"Mettetevi all’opera, coraggiosi guerrieri, e imparate, col far discendere tali pietre, se è la forza che sorpassa lo spirito, o se è lo spirito che sorpassa la forza."
(parla Merlino, dalla Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth)
Sulla cavalleria, oggetto negli ultimi anni di una sterminata mole di studi e saggi, è stato scritto e detto di tutto, eppure le sue origini sono ancora completamente avvolte dal mistero come lo sono anche i motivi che nell’epoca medioevale, tra i secoli IX e XII, portarono in Europa alla proliferazione di una tale quantità di ordini e organizzazioni monastiche religiose e militari, che pur sotto l’apparente diversità, ebbero alla loro base i medesimi principi ispiratori. Queste domande, cui gli "scienziati" della storiografia moderna hanno tentato di dare una incontrovertibile risposta con un enorme spreco di risorse mentali, peraltro scarse come le conclusioni a cui sono giunti, hanno continuato a mantenere occultate nel corso dei secoli le verità loro attinenti dietro quell’impenetrabile alone di segretezza che caratterizza tutte le organizzazioni esoteriche: il velo che nasconde tali segreti può essere tolto solo da chi, iniziato a tali trascendenti realtà, è in grado di capirle e farle proprie. Una storicizzazione della cavalleria è dunque assolutamente improponibile e tanto meno attuabile; non si può tentare di ricondurre su di un piano inferiore ciò che affonda le proprie radici in una dimensione al di sopra della materiale e empirica realtà in cui tali sedicenti intellettuali avrebbero voluto proiettarla: essa rimane un simbolo di principi tradizionali che sono al di là di ogni umano limite, oltre il tempo e lo spazio, attraversando in maniera più o meno visibile tutte le ere nel loro ciclico riproporsi. Le origini della cavalleria si perdono nella leggenda di un’oscura età remota che sottende ad una realtà primordiale ormai dimenticata: nel suo "Libro dell’Ordine della Cavalleria", Raimondo Lullo (il "Doctor Illuminatus" come lo definirono in età medioevale) ci narra di un tempo in cui "scomparvero dal mondo la lealtà, la solidarietà, la verità e la giustizia" e tra gli uomini "dilagarono slealtà, inimicizia, ingiuria e falsità, provocando errore e disordine nel popolo di Dio". Il compito di riportare la giustizia e il timore di Dio nel cuore degli uomini fu allora affidato a individui che più di tutti gli altri si erano mostrati degni di affrontare una tale impresa : perché tutto questo potesse essere compiuto "tutto il popolo fu diviso per migliaia, e da ogni mille ne fu scelto uno che si distinguesse dagli altri per gentilezza d’animo, lealtà saggezza e forza". Pronto anche all’estremo sacrificio della propria vita se ve ne fosse stata la necessità. Nell’eseguire il titanico compito che gli era stato assegnato questi uomini si servirono dell’animale che per la sua forza e la capacità di affrontare la difficoltà delle situazioni che si sarebbero presentate : ognuno di loro si dotò di questo meraviglioso animale il cavallo e "per questo fu detto cavaliere" . L’attualità di un codice di valori così duro ma altrettanto profondo, completamente opposto al nichilismo spirituale della nostra realtà quotidiana è ciò che probabilmente ha suscitato più fascino e ha portato alla riscoperta di un periodo che i lumi della ragione ottocentesca avevano in tronco condannato come un realtà negativa; il "loro" oscuro medioevo, non illuminato dalla luce di una ragione sterile e pigmea che per accendersi deve spegnere la luce del cuore e dello spirito. La riscoperta di un codice di valori "cavalleresco", tradizionale e trascendente, ha attraversato trasversalmente tutto il nostro secolo: risorti come l’araba fenice dalle proprie ceneri, si sono incarnati in uomini come Leon Degrelle e nella Guardia di Ferro e nello spirito Legionario di Corneliu Zelea Codreanu, resi dal loro coraggio e dalla impersonalità uomini superiori, cavalieri del nostro secolo, perché, per dirla con lo storico francese V.E.Michelet, "questo mondo sprofonderebbe il giorno in cui non producesse più un cavaliere" ("il segreto della cavalleria", Parigi 1930). E pur se oggi il mondo ha perso ogni innocenza anche ai cavalieri è affidato il compito di vegliare con attenzione e fare i preparativi in attesa della grande battaglia, perché " re Artù non è morto", come non lo è Merlino: essi riposano, al di fuori del tempo e dello spazio, in attesa dell’evento finale, di quando "l’Anticristo verrà a tentare la conquista del Santo Graal". Essi allora "si risveglieranno per difendere il vaso sublime" e con la loro vittoria, la vittoria del Sole sulle forze delle tenebre e della morte; essi illumineranno nuovamente la terra riportandovi la Pace la Giustizia e l’Amore, una nuova età dell’oro in cui gli uomini torneranno a vivere a diretto contatto di Colui che, a causa della loro superbia, scacciò l’uomo dal Paradiso.
EMRYSa
Combattete per la vostra terra e accettate, se occorrerà, la morte: poiché la morte è una vittoria e una liberazione dell’anima.
(parla Merlino, dalla Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth)




Rispondi Citando
ah ecco dove erano finiti i Templari! se soltanto il vecchio Julius avesse potuto usufruire di internet...
