Il dramma dell'immigrazione
Lega Lazio Italia Federale
Il dramma immigrazione: problemi e prospettive
Cos'è l'immigrazione
La domanda sembra banale, ma l'esperienza insegna che spesso le cose
più evidenti ed elementari sfuggono al giusto approfondimento
critico. Deve quindi essere ben chiaro fin dal principio che
l'immigrazione
. non è una gita di piacere;
. non è una libera scelta;
. è un dramma personale per chi emigra;
. è una rovina per la nazione dalla quale partono gli
emigranti;
. è una catastrofe per la nazione che subisce l'immigrazione.
L'immigrazione non è una gita di piacere
Il punto di partenza per ogni discorso sull'immigrazione non può
essere che questo. Non stiamo parlando di una scampagnata fuori
porta, di un normale periodo di lavoro all'estero ben retribuito,
n&eacuta di una vacanza che si affronta col sorriso sulle labbra.
L'immigrazione è un fenomeno doloroso che prevede viaggi incredibili
e pericolosi; che vede migliaia di vittime morire durante il
percorso, stipate in navi anguste e maleodoranti, in carovane della
disperazione guidate da negrieri spietati e affamati di denaro; che
riduce sul lastrico chi deve pagarsi il biglietto di sola andata per
il presunto paradiso occidentale.
Questa è la prima realtà da tenere bene in mente quando si parla di
immigrazione. è a tutti nota l'esistenza di veri e propri racket che
si dedicano alla preparazione di questi viaggi della speranza,
organizzazioni che forniscono un pacchetto completo comprendente
arrivo, sistemazione e successivo sfruttamento del malcapitato caduto
nelle loro mani.
Potremmo riportare un lungo elenco di episodi nei quali i termini più
ricorrenti sono sfruttamento, umiliazione e morte. Perché, sia ben
chiaro, il vero volto dell'immigrazione gronda di sudore, pianto e
sangue.
L'immigrazione non è una libera scelta
Ripulita l'immagine dell'immigrazione dai toni pastello con i quali i
fautori della società multirazziale la imbellettano per farla
digerire alle masse tramite quotidiani e televisioni a loro
asservite, passiamo al secondo punto della nostra trattazione, tanto
elementare quanto fondamentale.
Comunemente si ritiene che laddove vi sia costrizione, quando manchi
libertà di scelta, ci si trovi di fronte ad una situazione dai
connotati fortemente negativi, ad una realtà che obbliga senza
lasciar decidere. Ci pare quindi assai strano che una società come la
nostra, libertaria per eccellenza, si trovi ad esaltare una
situazione quale quella degli immigrati, i quali certamente non hanno
scelto da soli di abbandonare il proprio popolo e la propria
famiglia, bensì vi sono stati costretti da circostanze che per il
momento definiamo solo esterne al loro volere.
Le cause che spingono all'immigrazione sono molto serie: la povertà,
il sottosviluppo e la fame. Ci riferiamo a persone che non hanno
possibilità di scelta, uomini e donne che, attratti dalla propaganda
diffusa dal mondialismo e sollecitati da organizzazioni
internazionali sono obbligati a tagliare i ponti con la propria
storia, in maniera consapevole o per via inconscia.
E' evidente quindi che l'equiparazione tra le parole libertà ed
immigrazione non ha alcun motivo di essere sostenuta. Anzi, possiamo
certamente affermare che emigrazione vuol dire schiavitù.
L'immigrazione è un dramma personale
La parola dramma non sembri retorica: tale termine meglio di ogni
altro riassume ciò che è veramente l'emigrazione; un evento triste,
avvilente, doloroso, che coinvolge dal punto di vista umano numerose
persone. In primo luogo riguarda l'emigrante, colui che parte, che
abbandona il suo villaggio, paese, città, famiglia, moglie, figli,
genitori, amici. E non si tratta solo della perdita degli affetti più
cari, ma del distacco da tutto un mondo, da un modo di vivere e di
pensare nel quale si è cresciuti e si è stati educati. Parliamo di
cultura, di tradizioni, di costumi che per chissà quanti anni, spesso
per sempre, si dovranno lasciare.
Non dimentichiamo poi il dramma vissuto dai parenti più prossimi,
mogli che si ritrovano a vivere senza marito, con un'intera famiglia
da mantenere, figli che crescono senza avere al fianco la
fondamentale figura paterna e che, privi di guida, rischiano di
sbandare con più facilità degli altri coetanei.
Dobbiamo inoltre aggiungere il problema degli anziani genitori,
privati del naturale sostegno dei figli e condannati ad una vecchiaia
di stenti. Insomma, non solo problemi e drammi personali, ma
conseguentemente anche problemi e drammi sociali che portano al
progressivo disfacimento dell'istituzione familiare.
Il discorso non cambia di molto nel caso di trasferimento di intere
famiglie. Lo scontro (perché di scontro si tratta) con una cultura
diversa e con ritmi di vita assai più frenetici di quelli a cui si
era abituati, non può portare all'integrazione, ma conduce
all'autoisolamento ed alla frustrazione. Basta pensare a ciò che
avviene nelle grandi metropoli statunitensi nelle quali,
contrariamente alle favole narrate dalla propaganda, l'integrazione
razziale è assai in là dall'essere conseguita. I vari gruppi tecnici
che formano la nazione americana ancora oggi, dopo vari secoli
di "convivenza" forzata, si dividono in quartieri ben precisi e dai
confini attentamente circoscritti (Little Italy, Haarlem, Chinatown,
etc.), dove non si fa che tentare di ricostruire ciò che si è
lasciato in patria. Non sono rari i casi di cittadini "statunitensi"
che dopo vari anni di permanenza nella loro nuova patria non parlano
neanche l'inglese e si trovano a vivere isolati ai margini di quella
assurda società-minestrone.
E' chiaro che problemi quali quelli che abbiamo ora sollevato,
inerenti più allo spirito che alla condizione materiale, non vengono
minimamente presi in considerazione dall'odierna cultura
della "panciapiena".
L'immigrazione è una rovina per la nazione dalla quale partono gli
emigranti
Le cause ultime del menomeno migratorio di questi anni sono
rappresentate da fame, sottosviluppo e povertà. L'immigrazione è
dunque una delle conseguenze dei suddetti mali, non certo la cura
necessaria per essi. Scambiare il sintomo di una malattia per la sua
cura significa rinunciare alla logica ed alla razionalità ma ecco che
tutto ciò che è evidente per qualsiasi mente dotata di media capacità
viene stravolto, mentre falsi ragionamenti sono innalzati a dogma da
mass-media e governanti.
L'immigrazione diventa la cura per la fame, il sottosviluppo e la
miseria, il che equivarrebbe a dire che la febbre a quaranta (il
sintomo) è la migliore cura per l'influenza. Lasciamo da parte le
considerazioni logiche, visto che logica e razionalità sembrano far
difetto a molti e scendiamo nei particolari. Vediamo quali
variazioni, positive e negative, comporterebbe un vasto fenomeno di
emigrazione in qualsiasi stato del terzo mondo. I vantaggi apparenti
per il governo (sottolineiamo per il governo, non per il popolo) di
quel Paese sono soprattutto tre:
1. calo del numero dei disoccupati;
2. maggior controllo dello Stato sulla vita dei cittadini, dato
che l'emigrazione allontana un buon numero di potenziali scontenti e
quindi di fomentatori di disordini;
3. entrata nell'economia nazionale delle rimesse degli
emigranti, cioè quelle somme di denaro inviate alle famiglie dei
lavoratori residenti all'estero. Il totale è rilevante, visto il
costo della vita in occidente - molto più elevato - e calcolando
inoltre il fatto che molti emigrati tendono a stabilirsi
definitivamente nel Paese in cui risiedono.
Analizziamo ora gli svantaggi dal punto di vista politico, sociale,
economico e culturale.
1. Dal punto di vista politico, senza alcun dubbio, un popolo
composto da donne, vecchi e bambini, con uomini pur miseramente
occupati e sottopagati, è più facile da gestire da parte della classe
dirigente, anche se tutto va a discapito del ricambio governativo e
della tanto acclamata democrazia. Non si fa altro che rinforzare un
regime dispotico prono agli interessi delle multinazionali (come è
tipico di tanti paesi decolonizzati).
2. Dal punto di vista sociale la partenza dei più giovani e dei
più capaci non fa che perpetuare la cristallizzazione e
l'arretratezza di certe società tribali, con conseguenze disastrose
per il futuro di quel popolo, ridotto a una sorta di primitiva
attrazione turistica e condannato alla miseria perenne.
3. Dal punto di vista economico l'assenza di una classe
imprenditoriale disposta ad investire e a crescere assieme al proprio
Paese, producendo ricchezza e creando posti di lavoro, decreta
l'inevitabile asservimento di quel popolo nei confronti delle
multinazionali, che hanno tutto l'interesse ad ostacolare la nascita
o la crescita di aziende e strutture economiche locali.
L'immigrazione ha quindi il solo risultato di impoverire la nazione
delle risorse umane indispensabili per l'avviamento di un graduale
sviluppo industriale. Si ripete la situazione tipica dello sport in
cui atleti africani conquistano medaglie per una bandiera diversa
dalla loro.
4. Dal punto di vista culturale è evidente che una nazione priva
di giovani non potrebbe avviare il naturale e pur lento passaggio da
una fase culturale ad un'altra. Se le scuole e le università restano
deserte, possiamo essere certi che non si avrà mai nei paesi del
terzo mondo l'indispensabile crescita intellettuale.
L'immigrazione è una catastrofe per la nazione che la subisce
Valutiamo ora le conseguenze nel Paese che riceve il flusso
migratorio, riferendoci particolarmente sulla realtà italiana, sia
perché ci coinvolge maggiormente, sia perch&eacuta presenta numerose
analogie con le situazione degli altri paesi europei.
. Aspetto economico E' il punto che consideriamo meno importante,
soprattutto perché a motivare il nostro rifiuto della società
multirazziale non sono certo i meschini calcoli di una nazione ricca
e industrializzata che teme di dover dividere la torta con nuovi
invitati, ma ragioni ben più profonde.
Ma, visto che ci siamo, parliamo di costi. Secondo molti esponenti
del "buonismo" emergente, si tratterebbe di "sistemare"
dignitosamente circa due milioni di extracomunitari regolari ed
altrettanti clandestini. Sistemazione dignitosa vuol dire casa,
lavoro, scuole ed assistenza sanitaria. Forse che lo Stato italiano
può, ragionevolmente, affrontare una spesa simile? Tralasciamo le
ulteriori obiezioni logiche, cioè se sia moralmente legittimo
anteporre alle esigenze delle migliaia e migliaia di cittadini
italiani senza casa, disoccupati, cassintegrati, pensionati e via
dicendo le esigenze di persone appartenenti ad altri paesi.
Non possiamo poi tacere i costi notevolissimi per il mantenimento
dell'ordine pubblico, causati dalla presenza di centinaia di migliaia
di extracomunitari che vivono ai margini della legalità, come
dimostrano chiaramente i dati del Ministero degli Interni. Un
ulteriore, conseguente problema è dato poi dall'affollamento delle
carceri statali, già di per s&eacuta inadeguate alle necessità
interne.
Tali discorsi sembrano di bassa lega, ma bisogna tener ben presente
che lo Stato, che gestisce il denaro pubblico, ne è depositario e non
proprietario e deve quindi renderne conto ai cittadini. La
beneficenza è una grande virtù, ma va fatta con i soldi propri e non
con quelli degli altri.
. Aspetto sociale L'arrivo massiccio di extracomunitari sta creando
una serie di tumulti e sollevazioni da parte dei cittadini locali, di
cui ogni giorno fanno testimonianza i giornali. In alcune zone la
presenza degli immigrati ha addirittura creato vere e proprie aree "a
rischio", quartieri nei quali è consigliabile non circolare. Inoltre,
al di là dell'aspetto folkloristico dei vu' cumpra', i delinquenti
extracomunitari operano sotto la protezione di potenti organizzazioni
malavitose.
Di fronte a questo stato di illegalità tollerata con condiscendenza
dalle autorità, non ci si può stupire se il cittadino italiano,
esasperato, finisce con il reagire. Infatti ogni consesso civile si
basa sul rispetto di alcune norme che debbono essere universalmente
accettate. Tali norme non nascono dal nulla, ma sono il risultato di
una lunga evoluzione culturale e giuridica. Nel momento in cui corpi
estranei ad una certa società, lontani da essi per cultura, civiltà e
tradizione, portatori anch'essi di una mentalità giuridica specifica,
si vengono a scontrare con una realtà dissimile, inevitabilmente si
crea uno stato di tensione sociale inaccettabile che può portare allo
smembramento dello stesso Stato.
Sperare che popoli e culture diverse tra loro possano integrarsi al
tocco di una bacchetta magica è pura e semplice follia. Follia
omicida per di più, perché la storia ci dimostra (ex Jugoslavia,
Ruanda, Los Angeles, Sri Lanka, etc.) quanto sia pericoloso giocare
con le differenze etniche. Gli ammiratori della società multirazziale
sono solo sognatori incoscenti se non criminali, che rifiutano il
mondo per quello che è effettivamente, creandosene uno di fantasia
che non ha nulla a che fare con la realtà.
. Impoverimento culturale I boxer cinesi che si batterono contro la
penetrazione degli occidentali nel loro Paese, non fecero che
difendere la propria cultura e indipendenza.
Così è oggi per i nazionalisti italiani: dimostrare quanto
l'immigrazione sia una catastrofe per la cultura occidentale è fin
troppo facile: basta riflettere sulla influenza negativa che la
pseudo-cultura americana ha prodotto nel nostro Paese per comprendere
cosa sia la colonizzazione culturale. Tradizioni secolari scomparse o
messe alla berlina; depauperamento del nostro patrimonio linguistico,
americanizzazione galoppante di costumi e abitudini propagandata da
cinema e televisione.
Ma tutto ciò è paragonabile ad un granello di sabbia nel deserto se
contrapposto alle conseguenze gravissime di una immigrazione
incontrollata in Italia da parte di extracomunitari africani e
asiatici.
Valutando il calo delle nascite che affligge la popolazione italiana
e paragonandolo alla fertilità tradizionale dei popoli arabi,
africani ed asiatici, nell'arco di pochi decenni ci troveremo con una
popolazione italiana ridotta ad essere minoranza in casa propria.
Difficilmente i nuovi dominatori prenderanno a cuore l'estinzione
della nostra etnia come facciamo noi oggi per gli indios
dell'Amazzonia. Alcuni folli, sapientemente manovrati da
organizzazioni internazionale con idee molto chiare, pretenderebbero
addirittura di mescolare la tradizione cattolica, sharia musulmana,
animismo tribale e filosofie orientali in un grande cocktail
multiculturale che produrrebbe l'avvento di un paradiso terrestre
chiamato new age.
In realtà da questo melting pot esplosivo dal punto di vista sociale
uscirebbero sconfitte proprio le culture e tradizioni dei singoli
popoli, edulcorate e contaminate da influenze tra le più disparate.
Qui dobbiamo metterci d'accordo su un punto ben preciso: se riteniamo
che la varietà delle culture sia un bene oppure un male. Se pensiamo
che la ricchezza dell'umanità sia composta dal patrimonio culturale
di ogni singolo popolo, non possiamo accettare l'avvento di una
società multirazziale, che per sua natura è livellatrice e
massificante.
Se al contrario ci attira la prospettiva orwelliana di un mondo
riunito sotto il potere di un Grande Fratello, allora dobbiamo
abbattere le barriere culturali e linguistiche che si oppongono a
tale progetto di dittatura universale.
Per quanto ci riguarda, il nostro compito, oggi come sempre, è quello
di lottare per la vera libertà che non è quella introdotta dalla
rivoluzione francese né quella imposta dai liberatori dopo il 1945.
Nonostante tutto continuiamo a ritenere che in Egitto debbano vivere
Egiziani, in Cambogia Cambogiani, in Italia Italiani. Il nostro
nazionalismo non si esaurisce nella difesa della nostra indipendenza,
ma assume un rilievo ben più ampio in quanto difesa di tutte le etnie
minacciate dal mondialismo massonico.
A chi giova l'immigrazione
Dietro il dramma umano di milioni di persone si celano enormi
interessi di carattere politico ed economico. Senza dubbio
l'immigrazione rientra in un piano molto articolato gestito, come
detto, dalle centrali mondialiste. Abbattute le barriere linguistiche
e culturali, mescolati i popoli fino a far loro perdere le
caratteristiche etniche, ecco che si è creato il perfetto apolide, un
individuo reso pura materia, semplice manovalanza da spostare e
trasferire qua e là come una pedina sulla scacchiera.
Un mondo senza confini, e quindi senza Stati autonomi, diventerebbe
facile preda della grande finanza e non è una forzatura prevedere un
totale tracollo della civiltà occidentale. Scendendo nel dettaglio
della situazione italiana, l'immigrazione giova all'industria, che si
procura in questo modo manodopera a buon mercato e senza pretese,
sottopagata e "in nero", da utilizzare anche per tenere freno le
legittime richieste del lavoratore italiano.
L'immigrazione giova ai partiti di sinistra, che vedono le loro
sezioni vuotarsi di iscritti e militanti. La proposta dell'Ulivo di
concedere agli immigrati il diritto di voto è una dimostrazione
lampante di quanto interessato e falsamente caritatevole sia l'aiuto
offerto dagli ex comunisti agli extracomunitari.
L'immigrazione giova ad una certa parte della Chiesa cattolica, che
ha necessità di colmare i vuoti aperti dalla crisi delle vocazioni
che la affligge ormai dagli anni '60. La strategia di questa corrente
modernista, attualmente maggioritaria nella gerarchia ecclesiastica,
si evidenzia con l'utilizzo di strutture quali la Caritas, che
appoggiano apertamente l'immigrazione e fanno dell'ecumenismo un
cavallo di battaglia. Questo si inquadra nella politica intrapresa a
partire dal Concilio Vaticano II, con la quale si sta trasformando la
Chiesa di Roma in una sorta di nuovo "esercito della salvezza",
preoccupato più della cura delle condizioni materiali dell'uomo che
della sua vita spirituale.
Il tutto incurante del tradizionale insegnamento della Chiesa per il
quale Dio ha dato ad ogni popolo un territorio ed ogni mescolanza
culturale e religiosa è da considerare imprudente se non addirittura
inaccettabile.
E per concludere, l'immigrazione giova a quegli amministratori
corrotti che, legati a doppio filo ad intrallazzatori e profittatori,
riescono lucrare sulle disgrazie altrui: campi di sosta per nomadi
che costano miliardi, autostrade costruite nei deserti africani,
organizzazioni fantomatiche che gestiscono miliardi di denaro
pubblico.
L'immigrazione si rivela così un ottimo affare.
Siamo razzisti?
La recente riesumazione del termine razzista ed il suo uso
indiscriminato, rivolto come una condanna di infamia contro chiunque
osi criticare la società multirazziale, rientra in una strategia ben
mirata: si vuole eliminare alla radice qualsiasi forma di dissenso.
Se non si approva l'immigrazione senza neanche esaminare le
motivazioni addotte, si viene immediatamente esclusi dalla
cosiddetta "società civile" ed additati al pubblico ludibrio. Per
questo si deve stare attenti, senza mai reagire instintivamente alle
provocazioni del sistema e alle sue strumentalizzazioni, rischiando
così di essere manovrati dall'esterno.
Noi siamo fermamente contrari all'immigrazione come fenomeno, ma la
nostra lotta non è rivolta verso il singolo extracomunitario. I veri
nemici della nostra civiltà non sono quelli che ci importunano ai
semafori per lavare i vetri dell'automobile, ma stanno comodamente
seduti in poltrona, portano la cravatta ed hanno la pelle del nostro
stesso colore.
Noi crediamo che tutti i popoli debbano seguire una propria via verso
lo sviluppo economico, uno sviluppo separato che proceda in forma
graduale e mantenga inalterate tradizioni e costumi delle diverse
nazioni.
Sarebbe impensabile e delittuoso, nonch&eacuta controproducente,
voler imporre a tutti gli Stati della terra gli stessi ritmi di
sviluppo, senza tener conto dello stato reale delle rispettive
condizioni interne.
Obbligando le nazioni meno industrializzate a seguire le abitudini
del Nord del mondo, il grande capitale imporrebbe il suo potere senza
dover ricorrere alle truppe di occupazione, sostituendole con un
esercito di colletti bianchi. Noi oggi dobbiamo essere al fianco di
tutti quei popoli che rifiutano la società multirazziale e che
vogliono restare i padroni in casa propria. Il diverso colore della
pelle sta a significare che, fortunatemente, sulla terra non siamo
tutti uguali e che ogni popolo ha diritto alla sua diversità, che non
comporta sottosviluppo e miseria, ma significa ricchezza spirituale e
libertà.
Chiamiamole razze, stirpi od etnie, la sostanza è la stessa. Che le
razze esistano non è una opinione soggettiva, ma un dato di fatto
visibile ad occhio nudo. Ovviamente la società attuale, massificante
e comunista, non vuole accettare questa realtà inconfutabile.
La nostra proposta
E' importante essere chiari: non ci sono varie soluzioni al fenomeno
dell'immigrazione, n&eacuta ci deve essere spazio per il
soggettivismo od il sentimentalismo spicciolo. Alcune prese di
posizione, certamente in buona fede, secondo le quali si potrebbe
utilizzare l'elemento islamico presente in Italia in funzione
antimondialista, comportano rischi che non si possono correre: ciò
significherebbe infatti consegnarci all'Islam con le mani ed i piedi
legati.
C'è un'unica via da percorrere: il rimpatrio. Gli immigrati entrati
nel nostro Paese devono essere rimpatriati ai luoghi di provenienza.
Questo rimpatrio deve essere gestito in maniera umana, dando agli
interessati il tempo necessario per preparare la propria partenza, ma
esso deve rispettare termini temporali prefissati e, soprattutto,
inderogabili.
Ogni altra soluzione si risolverebbe in semplici palliativi
temporanei. Va peraltro preparata una legislazione per i rifugiati
politici, la cui situazione deve essere però attentamente vagliata.
D'altro canto, al rimpatrio degli immigrati va fatta seguire una
concreta politica di aiuti al terzo mondo, evitando in particolar
modo di consegnare ingenti somme di denaro pubblico ad organismi
internazionali di dubbia reputazione e controllando direttamente i
risultati prodotti dagli stanziamenti effettuati.
Se siamo convinti della necessità di difendere e perpetuare il
pluralismo etnico e culturale, minacciato oggi dal progetto
mondialista di società multirazziale, dobbiamo essere decisi a
guardare il problema nella sua interezza, senza soffermarci alla
superficie ma affondando il bisturi nella ferita ed estirpando il
male alla radice.
Farsi vincere dal facile pietismo e dal falso ed ipocrita
umanitarismo equivarrebbe a decretare la condanna a morte dei popoli
e della civiltà.




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