Qualcuno può postare la prima parte pubblicata martedì 4 gennaio su "la Padania", Vi ringrazio.
2 parte
La nomina di Mieli
Ecco chi comanda al Corriere
DAVIDE CAPARINI*
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Caro direttore,
tento di completa- re l’analisi sul cambio della guardia alla direzione del maggiore quotidiano italiano fra i cui editori si contano molti nomi di peso nella finanza e nell’industria italiana.
Paolo Mieli ritorna sulla poltrona di colui che lo aveva sostituito: Ferruccio De Bortoli, il più corrierista fra i direttori degli ultimi vent’anni, entrato nella redazione milanese ancora imberbe. A lui è spettato il compito di recuperare la leadership gestendo una delicatissima fase della ultracentenaria vita del Corsera. La sua guida ha dovuto fare i conti coi postumi dell’affannosa corsa su Repubblica dopo il sorpasso in edicola e con una proprietà che passava di mano dalla Fiat all’Hdp di Romiti, da Pirelli a Lucchini e soprattutto da Mediobanca a Banca Intesa e al Credito Italiano. A lui nel maggio 2003 è succeduto Stefano Folli. Un avvicendamento gradito al Colle, con l’ottica, si disse allora, di attenuare i toni e i contrasti con Palazzo Chigi.
Nell’era della comunicazione globale, del satellite, del digitale, di internet e telefonini può sembrare strano ma è ancora importante capire, indagare ciò che accade in quel di via Solferino perché la scelta del neo riconfermato Mieli oltre ad essere di per sé importante per la guida del Corriere ci può aiutare a prefigurare i futuri scenari. Purtroppo, nel nostro Paese si contano sulle dita gli editori puri, ci sono invece gruppi e potentati economici che utilizzano, comprano e vendono quote, acquistano o cedono il controllo delle società editrici, giornali, radio e tv in funzione della necessità di condizionare o meno l’opinione pubblica e la politica. Ed è per questo, giusto per fare un esempio, che quando si parla di Cina e di protezione dei nostri prodotti, questi potentati più interessati a tutelare i loro investimenti a Pechino piuttosto che i posti di lavoro in Padania, hanno bisogno della grancassa mediatica per demonizzare i dazi, falsificare la realtà delle cifre e attaccare chi la battaglia protezionistica la combatte. Quindi la vicenda che si è svolta a Milano non è solo affare da giornalisti, da addetti ai lavori. Per capire ciò che accadrà è necessario fare un riassunto delle puntate precedenti.
Rcs Media Group è la Holding che controlla Rcs Quotidiani, della quale fa parte il Corriere della Sera, e altre divisioni (periodici, libri, pubblicità, diffusione e broadcast) attive nell’editoria e nella comunicazione. È l’editore italiano con la maggiore presenza internazionale, con partecipazioni nella spagnola Unedisa (editore di El Mundo), nella francese Flammarion e una partnership con l’editore tedesco Burda.
Il gruppo ha assunto l’attuale denominazione e configurazione societaria lo scorso anno quando Fiat, Mediobanca e Gemina ne detenevano un’ampia maggioranza. La redistribuzione delle quote del pacchetto Gemina in mano a Romiti ha portato alla definizione di un nuovo Patto di sindacato con l’ingresso della famiglia Ligresti (Fondiaria-Sai), Diego Della Valle (Dorint Holding) e Francesco Merloni (Merloni Invest) con il conseguente rovesciamento dei rapporti di forza interni al nuovo Patto di Sindacato cui hanno aderito undici azionisti, fra cui anche il presidente dei gruppi Pirelli e Telecom, Marco Tronchetti Provera.
Non più tardi di due mesi fa sembrava vincente la linea d’azione dell’amministratore delegato Vittorio Colao: tagliare col passato e la gestione Romiti. Proprio a cominciare dal definitivo ridimensionamento di Paolo Mieli, già direttore, vice-presidente di Rcs, curatore della prestigiosa rubrica delle “Lettere al corriere” che fu di Indro Montanelli. L´iniziativa di Colao e del presidente Rcs Guido Roberto Vitale era promossa con la benedizione di Giovanni Bazoli (Banca Intesa, presidente della Mittel) sostenuto in consiglio Rcs Media Group da Alessandro Pedersoli (il suo avvocato di fiducia) e Giangiacomo Nardozzi (consigliere di Banca Intesa). C’era la diffusa impressione che l’era Romiti fosse definitivamente archiviata e un’epoca definitivamente chiusa. Sino all’annuncio della designazione a direttore del maggiore quotidiano italiano di quel Mieli che proprio Colao sembrava intenzionato ad allontanare dopo averlo relegato in un, seppur dorato, angolo. Un’operazione che contava sull´appoggio dell’asse che fa riferimento a Banca Intesa (Bazoli, Passera, Pedersoli, Nardozzi) e sul futuro sostegno di Merloni (presidente della Merloni Termosanitari) previsto quando il Consiglio sarà allargato.
Questo Patto di Sindacato rappresenta gran parte del potere economico italiano, con interessi spesso divergenti. Infatti, la mossa solitaria di Bazoli avrebbe irritato gli altri soci Rcs, in particolare il presidente del Patto di sindacato Giampiero Pesenti (Gruppo Italmobiliare e terzo azionista), che sarebbe stato informato a cose fatte. E anche Luca Cordero di Montezemolo, da sempre sostenitore di Mieli, avrebbe mostrato più di una perplessità. L’armistizio tra i Romiti e gli altri soci non è né facile né indolore e questo l’amministratore delegato di Rcs l’ha capito sin dalla prima riunione del nuovo Patto di sindacato, dove l’ex Vodafone si è dovuto confrontare con tirannosauri del calibro di Geronzi, Romiti, Franzo Grande Stevens e Della Valle. A Colao imputerebbero il fatto di non aver condiviso decisioni come l’uscita di Vallardi (il precedente presidente di Rcs Media Group), la troppo frettolosa liquidazione di De Bortoli, la divisionalizzazione del gruppo. Decisioni che pare siano state prese in sintonia solo con alcuni soci: Bazoli, Gabriele Galateri (presidente di Mediobanca) e, soprattutto, Corrado Passera (amministratore delegato di Banca Intesa) il vero sponsor di Colao.
Quindi all’interno del nuovo Patto che guida il principale gruppo editoriale italiano si può ipotizzare l’esistenza di un fronte compatto critico nei confronti di Colao capitanato da Cesare Geronzi (presidente Capitalia), Franzo Grande Stevens (Fiat), Ligresti (presidente onorario della Fondiaria Sai), Della Valle e Cesare Romiti (Gemina). Questa tesi è confortata dal rifiuto di Grande Stevens, l’avvocato di fiducia della famiglia Agnelli, a ricoprire la carica di vicepresidente al posto di Mieli offertagli dall’amministratore bresciano. È un segnale che il secondo azionista Rcs prenda le distanze in maniera così marcata dall’attuale gestione rifiutando l’incarico della vicepresidenza.
L’accordo sul nome di Mieli trovato dal Patto degli azionisti di via Rizzoli deciso nello studio di Piergaetano Marchetti (Mediobanca, il garante dell’indipendenza - si fa per dire - del Corriere) apre quindi pesanti interrogativi non solo sugli equilibri politici esterni a Rcs, che ho ipotizzato nel precedente articolo, ma anche su quelli interni. La legge Gasparri tanto osteggiata dalle sinistre sta per rivelarsi un potente strumento per acquisire quote di spazio mediatico nelle mani dei suoi principali detrattori. Lo è stata nel caso di Carlo De Benedetti che ha da poco acquistato “Rete A”, rete televisiva nazionale che gli consentirà di costruire una bella piattaforma al servizio della politica. Operazione avvenuta in parallelo alla cessione dell’1,6% di H3G e dei crediti vantati verso Hutchison Wampoa per qualcosa come 470 milioni di euro. L’Ingegnere di Ivrea può quindi pensare al 2005 con molto ottimismo e con un miliardo di liquidità in cassa.
Potrebbe essere un grande affare anche la privatizzazione Rai che diventerà irreversibile dal momento in cui l’advisor, l’autorevole Banca Rothschild, avrà concluso il suo lavoro predisponendo dati finanziari e piano industriale. La Rai ha già assistito a un tentativo di assalto con la privatizzazione all’amatriciana fallita per l’incapacità di definirne le modalità da parte di un litigiosissimo centrosinistra al governo. Oggi la privatizzazione Rai è una realtà e fra i soci azionisti di Rcs Media Group ci potrebbero essere molti potenziali acquirenti. Fra loro anche quel Cesare Romiti che sembra stia preparando una seconda offerta per l’operatore telefonico Wind, Tronchetti Provera, Geronzi, Della Valle e Ligresti.
Se il progetto che Siniscalco ha illustrato in commissione Vigilanza andrà in porto, nel futuro Consiglio d’amministrazione del concessionario pubblico, tre posti su nove saranno appannaggio degli investitori privati. Con i due indicati dal ministero dell’Economia e i restanti cinque indicati dalla Commissione di Vigilanza, il risultato potrebbe essere un Consiglio d’amministrazione 5 a 4 per la Casa delle Libertà. Una prospettiva non certo confortante, considerate le precedenti esperienze che hanno consigliato i presidenti di Camera e Senato a nominare il recente 4 a 1 con la Annunziata presidente. Una situazione di incertezza in cui proprio i centristi, i cultori del trasversalismo, hanno dimostrato di trovarsi a loro agio e di farla da padrona.
Sbaglia chi ritiene che questa privatizzazione sarà innocua, che è una foglia di fico dietro cui si nasconde Gasparri e il conflitto d’interessi. In un Consiglio d’amministrazione così disegnato il peso degli investitori privati che rastrelleranno l’1% e delle banche sarà ben superiore al 30% nominale. Quindi, ciò che oggi accade nel principale gruppo editoriale italiano potrebbe essere anticipatore dei futuri equilibri interni a quella che veniva definita la più importante industria culturale del Paese: la Rai.
Davide Caparini * Vicepresidente Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi
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(L’articolo precedente, dal titolo “Mieli, l’uomo dei poteri forti”, è stato pubblicato ieri)
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[Data pubblicazione: 05/01/2005]




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