern Groups and State Sponsors, 2001, Congressional Research Service, The Library of Congress, Washington, D.C., 10 settembre 2001.
    (14) Vedi, ad esempio, Claire Sterling, The Time of the Assassins, Charles Scribner & Sons, New York, 1983. Questo libro riguarda l'attentato di Piazza San Pietro a Papa Giovanni Paolo II.
    (15) Vittorfranco Pisano, "Stati Uniti d'America e Radicalismo Islamico", Rassegna dell'Arma dei Carabinieri (Roma), N. 4, ottobre/dicembre 2000 e stesso autore, "Taleban Afghani: il Terrorismo ed il Radicalismo Religioso", esseccome (Bologna), N. 9, settembre 2001.
    "


    Saluti liberali

  4. #4
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    da :

    Analisi Difesa anno 6 numero 58

    " CRIMINI DI GUERRA
    IL CRIMINE DI TERRORISMO INTERNAZIONALE IN PACE E IN GUERRA


    di Carlo Stracquadaneo

    20 luglio. Le recenti e contrastanti sentenze emesse da diversi tribunali italiani a carico di stranieri imputati di terrorismo internazionale (art. 270 bis del codice penale) hanno fatto sorgere la necessità di avviare la ricerca di una nozione generale di terrorismo per il nostro ordinamento giuridico. Oltretutto, l’attuale polemica sulle misure anti-terrorismo da adottare in Italia rendono utile e auspicabile la definizione concreta di terrorismo per il nostro codice penale; questo allo scopo di evitare le disquisizioni teoriche di giudici, incentrate su una nozione sociologica di terrorismo, vaga e generica, che si richiami a un inafferrabile senso comune o a ermetiche norme di diritto internazionale che spesso ingenerano confusione tra atti di guerriglia commessi da combattenti irregolari e condotte terroristiche non supportate da sufficienti prove indiziarie. Nella recente sentenza di assoluzione emessa dalla prima Corte d’Assise di Milano a carico di sei tunisini imputati di terrorismo internazionale, i giudici milanesi motivano che “in assenza di una definizione di terrorismo nel codice penale, l’unica definizione applicabile deve essere ricercata nelle convenzioni internazionali in materia". Gli stessi giudici certamente non ignorano che una convenzione generale per la lotta al terrorismo è ancora in fase di elaborazione e che non esiste una associazione diretta reato-convenzione poiché è la “nuova sfida” che di volta in volta viene lanciata dal terrorismo, a suscitare la sollecitudine degli Stati per l’adozione di nuove norme che, quando il “caso” si presenta, verranno poste come futuro rimedio alle lacune trascurate. Il vero problema dello scenario operativo in cui si muove il terrorismo è il ristretto campo di visuale degli interpreti ed applicatori delle norme, che difficilmente permette di tenere il passo, o meglio anticipare, l’ingegno del terrorista. L’atto di terrorismo crea sempre una frattura nelle relazioni internazionali pacifiche, coinvolge la politica dello Stato vittima e di quello responsabile di un’attività di prevenzione inefficiente. Vi è spesso un’interpretazione tutt’altro che univoca delle norme. L’interpretazione si conforma agli interessi che lo Stato, vittima o responsabile, cerca di tutelare. A questo punto, quindi, mi chiedo quale posizione abbia inteso tutelare la Corte d’Assise di Milano nella motivazione della sentenza d’assoluzione dei sei presunti terroristi tunisini che falsificavano passaporti e conversavano tra loro di “3-400 morti in Italia nel metrò”. Mi chiedo, ancora, con quale certezza quei giudici abbiano affermato che un attentato come quello del novembre 2003 contro il nostro contingente a Nassiriya non rientrerebbe nella definizione di terrorismo. Paradossalmente, nella stessa sentenza, si legge che in assenza di una definizione di terrorismo nel Codice, “l’unica direttamente applicabile” sarebbe quella “contenuta nella Convenzione 1999 di New York”. Orbene, la Convenzione sulla repressione dei finanziamenti del terrorismo ( adottata a New York, il 9 dicembre 1999), condanna tutte le forme di terrorismo come criminali e ingiustificabili e ricorda le “gravi conseguenze” che un tale crimine può portare alla comunità internazionale nel suo complesso. Fondamentale per la comprensione della portata di questa Convenzione, è la formula del secondo paragrafo dell’articolo 2, che definisce l’oggetto passivo del terrorismo. Questo crimine colpisce e può causare la morte ed il ferimento di “civili” quanto quella di “soggetti coinvolti in un confitto armato”, ma estranei ai combattimenti veri e propri. Dietro questa disposizione si supera il limite che può mettere in dubbio la sfera di applicazione dei trattati, se cioè questi devono essere applicati in tempo di pace, o se estendano la loro efficacia alle situazioni di conflitto armato. La questione è stata risolta, per le Convenzioni precedenti, a favore dell’interpretazione più ampia, che comprende la circostanza della guerra, poiché l’estensione delle convenzioni in materia di terrorismo anche ai luoghi di conflitto armato permette di evitare alcuni rischi. Le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli Aggiuntivi del 1977 regolano diverse tipologie di conflitto e le relazioni tra le parti in conflitto. In fase di elaborazione della convenzioni sul terrorismo si temeva che alcuni Stati che difendevano una rigida separazione tra il diritto applicabile in tempo di pace e in tempo di guerra, avrebbero potuto dedurre una certa liceità delle azioni terroristiche, in tempo di guerra, laddove le stesse non fossero propriamente attribuibili alle parti in conflitto. Per la prima volta però, la questione non è risolta in via interpretativa, bensì è enunciata a chiare lettere dal testo stesso della Convenzione, che riconosce l’operatività delle norme anche in tempo di guerra. Oltre ai casi di conflitto armato e in cui la vittima non è parte attiva delle ostilità, la Convenzione si applica quando il crimine intende intimidire una popolazione o costringere un Governo o un’organizzazione a compiere o a non compiere determinate azioni. L’esperienza del passato insegna che non tanto servono norme speciali o nozioni particolareggiate, bensì che l’obiettivo di eliminare il terrorismo si consegue mediante il patto tra i Governi di consentire il più ampio margine di applicazione “spaziale” possibile, considerando come caso di “terrorismo internazionale” qualsiasi atto di terrorismo che presenti almeno un elemento internazionale, nonché di applicare le Convenzioni tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra, tutelando così nel caso di conflitto armato, sia i civili quanto le forze militari e di sicurezza che non vi prendono parte e che siano dislocate per garantire il rispetto della pace e la tutela del diritto. E’ questa, a mio parere, la chiave di lettura del tentativo, da parte degli Stati, di stare al passo con le nuove sfide che terrorismo pone. Ciò di cui ci si può rammaricare, invece, è proprio la mancanza di un processo inverso, in cui sia il fervido intelletto dei giuristi e dei politici a prevalere su quello, altrettanto fervido, dei terroristi, che operano con organizzazioni che, come le singole maglie della rete di Al Qaeda, presentano strutture labili, gerarchie incerte e programmi sfuggenti. E’ una storia che scorre davanti ai nostri occhi, è quella dei governi che, dopo aver subito l’ennesimo colpo, si affrettano a ritessere le maglie di una rete che mal cela numerose fessure.
    "

    Shalom

  5. #5
    Super Troll
    Data Registrazione
    02 Mar 2004
    Messaggi
    81,042
     Likes dati
    8,333
     Like avuti
    15,181
    Mentioned
    1125 Post(s)
    Tagged
    60 Thread(s)

    Predefinito

    curiosità: sarebbe carino se si copiasse da un vocabolario poniamo ante 1980 la definizione di terrorismo e confrontarla colla stessa definizione (magari dello stesso vocabolario) di 25 anni dopo.

  6. #6
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Già, tutto scorre.

    Shalom

  7. #7
    Super Troll
    Data Registrazione
    02 Mar 2004
    Messaggi
    81,042
     Likes dati
    8,333
     Like avuti
    15,181
    Mentioned
    1125 Post(s)
    Tagged
    60 Thread(s)

    Predefinito

    "E’ questa, a mio parere, la chiave di lettura del tentativo, da parte degli Stati, di stare al passo con le nuove sfide che terrorismo pone"

    secondo me questa è fantastica:

    allora: non essendoci una definizione univoca di terrorismo (il che significa che gli stati e i loro organi nn sono in grado di dire con certezza quando una azione od un gruppo sono da definire terroristica/terroristi) gli stati devono adeguare le legislazioni come risposta a dette azioni (creando una nozione di terrorismo) che le consideri ex post come tali.

    tant'è che:

    (b) qualsiasi altro atto diretto a causare la morte o gravi lesioni fisiche ad un civile, o a qualsiasi altra persona che non ha parte attiva in situazioni di conflitto armato, quando la finalità di tale atto, per la sua natura o contesto, è di intimidire un popolazione, o obbligare un governo o un'organizzazione internazionale a compiere o a astenersi dal compiere qualcosa.


    quindi (caso iraq) è sufficiente che unilateralmente tutte le forze occupanti siano considerate "di pace" o meglio (come accade ora) che si neghi la presenza di un conflitto che qualsiasi atto loro ostile sia da considerarsi terroristico.

    il che è semplicemente un assurdo:

    secondo questo principio la resistenza italiana era terroristica anche quando colpiva a viso aperto un tedesco qualsiasi... in quanto non essendo riconosciuto ufficialmente un conflitto tra partigiani e rsi/tedeschi questi ultimi pur rastrellando e combattendo "non ha parte attiva in un conflitto armato" in quanto conflitto non esiste...

  8. #8
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La resistenza italiana sarebbe stata terroristica....soltanto se avesse colpito reparti dell'occupante non implicati nei combattimenti, ne' nella repressione dell'attività di resistenza. Ad esempio se un poliziotto germanico fosse stato adibito a dirigere il traffico (se allora ci fosse stato, visto che si parla di se), o a reprimere la borsa nera (ossia ad assicurare il normale ordine pubblico e una conduzione normale della vita sociale) la sua uccisione da parte di un partigiano IN QUEL MOMENTO sarebbe stata qualificabile come terrorismo. Così si potrebbe in tal senso qualificare come terroristica l'azione di uccisione di soldati tedeschi a Milano, intenti a distribuire alimenti alla popolazione civile italiana (magari per impedirne o prevenirne una rivolta), del tipo di quello che scatenò la feroce rappresaglia fascista di piazzale loreto, con l'impiccagione famosa di partigiani antifascisti.

    Shalom

  9. #9
    Super Troll
    Data Registrazione
    02 Mar 2004
    Messaggi
    81,042
     Likes dati
    8,333
     Like avuti
    15,181
    Mentioned
    1125 Post(s)
    Tagged
    60 Thread(s)

    Predefinito

    In Origine postato da Pieffebi
    La resistenza italiana sarebbe stata terroristica....soltanto se avesse colpito reparti dell'occupante non implicati nei combattimenti, ne' nella repressione dell'attività di resistenza. Ad esempio se un poliziotto germanico fosse stato adibito a dirigere il traffico (se allora ci fosse stato, visto che si parla di se), o a reprimere la borsa nera (ossia ad assicurare il normale ordine pubblico e una conduzione normale della vita sociale) la sua uccisione da parte di un partigiano IN QUEL MOMENTO sarebbe stata qualificabile come terrorismo. Così si potrebbe in tal senso qualificare come terroristica l'azione di uccisione di soldati tedeschi a Milano, intenti a distribuire alimenti alla popolazione civile italiana (magari per impedirne o prevenirne una rivolta), del tipo di quello che scatenò la feroce rappresaglia fascista di piazzale loreto, con l'impiccagione famosa di partigiani antifascisti.

    Shalom
    scusami ma pur considerando anche logica la tua considerazione (sulla base di una norma illogica...) credo che il tutto non abbia senso:

    un militare nemico è obiettivo sensibile anche mentre fa la doccia a casa sua....
    lo stesso vale per le forze di polizia che contribuiscono ad "assicurare il normale ordine pubblico" che se permetti normale nn è in quanto ordine pubblico imposto da un esercito occupante....

    come a dire: cari combattenti vi consideriamo tali e non terroristi se ci sparate alle condizioni che vogliamo noi: se vi riconosciamo come tali, se ci attaccate a viso scoperto (anzi, nemmeno...) se vi attacchiamo in campo aperto. in qualsiasi altro momentto (per esempio se stiamo in caserma se pattugliamo armati le strade se viaggiamo su un elicottero che visto che nn bombarda non partecipa attivamente al conflitto.... allora siete terroristi.

    scusa ma nn ha assolutamente senso

  10. #10
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Ovviamente, come per il caso di Norimberga, non è molto "ortodosso" costruire norme e convenzioni.....con effetto.....retroattivo e con interpretazioni estensive..........in costante dilatazione. Capisco anche l'obiezione, che accetto senza riserve per quanto riguarda un esercito regolare o che comunque che combatte a viso a perto con bandiere, divise, distintivi che lo rendono riconoscibile. La condivido meno per i "civili in armi" che configurano la posizione del "resistente", posto che per le stesse convenzioni internazionali gli eserciti occupanti hanno il dovere di provvedere a mantenere l'ordine, ad assicurare il più possibile la vita normale e civile delle popolazioni, eccetera. E' da tenere presente che la qualificazione di "resistente" è moralmente e tecnicamente neutrale. I repubblichini che nei giorni successivi alla liberazione di Firenze, dai tetti della città sparavano agli anglo-americani (e ai partigiani), tecnicamente esercito occupante, altro non erano definiti che "resistenti fascisti" persino in taluni documenti dell'OSS. In Italia però, data la storia della guerra civile di liberazione, rispetto a Stati Uniti e Regno Unito, il termine "resistente" evoca però immediatamente il combattente per la libertà contro il "nazi-fascismo", per cui si capisce che molti abbiano una giusta ripugnanza ad estenderlo a fenomeni come quelli in atto in Afghanistan o in Iraq.

    Shalom

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Italia 1977-2007 terrorismo islamico VS terrorismo cattolico
    Di don Peppe nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 43
    Ultimo Messaggio: 14-09-07, 21:03
  2. Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 08-08-06, 00:10
  3. Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 07-08-06, 18:48
  4. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 06-12-05, 21:34
  5. Lotta al terrorismo e terrorismo di stato. Il "pacchetto" Pisanu
    Di Gian_Maria nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 12-09-05, 10:34

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito