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CONGRESSO DS
Diamo di seguito alcune parti dell'intervista a Fabio Mussi che appare sul volume "DS 2005: Radiografia di un Congresso" allegato al settimanale AVVENIMENTI.
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«Nella mozione di Fassino il termine socialismo ricorre solo due volte, e declinato al passato». Inizia con un’obiezione, Fabio Mussi, presentatore, con Giovanni Berlinguer, della mozione “Una sinistra forte. Una grande alleanza democratica”, la seconda mozione al III congresso dei Ds. Andiamo per gradi. Nel titolo della mozione, spiega, c’è il cuore della questione: «Per noi è fondamentale il tema dell’alleanza per costruire un’alternativa alla destra; ma anche quello della sinistra, della sua funzione storica, che è utile nella battaglia dell’alternativa di governo, ma che guarda più lontano: quale quadro politico e partito consegneremo a quelli che vengono dopo di noi?». Prima parte: “Più uniti, più a sinistra”. «È illusoria l’idea che la competizione avvenga nello spazio chiuso del centro. Tutti i fatti che avvengono nel mondo dimostrano che quest’idea statica del centro appartiene a un’altra stagione storica. Il centro è quasi vuoto, si vince con le forti caratterizzazioni, i forti sistemi di valori, le forti proposte di riforma, le forti identità. Le elezioni americane lo dimostrano». Seconda parte, “un altro mondo è possibile”: «Mutuiamo lo slogan dai movimenti pacifisti e no global perché la sinistra non deve solo coltivare le sue radici storiche ma anche trovare nuove fonti nei movimenti, nei cambiamenti dell’opinione pubblica e in quelli della società». «Qui - dice Mussi - ci sono alcuni capitoli importanti. Uno è la crisi dell’egemonia americana. Gli Usa hanno sempre più forza militare ma godono di sempre meno consenso nel resto del mondo. La globalizzazione liberista guidata dagli Stati uniti ha avuto una straordinaria accelerazione ma ormai siamo in grado di misurarne gli effetti: una crescente anarchia internazionale, un aumento spaventoso delle diseguaglianze, un mercato che non è in grado di autoregolarsi. Trent’anni fa prendevano i Nobel i Boys di Chicago, teorici dell’assoluta libertà di movimento dei capitali e della finanziarizzazione dell’economia senza regole; oggi il Nobel lo vince Joseph Stiglitz, che critica le asimmetrie del mercato e le sue carenze informative. Da questo deduciamo “un nuovo inventario per beni comuni dell’umanità”. Beni comuni, cioè sottratti al mercato: l’acqua dolce, gli oceani, le foreste, l’aria, l’accesso ai medicinali, le cure mediche, l’equa distribuzione dello stock d’informazioni, i saperi e le tecnologie di cui dispone l’umanità sono beni comuni, cioè di proprietà di nessuno e a disposizione di tutti. La conseguenza politica è l’Europa, che per noi è una buona carta nelle mani dell’umanità, una delle poche a disposizione. Di fronte al rischio di un mondo unipolare e di un avvitamento del conflitto nella spirale guerra-terrorismo, l’Europa può fornire un’alternativa, diventando una grande potenza politica volta alla pace e alla cooperazione». Terza parte: “Si governa con idee alternative alla destra”. E da qui torniamo all’inizio, al socialismo che, secondo Mussi, è il grande assente nella mozione della maggioranza. Intende dire che l’assenza del termine socialismo nella mozione di Fassino segnala l’archiviazione del socialismo dall’orizzonte politico dei Ds? Possiamo pensare di governare solo con idee alternative alla destra. Invece siamo di fronte a una versione del riformismo del tutto inedita: non “dare nuova forma” ma una specie di strategia della riparazione dei danni altrui. È troppo poco. Abbiamo bisogno di un concetto forte di riformismo. E comunque riformismo era una parola fortissima in un’epoca in cui si opponeva all’opzione rivoluzionaria; oggi invece indica un metodo, ma non ancora un contenuto. E qui c’è una differenza nitida fra noi e Fassino. La mozione della maggioranza prefigura uno sviluppo della politica italiana in cui c’è una grande alleanza democratica - e questo è bene, e dobbiamo fare di tutto per farla uscire dal puro recinto dei partiti di centrosinistra. Ma poi dice: guida di questa federazione dev’essere un’aggregazione riformista. Nelle versioni deboli si parla di una federazione, nelle versioni più schiette, quelle che spiegano le intenzioni reali, si parla di un nuovo partito che dovrebbe nascere dal cerchio dei quattro che hanno promosso la lista unitaria alle europee, cioè Ds, Margherita, Sdi, Repubblicani europei. È una prospettiva organizzativa di cui non vengono rese esplicite né le basi ideali, né i fondamenti culturali e politico-programmatici. Una scommessa la buio, una scommessa sbagliata. Perché dentro la grande alleanza democratica c’è bisogno di un grande partito socialista e di sinistra. Fra l’altro, aggiungo che sarebbe una cosa originalissima se l’Italia fosse l’unico paese nel quale non esiste una formazione di questo tipo. Poi so bene che quando si dice socialismo non facciamo riferimento all’800 e al ‘900 - anche se non è tutto da buttar via - ma pensiamo ad un socialismo rifondato e riformato, pacifista, ambientalista, antiliberista, libertario, un socialismo dei diritti civili, di terza generazione. A questo punto però prendiamo atto che nella mozione di Fassino la parola socialismo ricorre una volta e riferita a quello che eravamo a Pesaro. Però al suo posto viene utilizzato il termine riformismo. E anche utilizza tanto. C’è il rischio dell’evaporazione della sinistra italiana dentro un contenitore generico. Una scelta gravida di effetti collaterali disastrosi. Lei usa aggettivi pesanti. La scelta di una federazione riformista, se non ancora di un partito, è già stata fatta. Ora tutta l’area della sinistra radicale guarda a voi per capire cosa farete. Lei hai detto “sto nei Ds, voglio mescolare fino in fondo, ma se poi nasce un partito riformista, le cose hanno una logica a prescindere dalle intenzioni soggettive”. Vuol dire che se nascerà un partito riformista nascerà senza di voi? È una considerazione politologica, non una dichiarazione d’intenti. Ho detto: come la natura, anche la politica non facit saltus. La politica ha orrore del vuoto: gli spazi che si lasciano vuoti verranno riempiti. Deve essere chiara una cosa: sto nei Ds, ho contribuito a fondare questo partito, sono stato nel gruppo ristretto che decise la svolta. Molti di noi fecero quella scelta convinti che occorresse fare i conti fino in fondo con la caduta del Muro e dell’Urss; che occorresse una rottura, uno strappo. Tant’è vero che combiammo il nostro nome in Democratici di sinistra. Ma sono tra quelli che hanno sempre pensato che si potesse uscire da quella tradizione a sinistra, non a destra, verso un socialismo radicale, verso una sinistra molto caratterizzata, tutt’altro che incamminata su una strada moderata e centrista. Oggi mi batto per impedire che questa piega diventi definitiva. Del resto negli ultimi tre anni la minoranza ha dimostrato di sapere spostare significativamente l’asse e l’orientamento della politica dei Ds. In molti lo sostengono: che la linea politica di Fassino, da Pesaro ad oggi, si sia spostata a sinistra grazie al Correntone. E allora cosa volete di più? È stato un lavoro politico grazie al quale abbiamo saputo mantenere il rapporto fra i movimenti e il partito. Noi della sinistra Ds siamo un ponte. Con Rifondazione abbiamo tenuto aperti i canali di comunicazione finché si è aperta una nuova dialettica con tutta la coalizione. Abbiamo dato un contributo importante alle ultime elezioni. Certo che la politica del partito si è spostata a sinistra: perché lì c’era una corda tirata. Ma se la corda si allentasse questa politica tornerebbe a spostarsi dalla parte sbagliata. Questo significa che dobbiamo tenere tirata la corda. Il Correntone registra alcune defezioni importanti: leader carismatici, come Cofferati e Veltroni, hanno scelto di non schierarsi con le mozioni. Salvi ha scelto di fare una mozione a sé. L’associazione Aprile si è sfilata, la vostra componente registra una diminuzione di militanti. Oggi siete più deboli rispetto al precedente congresso? Aprile è approdato dove volevamo sin dall’inizio, cioè è diventato una struttura politico-culturale autonoma e non un soggetto interno ai Ds; tant’è che molti suoi iscritti fanno parte di altre forze di sinistra. Veltroni ha sempre avuto una posizione più autonoma e direi più defilata, comunque a Pesaro non aveva firmato la mozione di minoranza. Cofferati e Giovanna Melandri hanno deciso una linea di astensione, è vero. Ma i congressi sono momenti in cui ognuno si ricolloca dove crede. Peraltro, non sono passati con la maggioranza. Personalmente credo che l’astensione non sia una linea efficace e che infatti non avrà influenza nel congresso, dove invece conteranno i voti che le mozioni raccoglieranno. Quanto a Salvi, abbiamo avuto una lunga discussione. Un congresso non è una elezione politica, se lo fosse presenteremmo liste concorrenti e vincerebbe Berlusconi. In un congresso bisogna offrire agli iscritti la possibilità di apprezzare le differenze. Voglio dire: il Partito socialista francese ha fatto un congresso su cinque mozioni. Fra noi e Salvi le differenze si vedono anche dai titoli, la sua mozione si intitola “A sinistra per il socialismo”, noi preferiamo mettere l’accento sull’alleanza democratica, la riteniamo ineludibile altrimenti non si vince. Non dico che Salvi la neghi, ma non la esalta. Poi ci sono altre differenze significative, anche strategiche: sull’Europa, per esempio. Salvi chiede il referendum sulla Costituzione europea, al quale voterebbe contro. Io, come lui, vedo i limiti di questa Costituzione, ma considero un errore capitale quello di intrupparsi con le forze euroscettiche che puntano a far fallire la costruzione dell’Europa politica. Altro punto importante è la legge elettorale. Io non demonizzo il proporzionale, ma prevedo che in questo scorcio di legislatura Berlusconi farà di tutto per introdurre una legge neoproporzionalistica cucita addosso al suo partito. E non mi sembra il caso di semplificargli il lavoro. Salvi non è il solo, all’opposizione, a chiedere il ritorno al proporzionale. C’è anche Bertinotti. Su questo tema sono in disaccordo anche con Bertinotti. Che cosa succede alla sinistra dei Ds? Il dibattito su un possibile aggregazione, quella che Alberto Asor Rosa chiamava assemblea costituente, sembra già archiviato. Rossana Rossanda la definiva “camera di consultazione permanente”, Bertinotti parlava di “contenitore” ma era contrario al concetto di “federazione” preferito da Diliberto. Tutto archiviato? Se no, voi come vi collochereste? Con tutte le persone che ha citato noi abbiamo un eccellente rapporto. La nostra coalizione è impegnata da ormai molti mesi in una defatigante discussione sulle forme organizzative - federazione larga, federazione stretta, regole della federazione, chi c’è, come si vota, e ancora le primarie, chi ha il diritto di voto, chi si candida eccetera. Ma il cuore di un vero processo che porti all’unità è presentare un progetto al paese, insomma, il programma. Si continua a girarci intorno ma non si comincia mai. Allora, rispetto alla sua domanda, mi colloco così: la sinistra dello schieramento deve fare una cosa utile: inneschi subito un lavoro comune sulle questioni programmatiche. Magari cominciando dai temi della pace e della guerra, del lavoro, dello stato sociale. Insomma, cominciamo noi a mettere le nostre proposte sul tavolo. In che formula? Qual è la sua preferenza organizzativa? La mia preferenza organizzativa è tenere i Ds a sinistra. Rispetto al contenitore della sinistra? Una convention programmatica. Ci sono più distanze politiche fra lei e Fassino o fra lei e Bertinotti? Stando in uno stesso partito, diciamo che c’è una certa vicinanza con Fassino. Ma ammetto che con Rifondazione ci sono crescenti convergenze, utili a tutti, soprattutto alla coalizione. Vorrei ricordare, a mo’ di esempio, che se tutte le opposizioni hanno votato un’unica mozione sul ritiro dei soldati dall’Iraq è stato grazie al forum dei parlamentari pacifisti - nel quale sta il Correntone, Rifondazione, verdi e Pdci - che si è portato appresso tutto il centrosinistra. Abbiamo apprezzato e sostenuto lo spostamento di Rifondazione dalla desistenza ad una richiesta di comune assunzione di responsabilità in un programma di governo. Abbiamo apprezzato il modo con cui Bertinotti ha partecipato, con tutti gli altri leader, all’incontro con il governo durante il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta; cosa che è piaciuta meno ai verdi, al Pdci e a Salvi. Apprezziamo le dichiarazioni di Bertinotti sull’ingiustificabilità del terrorismo e sulla nonviolenza. Insomma sotto gli occhi di tutti che il dialogo tenuto aperto con il Prc è servito a rafforzare la coalizione, non invece a esaltare posizioni minoritarie e faziose. Insomma, apprezzate la svolta di Bertinotti. Se si presenterà alla primarie, voterete lui o Prodi? Intanto sono molto scettico sulle primarie. In Europa sono state fatte a Péccioli e a Bologna. Voglio dire: in Europa le primarie non si fanno, e non è certo perché gli altri siano meno democratici di noi. Abbiamo un sistema diverso rispetto a quello americano: le primarie si connettono bene con il bipartitismo, con partiti che sono in realtà grandi comitati elettorali che si mobilitano essenzialmente in occasione delle presidenziali, e si connettono bene con il sistema presidenzialistico. In più non dovremmo far alzare il sopracciglio al mondo, facendo le primarie a candidato unico. Tutti dicono che Prodi è il candidato premier: c’è bisogno di una conferma di tipo plebiscitario? Io sostengo Prodi, sono talmente bizzarro che, da capogruppo alla Camera, l’ho sostenuto persino quando era presidente del Consiglio, cosa che ad alcuni sembrava una stravaganza. Lo sostengo ancora, e se si dovesse andare alle primarie con più candidati lo sosterrò. Ma in quel caso, non mi dispiacerà se Bertinotti prenderà anche un certo numero di voti. Ma darà indicazione di voto per Prodi. Ripeto di sì. Ma se Bertinotti dovesse prendere molti voti lo giudicherei un fatto interessante: indicherebbe la necessità di un bilanciamento nella coalizione. Ripeto anche però che secondo me le primarie non vanno fatte. Ma le primarie si faranno, Prodi lo ha ribadito. Il fatto che una cosa detta debba per forza avverarsi appartiene al pensiero mitologico. Anche l’idea dell’ipse dixit che ha fatto sì che l’aristotelismo sia stato per molti secoli una dogmatica, è stata poi rimossa da alcuni secoli di rinascimento, che ha sottoposto a vaglio critico anche quel che diceva nientemeno che Aristotele. Una cosa viene detta, ma poi ci si pensa, si vaglia, si valuta, e magari si arriva alla conclusione che è opportuno farne un’altra, Questo è il pensiero moderno. Voi insistete sull’unità della coalizione. Ma come si mettono insieme forze che, per esempio, si troveranno divise sul referendum contro la legge sulla procreazione assistita? Con un programma che avrà alcune parti pienamente condivise ed altre invece figlie di un compromesso, come avviene dovunque. Il partito democratico americano ha fatto le primarie - poi ahimé ha perso le presidenziali - ma all’inizio aveva quindici candidati, dal generale Clarke, che ha fatto la guerra nel Kosovo, fino a Howard Dean, uno che sta su posizioni anticapitaliste, pacifiste, antimperialiste, insomma uno un po’ più a sinistra di Bertinotti. Dean ha preso il 25 per cento, dopodiché quel partito è stato in grado di elaborare una linea che tenesse assieme anime tanto diverse. Non è stato facile neanche per i socialdemocratici tedeschi, figli di una grande cultura industrialista, fare l’accordo con i grunen, nati proprio da una critica verso quella cultura della sinistra tedesca. Ovunque c’è una coalizione bisogna mettere insieme punti di vista diversi. È normale. Quello che mi riesce incomprensibile e che trovo assai meno normale è come mettere insieme le idee di Rutelli sulla giustizia, sul welfare e sulla procreazione assistita, con quelle dei Ds e dello Sdi. Capisco come si possa trovare un punto di equilibrio in una coalizione, meno in una federazione, per non dire in uno stesso partito. Esiste una questione cattolica oggi in Italia? La visibilità dei nostrani “teocon” corrisponde ad una ripresa di forza del tradizionalismo oppure è un vezzo di qualche ammiratore di Bush? Il dualismo delle opzioni politiche dei cattolici è cominciato quando c’era la Dc, dal Concilio Vaticano II. I cattolici da sempre si trovano dislocati su un orizzonte politico che è andato dai teologi del dissenso, dal radicalismo critico dei Balducci e dei don Milani fino ai tradizionalisti reazionari del partito monarchico e del Movimento sociale. La Dc ha a lungo rappresentato il grosso del mondo cattolico, e tuttavia giustamente Berlinguer una volta disse che il Pci era il secondo partito cattolico d’Italia, tanti erano i cattolici anche fra i comunisti. Non è che non veda, soprattutto negli ultimi anni, l’oscillazione della Chiesa fra il mondialismo di Giovanni Paolo II e il chiaro riferimento al centrodestra del Cardinale Ruini e dei vescovi. Il risultato però, almeno sul lungo periodo, è che nel mondo cattolico si mantiene il pluralismo. Capisco che Rocco Buttiglione e Giuliano Ferrara vorrebbero costituire l’assemblea dei figli di dio sul modello di quella setta con due milioni di aderenti di cui fa parte Bush, il cui capo ha dichiarato che “il presidente ha incontrato personalmente il Signore”. Certo, la guerra all’Iraq e il suo corollario di conflitto di civiltà porta con sé l’idea di Occidente contro Oriente e di Cristianesimo contro Islam, almeno per come viene percepita da una parte dei musulmani; e questo implica il rischio di un contraccolpo regressivo nel cristianesimo. Ma il tentativo di imitare l’America e di riprodurre in Europa il fondamentalismo religioso e il neointegralismo non mi sembra destinato al successo. Basta vedere quello che sta succedendo nella cattolicissima Spagna di Zapatero. Voi del Correntone avete fatto del pacifismo una bandiera per la politica interna e anche per quella internazionale. Sareste d’accordo a subordinare le missioni militari al controllo dell’Onu? Il terrorismo è una minaccia vera, ma la guerra deve diventare un tabù. Nella mozione parliamo del “sentiero della nonviolenza”. Cioè non solo escludiamo guerre preventive, ma pensiamo che si debba approdare ad una radicale esclusione della guerra dalla vita delle nazioni e riconoscere che nessuna nazione ha il diritto di fare la guerra. Ci rendiamo conto che possano esserci situazioni in cui è difficile restare a guardare, per esempio un genocidio; in questo caso crediamo che l’uso della forza possa essere affidato all’Onu, in un numero di casi chiaramente e rigorosamente statuito nella Carta fondamentale, che deve però essere riscritta. Bertinotti non sarebbe d’accordo con questa posizione. Bertinotti ha ammesso la possibilità che in Iraq le truppe sotto comando Onu sostituiscano tutte le attuali truppe occupanti. Quindi anche lui prende in considerazione la possibilità che l’Onu possa disporre di una forza armata. Pietro Ingrao ha detto del Correntone: “non credo che usciranno dai Ds”. Mi lusinga l’attenzione di cui siamo circondati. Stiamo facendo una battaglia dentro il partito, non consideriamo subordinate. Se l’esito, la sintesi del congresso non vi dovesse rappresentare resterete “nel gorgo”, come fece lui nell’89? Siamo tutti nel gorgo.




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