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    89-98: Al Quaeda sbarca in Europa. Grazie agli USA:la verità completa sul kosovo

    Ringraziamo il mitico Utopia per averci fornito questo documento, che deve diventare fondamentale per ogni autonomista.
    TRATTO DA "IL CINGHIALE CORAZZATO"



    "Per preparare l'opinione pubblica mondiale alle guerre neocons. sul suolo europeo (Bosnia e Kosovo) scatenate dalla NATO con l'appoggio sempre taciuto di Al Quaeda (quando Bin Laden non era ancora considerato un nemico) e delle milizie islamiste balcaniche ad essa collegate, è in atto da più di dieci anni una campgna xenofoba, talvolta dalle tinte nazistoidi, che mira ad istigare i cittadini degli Stati Uniti e dell'Europa occidentale all'odio razziale contro le genti serbe. Si tace sulle operazioni di pulizia etnica che, nel corso degli anni, hanno cancellato la presenza serba (ma anche ebraica, rom, e di altre minoranze) da intere regioni (Krajna, Slavonia occidentale, Sarajevo e Bosnia orientale, Kosovo e Metohija). Cerchiamo quindi di sentire l'altra campana, non per spirito di polemica gratuita, nè tantomeno per fomentare spiriti di vendetta o di esaltazione della "Grande Serbia", ma anzi per favorire, nel nostro piccolo, la riconciliazione e la fratelanza fra i popoli e le religioni."




    E' il 20 giugno 1986: un anziano serbo a terra, dopo essere stato picchiato dai miliziani albanesi. Da alcuni anni era già iniziato l'esodo dei serbi dal Kosovo e Metohija verso le regioni più settentrionali del paese. Morto Tito, infatti, erano riesplose le violenze da parte di quei gruppi estremisti albanesi che durante la seconda guerra mondiale avevano collaborato con Hitler e Mussolini per la costituzione della "Grande Albania". Sostegno ai fanatici venne anche dal dittatore albanese Enver Hoxha. Diverse fonti confermano che nel 1989, lo sceicco Bin Laden, con il quale la CIA conservò buoni rapporti fino a poche settimane prima dell'11 settembre, viene proclamato cittadino della neonata Repubblica di Bosnia.



    E' il 6 febbraio 1994: la strage al mercato di Sarajevo. In un primo momento, sull'onda del pregiudizio antiserbo dilagante, la NATO accusò l'esercito serbo-bosniaco, solo in un secondo momento, quando i riflettori erano ormai spenti sul fatto, emersero le responsabilità dei cecchini musulmani.

    http://digilander.libero.it/kosovocr..._di_storia.htm



    Kosovo e Metohija
    nella storia serba e nello stato serbo

    di Zivota Djordjevic

    1999

    Le regioni di Kosovo e Metohija, abitate da Slavi nei secoli passati, diventarono parte dello stato indipendente della Serbia alla fine del 12° secolo, oltre ottocento anni fa. Lo stato indipendente della Serbia fu fondato dal Granduca (Zupan) Stefan Nemanja, che liberò i territori di Kosovo e Metohija e diventò il loro dominatore. Uno dei suoi figli, Sava Nemanjic, fondò la Chiesa serba autocefala divenendone il primo arcivescovo, consolidando in questo modo la fede cristiana tra i Serbi e aprendo la via all'unificazione del loro stato. L'altro figlio di Nemanja, Stefan Nemanjic, fu incoronato re dal Papa, confermando così l'integrità della terra serba e l'indipendenza dello stato serbo. Delle dieci diocesi della Chiesa serbo-ortodossa, tre erano situate in Kosovo e Metohija nelle città di Prizren, Lipljan e Pec, confermando l'importanza dei due territori per la Chiesa, lo stato e la cultura serbe. Nel 1284, Pec diventò la sede dell'arcivescovo serbo, rendendo la Metohija una delle terre serbe più importanti. Le fu accordato lo status di regione centrale nel 1346, quando l'arcivescovo di Pec fu proclamato patriarca e Prizren fu scelta come capitale dell'impero serbo. I governatori della dinastia Nemanjic avevano palazzi a Pristina, Prizren, Svrcin, Pauna, Nerodimlje e Vucitrn. I Serbi, tuttavia, furono sconfitti dai Turchi nella battaglia del Kosovo nel 1389, e giurarono che avrebbero riconquistato la loro libertà nello stesso luogo. Il giuramento del Kosovo rimane tutt'oggi profondamente radicato nella coscienza storica serba. Nonostante la sconfitta, Kosovo e Metohija non rimasero soltanto un ricordo tra i Serbi dopo la disfatta: i due territori restarono anche sotto il loro governo. Essi furono amministrati da Pristina da Vuk Brankovic, il cui figlio, più tardi, divenne governatore dell'intera Serbia. La terra era fertile e generosa, come lo erano le miniere d'argento di Trepca, Janjevo e Novo Brdo; quest'ultima, essendo la più grande miniera dei Balcani, era anche sede di una zecca. Le città erano altamente sviluppate e abitate da ricchi commercianti e artigiani. I commercianti più importanti provenivano da Dubrovnik, ed i migliori minatori erano Sassoni. La devozione dei Serbi alla fede cristiana e la loro ricchezza sono dimostrate dalle numerose chiese e dai numerosi monasteri che essi costruirono. Una grande tolleranza regnava tra Ortodossi e Cattolici. Con alterne fortune, la Serbia continuò a difendersi dalla Turchia, con gli Ungheresi come suoi principali alleati. Col tempo, comunque, la resistenza serba fu schiacciata. Due anni dopo la caduta di Costantinopoli (1453), le forze del Sultano Mehmed II presero Novo Brdo, il 1° Giugno 1455. La maggioranza della popolazione fu ridotta in schiavitù o si stabilì altrove, e alcune chiese serbe furono trasformate in moschee. Questo fu l'inizio della pulizia etnica dei Serbi nel Kosovo e nella Metohija, che continua, dopo la caduta definitiva dello stato serbo nel 1459, con poche tregue, fino ai nostri giorni. Geograficamente, Kosovo e Metohija sono due bacini nella parte centrale della penisola balcanica, circondati da alte montagne e in cui defluiscono parecchi fiumi, situati all'incrocio di importanti strade commerciali. Il nome Kosovo è serbo: deriva, infatti, dalla parola kos, che significa merlo (Kosovo Polje significa campo di merli). Il nome Metohija deriva dalla parola greca e serba metochion, che significa "proprietà o dipendenza di un monastero". L'attuale provincia nella Serbia del Sud comprende anche Kosovsko Pomoravlje (valle del fiume Morava) nella parte più orientale della provincia. La regione di Kosovo e Metohija, delimitata dal Mare Adriatico ad ovest e dalla Macedonia ad est, era abitata da tribù di origine indeterminata, che vivevano secondo antichi costumi e, spesso, non avevano nessun legame reciproco. Poco si può affermare con certezza del loro modo di vivere durante il primo millennio d.C. Costantino Porfirogenito non menziona affatto Albanesi nel suo De administrando imperio, un trattato chiave per capire le relazioni nei Balcani tra la fine del primo e l'inizio del secondo millennio d.C. Non sono menzionate tribù neanche in nessun altro scritto storico del tempo. I toponimi in Kosovo e Metohija non sono albanesi, sono soprattutto pre-slavi e slavi, cioè serbi. Le tribù furono note per la prima volta nella metà dell'11° secolo sotto vari nomi che iniziavano molto spesso con "alb" o "arb". Il nome Shqiptare che esse preferivano usare fu registrato in scritti storici solo nel 15° secolo, quando Grecia, Serbia e Bulgaria cessarono di esistere come stati indipendenti. In questi anni, si stanno facendo alcuni tentativi tra gli Albanesi di autoproclamarsi discendenti degli Illirici, i primi abitanti dei Balcani. Si stanno facendo tentativi simili anche tra altre giovani nazioni nella penisola balcanica. Autoproclamandosi Illirici, gli Albanesi si inseriscono in una serie di tentativi falliti di imporre solamente ad alcuni l'eredità illirica, negandola ad altri. Nel 15° secolo, alcuni scrittori europei consideravano gli Slavi meridionali come "natio illirica", senza nessuna ragione valida. Alla fine del 17° secolo, il capo serbo Djurdje Brankovic cercò di ristabilire l'impero serbo come "regno illirico", ancora una volta senza una valida ragione. Nel 1809, Napoleone creò una provincia illirica lungo la costa orientale dell'Adriatico, in Slovenia e Croazia, di nuovo senza un valido fondamento e senza gli Albanesi. La provincia continuò a esistere fino alla caduta di Napoleone. Nella metà del 19° secolo, i Croati fondarono il loro movimento di rinascita nazionale sotto la designazione illirica, certamente senza un valido motivo per quanto riguarda l'uso del termine. Se simili tentativi furono frequenti durante mezzo millennio, la strategia Albanese attuale non giunge come una sorpresa: per giustificare aspirazioni ad espansioni territoriali si devono inventare origini profondamente radicate nei tempi antichi e si devono "stabilire" priorità storiche. Un'autorità fittizia più che fattuale sulle regioni montagnose abitate dagli Albanesi fu esercitata in successione da Bisanzio, dai sovrani di Anjou, dalla Serbia e da Venezia, come pure da signori locali da poco indipendenti, a volte critici contro gli stati vicini. Si ritiene che Djuradj Castriot, conosciuto anche come Iskender Bey (Skender Beg), che guidò la resistenza contro il dominio turco - sebbene senza il sostegno di qualsiasi organizzazione con prerogative di stato - sia stato di origine albanese. La maggior parte degli Albanesi si convertirono all'Islam piuttosto velocemente (come è dimostrato dal doppio nome Djuradj-Iskender), perpetuando un modo di vivere tribale all'interno della struttura della religione islamica e dell'autorità dello stato turco. Di tanto in tanto gli Albanesi scendevano dalla montagne per risiedere permanentemente nel fertile bacino di Metohija anche prima dell'arrivo dei dominatori turchi, ma né il Kosovo né la Metohija né - specialmente - Kosovosko Pomoravlje potrebbero mai essere descritti come albanesi nel carattere. In seguito all'arrivo dei Turchi e alla conversione all'Islam, gli Albanesi si volsero a perseguitare violentemente i loro precedenti vicini Serbi, o al servizio dei loro padroni o per personali interessi. Sebbene la popolazione serba avesse già patito grosse perdite e avesse molto sofferto quando il Kosovo e la Metohjia caddero sotto il governo ottomano, il primo censimento, effettuato nel 1455 dai dominatori Turchi in circa 600 villaggi nei due territori, mostrò che nomi albanesi erano registrati solo in circa 80 villaggi, ma in nessun luogo essi erano la maggioranza. Poco cambiò negli anni successivi. Per di più il Patriarcato di Pec fu ricostruito nel 1557. La Chiesa serbo-ortodossa riguadagnò la sua sede in Metohija e le fu accordata la giurisdizione religiosa su 40 diocesi, alcune delle quali già esistenti, mentre altre furono ripristinate o create. L'autorità del Patriarcato si estendeva, all'incirca, su tutte le terre serbe, incluse Bosnia e Herzegovina e parti della Romania, Ungheria e Croazia. Documenti turchi del 17° secolo mostrano che gli arcivescovi ortodossi di Gracanica, Vucitrn, Prizren e Pec, tutti in Kosovo e Metohija, mantenevano l'alto rango di "Metropolitani". Molti monasteri, conventi e chiese furono costruiti o ricostruiti, l'attività letteraria serba e la vita politica fiorivano. Sebbene fosse un'istituzione religiosa, il Patriarcato di Pec inevitabilmente doveva anche connotarsi come un'organizzazione di resistenza del popolo serbo. Alla fine del 16° e nel 17° secolo, i Serbi, come alleati dell'impero asburgico nella sua guerra contro l'impero ottomano, si sollevarono in armi sotto il comando dei patriarchi Jovan, Gavrilo Rajic e Maksim Skopljanac. L'insurrezione finì in una sconfitta nel 1737, e l'autorità del Patriarcato di Pec fu prima minata e poi formalmente annullata nel 1766.

    La Grande Migrazione Serba

    I cambiamenti demografici in Kosovo e Metohija, che durarono per decenni o addirittura per secoli, furono dettati dai seguenti fattori: Primo: durante le guerre dell'impero ottomano contro gli stati europei cristiani, principalmente contro l'Austria, i Serbi si sollevarono in armi e combatterono dalla parte dei cristiani. Quando i loro alleati dovettero ritirarsi, i Serbi stessi furono costretti a ritirarsi verso nord, abbandonando la loro patria, soprattutto il Kosovo e la Metohija. Secondo: i governanti turchi non desideravano mantenere una terra senza popolazione perché ciò li avrebbe privati di tasse e di reclute; di conseguenza, affrettarono l'insediamento degli Albanesi nelle aree abbandonate dai Serbi. Benché, in generale, i musulmani non fossero privati dei loro diritti come sudditi turchi, e gli Albanesi, in quanto allevatori di bestiame di montagna, non si dedicassero volentieri al pesante lavoro dell'agricoltura, i dominatori turchi, tuttavia, li insediarono con la forza nelle pianure. Terzo: gli Albanesi, nelle montagne, avevano un altissimo tasso di natalità e soffrivano per carenza di cibo. Quarto: sebbene essi non avessero autorità in ciò che riguardava affari di terra, lingua, religione, costumi o politica, gli Albanesi formarono parte delle truppe irregolari ausiliare turche che saccheggiarono le proprietà serbe e scacciarono i Serbi dalle loro case e dalla loro terra. Questi fattori combinati assieme ebbero come risultato un cambiamento del carattere etnico del Kosovo e della Metohija; in questo modo i Serbi persero e gli Albanesi vinsero. La guerra, che iniziò nel 1683 con la campagna turca contro Vienna, fu un punto di svolta nelle relazioni tra il potere islamico che minacciava l'Europa e le nazioni cristiane. Gli Austriaci, aiutati dalle forze polacche, ruppero l'assedio di Vienna, dopo il quale fu stretta la "Santa Alleanza" tra Austria, Polonia, Venezia ed il Papa, cui si aggiunse più tardi anche la Russia. Le truppe austriache uscirono vittoriose da parecchie battaglie e penetrarono profondamente nel sud, liberando Pec nell'ottobre del 1689, dopo di che il patriarca Arsenije III Carnojevic inglobò i rivoltosi serbi nell'esercito regolare del generale Piccolomini. Le truppe austriache e serbe liberarono Mitrovica, Zvecan, Novo Brdo e Kacanik, come pure Skoplje, che dovette essere incendiata a causa di un'epidemia di peste. In seguito alla morte del generale Piccolomini a Pristina e al consolidamento delle forze turche, l'esercito austriaco fu sconfitto nel gennaio del 1690 a Kacanik e costretto a ritirarsi. I combattenti serbi, i loro comandanti, il patriarca stesso e una grande parte della popolazione serba del Kosovo e della Metohija si ritirarono assieme agli austriaci. In una assemblea tenutasi nel giugno del 1690 a Belgrado, i Serbi chiesero ed ottennero dall'imperatore austriaco Leopoldo il permesso di insediarsi nelle aree spopolate in Austria e la concessione di alcuni privilegi religiosi e nazionali. Durante la guerra, la maggioranza degli Albanesi rimase neutrale, un numero considerevole combatté al fianco dei Turchi ed alcuni si unirono alle forze austriache e serbe. All'inizio del ritiro austriaco e della migrazione dei Serbi e di alcuni dei loro alleati albanesi, la maggioranza degli Albanesi assalì la popolazione in fuga e quei Serbi che erano rimasti nelle loro case, competendo in brutalità con i Tartari portati dalle truppe turche. Seguì una catastrofe demografica da un capo all'altro della Serbia ed in particolare in Kosovo e Metohija, accompagnata dalla distruzione di chiese e di monasteri serbo-ortodossi e dall'annientamento di ogni segno di esistenza serba. Alcuni effetti di questa pulizia etnica sono tuttora visibili. I dominatori Turchi non poterono accettare a lungo di tenere una terra senza sudditi che pagassero le tasse. Le città di Prizren, Pec e Pristina, abbandonate dai Serbi, furono occupate dagli allevatori di bestiame Albanesi. Nel Marzo del 1690, fu ordinato ai comandanti Turchi e ai capitani Albanesi di mettere fine a questo regno di terrore. Nel settembre dello stesso anno, ai rivoltosi Serbi fu concessa l'amnistia e, con garanzie da parte delle autorità che non sarebbero stati perseguitati, furono sollecitati a ritornare. L'invito, comunque, rimase inascoltato. La schiacciante maggioranza serba che abitava il Kosovo e la Metohija prima della Grande Migrazione fu così sostituita dagli immigranti Albanesi. Quando scoppiò un'altra guerra tra l'Austria e la Turchia nel 1737, che durò fino al 1739, i Serbi ancora una volta insorsero contro il dominio turco, furono sconfitti e, di conseguenza, dovettero emigrare dall'altra parte del Danubio. La Turchia all'epoca era percorsa da un'ondata di anarchia, in cui le truppe albanesi che saccheggiavano giocarono un ruolo attivo. La terza grande migrazione, di circa 100.000 persone, avvenne nel 1790, quando l'Austria uscì dalla guerra e smobilitò circa 10.000 rivoltosi Serbi. Questa volta, il Kosovo e la Metohija, già profondamente feriti, rimasero lontani da lotte, insurrezioni e migrazioni.

    La strada verso la libertà

    L'anarchia amministrativa ed economica in Turchia culminò tra la fine del 18° secolo e l'inizio del 19°. I contadini serbi furono colpiti molto duramente dall'annullamento del loro status, relativamente libero, sotto proprietari terrieri turchi e dalla trasformazione in servi sotto signori feudali turchi, giannizzeri scatenati e furfanti che proclamarono come propria la terra imperiale. I Serbi si sollevarono in armi nel 1804, nella prima e nella seconda Insurrezione, liberandosi dal giogo e continuarono a lottare per la liberazione da tutti i mali turchi. Il Kosovo e la Metohija restarono lontani dall'esplosione centrale della lotta serba; la loro popolazione di etnia serba era troppo debole demograficamente per unirvisi. Rimasero alla mercé dei pasha locali (che nemmeno Costantinopoli poteva controllare) e degli Albanesi che scaricavano sui sudditi la loro rabbia per le vittorie serbe nel nord. Jashar Pasha, amministratore del distretto di Pristina, perseguitò i Serbi e depredò le loro chiese con l'aiuto degli Albanesi. Abbatté quattro chiese e saccheggiò i monasteri di Gracanica e Samodreza, che rappresentavano i custodi sacri della memoria del santo martire principe Lazar e dell'idea di liberazione dopo la Battaglia del Kosovo (1389). Mentre l'impero turco soffriva l'agonia della decadenza, i Serbi, in Kosovo e Metohija, furono soggetti a torture, saccheggi, conversioni forzate all'Islam, stupri, incendi dolosi e massacri. Alcuni fuggirono verso la salvezza nel Principato di Serbia. Il principe Milos Obrenovic cercò di dare protezione a coloro che rimanevano. Per mantenere alto lo spirito nazionale, il principe ricostruì e sovvenzionò chiese e monasteri in Kosovo e Metohija. Gli Albanesi ed i Turchi stavano saccheggiando e distruggendo, il principe ricostruiva e faceva doni. Le riforme della Sublime Porta, compiute sotto la pressione delle grandi potenze, diedero uguaglianza legale all'intera popolazione senza tener conto della fede. Ai cristiani furono garantiti i diritti di vita, proprietà e tasse eque. La condizione della popolazione cristiana migliorò nelle province dove le riforme furono rese effettive. Comunque, le riforme incontrarono grande difficoltà. Il Sultano dovette mandare spedizioni militari per schiacciare la resistenza sia dei signori locali che della popolazione musulmana (inclusi gli Albanesi), resistenza che stava assumendo le dimensioni di una vera guerra inter-musulmana. Il monastero Visoki Decani e il Patriarcato di Pec furono saccheggiati e profanati nelle battaglie tra le truppe regolari turche e gli Albanesi che si erano ribellati alle riforme. Nel 19° secolo, i Serbi non potevano contare sulla protezione né delle grandi potenze che, formalmente, erano i difensori dei cristiani in Turchia (dapprima solo la Russia e dopo il 1856 anche Inghilterra, Francia e Austria) né dell'opinione pubblica di illuminate nazioni europee, risvegliate dal crescente numero di umanisti che scrivevano sui loro viaggi in Turchia. Nelle guerre dal 1876 al 1878, la Serbia liberò l'area compresa tra i suoi precedenti confini e il Kosovo e la Metohija; da quell'area gli Albanesi emigrarono verso le zone vicine nel rifiuto dell'autorità cristiana. Sconfitti e assetati di vendetta, essi intensificarono il loro terrore sul popolo serbo. Parecchie decine di migliaia di rifugiati provenienti dal Kosovo e dalla Metohija si registrarono nel Principato di Serbia. L'archimandrita Sava Decanac presentò al congresso di Berlino un memorandum sulla situazione e il destino dei Serbi in quella parte della Turchia, richiedendo inutilmente protezione dal fanatismo islamico e dalla crudeltà albanese. Il periodo tra le guerre serbo-turche del 1876-1878, attraverso le guerre balcaniche del 1912-1913 e fino alla prima guerra mondiale, fu un periodo di avversità per il popolo serbo. Consapevoli che il potere del Regno di Serbia stava aumentando e che l'esercito serbo aveva raggiunto la soglia della terra che essi sapevano bene di aver preso ai Serbi, gli Albanesi, in gran numero e in modo ben determinato, fecero ricorso al terrorismo. Gli spietati Albanesi misero a ferro e fuoco le case dei loro stessi compagni che stavano tentando di proteggere i loro vicini serbi. Il Patriarcato di Pec fu attaccato e saccheggiato di nuovo nel 1902. Ai Serbi in Turchia non fu dato lo status di nazione né addirittura di minoranza etnica. I diplomatici delle grandi potenze, pur implorando di risparmiare i cristiani, non riuscirono a mettere fine al terrore. Una dopo l'altra, ondate d'esausti rifugiati Serbi fluirono in Serbia. La prima guerra balcanica, combattuta dagli stati cristiani per espellere le forze turche dai Balcani, fu una svolta decisiva. I due regni serbi di Serbia e Montenegro liberarono il Kosovo, la Metohija, la Macedonia e il distretto di Raska (chiamato Sandzak). L'esercito serbo, inoltre, sconfisse i Turchi e i loro sudditi Albanesi nella stessa Albania, guadagnando l'accesso all'Adriatico. Alcune tribù Albanesi (soprattutto quelle di fede cristiana) aiutarono i loro vicini cristiani nella lotta, come fecero i Malisori durante la liberazione della Metohija. L'avanzata dei Montenegrini dal nord, dei Serbi dal nord e nord-est e dei Greci dal sud fu fermata dalle grandi potenze che, a Londra, proclamarono l'indipendenza dello Stato albanese nel 1912. Le forze vittoriose dovettero ritirarsi, ma Kosovo e Metohija rimasero parte integrante della Serbia e del Montenegro come regioni indiscutibilmente serbe. Durante la prima guerra mondiale, l'esercito montenegrino fu allontanato e quello serbo dovette ritirarsi in Grecia attraverso l'Albania. Nemmeno in queste circostanze i capi Albanesi furono capaci di preservare e consolidare lo stato albanese, consegnato loro su di un piatto d'argento. Terrorizzare i Serbi fu considerato dalla maggior parte di loro l'obiettivo principale. Dopo il ritorno e il ricompattamento del vittorioso esercito serbo, Kosovo e Metohija, come parte del preesistente regno di Serbia, furono incorporati nel Regno di Serbi, Croati e Sloveni proclamato l'1 dicembre 1918.

    Lo Stato Albanese

    Gli Albanesi furono l'ultimo dei popoli balcanici assoggettati al dominio turco a giungere alla consapevolezza di una identità nazionale. La loro prima organizzazione nazionale, la Lega di Prizren, fu fondata solo nel 1878, sebbene non allo scopo di combattere il dominio turco ma per paura della Serbia (le cui truppe avevano raggiunto il Kosovo), del Montenegro (il cui esercito era sceso in Metohija) e della Bulgaria, a cui la Russia aveva promesso una gran parte dei Balcani fino alle montagne Albanesi e al Mare Egeo. Per quanto riguarda lo status degli Albanesi in Turchia, la Lega cercò una moderata autonomia pro-islamica e pro-turca e, nella stessa misura, pro-albanese. Le idee di un piccolo numero d'intellettuali, mercanti e di un considerevole numero di capi tribali, che non approvavano le aspirazioni pan-albanesi, non furono ben accolte tra il popolo albanese, la cui lealtà alla tribù, all'impero e all'islam erano più forti della loro lealtà alla nazione. Vent'anni dopo, al fine di mobilitare gli Albanesi per la guerra contro i Greci, la Turchia fondò nel 1897 la Lega di Pec, presumibilmente come un'estensione della Lega di Prizren; ma nemmeno questa ottenne un appoggio massiccio. A Urosevac, nel 1908, fu fondato un movimento nel tentativo di assicurare l'autonomia a tutti gli Albanesi. Nel 1911 i leaders, che avevano trovato rifugio nella capitale montenegrina di Podgorica, organizzarono un'insurrezione nel nord dell'Albania, ma Costantinopoli respinse ogni possibilità di autonomia. Il movimento armato per l'autonomia raggiunse il suo picco nel 1912. Fu fondato in Kosovo e annoverava 30.000 rivoltosi, coprendo inoltre alcune aree dell'Albania etnica. Naturalmente i rivoltosi Albanesi cercavano l'autonomia solo per se stessi, non per altri gruppi etnici che vivevano in quello che immaginavano fosse il loro paese. Anche se non ottennero niente, i leaders Albanesi decisero, in un'assemblea a Skoplje, di combattere a fianco della Turchia e, di conseguenza, ricevettero armi dalla Sublime Porta. In ogni modo le truppe serbe e montenegrine liberarono in fretta il Kosovo e la Metohija e presero il controllo dell'Albania etnica. Poco propensa a concedere tale espansione serba, l'Austria-Ungheria, attraverso i suoi agenti, convocò un'assemblea di capi albanesi, che proclamò l'indipendenza dell'Albania il 28 novembre 1912 a Valona (Vlore), sebbene quattro pascià e un bajraktar continuassero a governare il paese come stati separati. Il 30 Maggio 1913 fu riconosciuta l'indipendenza di questo stato, furono tracciati i suoi confini, fu data in regalo la sua Costituzione, la sua amministrazione e gli affari finanziari furono affidati ad una commissione internazionale. Qualche tempo dopo, il capitano tedesco Wilhelm von Wied fu nominato principe (knez), ma abbandonò il suo scomodo trono e la sua cupa "patria" per tornare in Germania dopo pochi mesi. Nessun'autorità poté essere stabilita e l'Albania passò l'intera prima guerra mondiale senza un governo, nel caos, con molti governatori "indipendenti" e truppe straniere. Sebbene avessero formalmente fatto tutto ciò che potevano, perfino le grandi potenze furono incapaci di creare uno stato albanese; il paese rimase sotto il regno del caos. Benché gli occupanti austro-ungarici e bulgari accettassero l'aiuto dei leaders Albanesi (come Hassan Pristina, Bajram Tsuri, Dervis Beg e altri) nella lotta contro l'esausto esercito serbo (aiutati da Azem Beita da Drenica e Pascià Essad Toptani nell'Albania centrale) e contro le forze russe in Galizia, anch'essi respinsero le richieste di una amministrazione albanese autonoma. Nel 1920 le truppe serbe e italiane uscirono dall'Albania, priva ancora di reale autorità e di potere; il suo status internazionale rimaneva oscuro. Il 9 novembre 1921, a Parigi, le grandi potenze concessero nuovamente l'indipendenza all'Albania, all'interno dei confini tracciati nel 1913, e riconobbero il particolare interesse dell'Italia nello stato futuro. La Società delle Nazioni ammise l'Albania tra i suoi membri alla fine del 1920, prima che il paese fosse riconosciuto da qualsiasi governo. Tra le due guerre, l'Albania fu inizialmente una monarchia, poi una repubblica e di nuovo una monarchia, con, nel mezzo, colpi di stato, ma l'Italia fascista continuò ad essere responsabile della sua amministrazione e del suo esercito. Nella primavera del 1939, il re d'Italia fu proclamato re d'Albania. Il regime comunista, introdotto alla fine della seconda guerra mondiale, fu rapidamente trasformato da Enver Hoxha nel regime più fedele a Stalin. Dopo la morte di Hoxha, esso divenne il solo regime maoista d'Europa, caratterizzato da un brutale terrore e dall'assenza di qualsiasi sviluppo economico. Durante quel periodo, in quello post-comunista e anche oggi, l'Albania è vissuta sotto il regno del caos (aperto o attenuato), avendo solamente energia sufficente per atti di aggressione contro i vicini, specialmente contro la Serbia ed in particolare il Kosovo e la Metohija.

    Regno di Iugoslavia e seconda guerra mondiale

    Divenuti cittadini del Regno di Serbia e, successivamente, del Regno di Iugoslavia, la minoranza etnica albanese si trovò in un ambiente istituzionalmente e culturalmente più progressista, che portò, tra le altre cose, all'abrogazione del feudalesimo. Le masse etniche albanesi non istruite, devote all'Islam e al modo di vivere tribale, non apprezzarono i vantaggi della loro nuova condizione e resistettero allo stato iugoslavo appena esso fu creato. Nel dicembre 1918, parecchie migliaia di Albanesi attaccarono una colonna dell'esercito serbo vicino al paese di Junik, nelle vicinanze di Djakovica. Nel febbraio 1919, oltre 3.000 terroristi Albanesi s'infiltrarono in Metohija dal nord dell'Albania ed altri 600 attraversarono a Rugovo e si diressero verso Rozaje. Concentrandosi vicino al confine iugoslavo, i terroristi tesero imboscate ad individui e gruppi, misero a fuoco i villaggi serbi e tennero anche sotto assedio alcune piccole città. Dopo il gennaio del 1919, tutte le azioni in Macedonia, Metohija e Kosovo furono dirette dallo Skadar (Shkoder) - Comitato di base del Kosovo. Secondo i suoi piani, la cosiddetta "Grande Albania" doveva includere Kosovo e Metohija, Skoplje, Bitola, Novi Pazar, ecc. Nel 1919 scoppiò una rivolta a Plav e Gusinje e nel 1920 ebbe luogo un conflitto di più ampia portata nella zona di confine. Il governo di Ahmed Zogu bandì il Comitato del Kosovo nel 1923, obbligando all'esilio i suoi capi e domò fino a un certo grado il caos nel nord dell'Albania. La riforma agraria, iniziata in Kosovo e Metohija dopo le guerre balcaniche, continuò dopo il 1918, rappacificando fino ad un certo punto la popolazione etnica albanese colpita dalla povertà, che aveva ricevuto una parte di terre, precedentemente appartenute ai capi turchi. Allo stesso tempo, comunque, assegnando la priorità ai combattenti poveri colonizzati in Kosovo, la riforma agraria incoraggiò anche un conflitto tra i contadini di etnia albanese e i Serbi e Montenegrini stabilitisi lì di recente. Degli approssimativi 230.000 ettari, di terra arabile e non, destinata per la ripartizione, 50.280, precedentemente posseduti dai proprietari terrieri turchi, furono ridistribuiti a 11.636 famiglie di contadini che avevano la priorità. Circa 180.000 ettari furono distribuiti a 10.394 famiglie insediate in modo sistematico, e a 5.326 famiglie che vennero spontaneamente in cerca di terra e mezzi per guadagnarsi da vivere. Gli abitanti dei nuovi insediamenti ricevettero tanta terra quanta una famiglia era in grado di coltivare e furono esonerati dal pagare le tasse per un periodo da tre a cinque anni. Dapprima furono occupate le aree fertili, poi ci si insediò anche nelle aree di foresta e in quelle difficili da arare. La popolazione etnica albanese in Iugoslavia ammontava a 439.657 persone nel 1921, 505.259 nel 1931 e si ritiene che abbia raggiunto circa 560.000 persone alla vigilia della seconda guerra mondiale; la maggior parte di esse viveva in Kosovo e Metohija. ll Comitato del Kosovo, ora di base a Vienna, fu ricreato nel 1939. Uomini ed armi furono portati illegalmente in Kosovo e Metohija dal nord dell'Albania. Ferhat beg Draga progettò di espandere l'Albania fino a Nis e nelle librerie albanesi si vendeva una carta geografica della "vera Albania" che comprendeva Nis, Skoplje, ecc. Dopo il crollo della Iugoslavia nel 1941, Kosovo e Metohija furono spartiti, l'area più grande fu assegnata alla "Grande Albania" dell'Italia, tre distretti alla Germania e parte del territorio alla Bulgaria. Il modo di amministrare il territorio cambiò parecchie volte durante la guerra, specialmente dopo la resa dell'Italia, ma due processi continuarono costantemente: Primo: i Serbi stabilitisi nella regione tra le due guerre mondiali furono immediatamente espulsi; i Serbi nativi furono, successivamente, fatti uscire in maniera sistematica con la forza e sostituiti dagli immigranti Albanesi; Secondo: il numero di organizzazioni che lavoravano al servizio delle forze di occupazione fascista cresceva costantemente. Una milizia albanese fu costituita dagli amministratori italiani, si introdussero da Vienna i rappresentanti del Comitato del Kosovo, si crearono partiti politici e unità militari, inclusa la Lega Nazionale Albanese, il Fronte Nazionale, la Seconda Lega di Prizren, il Partito della Legalità, la Divisione SS Skenderbeg (nella cui prima azione perirono tutti gli Ebrei di Pristina), il Reggimento del Kosovo, il Giuramento Nazionale ecc. Tutte queste formazioni presero parte alla guerra fascista contro il mondo libero e alla pulizia etnica di Kosovo e Metohija dai Serbi, Montenegrini ed altri gruppi etnici non-albanesi. Decine di migliaia di persone cercarono scampo nella Serbia del nord. Allo stesso tempo, il numero di persone di etnia albanese che combattevano contro il fascismo in Kosovo e Metohija era molto più basso di quello di coloro che si univano alle unità fasciste palesi o celate. La dimensione del potenziale umano dei collaborazionisti di etnia albanese si dimostrò nelle loro ribellioni dopo la liberazione di Kosovo e Metohija, cui parteciparono tra i 20.000 e i 30.000 fuorilegge.

    Repubblica di Serbia

    Dopo che la guerra finì nel 1945, Kosovo e Metohija rimasero all'interno della struttura della Serbia, ma questa volta con uno status che essi non avevano mai avuto prima - quello di regione separata autonoma. Le autorità Iugoslave proibirono ai Serbi e Montenegrini, espulsi da Kosovo e Metohija durante la guerra, il ritorno alle loro case. Le stesse decisero di lasciare nella regione gli Albanesi dell'Albania, specialmente del nord, stabiliti là durante la guerra dalle forze di occupazione e dai collaborazionisti. Inoltre, nel 1959, oltre 20 villaggi serbi sulle colline, ai piedi del Monte Kopaonik, furono annessi alla Regione Autonoma di Kosovo e Metohija, cui essi non erano mai appartenuti. Questa procedura, nei primi anni dopo la guerra, diede ai secessionisti di etnia Albanese la speranza di realizzare, nella nuova federazione Iugoslava, i loro vecchi scopi di pulizia di Serbi e Montenegrini in Kosovo e Metohija, mettendo altre comunità etniche sotto la loro autorità e separandosi dalla Repubblica di Serbia e Iugoslavia. Le loro speranze non erano infondate. La situazione complessiva dopo la seconda guerra mondiale era influenzata anche dalla crescita naturale della popolazione. Il popolo di etnia albanese aveva un altissimo tasso di natalità (il più alto in Europa, terzo nel mondo e più alto, perfino, rispetto all'Albania). Secondo il censimento del 1961, i Serbi e i Montenegrini incidevano per il 27,5 per cento della popolazione di Kosovo e Metohija, scendendo al 14,9 per cento nel 1981 e ad un approssimativo 10 per cento nel 1989. La migrazione di Serbi e Montenegrini dal Kosovo e Metohija e l'esplosione della popolazione tra l'etnia Albanese causarono dei cambiamenti drammatici. Si deve comunque notare che un'alta percentuale di terra rimane in possesso dei Serbi e che essa crescerà dopo la restituzione della terra precedentemente nazionalizzata. Inoltre, la provincia è abitata non solo dalle etnie albanese, serba e montenegrina (come rivendicano i separatisti di etnia albanese), ma anche dalle etnie turca, goranci, cattolica… e da un gruppo che si dichiara egiziano nel censimento. La nuova Costituzione Iugoslava e la Costituzione Serba, adottate nel 1963, elevarono l'autonomia di Kosovo e Metohija ad un livello ancora più alto di quello di regione: quello di provincia. I separatisti di etnia albanese conclusero che, da questo cambiamento dello status, nella Iugoslavia federale c'erano fattori politici che avrebbero appoggiato una ripresa di pressione sui rimanenti Serbi e Montenegrini e di aggressione sulla Repubblica di Serbia. Dimostrazioni di massa scoppiarono a Pristina, Urosevac, Gnjilane e Podujevo alla fine del 1968, con la richiesta che a Kosovo e Metohija fosse concesso lo status di repubblica, naturalmente al di fuori della Repubblica Serba, uguale alla Serbia e alle altre repubbliche Iugoslave. La ribellione produsse risultati: lo Statuto di legge generale provinciale suprema fu sostituito da una Legge Costituzionale (a metà strada verso una vera Costituzione) e la provincia non portò più il nome delle due regioni diverse, (geograficamente e storicamente) ma solo il nome di Kosovo, come avevano richiesto i separatisti di etnia albanese. La Costituzione del 1974 diede alla provincia prerogative quasi identiche a quelle di una repubblica, ed anche più grandi all'interno della Repubblica di Serbia - i cittadini di Kosovo e Metohija partecipavano alla legislazione che interessava le altre parti della Serbia, mentre i cittadini delle altre parti della Serbia non avevano parola per quanto riguardava le leggi dello stesso livello valide per il Kosovo e la Metohija. Alla provincia fu anche data una corrispondente autonomia per quanto concerneva i poteri amministrativo e giudiziario. Solo un passo rimaneva da fare verso la rottura dello stato serbo - una secessione formale del Kosovo. La situazione si era sviluppata in questa direzione, con gli effetti descritti, durante la presidenza - a vita - di Josip Broz Tito. Un grande numero di persone di etnia albanese proseguì le proprie attività distruttive, ricorrendo ad atti di violenza e banditismo simili a quelli che avevano caratterizzato il periodo precedente il 1946. Un'agitazione di massa si mobilitò tra l'11 marzo e il 30 aprile 1971, accompagnata da ripetute richieste di trasformare il Kosovo in una repubblica e da atti di vandalismo contro i simboli della cultura serba e cristiana. La reazione del comando iugoslavo fu blanda. I separatisti di etnia albanese intensificarono il loro terrore contro la popolazione serba, senza trattenersi da incendi dolosi, saccheggi, torture e assassini, poiché erano convinti, generalmente a ragione, che i loro crimini sarebbero rimasti impuniti. La loro organizzazione fu designata come marxista-leninista, come fu il regime maoista in Albania. I Serbi e i Montenegrini che erano rimasti nella provincia nonostante la persecuzione durante la guerra erano ora soggetti a nuove pressioni; fu loro negata la protezione dello stato iugoslavo e della repubblica di Serbia, e di conseguenza iniziarono ad abbandonare le loro case alla prima occasione. Dopo le rivolte del 1981, le migrazioni fuori della provincia si intensificarono - circa 50.000 Serbi partirono in poco tempo. Le autorità dell'etnia albanese in Kosovo e Metohija non tentarono più di nascondere la loro alleanza con i separatisti militanti Albanesi. L'alleanza fu approvata da Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Slovenia, che erano tutte pronte a smembrare non solo la Iugoslavia ma anche la Serbia. Aiuto ed incoraggiamento vennero anche dal campo maoista di Enver Hoxha. Trovandosi sotto una pressione insopportabile, i Serbi ed i Montenegrini cercarono di difendersi con i mezzi legali a loro disposizione, sebbene inutili. Nel gennaio 1986 fu firmata una petizione da 2.000 Serbi e Montenegrini come aperta protesta civile contro il crescente terrorismo e separatismo dell'etnia albanese. Nel febbraio dello stesso anno, un gruppo di Serbi e Montenegrini vennero a Belgrado per la prima volta per esprimere la loro protesta. Le forze democratiche e l'opinione pubblica serba e montenegrina in tutta la nazione diventarono sempre più preoccupate. Come conseguenza di ciò, l'Assemblea serba (parlamento) emendò la Costituzione repubblicana il 28 Marzo 1988, negando alle province il diritto di mettere il veto alle sue decisioni. La provincia del Kosovo fu privata anche di una considerevole parte dei suoi poteri legislativo, giudiziario ed amministrativo che erano le prerogative delle istituzioni repubblicane nelle altre repubbliche. Tra il 24 gennaio ed il 3 febbraio 1990, i separatisti di etnia albanese organizzarono violente dimostrazioni con la partecipazione di circa 100.000 persone. Le unità militari furono schierate nelle strade, e ciò ebbe come conseguenza una serie di scontri in cui morirono 27 persone. Dopo di ciò, la Presidenza SFRJ attivò l'esercito da un capo all'altro di Kosovo e Metohija e impose il coprifuoco. Nel marzo 1990, i separatisti inscenarono una farsa con i mezzi di comunicazione su un presunto caso di avvelenamento di bambini di etnia albanese. Le immagini registrate su pellicola in quella occasione servirono più tardi come modello per futuri complotti dei mezzi di comunicazione progettati per screditare i Serbi e la Serbia. Il referendum tenuto nel luglio 1990 in Serbia si concluse con la decisione di passare a una nuova Costituzione repubblicana e tenere delle elezioni multi-partitiche. I precedenti delegati di etnia albanese dell'Assemblea del Kosovo reagirono immediatamente emanando la cosiddetta dichiarazione d'indipendenza del Kosovo. Il 5 luglio 1990 l'Assemblea serba sciolse l'Assemblea e i Consiglio Esecutivo della Provincia Autonoma del Kosovo a causa dell'illegalità dell'assemblea. Il 7 settembre 1990, a Kacanik, i separatisti di etnia albanese adottarono una costituzione proclamando la cosiddetta "Repubblica Indipendente del Kosovo". Il 28 settembre 1990 si adottò una nuova Costituzione della Repubblica di Serbia, che definiva la Serbia come stato democratico di tutti i suoi cittadini e negava la condizione di stato alle province, che furono di conseguenza trasformate in territori autonomi. Dopo che la Repubblica Federale Socialista di Iugoslavia cessò di esistere e che fu costituita la Repubblica Federale di Iugoslavia, la situazione in Kosovo e Metohija fu caratterizzata per parecchi anni da una dualità di governo. Durante il 1998, i terroristi di etnia Albanese addestrati e armati in Albania e infiltrati in Kosovo e Metohija iniziarono una guerra. La ribellione del sedicente "Esercito per la liberazione del Kosovo" fu schiacciata nell'autunno del 1998 e le autorità Serbe e Iugoslave acconsentirono alla richiesta della comunità internazionale di negoziare con i rappresentanti dei separatisti di etnia Albanese. Per sistemare la situazione in Kosovo e Metohija fu costituito un Consiglio Esecutivo Provvisorio che comprendeva rappresentanti di tutte le comunità etniche. Si deve notare, infine, che il Kosovo e la Metohija hanno ricevuto, dopo la seconda guerra mondiale, un generoso aiuto economico da Iugoslavia e Serbia, prevalentemente dai Serbi che erano la nazione più numerosa in Iugoslavia e la maggioranza all'interno della Serbia. Grazie a questi sussidi, Kosovo e Metohija sono stati aiutati ad uscire dal sottosviluppo; hanno ricevuto, inoltre, sistemi di educazione e sanità relativamente sviluppati, una completa autonomia culturale e prospettive indubbiamente buone. Per esempio, oggi (1999) in Kosovo e Metohija si pubblicano 65 quotidiani e periodici in lingua albanese, più che in qualsiasi altra regione di simili dimensioni in Serbia. In ogni caso, gli Albanesi etnici in Kosovo e Metohija sono vissuti incomparabilmente meglio degli Albanesi in Albania. Anche oggi, essi costituiscono la parte più emancipata del popolo albanese.

    (traduzione di Daniela Bonato)



    La "Grande Albania", mito degli estremisti albanesi che collaborarono con i nazifascisti durante la seconda guerra mondiale, ma anche di quelli appoggiati da Clinton; secondo alcune versioni ancor più ambiziose di questa carta, l'Albania dovrebbe comprendere l'intera Puglia. Dopo il 1945 si calcolarono i civili serbi uccisi in operazioni di pulizia etnica dalle "SS mussulmane" (arruolate fra albanesi e mussulmani bosniaci) e da altri gruppi collaborazionisti, nell'ordine delle 700000 unità.







    http://www.ilfederalismo.net/

    (Anno 8 - Numero 40 - Lunedì 15 Novembre 2004)




    Bosnia-Erzegovina:
    jihadisti abbigliati come kamikaze,
    in azione contro serbi e croati


    Terremoto Bin Laden L’epicentro cercatelo in Bosnia

    La galassia terrorista non potrebbe sopravvivere senza il sostegno di Stati come l’Iran, il Pakistan, lo Yemen e il Sudan. Le responsabilità e gli interessi dei Paesi occidentali, gli accordi commerciali mentre la guerra incombe nell’area orientale

    Il mondo occidentale, accecato dalla propria brama di denaro, diviso al suo interno tra Europa, Russia e Usa, sembra aver perduto le proprie capacità di intelligence e di valutazione del pericolo islamico e delle sue fonti. Per poter vincere una sfida, sosteneva il Presidente Mao, la prima cosa da fare è quella di creare una chiara linea di demarcazione tra il nemico e noi. Ma questa

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    Il mondo occidentale, accecato dalla propria brama di denaro, diviso al suo interno tra Europa, Russia e Usa, sembra aver perduto le proprie capacità di intelligence e di valutazione del pericolo islamico e delle sue fonti. Per poter vincere una sfida, sosteneva il Presidente Mao, la prima cosa da fare è quella di creare una chiara linea di demarcazione tra il nemico e noi. Ma questainea non la tracciarono i governi della Francia che inviarono l’ayatollah Khomeinì a Teheran nel pieno della rivolta contro lo Scià, dando vita alla prima “rivoluzione islamica” del XIX secolo. I pasdaran iraniani, le prime “guardie islamiche”, annientarono in pochi anni tutte le forze democratiche del Paese, sbaragliarono i guerriglieri comunisti dei Mujaeddin Khalq, molti dei quali si rifugiarono in Iraq, ben accolti dall’allora socialista arabo Saddam Hussein e dimostrarono al mondo in qual conto tenessero le leggi della diplomazia internazionale, sequestrando l’intera ambasciata Usa e decine di tecnici di società petrolifere private. Il blitz allora ordinato dal presidente Carter fallì miseramente con decine di morti tra i militari americani, mentre un blitz privato riuscì a liberare molti tecnici e dirigenti di società americane. L’Occidente appoggiò, poi foraggiò e armò pesantemente Saddam Hussein nella guerra per procura contro l’Iran, che finì con un milione e mezzo di morti tra militari e civili, senza spostare di un millimetro la frontiera tra i due Paesi, ma provocando il genocidio dei curdi, presi tra due fuochi. Non potendo espandersi a Est, Saddam pensò di conquistare il Sud: Kuwait e Arabia Saudita, ma un’enorme coalizione occidentale, l’ultima, gli sbarrò il passo militarmente e lo assediò con le sanzioni. Il risultato fu di spingere anche l’Iraq nella galassia terrorista che si andava formando, portando l’aiuto prezioso dei suoi efficienti servizi segreti agli “afghani”, cioè a quell’internazionale panislamica che si era formata con l’arrivo in Libano e Afghanistan di centinaia dapprima, poi migliaia di combattenti per la jihad, la guerra santa, da Marocco, Libia, Algeria, Egitto, Palestina, Bosnia, Albania, Kashmir, Pakistan, Cecenia e da molti altri Paesi. E fu un ideologo del Sudan, la terra del Mahdì, il profeta che aveva sconfitto gli inglesi, a mettere d’accordo sciiti iraniani, sunniti irakeni e wahabiti sauditi, predicando la jihad, la guerra santa contro i nazara (cristiani), i crociati e gli ebrei ovunque essi si trovassero, come dovere sacro di ogni musulmano. Quell’uomo, curiosamente sconosciuto ai media occidentali, nonostante le centinaia di pubblicazioni al suo attivo, i congressi, i convegni, le manifestazioni pubbliche, le missioni all’estero, è lo sceicco Hassan Abdallah al-Tourabi, nato nel 1932 a Kassala, laureato nel 1957 a Londra e con un successivo master alla Sorbona di Parigi. Tourabi, che parla perfettamente inglese e francese, fondò all’università il Movimento islamico di liberazione ed entrò nelle fila clandestine della Fratellanza Musulmana, ma non tardò a rendersi conto che i rivoluzionari islamici erano divisi in sette, gruppuscoli, cellule in perenne rivalità reciproca e decise allora di dar vita a un movimento unitario, fondando il Fronte dello Statuto Islamico, cercando di creare poche parole d’ordine unificanti altrettanto valide per ogni gruppo clandestino o combattente. L’ostacolo più grande era poi la grave divisione tra il mondo sunnita, all’interno del quale prendeva sempre più forza la predicazione wahabita finanziata dagli sceicchi sauditi e il cui esponente di punta era il figlio di un magnate yemenita delle costruzioni, Osama Bin Laden, e il mondo sciita dell’Iran, l’unico nel quale la rivoluzione islamica fosse veramente compiuta, con l’affermazione della sharìa, la legge coranica, nella società civile e con la lotta a oltranza contro il Grande Satana occidentale.
    Gli ayatollah iraniani, guidati dal grande Alì Akhbar Hascemi-Rafsanjanì, avevano messo a segno i primi importanti colpi contro Israele e gli Stati Uniti con gli attentati di Buenos Aires del ’92, il primo attacco alle Torri Gemelle di New York del ’93, in cui ci furono solo quattro morti perché il cianuro, che doveva espandersi verso le scale, fu bruciato nell’esplosione per un errore degli artificieri, ma uno dei pilastri fu comunque danneggiato seriamente, e la bomba di Buenos Aires del ’94. (Migliaia di sciiti erano emigrati - guarda caso - nella città di Foz, in piena giungla brasiliana, al confine con l’Argentina). Stavano così dando vita all’internazionale Hezbollah, che in Libano e Palestina avrebbe compiuto azioni eclatanti. Al-Tourabi si pose come elemento unificante, grazie anche all’appoggio del generale Omar Bahri, appena salito al potere: chiamò in Sudan Osama Bin Laden e il medico egiziano al-Zawahiri, con i suoi combattenti “afghani”, dando loro basi militari, ordini per costruire strade, ponti, aeroporti che avrebbero supportato l’espansione nel Corno d’Africa: Eritrea, Somalia e Kenia. Poi si recò in Iran, ricevuto con tutti gli onori, e convinse gli ayatollah ad appoggiare l’espansione islamica in Africa e la conquista del Corno d’Africa per tagliare l’erba sotto i piedi alle flotte americane sulla rotta del Golfo Persico. Nel 1991 Al-Tourabi era riuscito a organizzare a Karthoum la prima Conferenza islamica dei popoli arabi, dietro la quale agiva la Fratellanza musulmana internazionale, il cui braccio operativo era il Movimento islamico armato. Osservatori iraniani erano stati accolti fraternamente e l’Iran non tardò a ricambiare. Rafsanjanì nominò capo dei servizi segreti iraniani all’estero Mahdi Chamran Savehi, fratello del fondatore delle Guardie islamiche, vissuto molti anni negli Usa, ove aveva creato la rete Sciiti rossi, ma, rendendosi conto della scarsa influenza di un’organizzazione gruppuscolare, aveva poi contribuito a formare l’Associazione degli studenti musulmani d’America, dalla quale sarebbero usciti molti terroristi “in sonno”. Ma il capolavoro di Chamran Savehi fu la guerra in Bosnia-Erzegovina, dove le milizie islamiche, rinforzate da un cospicuo contingente di guerriglieri “afghani”, compreso anche qualche ex-Marine di fede islamica, riuscì a battere gli eserciti serbi e croati su due fronti contrapposti, dando di fatto vita al primo Stato islamico in terra europea. In aperta violazione degli Accordi di Dayton che vietavano l’afflusso di armi e combattenti in Bosnia-Erzegovina e favorivano la contemporanea creazione di “uno Stato multi-religioso e multi-etnico”, l’amministrazione Clinton chiuse non un occhio, ma due quando l’Iran inviò armi e combattenti al fine di creare “uno Stato finalmente islamico in tutto e per tutto” e il dottor al-Zawahiri, egiziano e sunnita, fu autorizzato dagli iraniani a inviare i primi 40 mujaeddin dall’Egitto per colpire le basi dell’I-For e tagliar fuori dalla Serbia la minuscola Repubblica Serba di Bosnia. E dopo la creazione dello Stato islamico di Bosnia-Erzegovina la guerriglia islamica sarebbe dilagata in Kosovo e Metochia, Macedonia e Sangiaccato, ricreando un blocco islamico nei Balcani. La complicità di Clinton fu interpretata dagli ayatollah come una prova della vacuità dell’Occidente, della profonda divisione interna, che aveva invece ceduto il campo alla capacità dei musulmani di unirsi contro il nemico comune: nella sua predica del venerdì il 7 giugno 1996 l’ayatollah Ali Khamenei benedisse «l’internazionale islamica che si era finalmente realizzata con il movimento degli Hezbollah (i combattenti di Dio)». Il 21 giugno 1996 l’ayatoslah Ahmad Jannatì, discepolo di Khamenei, inaugurò la Conferenza internazionale Hezbollah di Teheran, alla quale parteciparono inviati di tutti i movimenti terroristi e combattenti della ummah (comunità) islamica: palestinesi, libanesi, curdi del Pkk di Ochalan e perfino un rappresentante del Refah, il partito islamico turco (!). A coordinare le operazioni fu nominato, alla fine dei lavori, il cosiddetto “Comitato dei Tre”, composto da due sunniti: Osama Bin Laden e Ahmad “Salim” Salah, e uno sciita, Imad Mughaniya. L’unità islamica aveva superato le divisioni tra arabi e non-arabi e tra sunniti e sciiti. L’addestramento sarebbe avvenuto nei campi delle Forze al-Quds in Iran e a cura dei servizi segreti di Chamran Savehi. Tre operazioni spettacolari furono affidate una a ciascun membro: Osama Bin Laden s’incaricò di far saltare in aria la caserma americana di al-Khobar nei pressi della città di Dahran in Arabia Saudita (19 morti), Ahmad “Salim” Salah dell’eliminazione di una diplomatica americana che si occupava di terrorismo, mentre Imad Mughaniya si occupò dell’organizzazione dell’attentato contro un aereo di linea americano (il Twa 800 poi esploso a poca distanza dalla costa Usa). Al contrario infatti di quel che ci propinano i media, le operazioni terroristiche internazionali hanno bisogno di una lunga pianificazione, di servizi di intelligence e finanziari, di combattenti altamente addestrati e tenuti costantemente in esercizio, e tutto questo è possibile solo e soltanto agli Stati, gli unici dotati di eserciti, armi sofisticate, basi d’addestramento, armi ed esplosivi moderni e letali. La galassia terrorista non potrebbe sopravvivere senza il sostegno di Stati come l’Iran, il Pakistan, lo Yemen, il Sudan, mentre è tuttora in corso una guerra in Afghanistan, Iraq, Kashmir, Cecenia, Daghestan e Stati della Csi. Ma dopo l’Afghanistan, l’unità tra Europa, Usa e Russia si è rotta: la coalizione che opera in Iraq è monca perché l’Unione Europea si è chiamata fuori, troppi erano gli interessi petroliferi e commerciali di Francia e Germania in Iraq e Iran. La Francia sta realizzando il più grande oleodotto asiatico attraverso il Mar Caspio, congiungendo il Kazhakistan all’Iran, la Germania sta vendendo a tutto spiano tecnologia chimico-farmaceutica e batteriologica all’Iran, bypassando l’embargo contro il famoso Istituto Pasteur di Teheran dove si compiono esperimenti di guerra batteriologica. Inoltre la Germania è sempre più legata alla Cina, che vende tecnologia atomica e missilistica agli ayatollah, sia direttamente sia attraverso la Corea del Nord. Nel gennaio ’98, Bin Laden ricevette uno dei capi della guerriglia islamica albanese, Ahmad Ibrahim al-Najiar, incitandolo ad attaccare nel Kosovo, e a metà febbraio il generale iraniano Safavi incontrò Bin Laden e al-Zawahiri per dar vita al “Fronte mondiale islamico per la Jihad contro Ebrei e Crociati”, la cui prima azione sarebbe stata il rafforzamento della testa di ponte di Riznica in Bosnia, per creare una base sicura al terrorismo islamico in Europa. L’organizzazione Azzam di Londra, che teneva i contatti tra i guerriglieri afghani e bosniaci, fece pubblicare una dura preghiera, poi letta in tutte le moschee d’Europa durante i sermoni del venerdì, che rammentava i doveri del vero credente: combattere come mujaeddin nelle file della jihad, sostenerla economicamente e moralmente, pregare perché vengano sconfitti ebrei e crociati e affermata la sharia, la legge coranica, in tutto il mondo. La umma, la comunità dei credenti, sarebbe stata sostenuta dalla creazione finale del kalifah, il califfato, ossia l’impero mondiale islamico.

    Omar Kh.





    http://www.resistenze.org/sito/te/po/ir/poir2n21.htm

    www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 21-12-02

    Da Belgrado a Baghdad. La guerra che continua

    di Babsi Jones 06/12/2002

    L'intervista. Embargo, uranio, lazzaretti, miseria, malattie, il ruolo della Cia e i malcostumi della stampa. Ecco i principali temi affrontati durante l'incontro con Fulvio Grimaldi a margine della presentazione a Milano del suo nuovo video-reportage "Chi vivrà… Iraq!" Parrebbe essere sempre la stessa moderna guerra massmediatica, quasi certamente germinata nei primi anni '90 fra le righe di un ormai popolare libro bianco della Cia, che candidamente confessava: "Saranno necessarie azioni belliche volte a garantire agli Stati Uniti l'egemonia mondiale". Questa guerra del nuovo millennio debutta nel Golfo all'inizio degli anni '90, transita attraverso l'implosione jugoslava con tutte le sue biasimevoli 'forze di pace', raggiunge Belgrado con i bombardamenti Nato del '99, approda in Afghanistan con toni ieratici ed ora preme nuovamente intorno all'Iraq, come un cerchio mortale in procinto di chiudersi.
    Le prove generali messe in scena nel Golfo nel 1991 trovarono di fatto un battesimo in Serbia nel 1999: la si definì 'guerra umanitaria'. Quell'ossimoro, dopo l'11 settembre, si è rinominato in 'perdurante libertà': una missione non-stop di gendarmeria mondiale. Parrebbe esserci un copione, le parentele sono notevoli. Ne parlo a Milano (in una serata organizzata da Bovisa Verde, Verdi e PRC alla Biblioteca di via Baldinucci) con Fulvio Grimaldi: giornalista da quarant'anni 'contro', che presenta il suo nuovo reportage-video "Chi vivrà… Iraq!". Coraggioso esperto di questioni di politica internazionale, dall'Irlanda del Nord al Kurdistan, dal Libano alla Palestina, Grimaldi ha documentato con particolareggiati reportages ('Serbi da morire', 'Il popolo invisibile') i bombardamenti sulla Serbia del 1999, e da tempo segue le vicende irachene.

    I temi dell'intervista:

    1) Luoghi barbarici, o così pare…
    2) Embargo, ovvero: recisione
    3) L'invenzione del 'maligno'
    4) I frutti marci della Cia
    5)Truffe massmediatiche
    6) I lazzaretti dei popoli di troppo
    7) Codice u238: popoli di troppo

    1. Luoghi barbarici, o così pare…

    Fulvio, in queste due guerre che analizziamo stasera le somiglianze abbondano. Cominciamo con una distorsione percettiva: Belgrado e Baghdad che l'Occidente intende, grazie alla propaganda dei mass media, solo come luoghi barbarici. In realtà, tu che conosci bene entrambe le capitali, puoi tracciarne un ritratto ben diverso…
    F.G. - Decisamente. Sono due luoghi, Baghdad e Belgrado, di antica e di altissima civiltà. Quel genere di civiltà che ci mette in imbarazzo e ci rende nostalgici, perché vi ritroviamo valori e modi di vivere che abbiamo perduto. Valori che si sono completamente smarriti nel tipo di vita moderna, che in Occidente è stata imposta dal dominio di certe culture: quella anglosassone in particolare. Antichissime civiltà che sopravvivono e sono sentite come presenti in due popolazioni, quella serba e quella irachena, con una grande coscienza di sé, niente affatto smarrite né disorientate come invece lo siamo noi. E sono popolazioni anche molto meno impaurite di quanto lo siamo noi, per quanto avrebbe validi motivi di esserlo di fronte alle minacce attuate dall'esterno. Sono popoli consapevoli della propria ricchezza passata che non hanno rinnegato. Gli iracheni sono la madre di tutte le civiltà: seimila anni fa, con i Sumeri, laggiù nacquero la ruota, la scrittura, le note musicali, il primo codice di diritto, le prime città. E anche le prime divisioni di classe, simboleggiate dalla famosa torre di Babele; si parla di 'dispersione dei linguaggi' e la torre di Babele è invece il simbolo d'una dispersione di gruppi sociali; la prima divisione di classi che da un lato vede i mercanti, i primi banchieri, i principi e i politici, e dall'altro lato i più poveri, i contadini, gli artigiani. Belgrado è la splendida capitale di una nazione meno antica rispetto all'Iraq, ma ha nel suo modus vivendi una calma consapevole che sfugge alla frenesia idiota del tempo occidentale. Nei Balcani i serbi hanno dato vita alla più alta espressione della civiltà bizantina prima dell'impero ottomano; sono sempre stati il fulcro in tutto quello che è accaduto in un'area di passaggio e transizione come i Balcani. Esattamente come gli iracheni, i serbi sono stati la componente più consapevole di sé e del proprio ruolo storico. Rispetto ad altri popoli alquanto disponibili al dominio straniero (non per far loro un torto ma per citare un dato storico, ad esempio, i bosniaci e gli albanesi, che sostennero gli ottomani; i croati poi sostennero gli austroungarici e la Germania nazista) i serbi hanno sempre avuto la volontà di resistere agli imperi e si sono sempre battuti contro i dominatori e gli invasori. Gli iracheni ed i serbi sono popoli con una forte e tranquilla coscienza di sé; ricchi di orgoglio consapevole, ma non arrogante o prevaricatore come può esserlo quello anglosassone. E' un orgoglio che nasce dalla coscienza di avere una collocazione storico-geografica ben precisa. In occasione dei miei ripetuti viaggi in Iraq, come m'era accaduto durante e dopo i bombardamenti in Jugoslavia, quello che mi colpisce è l'incredibile disponibilità e cordialità della gente: vedere come non siano affatto sospettosi nei confronti dei forestieri. Né i serbi né gli iracheni hanno subito il martellamento della diffidenza e della paura verso 'l'altro', che è poi la tecnica preferita di dominio occidentale.

    2. Embargo, ovvero: recisione

    Il primo vero e proprio parallelo che incontriamo parlando di Serbia ed Iraq è alla voce 'embargo'. Alla ex-Jugoslavia fu imposto nel 1991, e solo recentemente revocato; in Iraq l'embargo dura da dodici lunghi anni. Quali sono state e quali ancora sono in entrambi i paesi le conseguenze delle sanzioni?

    F.G. - Catastrofiche. Per parlare della Serbia, resto persuaso che nell'ottobre 2000, quando venne eletto Kostunica e si consegnò Milosevic all'Aja, se i serbi non avessero dovuto temere un ulteriore e catastrofico prolungamento dell'embargo con tutte le conseguenze immaginabili (mancanza di carburante ed elettricità, ad esempio, che rendevano la vita quotidiana insopportabile e mettevano costantemente a rischio le strutture sanitarie) non avrebbero fatto la scelta politica che hanno fatto e di cui, sono convintissimo, sono già pentiti. Tutti i disordini che si susseguono in Jugoslavia - i sabotaggi, gli scioperi, le facoltà universitarie occupate dagli studenti - sono il segno che i serbi hanno compreso quanto quella del 5 ottobre sia stata una svolta spaventosamente negativa. Per quanto riguarda l'Iraq, le conseguenze dell'embargo sono indescrivibili. Se non ci fosse un sistema statale di distribuzione di cibo gratuito con tessere annonarie (che i rappresentanti dell'Onu stessi, Hans Von Sponeck e Denis Halliday, hanno definito uno dei più efficienti e dei meno corrotti al mondo), un sostegno che alimenta con razioni minime di sopravvivenza l'85% della popolazione irachena, noi oggi saremmo di fronte a una vera e propria strage: sarebbero ipotizzabili milioni e milioni di morti. Embargo, poi, vale la pena ricordarlo, significa isolamento culturale, di cui entrambi i popoli hanno sofferto enormemente. Embargo significa non avere contatti con quello che accade altrove. Le scienze, le lettere, la ricerca. Per un decennio è accaduto molto nel campo della medicina, dell'astronomia, della fisica, della tecnologia telematica: eventi dai quali sia i serbi che gli iracheni sono stati letteralmente tagliati fuori. Esclusi, rinchiusi in un mondo a parte. Sono ansiosissimi di sapere, gli iracheni: portar loro riviste specializzate e filmati è un grande dono, perché significa dar loro un'opportunità di contatto col mondo dal quale sono stati letteralmente recisi. Lo stesso accadeva in Serbia negli anni dell'embargo. Ecco, l'embargo è una recisione. Embargo è come vivere chiusi in un camion blindato, dal quale non è possibile vedere nulla al di fuori e dentro il quale a nessuno è permesso guardare.

    3. L'invenzione del 'maligno'

    Mentre l'embargo compie la sua lenta ma inesorabile opera di devastazione del tessuto sociale ed economico in quelli che tu chiami 'i popoli di troppo', da parte dell'impero si verifica la creazione a tavolino del 'cattivo per antonomasia'. In Serbia fu Slobodan Milosevic, in Iraq è Saddam Hussein. Che genere di icone sono?

    F.G. - Stereotipi. La creazione del 'cattivo per antonomasia' non vede differenze. Il modulo è sempre quello, collaudato da tempo: si cominciò ad applicarlo nei confronti di Ho Chi Min, Fidel Castro, Makarios a Cipro, Jomo Kenyat. Tutti i leaders anticolonialisti sono stati sistematicamente satanizzati. Di fronte ad un torto gigantesco commesso - come quello del dominio coloniale, dello sfruttamento criminale - si deve in qualche maniera trovare un contraltare, una giustificazione da servire in pasto all'opinione pubblica. E la giustificazione è la criminalizzazione dei popoli, in primis dei loro leaders. Di recente una psicologa statunitense, lo ricordi anche tu, ha sostenuto una tesi di totale assurdità antiscientifica secondo la quale i serbi sarebbero congenitamente feroci. Il modello che si applica nella creazione del cattivo ad hoc - da Milosevic a Saddam - è ridicolmente simile. Si comincia col definirlo 'dittatore brutale e sanguinario'. Si sostiene che abbia depredato il popolo accumulando ricchezze e tesori. Gli si fabbrica intorno un'immagine familiare diabolica: figli scapestrati dediti a donne di malaffare e macchine sportive; mogli-arpie che sarebbero le vere responsabili nell'ombra delle ipotetiche malefatte del tiranno privatamente succube. Questo cliché della 'donna-sanguisuga' del dittatore ad hoc è servito in tavola alla società occidentale perché è una società maschilista, che lo riconosce istintivamente come un'ulteriore segnale di viltà. Stereotipi ripetuti banalmente per costruire un 'maligno assoluto'. Tu hai fatto un'osservazione acuta: è la ripetizione d'un copione, e trovo strano che l'opinione pubblica non si renda conto della serialità e della replica programmata che caratterizza tutte queste guerre 'moderne'. Saddam e Milosevic sono stati di certo oppositori della sopraffazione neocoloniale. Questo li accomuna. La differenza fra i due può emergere in questi termini: Milosevic, che persino le sinistre europee chiamavano acriticamente despota e dittatore, venne democraticamente eletto e sostenuto dal popolo serbo. Tu sai, e chi è stato in Serbia negli anni di Milosevic lo sa, che definirlo 'despota' significa sostenere una grande menzogna. Bastava vedere quanti organi di stampa indipendenti esistessero, quanti partiti candidati; bastava vedere come si tenessero regolari elezioni amministrative e politiche (le maggiori città della Jugoslavia erano governate dall'opposizione, del resto: Nis, Novi Sad, Kragujevac); le manifestazioni di protesta erano normalmente consentite e a dire il vero non si videro mai, in Serbia, le repressioni che poi si sarebbero viste a Genova. Tanta è la capacità della parola mediatica, da annullare la constatazione: sarebbe bastato andare in Serbia ed osservare la vita quotidiana per comprendere che Milosevic non aveva nulla a che spartire con un dittatore. La realtà è che le opposizioni in Serbia erano state letteralmente comprate dagli americani. Gli Usa cominciarono a stanziare, a partire dalla metà degli anni '90, centinaia di milioni di dollari destinati alle opposizioni anti-Milosevic. Crearono addirittura un movimento giovanile di pseudo-sinistra, Otpor. Questo movimento ebbe persino il riconoscimento come 'forza no-global' dai nostri disobbedienti locali, e a dire il vero fu un errore storico spaventoso: Otpor era una creazione della Cia. L'ha dichiarato la Bbc in un lungo reportage, e i leaders stessi di Otpor l'hanno ammesso. Sconcerta il fatto che vennero considerati 'colleghi di prospettiva' da un settore del nostro movimento di protesta. Per quanto riguarda Saddam, invece, non è evidentemente un governante democratico secondo la nostra definizione di democrazia. E' un autocrate, in Iraq vige un sistema monopartitico. In questi paesi che emergono dal sottosviluppo e dal colonialismo c'è una sola differenza che vale la pena approfondire: la differenza fra governi autocratici che fanno l'interesse esclusivo delle aristocrazie governanti (ad esempio, Arabia Saudita, Emirati, Kuwait), e governi autocratici che invece fanno gli interessi dei loro popoli. Il caso dell'Iraq appartiene alla seconda categoria: le risorse in Iraq sono state utilizzate per garantire al popolo sanità ed istruzione gratuita, ed i mezzi di sostentamento indispensabili. A questi popoli, che emergono da secoli di totalitarismi ed imperi, non si può domandare che in trent'anni anni maturino forme di democrazia come le conosciamo noi. Noi alle spalle abbiamo la Rivoluzione Francese, l'Illuminismo, la Comune di Parigi, la Rivoluzione Russa….Quello di popoli come l'Iraq è un altro percorso, che andrebbe riconosciuto nel suo contesto e rispettato. E' una tendenza tipicamente eurocentrica, e non soltanto delle destre, questa cecità che porta all'assenza di contestualizzazione.

    4. I frutti marci della Cia

    Sotto il 'cattivo per antonomasia', in entrambi i paesi fermentano realtà allarmanti: alla guerra in Serbia ci si arriva 'benedicendo' l'Uck (esercito di liberazione del Kosovo, ndr), mentre in Iraq ci stiamo approdando per via d'una 'caccia all'uomo' che risponde al nome di Bin Laden. Esaminato nell'ottica del copione bellico che torna in scena, il binomio Uck-Al Qaida è implausibile?

    F.G. - Niente affatto, è plausibile, quasi ovvio. Ci sono i fatti. Al Qaida era presente prima in Bosnia, poi in Kosovo. Bin Laden pare avesse un passaporto bosniaco concessogli da Izetbegovic stesso (l'allora presidente della Bosnia musulmana, ndr), e i suoi scherani addestrati nei campi afghani - che fossero algerini o sauditi poco importa - operavano accanto alle milizie musulmane, celebri come 'tagliatori di teste'. E gli istruttori dell'Uck dei primi anni partivano dai campi di Al Qaida, di differenti nazionalità ma tutti provenienti dall'Afghanistan. A dire il vero questi 'signori' non li troviamo solo in Bosnia e in Kosovo: sono presenti ovunque l'impero americano debba operare in maniera destabilizzante: in Algeria, in Cecenia, ad esempio. Al Qaida funzionava e funziona al servizio della Cia. Ovunque la Cia abbia interesse a destabilizzare Paesi che stanno sulle rotte del petrolio, eccoli arrivare. Questo è il ruolo di Al Qaida: mai rinnegato, del resto.

    5. Truffe massmediatiche

    Tutti gli atti del copione, dalla creazione del 'cattivo' su misura all'occultamento dei legami fra la Cia ed i combattenti di turno, fino alla produzione di truffe massmediatiche come quelle di Racak in Kosovo, e persino gli stessi negoziati-farsa (in Serbia, Rambouillet; oggi, le ispezioni Onu in Iraq) farebbero pensare ad un vero e proprio allestimento propagandistico…

    F.G. - Esattamente. Conosci bene le agenzie di 'pubbliche affairs' che operavano già in Jugoslavia… Come la Ruder&Finn, ad esempio, che è sul libro-paga del Pentagono e riceve 17 milioni di dollari annui. Il direttore di Ruder&Finn ha rivendicato, in un'intervista molto conosciuta, la giustezza di tutta questa serie di invenzioni e di falsità create a tavolino perché, sosteneva, sono efficaci per sconfiggere un 'nemico della democrazia' e fare avanzare gli interessi della civiltà occidentale. Srebrenica, ad esempio, fu uno degli affari curati da Ruder&Finn in Bosnia. L'agenzia 'pubblicitaria' fece il suo colpo più grosso, probabilmente, quando attribuì agli iracheni, al momento dell'invasione del Kuwait nel '90, il crimine d'aver staccato le prese delle incubatrici nei reparti neonatali degli ospedali del Kuwait. E' stata poi provata essere un'invenzione architettata da Ruder&Finn, e l'infermiera piangente che aveva in video denunciato la tragedia di questi neonati morti per colpa di un gesto criminale iracheno è risultata essere la figlia dell'ambasciatore del Kuwait a Washington. Lo scenario era un ospedale americano allestito affinché avesse l'apparenza un ospedale in Kuwait...
    6. I lazzaretti dei popoli di troppo

    Ecco, gli ospedali ci offrono un ulteriore punto di sviluppo del copione bellico. A Belgrado fu ripetutamente violata la convenzione di Ginevra sganciando bombe sul reparto di neonatologia; e le notizie che giungono dagli ospedali iracheni, come quello di Al Mansur, sono terrificanti…

    F.G. - Quello che ho registrato e testimoniato è stato anche accertato da tutti gli esperti dell'Onu che si sono occupati della situazione sanitaria irachena e che si sono regolarmente dimessi in segno di protesta contro l'embargo (Hans Von Sponeck, Denis Halliday). Tutti lavoravano in progetti Onu di sostegno alla popolazione irachena e se ne sono andati dicendo che era in atto un vero e proprio genocidio. La mortalità infantile in Iraq a causa dell'uranio e dell'embargo è quadruplicata; la leucemia infantile è decuplicata; la leucemia, che nelle società industrializzate occidentali ha un indice di letalità dal 20 al 40% dei casi, in Iraq sono al 100%. In pratica, i bambini leucemici che entrano negli ospedali di Bassora e di Baghdad non ne escono più. Lo stesso vale per quelli che entrano con la dissenteria, e la dissenteria è l'altra tragica malattia che colpisce la popolazione infantile. La condizione sanitaria in Iraq è, come l'hai definita tu, terrificante.

    7. Codice u238: popoli di troppo

    Come abbiamo visto, l'apparato bellico rincorre un protocollo preciso per mettersi in movimento. Per primo viene l'embargo. Poi, le pasquinate diplomatiche, Rambouillet ed ispezioni, falliscono come annunciato. Infine si bombarda. Ed è a questo punto che la trama funesta che accomuna la Serbia all'Iraq si perfeziona e si condensa un codice: u238, uranio impoverito…

    F.G. - Io credo che questa sia una delle essenziali motivazioni di tutte le guerre dell'imperialismo: danneggiare i paesi in modo definitivo. Uno dei miei reportages in video, che tu ricordavi prima, s'intitolava 'Popoli di troppo', ed è un titolo tragicamente azzeccato. Si tratta davvero di popoli in eccesso, che non servono. Perché sono nel posto sbagliato al momento sbagliato; gli iracheni, ad esempio, stanno seduti sui più grandi giacimenti di petrolio del mondo; i serbi stanno nel punto nevralgico della geografia balcanica, quel percorsi che tutte le materie prime debbono percorrere; sono popoli di troppo e non solo vengono sconfitti -a quello scopo ecco le bombe-, ma è la devastazione dell'ecosistema che è di lunghissima durata e che è concepita per liquidarli. Il debutto di queste armi nucleari striscianti è proprio nella guerra del Golfo; la guerra in Vietnam era stata una guerra chimica, di defoglianti, come ricordiamo. La vera prima guerra nucleare, da Hiroshima in poi, è quella irachena. Era chiaro che l'opinione pubblica non avrebbe facilmente accettato un'altra bomba come quella sganciata ad Hiroshima: hanno pensato bene di trasformarla in una guerra strisciante ma non meno radioattiva. Lo scopo è chiaro: togliere di mezzo le popolazioni compromettendo le base stessa della vita. In Iraq, dopo 10 anni di contaminazione da uranio, il cervello dei neonati è in media di due centimetri più piccolo di quelli che nascevano prima della guerra, e la statura dell'iracheno medio è calata di altrettanti due centimetri. Si tratta proprio di minare i popoli nella salute, attraverso la contaminazione delle principali risorse, e l'embargo altro non fa che aggravare la situazione, vista la mancanza assoluta di terapie: in pratica, il sistema affinché un popolo vada lentamente ed inesorabilmente estinguendosi. In Iraq non c'è nulla che non sia contaminato. Un recente documento de-secretato del Pentagono rivela gli obiettivi dei bombardamenti sull'Iraq del '91. Erano tutti obiettivi in correlazione con le risorse primarie per la vita: centrali elettriche, centrali idriche. Lo stesso accadde in Serbia, come ricordi, dove la situazione ambientale a causa ai bombardamenti Nato è allarmante. In Iraq, grazie alla distruzione di infrastrutture di base come le centrali idriche, e l'impossibilità di ripararle a causa dell'embargo, si muore come mosche: per l'acqua contaminata, ad esempio. I sistemi di depurazione vengono proibiti dall'embargo come sappiamo perché potrebbe trattarsi di eventuali 'dual use'. Per questo annientamento dei 'popoli di troppo' si creano le premesse attraverso la prima fase -i bombardamenti- che è la più rumorosa e che sollecita maggiore partecipazione emotiva dell'opinione pubblica; ma la guerra di lunghissima durata e senza attori in prima linea comincia in seguito, e vede estinguersi un popolo, fisicamente ed intellettualmente. Sai, Wilson, che era presidente degli Stati Uniti nel 1918 disse: "l'embargo è un sistema eccellente per liberarsi di popoli in eccesso, perché è un metodo silenzioso, efficiente e letale". Come nelle grandi guerre del medioevo, del resto: accerchiare una città e ridurla allo stremo per fame, sete e peste. E ancora di questo si tratta oggi, da Belgrado a Baghdad il copione è invariato.



    28 ottobre 1944: i partigiani serbi liberano Belgrado

    --------------------------------------------------------------------------------
    Ancora riguardo l'antiserbismo di certa stampa..



    http://www.informationguerrilla.org/...e_consenso.htm

    Prima guerra del Golfo e Jugoslavia

    Si trattava, fino ad allora, a prescindere dagli agenti tradizionalmente infilati nelle redazioni e nelle case editrici, eminentemente di una subalternità fisiologica - non senza "giri di valzer" di qualche firma autorevole - garanzia di credibilità per l'impostazione tendenziosa - dei grandi media al potere costituito, elargitore di pressioni, ma anche di prebende e prestigio. Successivi perfezionamenti tecnico-politici del meccanismo di oscuramento e intossicazione furono applicati nella Guerra del Golfo del '91, con inviati ristretti nelle basi USA sparse per la Penisola Arabica che, indecorosamente, accettarono di riecheggiare i briefing quotidiani del portavoce, o comandante alleato, di turno, e poi in Somalia, in Jugoslavia e in Afghanistan. In questi casi si mise in moto, in modo più scientifico e massiccio che in passato, la demonizzazione preventiva dell'avversario (già sperimentata nei confronti di nemici come Fidel, o Ho Ci Min), principalmente nella sua leadership, ma anche relativamente a un'intera popolazione "storicamente tarata dalla sopraffazione e dalla violenza nazionalista". Le smentite documentate circa i "tesori" di Milosevic, la sua "dittatura" e una pulizia etnica cui si arrivò ad attribuire 400.000 vittime albanesi kosovari (così, ancora giorni fa, Giovanna Meandri), rimasero schiacciate in ambiti di ricerca specialistica e permettono tuttora a un D'Alema di vantarsi dell'"intervento umanitario". Il dato di 2800 morti di tutte le etnie nel corso della guerra civile kosovara e di 78 giorni di micidiali bombardamenti sui civili, e di nessuna fossa comune reperita, non emerse in Italia che in una pagina interna, a taglio basso, dell'Unità. Persistono tuttora le fandonie circa gli attentati al mercato di Sarajevo (attribuite ai serbi, ma provate dall'ONU come opera di Izetbegovic), i lager serbi (costruiti dall'emittente ITN), Sebrenica (massacro operato da bande musulmane in competizione), in gran parte diffuse da un corpo di 50 giornalisti delle maggiori testate riuniti a Bruxelles e imbeccati quotidianamente dal portavoce Nato Jimmy Shea.

    (Fulvio Grimaldi)



    Clinton: come Hitler bombarda Belgrado,
    come Hitler appoggia la guerrglia fondamentalista
    in Bosnia e il progetto di "Grande Albania"






    --------------------------------------------------------------------------------


    Gli USA ci han sempre presentato il leader islamico Itzebegovic come un fior di "laico" e "moderato", ma è davvero così?



    Zenica (Bosnia), 1995: a sinistra soldati dell'esercito musulmano-bosniaco
    (al comando di Alja Itzebegovic), equipaggiato da Stati Uniti, Turchia ed Emirati del Golfo,
    in marcia per la "guerra santa" contro i serbi infedeli; a destra uomini-bomba.

    http://members.fortunecity.co.uk/freebie/intel.htm

    [...] In un'intervista rilasciata alla stampa una decina di anni orsono, il colonnello Fletcher Prouty, il «mister X» di "JFK", ed ex-capo della CIA negli anni '60, parla di alcune strutture occulte dei servizi segreti americani, pilotate dall'oligarchia finanziaria USA, che hanno operato e continuano ad operare nel mondo (attraverso agenti speciali, terroristi o mafiosi) in azioni coperte di destabilizzazione stabilizzante. La principale agenzia è la "Permindex", la cui sede romana, sita nel Palazzo delle Esposizioni era diretta dall'ex dittatore nazista ungherese Ferenc Nagy. [...]

    Per queste operazioni speciali, le agenzie di Intelligence, come ha di recente rivelato lo stesso Cheney, ricorrono spesso a "collaboratori esterni" di cui abbiamo stilato una lista che, quand'anche incompleta, dà un'idea dei criteri di scelta: [...]

    - Nei Balcani, a partire dal 1992, i terroristi e narcotrafficanti Alja Itzebegovic, autoproclamatosi presidente di Bosnia, Agim Ceku, comandante del sedicente Esercito di Liberazione del Kossovo (UCK), e Ali Ahmeti, comandante delle milizie separatiste albanesi in Macedonia, che, con l'appoggio dei governi occidentali e sotto la guida di agenti della CIA e della rete terrorista di AL Quaeda, organizzano attentati e stragi di innocenti allo scopo di istallare nella regione governi alleati.

    - In Russia, i terroristi separatisti ceceni, finanziati ed armati attraverso la Turchia e l'Arabia Saudita, e personalmente guidati da membri eminenti della rete di Al Quaeda (quale il famigerato Shamil Basaiev) allo scopo di destabilizzare le ricche regioni petrolifere dell'ex-URSS ed impiantarvi le multinazionali americane. [...]



  3. #3
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    Analizziamo ora i pacifici propositi del Gran Muftì di Sarajevo (un altro "moderato")..



    Contatti: sopra Mustafà Ceric, Gran Fuftì di Sarajevo, al centro Shaykh Hisham Kabbani,
    Presidente della As-Sunna Foundation of America incontra Ceric; sotto il premier turco Erdogan
    (altro grande referente di Washington), con Kabbani.



    Compari: al centro il segretario
    di stato USA Madeleine Albright,
    alla sua sinistra Mustafà Ceric.

    http://old.lapadania.com/2000/marzo/...32000p21a1.htm

    Non c’è chi non veda l’immigrazione turbolenta e incontrollata che da alcuni anni s’intensifica, soprattutto dall’area musulmana, verso i Paesi europei. Il politologo turco Nazni Arifi ha scritto con grande soddisfazione: «Entrata la Turchia in Europa, entro un decennio questa sarà islamizzata, non solo per la presenza di 70 milioni di turchi (a quel punto europei di diritto), ma per gli altri 200 milioni di islamici di lingua turca a cui la Turchia già riconosce la cittadinanza». Già nel 1974 l’allora presidente dell’Algeria Houari Boumedienne dichiarava dalla tribuna delle Nazioni Unite: «Un giorno milioni di uomini abbandoneranno il Sud del mondo per irruzione nell’emisfero Nord. E questi milioni di esseri umani non verranno da amici! Sarà il ventre delle nostre donne che ci darà la vittoria». Mustafa Ceric, massima autorità islamica a Sarajevo, ha ordinato ad ogni donna musulmana di fare almeno cinque figli (Avvenire del 26/3/99). Agim Gashi, del quale il Corriere della Sera il 19/1/1999 diceva che era “garante di kalashnikov, bazooka e bombe a mano ai fratelli del Kossovo”, in una telefonata intercettata dalla polizia italiana esortava i suoi fornitori turchi di eroina a proseguire le spedizioni durante il Ramadam giustificando la violazione delle leggi islamiche per un fine più importante: «Sommergere con la droga i cristiani infedeli». Secondo i dati della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga “gli albanesi risultano i primi indagati per traffico di stupefacenti in Italia e in Europa”. L’Arabia Saudita finanzia in Italia l’apertura di centri di studi islamici e la costruzione di moschee. Boaz Ganor, direttore dell’International Policy Institute of Counter Terrorism, afferma: «È ormai chiaro che l’infiltrazione musulmana è una questione prevista nell’agenda islamica». Serve ancora altro per aprire gli occhi alle anime belle?
    RACHELE OMICCIOLI Cormòns (Gorizia)

    Una radicata amicizia: l'interno della Moschea bosniaca di Queens, New York.


  4. #4
    Totila
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    Dragos Kalajic, studioso di geopolitica serbo mi disse a Firenze:
    "La Serbia ha commesso due errori micidiali nel secolo scorso: ha sbagliato per due volte le alleanze".

  5. #5
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    Predefinito COM'E' DI PERSONA QUESTO KALAJIC?


  6. #6
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  7. #7
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  8. #8
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    Ripropongo la domanda di Jena
    Pro aris rege!

  9. #9
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    Ringraziamo vivamente per questo ennesimo regalo di Uncle Sam.


 

 

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