Turchi a cena, ma si prepara in cucina
di Adriano Sofri http://www.panorama.it/opinioni/arch...-A020001028535
27/12/2004
Sbaglia quella parte di Europa che inaugura con fastidio la politica dell'accoglienza. Perché, pur fra luci e ombre, esistono almeno cinque buoni motivi per aprire le porte ad Ankara.
Fra gli avversari della Turchia nell'Unione Europea, qualcuno ha avvertito del rischio che si tramuti in un cavallo di Troia dell'invasione musulmana. Chissà se ha ripensato bene alla storia, e anche alla geografia. Troia era infatti in Asia Minore, nel territorio che è oggi della Turchia, e dopo che l'inganno del cavallo ne ebbe decretato la rovina, uno dei suoi eroi ne partì fortunosamente, con un vecchio padre sulle spalle, un figlioletto per mano e il resto della famiglia, e secondo la più illustre delle tradizioni, consacrata nell'Eneide, arrivò, immigrato extracomunitario, nel Lazio, fondò Lavinio e fu progenitore di Romolo (va bene, a questo punto i contraddittori si riavranno ed esclameranno: «Roma ladrona!»).
Auguri ai turchi, che hanno fatto festa all'apertura, benché avara, del negoziato che li porterà nell'Unione Europea. Non è forse giusto nutrire delle apprensioni a mettersi in casa un paese per intero musulmano, con la macchia tremenda e ancora rimossa del genocidio degli armeni, con una separazione fra stato e religione garantita dai militari, con il divieto per lesa maestà a qualunque critica al padre della patria Ataturk, con un'ostinata insofferenza per le minoranze, con la prosecuzione, grave e ormai insieme ridicola, della guerra fredda cipriota? Certo. Ma è giusto anche rallegrarsi di un gran paese musulmano con una gelosa fisionomia sua propria, che non è arabo, come l'arabo Iraq, e non è sciita, come il persiano Iran. Che non è nemico pregiudiziale di Israele. Che appartiene alla Nato. Che è scampato alla teocrazia islamista. Che ha desiderato l'ingresso nell'Europa al punto di correggere i propri codici e i propri usi.
È curioso l'argomento così usato dagli oppositori, secondo il quale l'ingresso della Turchia mette l'Europa a contatto diretto con il Medio Oriente arabo e iraniano, così poco democratico e così insidiato dall'islamismo. Curioso perché si deve più plausibilmente pensare alla condizione opposta, che sia la Turchia a fare da frontiera più salda e duttile con quegli islamismi che non vogliono ancora accettare una separazione fra stato e religione. L'interesse beninteso dell'Europa non è di fortificare a oltranza i propri confini «cristiani», bensì di rompere l'unità e la complicità di paesi ispirati alla retorica del panislamismo o del panarabismo. L'adesione della Turchia rende ancora più sensata e urgente quella di Israele, e con essa un'associazione peculiare della Palestina; così come una solidarietà stretta e fattiva delle due sponde del Mediterraneo.
L'Europa è un'espressione geografica ed economica importante, ma un più importante stato d'animo: il suo avversario principale è un certo cinismo facile dei suoi membri, uno spirito critico da barzelletta. Per fortuna, quando si viene al sodo dei voti per l'adesione, le persone vogliono stare nell'Europa: meglio, per quanto riguarda i paesi nuovi dell'Europa centrale e orientale, cercano una conferma alla propria antica e duramente castigata sensazione di essere europei.
Il desiderio di una così larga maggioranza di turchi di sentirsi ed essere riconosciuti europei è, a chi guardi le cose senza pregiudizi, la più grande vittoria dell'Europa, e andrebbe così salutato. Per cordiale partecipazione, che è la cosa migliore. Ma anche per ragionevolezza.
Che cosa c'è di più stupido che rassegnarsi a un'innovazione importante ma ostentando una bocca storta? Una cosa sono le condizioni civili dettate dall'Unione alla Turchia, specialmente quando siano condizioni davvero rispettate dai membri dell'Unione, altra cosa la sgarbatezza e il malcontento coi quali si inaugura la pratica dell'accoglienza. Vi ricordate di Indovina chi viene a cena?. Beh, è un po' così. Vengono a cena i turchi, non si può fare a meno di farli entrare, ma si cerca di apparecchiare per loro in cucina. Peccato. La gioia dei turchi è una ragione sufficiente a far gioire gli europei, a cominciare dai tedeschi, ospiti della più ingente comunità turca, e capaci di trarne un bilancio certo, paragonabile con quello di paesi vicini, come la Francia maghrebina o, adesso, i Paesi Bassi. I turchi che festeggiano nonostante tutte le riserve del lungo percorso loro imposto la promessa dell'Europa si illudono forse sulla ricchezza che ne deriverà loro: fatto sta che sanno di che cosa si tratti, conoscono l'Europa, e soprattutto la Germania, dunque ne danno un giudizio che deve inorgoglirci, i tedeschi e gli altri.
E il referendum? Non è forse giusto che gli europei siano chiamati a pronunciarsi direttamente su mutamenti così ingenti per il loro destino, senza lasciarli ai compromessi di gruppi dirigenti e burocrazie? Sì, a condizione di non fare dei referendum uno strumento che peggiori la già pessima norma che assegna un potere di veto a ciascuno dei membri dell'Unione, con ciò vietandole a priori ogni sovranità comune ed efficace. I referendum nazionali sull'ingresso della Turchia sono una derisione del senso profondo dell'Unione. I singoli stati possono votare sulla propria permanenza o uscita dall'Unione: non sull'esclusione di altri.
Su questo punto, adesione o esclusione, l'unico referendum ragionevole deve impegnare nel suo insieme l'intero popolo degli europei. Quanto ai 70 milioni di turchi, l'Europa non è lo stato, o il superstato, dei cristiani, come per la più amara delle eccezioni storiche Israele è lo stato degli ebrei. L'Europa con i turchi non sarà più o meno cristiana che senza i turchi. E sarà cristiana non solo per le sue radici, ma anche e soprattutto per i suoi rami e i suoi frutti. Compresa la convivenza con i suoi cittadini musulmani fattisi europei.




Rispondi Citando
