Roma. Banche, energia, telecomunicazioni, trasporti e adesso anche Fiat.
I dossier relativi alle partite internazionali delle nostre grandi imprese all’attenzione del governo aumentano di numero.
Per Adolfo Urso, viceministro delegato al commercio estero, è un segnale positivo: “Credo che le difficoltà in cui si sia trovato in questa fase di internazionalizzazione buona parte del nostro sistema produttivo vada addebitata anche all’assenza di una politica industriale protrattasi per tutti gli anni Novanta. E’ importante che questo governo torni a occuparsene, come hanno sempre fatto tutti gli altri paesi, Francia, Germania, Spagna, lo stesso Regno Unito”.
Spiega Luigi Casero, responsabile economico di Forza Italia, che “l’attivismo del governo sulla politica industriale internazionale dipende soprattutto dall’agenda incombente.
Poi viene anche la consapevolezza di dover lavorare a un quadro organico. Molte di queste imprese sono ancora partecipate dallo Stato e lo Stato ha il dovere di valorizzarle”.
La partita numero uno riguarda un intreccio di relazioni con la Francia. I due governi vogliono trovare innanzitutto una soluzione al rapporto tra Edf e Italenergia, il secondo operatore di energia italiano. Lunedì ci sarà un incontro tecnico a Parigi, e a fine mese ne discuteranno Chirac e Berlusconi. La soluzione più accreditata è che il governo italiano consenta a Edf di assumere il controllo di Italenergia rimuovendo il limite del 2 per cento al diritto di voto in cambio dell’ingresso di Enel nell’azionariato di Edf. Ma potrebbero essere trovate altre compensazioni su due tavoli separati:
Alitalia (in cerca di un partner che potrebbe essere Air France) e Wind, il gestore di telefonia mobile che Enel vuole cedere e su cui ci sarebbe un interessamento di France Telecom, che però non ha la liquidità per comprare. Negli ambienti manageriali che sono coinvolti, nessuno però ritiene che sulla partita italo-francese vi sia una regia così sofisticata da poter garantire un’operazione incrociata energia-telefonia-trasporto aereo.
In linea generale, la questione regia è molto sentita dalle imprese.
I manager vogliono indipendenza, ma non sottovalutano l’importanza del gioco di sponda con il governo.
Racconta un dirigente di una grande società pubblica: “Certo che ci farebbe piacere trovare stabilmente una intesa con il governo, essere sicuri di parlare la stessa lingua, ma al momento prevale l’improvvisazione. Solo Berlusconi sembra avere la sensibilità per capire che un grande paese ha bisogno di una politica industriale calata in una dimensione internazionale, ma non esiste ancora un coordinamento”.
Del resto, negli ultimi tempi il Cav. avrebbe fatto sapere al governatore della Banca d’Italia di essergli perfettamente allineato sulla necessità di difendere gli istituti di credito italiani, e con i vertici della Fiat si sarebbe mostrato disponibile per un appoggio sulla procedura di mediation avviata con General Motors.
Sostiene Casero: “Sicuramente Berlusconi per storia personale, per formazione, sarebbe l’uomo più adatto per occuparsi di politica industriale, però credo che sarebbe utile se ci fosse qualcuno delegato a seguire direttamente questi temi. Non è accaduto per una serie di ragioni”.
Le ragioni sono sostanzialmente di due ordini. Innazitutto il fatto culturale:
“Non c’è una sensibilità diffusa – dice Casero – perché il paese ha un deficit di identità nazionale e su questo punto anche il ceto politico che riflette pregi e difetti, è un po’ fermo”.
Poi c’è un altro elemento, quello che Benedetto Della Vedova – il quale da liberale globalizzatore non ama la retorica della regia nazionale – definisce “il deficit di struttura tecnica amministrativa che ci impedisce di sostenere le politiche industriali delle imprese”.
Un aspetto che in questa legislatura è stato reso più evidente e complesso dalle stabili incomprensioni tra il ministero per le Attività produttive e il Tesoro.
Il rapporto tra interessi nazionali e globalizzazione è un argomento di discussione.
Benedetto Della Vedova crede che sarebbe preferibile la prevalenza del mercato:
“Se avessimo lasciato fallire Alitalia –dice – ci sarebbe già qualcos’altro. Poi bisogna tener presente che le esigenze di politica industriale non devono farci dimenticare che la nostra economia per funzionare ha bisogno di shock, riforme, liberalizzazioni, tagli fiscali”.
Carlo Stagnaro, dell’istituto Bruno Leoni, ultraliberista spiega così il suo punto di vista: “Se Edf, azienda pubblica francese, viene a investire in Italia, io consumatore italiano sono soddisfatto e ringrazio i contribuenti francesi, ma se fossi francese non sarei affatto contento”.
Di tutt’altro avviso Urso: “Credo – dice –che la dimensione della globalizzazione possa convivere con i sistemi nazionali. Dobbiamo auspicare l’internazionalizzazione della proprietà delle nostre imprese, ma dobbiamo anche crescere noi fuori. In questo la spinta dei sistemi paese è decisiva. La storia dell’elicottero presidenziale americano è altamente simbolica: nel cuore della democrazia economica più liberale al mondo, l’esito dello scontro per chi si assicurerà la commessa elicotteristica dipenderà anche dalle sponde politiche”.
Del resto, oggi sarebbe difficile immaginare anche l’ultimo – ma il più clamoroso – dei dossier sugli interessi italiani, senza guardare gli attuali buoni rapporti politici tra Italia e Russia: il coinvolgimento dell’Eni nella ristrutturazione dell’industria energetica russa.
E’ imminente l’incontro – si parla della prossima settimana – tra Vittorio Mincato, amministratore delegato dell’Eni, e Igor Secin, vicecapo dell’amministrazione presidenziale del Cremlino e presidente di Rosneft, la principale società petrolifera russa. Sebbene Secin sia un filologo romanzo specializzato in letteratura portoghese e Mincato un appassionato di Emile Zola e dei suoi Rougon-Macquart, i due non parleranno di libri, ma dell’ipotesi di una posizione di responsabilità gestionale dell’Eni nell’operazione di rafforzamento di Rosneft, che mira al petrolio della Yukos.
Da Il Foglio
saluti




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