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    Post In rilievo :LA CONFIGURAZIONE ETNICA E STORICA DELLE PATRIE PADANE(G.Cìola :1)TRIESTE

    Cominciamo da oggi un viaggio alla scoperta della configurazione etnica e della vera storia dei popoli che compongono la Padania.

    Pubblicherò degli stralci tratti dall'opera di Gualtiero Cìola "Noi Celti e Longobardi", in cui si narrerà la nostra vera storia,che nella scuola italiana non ci hanno raccontato.

    Invito tutti i forumisti ad apportare eventuali correzioni e ad aggiungere aggiornamenti e notizie etniche sulla loro piccola patria e li ringrazio anticipatamente

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    Il testo risale al 1987 : ne è passata di acqua sotto i ponti.
    - Gualtiero Ciola
    "Noi, Celti e Longobardi", Venezia: Edizioni Helvezia, 1997, 412 pagine - 45.000 lire (Edizioni Helvezia - S. Polo 3022 - 30125 Venezia).
    Descrizione dei popoli originari della Padania: storia, usi e loro lascito culturale. Molta attenzione viene anche dedicata ai Liguri, ai Veneti, ai Goti e agli altri popoli che sono all’origine delle nostre comunità.


    GRAZIE GUALTIERO
    di Gilberto Oneto

    Uno degli argomenti preferiti della retorica patriottarda (se non proprio l'unico) è l'affermazione di una presunta comune eredità romana di tutti gli Italiani, intesi nel senso di abitanti di una regione geografica chiamata Italia. Questa non viene interpretata solo come comune lontanissima appartenenza all'Impero romano (cosa che avrebbe coinvolto anche Bretoni, Egiziani e molti altri innocenti) ma molto capziosamente come discendenza biologica dai Romani antichi. Si tratta di una tesi che non ha nessun supporto scientifico ma che è stata fatta passare più o meno subdolamente non già su autorevoli testi specialistici (cosa che non sarebbe stata accettata da nessuno) ma sulla peggiore brodaglia libraria (dai sillabari scolastici di regime a gioielli letterari come Cuore), nella devastante e quotidiana retorica con cui il Regno e poi la Repubblica hanno intasato ogni ricorrenza storica e occorrenza civile. Naturalmente il meglio di questa rappresentazione è stato fornito dal fascismo con tutto il suo repertorio di quadrate legioni, figli della lupa e discendenti di Roma, con alcune punte di autentico lirismo: come quella dei Tirolesi discendenti da una legione di Druso attardatasi sulle montagne. Così la Venezia è diventata giulia, il passo romano e il mare ovviamente e nuovamente nostrum. Tutti si sono ritrovati un antenato centurione e sono sparite dalla storia ufficiale intere popolazioni, assieme alla verità. L'andazzo si era appena attenuato con la Repubblica, quando per pudore clericale o per slancio internazionalista l'italianità romana è un po' calata di moda come dimostra anche il calo di onomastica latina sui registri anagrafici. I labari si sono prodigiosamente e inaspettatamente rialzati negli ultimissimi anni a difesa dell'unità della bottega, grazie soprattutto a gente che fino al giorno prima li aveva dileggiati e condannati ai destini più foschi. Ma non è possibile rispolverare i gagliardetti tricolori senza riproporre il solo vero mito di unità che ci sta dietro: ecco perciò tornare in versione post-modern gli elmi di Scipio, le parate e i coretti mamelici. E ricompare, mai palesemente affermato ma sempre mellifluamente sottinteso, il dogma che ci vuole tutti pronipoti di Caio Gregorio, il guardiano del Pretorio. Tredici anni fa veniva pubblicato un libro che nessuno aveva allora recensito, a eccezione della gloriosisima Etnie, ma che è stato un sasso gettato nelle torbide acque dello stagno della cultura italiana e che da allora non ha smesso un attimo di produrre cerchi che si allargano sempre di più. "Noi Celti e Longobardi" è stato scritto da Gualtiero Cìola, che non era un accademico con titoli, ma uno di quei coltissimi storici dilettanti che hanno più passione e competenza di tutto il corpo docenti di qualche pomposa facoltà universitaria: era uno di quei saggi signori, come ce ne sono tanti nel mondo anglosassone e tedesco, che aveva dedicato la sua intelligenza e i suoi interessi alla ricerca storica fatta in maniera moderna, coinvolgendo cioè tutti gli aspetti della cultura, non solo gli avvenimenti, ma anche i modi di vivere, l'immaginario collettivo, la lingua e - attraverso la toponomastica - la gestione del territorio. Nel libro si sosteneva una tesi semplicissima: che i nostri antenati veri non erano i Romani (se non forse in infinitesima parte) ma tutte le popolazioni che hanno realmente abitato questa terra fin dall'inizio dei tempi o che vi ci si sono insediate nel corso della storia in numero sufficiente a influire non solo sull'identità culturale ma anche sulla struttura antropologica delle nostre genti. I Celti, sosteneva Cìola, sono qui da un sacco di tempo (i successivi studi di De Marinis avrebbero confermato che, nella Padania centro-occidentale, popolazioni celtiche sono presenti fino almeno dal XII secolo a.C.) e che - assieme ai loro parenti Veneti, e ai Liguri che c'erano ancora prima, - costituiscono il nostro vero substrato portante. Ci sono poi stati, dopo la liberazione dai Romani, altri popoli di stirpe germanica, non molto dissimili da quegli antenati più antichi, che hanno contribuito in virtù del loro numero (proporzionalmente importante rispetto alle popolazioni esistenti) a formare gli abitanti di oggi. Da allora si dovranno attendere le massicce immigrazioni meridionali degli ultimi decenni per trovare un altro momento di modifica percepibile dell'ethnos padano. In altre parole, sui banchi di scuola e nell'immaginario culturale "corrente", ci hanno raccontato che i nostri non erano i nostri, che si doveva tifare per buoni che erano cattivi e fischiare cattivi che invece erano buoni (e spesso anche più civili degli altri), ma soprattutto che i nostri antenati veri erano quelli che i nostri antenati finti ci hanno sempre imposto di disprezzare. Da quel 1987 molte cose sono cambiate fra le persone più attente, consapevoli e libere. Molti Padani hanno preso coscienza della propria specificità che è soprattutto culturale e di scelta ma che basa le proprie radici anche proprio sulla discendenza da quei popoli che erano così speciali. A Cìola va il merito di essersi un giorno alzato in piedi a gridare che "il re (d'Italia) è nudo", che bisogna squarciare il velo opaco e untuoso del colonialismo e della retorica italianista. Una delle prime cose che ha fatto nel 1960 il poeta senegalese Léopold Senghor, appena diventato presidente del suo paese appena liberato, è stato di fare sparire dalle scuole elementari del Senegal il libro di testo imposto dai Francesi e intitolato Nos Ancêtres, les Gaulois ("I nostri antenati, i Galli"). Se ai Senegalesi dava giustamente fastidio sentirsi dire di essere i discendenti dei Galli (che pure erano gente per bene), figuriamoci quanto dobbiamo essere contenti noi a vederci affibbiati gli stessi antenati del Piotta.











    Trieste: una città travagliata dagli opposti nazionalismi giacobini
    TRIESTE

    GORIZIA
    Nell'VIII-VI secolo a.C. una trentina di castellieri venefici ricoprivano l'alt piano di S. Servolo e la valle della Rosandra e del Risano: il villaggio, collegato una serie di questi castellieri, deve essere stato sede di un mercato, stando all'etim logia della sua più antica denominazione "Tergeste", composta dalla voce prot veneta e illirica (') "terg"=mercato (come "Opitergium"=Oderzo), e dal suffis venefico "ente". Così la civiltà venefica contrassegna la prima fase dell'antica Te gente, in cui vediamo i suoi abitatori intraprendere la via del mare come mercar, o all'occorrenza come pirati, com'era allora normale: in ogni caso un popolo mai naro, e tale sarebbe rimasto anche nel futuro.
    Nel V-IV sec. a.C. dei Galli Karni che si erano insediati anche nelle valli del Drava e della Sava, e Catali, popolazione celtica, stanziati tra la Sava e l'Isonzo, stabilirono sul colle di S. Giusto e da allora la borgata venne chiamata alla Galli "Triest", dal radicale celtico "tri", che si incontra ad ogni pié sospinto in tutti territori colonizzati dai Galli (come "Trient": "Tridentum": Trento).
    Sono miracolosamente giunti sino a noi dei toponimi preromani quali "Albior. (Monte Nevoso), "Arnia" (torrente), "Aurisia" o "Aurisinum" (oggi Aurisina "Lougeion hélos" (lago di Circonio), Montona, Ocra, Ortavona, "Poukinon", "R sanus", Rosandra e gli etnonimi Menoncaleni, Quarqueni, Rundictes e Subocrini, d quali non è facile separare il venefico dall'illirico e il celtico dal protolatino; son sicuramente celtici gli antichi toponimi di "Avesika", "Mons Catalanus" (dai Cat li), "Kranjavas" (Villa Cragna: dai Karni), il fiume Albio, Mare (la foce allo paludosa del Timavo); di origine celtica sono altresì le denominazioni di Tries ("Triest"), del Carso (dalla radice "kar" che designa zone montuose e sassose Duino (da "dunum" =castello), Barcola, Val Martinaga ("Martinacum"), Lorenza (da "Aureliacum"), Ponzianino (da "Pontianicum"), Moncolan (etnonimo dai C tali), Orsenigo ("Ursinicum"), Moccò (dall'antroponimo celtico "Mucco"), Tre] ciano ("Treviacus"), Umago, Cosliaco, Novaco, Scopliaco, Sovignacco, Topliaco.
    Come ci è stato tramandato dalle lapidi romane, le divinità locali adorate da, antichi triestini portavano i nomi di Iria, Ica, Trita, Melesopo, che sono di origi
    celtica (24).
    La borgata che era sorta sul colle di S. Giusto era priva di mura secondo u antica costumanza; in seguito se ne aggiunse un'altra verso il mare; è certo che d l'inizio del III secolo esistette sul colle ed ai piedi dello stesso una città dal noi precipuamente gallico e con funzione spiccatamente marittima.



    (23) Nello slavo antico "trgiste" significava "piazza del mercato" (F. Fólkel).
    (24) L'archeologo triestino Nino Rígotti ha trovato presso Basovizza due costruzioni megaliti
    con menhir e a S. Giacomo al Colle due bassorilievi con il volto scolpito della dea cel
    Etain: donna ape, simbolo di fertilità.

    Una conferma dell'origine celtica della città è rappresentata dal fatto accertato durante tutto il medioevo nel territorio triestino fino a Muggia si sia parlato un tto ladino-friulano come in tutto il resto del territorio occupato dai Galli-Karni. La veneticità e la romanità hanno costituito il fulcro su cui il nazionalismo o ha fatto leva per creare e nutrire il tipico sciovinismo di frontiera che a Trieha raggiunto i limiti estremi; ma la realtà storica delude crudamente anche qui i inconsistenti di cui la cultura dominante ha ubriacato l'ingenua popolazione ana. I Romani giunsero anche qui per annientare, soggiogare e saccheggiare le rse delle popolazioni autoctone.
    Furono le ripetute spedizioni contro gli Istri, una popolazione di stirpe vene, che disturbava con atti di pirateria i commerci di Roma, che spinse le legioni luoghi ove era sorto l'oppidum celtico; nel 178 a.C. un esercito romano forte 15.000 armati venne sbaragliato e messo in fuga dalle bande alleate degli Istrotuni: ciò sarebbe avvenuto nei pressi di Aurisina, che dista circa sette chilometri 'insenatura di Sistiana; ma nel 177 un nuovo esercito romano irruppe nel terrio triestino e cinse d'assedio i castellieri celto-veneti. «I capi istriani uccisero con loro mani le donne e i bambini perché non cadessero in schiavitù e poi, vista a ogni resistenza, molti, tra i quali il capo Epulo, si diedero la morte» (u). Come altrove un terzo delle terre fu tolto ai vinti e andò a costituire 1'«ager licus», destinato ai coloni romani.
    Un processo di decadenza e di immiserimento colpì anche qui la popolazione castellieri, tanto che nel 129 si ebbe una sollevazione che causò nuove stragi e uzione di due colonie: a Tergeste e a Pola.
    Fino al 100 a.C. Trieste mantiene inalterate le sue tradizioni celtiche, come gli popoli fratelli della Gallia Cisalpina; è solo con Augusto, dalla cui famiglia iulia" prenderà nome la regione, ma soprattutto dal I secolo d.C. che Trieste erà la fisionomia di una città romana: vi si trovano poche tracce della popolane precedente la quale scompare, se non fisicamente, almeno economicamente. lo stesso processo che vedremo verificarsi in tutte le regioni italiane occupate dagli rciti romani: la popolazione autoctona composta di contadini e di pescatori è imverita e oppressa e non conserva dell'antica cultura che pochi toponimi e qualche religioso; gli immigrati son rappresentati da «piccola gente, piena di boria per nome che portava, per la potenza di cui era rappresentante, ma volgare, uscita da le cariche e dalla bassa carriera militare. Ciò spiega il numero di personaggi tari che troviamo nella nostra Trieste, ché il mestiere si trasmetteva da padre in o» (F. Cusin, op. cit.). Era logico che un forte esercito di occupazione tenesse soggezione la popolazione autoctona ancora maggioritaria almeno numericamente, e evitare nuovi tentativi di rivolta.

    25) Fabio Cusin: "Venti secoli di bora sul Carso e sul Golfo", Ed. II Gabbiano, Trieste, 1952.
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    Nel II secolo la città raggiungeva i 12.000 abitanti e incominciamo ad in trare figure prestigiose di romani triestini quali Quinto Petronio Modesto e F Severo, ai quali gli affari andavano a gonfie vele, mentre alle tribù dei Karni e C del contado non restava che la pastorizia sulle magre terre del Carso; ma anch città la pressione fiscale continuava ad aumentare per le continue spese mili anche allora, come oggi, la pubblica amministrazione distruggeva la piccola e la dia proprietà: solo i grandi latifondisti, commercianti e gli alti funzionari rorr corrotti come quelli odierni, prosperavano in mezzo alla miseria generalizzata.
    Dopo la dissoluzione dell'Impero Romano d'Occidente Trieste ridiventa il desto villaggio che era in epoca celtica: la città e l'Istria con le zone costiere e 1 nari rimase in mano ai Bizantini, sotto i quali le cose andarono anche peggic ricordo ne è rimasta una parola di origine greca: "angarie", che indicava le prf zioni forzose che si richiedevano ai cittadini, da cui la voce "angheria".
    Avamposti goti e longobardi devono essersi stanziati a fronteggiare i pre bizantini, come stanno ad indicare i toponimi di Scorcola, Guardiella, Borgo, Ro gna (da Arimannia), Elleri, Raute, Banne e quelli dedicati a S. Michele e S. Mart
    Contemporaneamente a questi e fino al 1000 incominciano ad infiltrarsi nel ritorio dei nuovi abitatori, che costituiranno la potente nazione con la quale i 1 stini del XX secolo dovranno cimentarsi in un drammatico scontro: gli Slavi.
    E' comunque certo che l'ethnos celtico rimase il sostrato maggioritario an nei territori slavizzati: lo testimoniano i toponimi che malgrado la slavizzazione bita, appaiono ad occhi dilettanti quali i nostri, anche dopo aver varcato l'atti confine jugoslavo.
    Dopo la fitta germanizzazione del territorio dello Stato Patriarcale di Aquil al quale sono appartenuti per periodi più o meno lunghi Trieste e l'Istria, una assume capitale importanza per la città: l'anno 1382, nel quale si ha la dedizion Trieste all'Austria che durerà sino al 1918; più di cinquecento anni di appartene ad un Regno sovranazionale, diretto erede del Sacro Romano Impero, non potev trascorrere invano: ci furono dei Triestini che sentirono di appartenere a quella tria multinazionale, a quel «paese ordinato» e che fossero la maggioranza lo di: strarono nella guerra 1914-18 spargendo il loro sangue ai confini dell'Impero; col che disertarono, sentendo più forte il richiamo della nazione italiana furono minoranza di intellettuali ugualmente rispettabile.
    Il castello di menzogne che la propaganda patriottarda di matrice risorgimentale ha costruito per demolire l'Impero Austro-Ungarico, ridicolizzarne le istituzioni e i governanti e distruggerne il mito, è caduto sotto l'incalzare degli studi seri e tipici di quel periodo che, anche da parte di studiosi italiani, hanno riabilitato c modello di ottima e onesta amministrazone che fu l'Impero.
    Non ci si può quindi scandalizzare se ci sono stati (e ci sono ancora) dei Triestini che si sentirono austriaci e si comportarono conseguentemente. La guerra ~ vittoria dell'Intesa aprì gli occhi anche a coloro che si erano cullati nell'illusione ritorno nel grembo della grande patria latina. Già nel primo anno di guerra a Illesse, un paese che si trova lasciando l'autostrada Venezia-Trieste in direzione di rizia ci fu un episodio che doveva far meditare.
    Le truppe italiane, sature di propaganda nazionalista, credevano di trovare nelle popolazioni "liberate" delle folle plaudenti ed entusiaste; purtroppo non era così,
    che tutto íI Friuli austriaco per i diretti contatti con i suoi fratelli del Regno d'Italia sapeva bene a cosa andava incontro e l'entusiasmo non c'era, né ci poteva essere; nel N. 270 di "Storia Illustrata" del maggio 1980 ci siamo letti la cronaca della rappresaglia ordinata da un ufficiale italiano esasperato per la freddezza della popolaztone civile verso le sue truppe "liberatrici", che costò una strage tra i cittadini innocenti di Villesse.
    Intanto nelle file del regío esercito c'era un degno rappresentante della classe dirigente e dell'íntellettualítà italiana di allora: Ugo Ojetti, incaricato di rastrellare i tesori artistici nel territorio nemico conquistato, che nelle sue lettere alla moglie vantava (26) il fatto che nel Monfalconese un congruo numero di mogli di combattenti austro-ungarici fossero state ingravidate dai suoi baldi soldati: una magra consolazione alla mancata conquista di Trieste.
    Gli arditi della guerra '15-'18 erano, si sà, la truppa d'assalto, l'élite dell'esercito italiano; ma c'erano anche dall'altra parte e ne facevano parte anche dei Trentini e dei Triestini: uno dì questi era l'alfiere Giulio Gerdol, comandante di un battaglione d'assalto a.u., che a Doberdò, il primo giorno di dicembre del 1915 si immolò al completo contro le preponderantí forze italiane.
    All'eroe caduto l'Imperatore concesse la medaglia d'oro al valor militare e la sua salma venne sepolta con gli onori militari al cimitero di Cattinara, presso Trieste; dopo la conclusione della guerra la sua tomba venne profanata! Sintomo inequivocabile di intolleranza faziosa verso coloro che avevano dei sentimenti di fedeltà a quella che consideravano la loro patria.
    L'asso dell'aviazione a.u. era un triestino, il barone Goffredo de Banfield, detto iI barone blu, essendo il suo aereo dipinto di azzurro. Dopo l'entrata delle truppe italiane a Trieste, all'eroe nemico venne riservato il trattamento previsto per i criminali: fu rinchiuso in un carcere per reati comuni, ove rimase quaranta giorni e dove forse sarebbe morto senza l'intervento delle autorità inglesi e francesi; per altri tre anni venne perseguitato dagli organi di polizia; dovette emigrare e solo nel 1925 gli fu concesso di ritornare nella sua Trieste.
    E' proprio vero quanto ebbe a scrivere l'indimenticabile Vittorio G. Rossi, ligure di buona razza, nella prefazione al volume "L'Austria era un paese ordinato" di Carpinteri e Faraguna: «Noi nella nostra storia, ci siamo sempre fabbricati nemici vermi da schiacciare con un piede; per questo sono state più le volte che le abbiamo prese, che non le volte che le abbiamo date».

    (26) U. Ojetti: "Lettere alla moglie", Sansoni, 1964.

    Dopo la caduta della monarchia absburgica la cui politica si basava nel superamento del concetto di nazionalità e sulla collaborazione fra le diverse componenti etniche dell'Impero, la città fu squassata dallo scontro fra gli opposti nazionalismi: quello italiano e lo slavo. L'inimicizia era cominciata già ai tempi dell'Austria: gli Slavi erano popolani di tendenza socialista, ma sudditi fedeli all'Impero; mentre gli irredentísti italiani erano intellettuali borghesi e liberali.
    Con il Fascismo calò la scure dell'oppressione sulle minoranze etniche e per gli Slavi essa fu ancora più pesante che non in Sud-Tirolo. La guerra incrudelì ulteriormente la situazione in quanto le bande partigiane slave conducevano delle azioni terroristiche che provocavano ritorsioni a catena ed una spaventosa frattura fra le due etnie, causata dall'odio implacabile che ne era il risultato.
    La tragedia raggiunse il suo apice nel 1945 quando l'esercito di Tito occupò per quaranta giorni la città: qui si palesò il vero volto crudele e sanguinario del nazionalísmo slavo: centinaia di Triestini, di Istriani e di Goriziani sparirono ed i loro corpi imputridirono nelle foibe; non si trattava solo di "fascistí", ma di persone solo colpevoli di avere dei sentimenti italiani.
    La ferita non si è più rimarginata.
    Durante l'occupazione alleata, nel 1947, Trieste divenne «Territorio libero», una soluzione accettabile; ma gli opposti nazionalismi organizzavano violente manifestazioni nelle quali gli uni chiedevano il ritorno all'Italia, mentre gli altri volevano 1'annessíone alla Jugoslavia: ci furono decine di morti.
    L'Italia ritornò e fu la miseria: migliaia di giovani Triestini dovettero emigrare oltre oceano, in America e in Australia.
    Il governo italiano, per premiare i Triestini del loro patriottismo concluse con la Jugoslavia il trattato di Osimo, che fu subito chiamato «il tradimento di Osimo»: con esso si rinunciava all'intera zona B e, quel che è peggio, si ventilava una zona mista industriale a cavallo del confine, voluta dal capitalismo italiano attratto dal grosso affare di avere della mano d'opera slava a basso salario; le conseguenze più gravi, ignorate volutamente dai governanti italiani e dai loro occulti manovratori, saranno quelle di rompere il fragile equilibrio etnico nel territorio triestino, favorendo l'infiltrazione dell'elemento slavo che finirebbe, continuando l'esodo dei Triestini di lingua italiana, per diventare maggioritario.
    Intanto una proposta di legge presentata dalla parlamentare comunista Gherbez per l'adozione della legge sul bilinguismo, come nel Sud-Tirolo, aggrava ulteriormente la minaccia slava, in quanto ben pochi sono i Triestini che ne posseggono la lingua. Mentre nel Sud-Tirolo questa legge è giusta perché la popolazione di lingua tedesca supera il Slalo, a Trieste essa sarebbe una catastrofe per la maggioranza ité liana che resterebbe automaticamente esclusa dall'ammínistrazíone della sua cittì.
    Il P.C.I. persegue una politica filo-slava e foraggia, assieme ai cattolici di s stra la stampa paracomunista di lingua slovena: anche qui il c.d. compromesso s rico è operante:.

    La protesta dei cittadini si è avuta in modo eclatante con la conquista della
    aggioranza del Consiglio Comunale da parte di una lista autonomista: tale vittoria ha avuto il sapore di una conclamata secessione di Trieste da Roma. Anche il sorgere di un movimento di opinione che si denominava «Civiltà Mitteleuropea» ed aveva come emblema l'aquila bicipite absburgíca è un segno della delusione e dell'amarezza dei Triestini.
    Ma la partítocrazía romana non tarda a riassorbire e digerire il fenomeno con la tattica bízantína degli intrighi, della corruzione e con l'aiuto di provocatori prezzolati: tutti i movimenti autonomistici che si presentano con connotazioni inquietanti per il potere romano vengono presto o tardi messi a tacere per mezzo di scandali, litigi, scissioni, propiziate da infiltrati appositamente addestrati e profumatamente pagati!
    Intanto la crisi si è accentuata: i'• traffico di frontiera si è esaurito, i cantieri si chiudono, il porto è vuoto, la disoccupazione aumenta: i Triestini consapevoli addossano con ragione al governo italiano la responsabilità per la palese decadenza della loro città, ma la soluzione dei suoi problemi non è facile, a meno che non si torni all'idea del «porto franco», che è osteggiato da Roma.
    Cercheremo ora di portare i nostri lettori in città per un breve giro a caccia di impressioni. Arrivando a Trieste percorrendo una delle più belle costiere italiane, ci fermiamo al Ca
    stello di Miramare, fatto costuire dall'infelice Massimiliano d'Asburgo; qui lasciamo l'automobile, incamminandoci lungo il mare in direzione di Barcola; su questa bella passeggiata ci ven
    gono incontro i primi Triestini, di tutte le età e di tutti i ceti: molti, appena liberi da impegni di lavoro, si portano a$arcola e da lì si mettono in marcia in ogni stagione e con qualsiasi
    tempo, con l'impegno di rimanere in forma, da giovani, come da anziani; è questa la prima caratteristica nordica che riscontriamo negli abitanti di questa incantevole città, i quali, in gene
    tale, tolti gli immigrati, hanno ben poco, nell'aspetto, del tipo mediterraneo: la stessa umanità la si potrebbe incontrare a Vienna, o a Lubiana.
    Una conferma a questa prima impressione attraversando la città dei vivi, la abbiamo visitando quella dei morti: al cimitero le lapidi recano numerosi cognomi tedeschi, slavi, ungheresi,
    qualche greco: molti sono anche i cognomi ítalianízzati di recente, o, come si dice qui, "resentadí". Una vecchia abitudine austriaca che si nota è quella della lettura dei giornali nei caffè,
    popolati per lo più da persone anziane, specialmente vecchie signore, con molta grinta; dopo la lettura vengono i commenti, talvolta gustosi, dai quali trae lo spunto l'ultimo foglio umori
    stico che sì stampa a Trieste, a cura dei suoi due simpatici redattori, Carpínteri e Faraguna, autori inoltre di una serie di argute pubblicazioni quali: «L'Austria era un paese ordinato», «Viva 1'A.»
    ed altre, tutte in dialetto triestino.
    Una visita ai luoghi del primo insediamento umano sul colle di S. Giusto e al castello è
    d'obbligo; passando sopra l'anfiteatro romano, attraversiamo un intero quartiere semiabbandonato e sernidiroccato, nelle cui rovine bivaccano i barboni e si bucano i drogati: era il cuore della
    vecchia Trieste ed ora offre il triste spettacolo della sua decadenza; perché non si è provveduto a risanare prima che fosse troppo tardi?
    In tutti i negozi di libri usati del centro storico notiamo una discreta presenza di bibbie e di altri volumi scritti in tedesco: le edizioni si fermano per lo più agli anni 1945-50: sono i
    libri della già consistente colonia tedesca di Trieste, che sino all'ultima guerra ha abitato nella città; poi lentamente è andata estinguendosi ed i figli e nipoti parlanti ora l'italiano, hanno tato bracciate di questi vecchi tomi ai rivenditori; è uno spettacolo patetico che avevamo visto a Lubiana: la vecchia classe dirigente è andata in pensione.
    Dal numero complessivo delle librerie si ricava l'impressione che a Trieste si legga molto: questo come a Lubiana, ove la biblioteca civica apre i battenti alle sette di mattina! lando di cultura, non ci pare giusto e tantomeno generoso, che i Triestini di lingua italiana, tadini evoluti, si confrontino con gli Slavi del contado e dei quartieri operai, chiamati per dileggio: sarebbe semmai con i cittadini di Lubiana che si dovrebbe fare un confronto.
    Non va dimenticato che un apporto non indifferente alla cultura cittadina è stato dato numerosa colonia ebraica: le opere di uomini quali Felice Venezian, Umberto Saba, Italo S Giorgio Voghera, hanno lasciato una traccia profonda nello spirito di Trieste.
    Tra gli intellettuali triestini ne vogliamo ricordare uno in particolare per la sua

    nei riguardi dei problemi etnici che ci appassionano: Fabio Cusin, morto ancor giovane nel t
    Egli operò nelle file del Blocco Triestino, un raggruppamento che si batteva per il T Libero; fu docente presso l'Università di Trieste alla facoltà di Lettere e presso quella di
    nella cattedra di storia medievale e moderna.
    Colpito da male incurabile, Cusin volle tornare a Trieste per morirvi. Vogliamo n alcuni suoi giudizi e annotazioni, letti nella sua "Antistoria d'Italia", che ci hanno vi colpito per la sua acutezza (27): «...La storiografia italiana lascia in non cale il problema origini etniche del popolo italiano. L'ambiente, scarso di residui razziali, non mostra grande resse per queste cose e sente un certo fastidio quando lo si rende attento che gli stranieri tuano una netta distizione tra l'Italia del Nord e quella del Sud... La gran massa degli di stirpe indoeuropea che distrusse e si sostituì alle più antiche popolazioni della penisola no al primo millennio a.C. rappresentò certo una forza concreta caratterizzata da pazienza, cia e ottusità mentale, caratteri al polo opposto del tipo mediterraneo in generale ed i specie. Il destino ha voluto che un gruppo di essi, i Latini, lasciassero nel mondo molte del loro costume originario, ma i Romani dell'età primitiva e repubblicana non solo come stirpe fisica e come caratteristiche morali, ma contribuirono a distruggere i fratelli e cugini. Le guerre, i massacri collettivi e la schiavitù eliminarono quei gravi, convinti, privi di acume critico e pieni di buona fede... e se gli Italici non del tutto, agì fortemente a modificare il lor carattere quel processo di selezione nega forti e i più valorosi furono massacrati o non sopportarono la schiavitù; sopravvissero 1 i più adattabili, i più abili e astuti o meno pericolosi per forza fisica. L'Italia così ne ripopolata con schiavi provenienti da varie regioni, ma quelli che sopravvissero terranei e orientali, che i guerrieri vinti del Nord mal si adattavano alla condizione rono i più abili e pieghevoli a rimpiazzare la società. Alla fine dell'Impero nell'ItaW' e meridionale l'aspetto fisico della popolazione doveva essere assai simile all'odietno: del tutto i biondi Latini e i compassati e silenziosi e ottusi Romani, il paesaggio dea umana presentava già, salvo in poche terre montane dell'Abruzzo e dell'Umbria, il tipo bruno, talora scurissimo di capelli e di carnagione. Più a nord si era formata una ancor più mista, a seguito dell'afflusso celtico dei secoli VI-IV a.C., che in certo modo carattere dell'Italia settentrionale a quella del numeroso popolo dei Galli, il quale portò irrequietezza, e le proprie mutevoli iniziative, l'intelligenza abile all'azione senza nalità, né tenacia, né profondità di coscienza in varie parti d'Europa, e che non lasciò infine in alcun

    (27) Di questo autore il già citato "Venti secoli di bora sul Carso e sul Golfo", biano, 1952; "Antistoria d'Italia", Mondadori, 1970; "La personalità storica Urbino", Ed. Galleria dell'Aquilone, 1970.

    luogo l'impressione di un proprio e deciso carattere autoctono, ma ovunque consentì ad sopraffatto politicamente e moralmente, assumendo lingua, arte, cultura dei popoli con cui a contatto, pur predisponendo una base comune allo spirito dì gran parte del continente. si presenta l'Italiano quando l'Italia nasce..., in cui i pochi potenti e dominatori sono scomseaza lasciare discendenza, mentre la massa degli schiavi inerte, rassegnata, esperta di soffee di umiliazioni, sopravvive nei propri discendenti, più timorosa dell'uomo che dei pericoli natura, più dubbiosa dell'inganno che dell'aperta violenza e, per istintiva difesa, portata a usare più del primo che della seconda».
    Benché sia innegabile che qualcosa di veritiero ci sia in questa impietosa rappresentazione ItaGaní, non possiamo condividere del tutto questo duro giudizio che pare inappellabile e uso alla speranza, perché abbiamo constatato "de facto" l'esistenza di una minoranza di gente valida, che se ancora non ha trovato la via dell'unione, la potrà trovare nel futuro, quando oondizioni la renderanno necessaria.
    La condizione di inferiorità spirituale che Cusin addebita agli Italiani trova invero un certo tro ogniqualvolta essi si recano alle urne: lì sembra proprio che l'animo servile prenda sopravvento e che il "bel paese" si emargini volontariamente e progressivamente dal resto Europa.



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