Risposta a Sergio Romano
di Alberto Mingardi
Il mercato come uno Tsunami? Con un editoriale sul “Corriere della Sera”, Sergio Romano ci ha ricordato che “anche le catastrofi naturali sono eventi politici”. Verissimo. Solo che, secondo l’ambasciatore, il dramma che ha colpito l’Asia meridionale ci porterà sì a fare i conti con una tragedia umanitaria di proporzioni vastissime, ma soprattutto ad “aiutare i loro governi a dimostrare che lo sviluppo dell’Asia può essere meno drammaticamente squilibrato”.
Romano è convinto che parte dei danni provocati dal maremoto siano ascrivibili al “disordine” di uno sviluppo fondato sull’ultra-mercato, sugli “spiriti animali” dell’economia cui è stata lasciata, inavvertitamente, troppa libertà.
La verità è ben diversa. L’impatto dei cataclismi, in termini di vite umane, è inversamente proporzionale alla libertà economica del Paese che colpiscono. La relazione fra sottosviluppo e tragedie naturali ci è istintivamente familiare, ci resta appiccicata dalla semplice consuetudine con le notizie. Nel dicembre 2003, 30.000 persone sono morte a Bam, in Iran, quando un terremoto ha squassato l’80% degli edifici della città. L’anno prima, 40.000 persone sono rimaste vittime di un altro sisma a Gilan, sempre in Iran. Nel ’98, in Honduras e Nicaragua, l’uragano Mitch ne ha ammazzate almeno 10.000.
Se guardiamo al Bangladesh, secondo le Nazioni Unite, tifoni ed inondazioni croniche hanno ucciso più di mezzo milione di persone fra il ’78 e il 2000. Nello stesso periodo, 1,2 milioni sono morti per carestie indotte dalla siccità, in Etiopia.
Guardando i dati dell’Onu, mentre solo l’11% di quanti vengono travolti da disastri naturali vive nei Paesi poveri, questi ultimi pagano lo scotto di oltre il 53% delle vittime totali. Nel periodo compreso fra il 1980 ed il 2000, la Corea del Nord ha avuto il più alto numero annuale di morti causate da catastrofi naturali, seguita dal Mozambico, dall’Armenia, dal Sudan, e dall’Etiopia. Con l’eccezione dell’Armenia (44ma, dopo un passato difficile), si tratta di Paesi classificati 155mo, cioè ultimo (la Corea del Nord), 95mo (Mozambico), 101mo (Etiopia), e addirittura fuori-classifica (il Sudan) nell’Indice della Libertà economica della Heritage Foundation e del Wall Street Journal. Di liberismo, ne conoscono ben poco.
La correlazione fra povertà e impatto dei disastri naturali acquista validità anche vista da un’altra angolazione. Pensiamo alla Venezia d’America, San Francisco: il terremoto del 1906 seppellì almeno 3000 persone su una popolazione di circa 400.000. Il terremoto del ’94, nella stessa area, uccise “soltanto” 60 fra uomini e donne, rispetto ad un numero di abitanti più che doppio. Se ogni morte è una tragedia, la crescita economica sopravvenuta in quasi novant’anni ne ha reso la contabilità meno gravosa.
Incrociando l’Indice della Libertà economica con i dati della Banca Mondiale, vediamo che nei Paesi classificati “liberi” (bassa pressione fiscale, regolamentazioni essenziali e chiare, moneta stabile, burocrazia leggera) il reddito pro capite è di 26.036 dollari. Nei Paesi “abbastanza liberi”, viaggia sui 13.000 dollari. Nei Paesi “poco liberi”, 3.535. Nei Paesi “repressi”, 3.316 dollari.
Più reddito significa più soldi per comprarsi una casa. Più soldi per comprarsi una casa uguale una casa migliore. Una casa migliore è diversa da una catapecchia di legno e lamiera, spazzata via dalla prima onda.
Anche oggi, dopo lo Tsunami, l’opinione pubblica è istintivamente portata a chiedere una maggiore azione dei governi locali. Azzerare il debito di quei Paesi, pensata solidale, rientra nello stesso quadro. Siamo convinti che solo lo Stato possa tamponare i disastri. Che rinunciare ai nostri crediti serva a rilanciare la spesa pubblica dei Paesi colpiti. Quando invece dovremmo riflettere su un’illuminante constatazione consegnata da Kendra Okonski al “Wall Street Journal”: molte di queste morti avrebbero potuto essere prevenute se quei Paesi non avessero mantenuto in vita politiche lesive dello sviluppo economico.
Asciugare lo Stato per ridurre i disastri: il ragionamento è controintuitivo. Dopo un dramma, si pretende generosità dalla mano pubblica. Ma che cosa ha portato la nostra generosità in Irpinia? Lord Bauer, un grande economista dello sviluppo, suggerisce che, mentre la manna dal cielo cade indiscriminatamente su tutti, i sussidi vanno solo al governo. Finiscono nelle mani dell’èlite politica, la quale distribuisce quattrini seguendo percorsi che ben conosciamo: le clientele vanno mantenute. Tanti italiani, in questi giorni, hanno donato con passione gli euro che possono, mettendoli al servizio di chi ha visto la propria casa e la propria famiglia inghiottiti dal mare. Ma se quei soldi verranno setacciati dai governi, è probabile – perdonate il cinismo – che andranno a finanziare alcuni particolari gruppi, ben avvinghiati alle mammelle pubbliche, piuttosto che la totalità degli sconfitti dalla natura.
Abbattere le barriere, e dare impulso a quelle economie, comprando i loro prodotti: questo sarebbe utile. Persino andare in vacanza laggiù, non dopodomani (pensate al tassista dell’aeroporto, costretto a scarrozzarvi senza sapere che ne è stato di suo padre), ma in capo a qualche mese. Allacciare relazioni di scambio, dare soldi per qualcosa, chiamare al lavoro. Questo si può e si deve fare.
Non bastano le elemosine, bisogna innescare nuovamente il meccanismo di formazione del capitale, scommettere sulla libertà e sullo sviluppo. Le altre sono prediche inutili.
(Da Libero, 2 gennaio 2004)


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