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    Angry Velenoso articolo di G. Israel contro SS Pio XII e la Chiesa preconciliare

    «La Chiesa preconciliare si è sempre sforzata di convertire i giudei»
    Antisemitismo, odio antico. Non soltanto nazista


    Il dialogo ebraico-cristiano richiede pazienza. Non è pensabile che secoli di «disprezzo, di ostilità e di persecuzione contro gli ebrei in quanto ebrei» — per dirla con le parole del pregevole documento della Pontificia Commissione Biblica su Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture (2001) — non lascino traccia e che i passi necessari a dissiparne le conseguenze possano essere compiuti in poco tempo. Richiede soprattutto due requisiti: che l’ombra del passato non gravi come un pregiudizio sul presente; e che le azioni presenti indichino in modo inequivocabile la volontà di superare definitivamente gli errori del passato senza disconoscerli. È legittimo chiedere a chi ha subito un torto di non farsi condizionare per sempre dal passato, purché non si avanzi l’inaccettabile pretesa che il torto non sia avvenuto. Qui equilibrio e saggezza sono doti necessarie. Nel dibattito suscitato dalla pubblicazione sul Corriere della Sera del documento sui bambini «giudei», più d’uno si è mosso con l’incedere di un elefante in una cristalleria, provocando sconquassi che si spera non abbiano conseguenze devastanti.


    È sconcertante che il documento sia stato accolto con un fuoco di fila di clamori, come di fronte ad una rivelazione capace di ribaltare la visione storica degli eventi e dei personaggi in gioco. In realtà, esso conferma quel che si sapeva da un pezzo. Occorre forse ricordare che, per secoli, la massima aspirazione della Chiesa cattolica è stata di estinguere la presenza ebraica, sanzionando così che il Messia era giunto, visto che il popolo «eletto» si era tutto riconosciuto in lui? Tale finalità è stata perseguita nei secoli con mezzi più o meno brutali, e quelli descritti nel documento appartengono ai secondi. Del resto, la sostanziale adesione della Santa Sede alle leggi razziali fasciste si spiega soltanto entro questa visione. Altrimenti, che senso avrebbe avuto la sua richiesta, dopo la caduta del fascismo, di mantenere parte della legislazione razziale, segnatamente quella concernente i matrimoni misti? Aveva senso, perché si sperava di dissolvere a poco a poco la presenza ebraica, imponendo a coloro che contraevano un matrimonio misto di educare i figli cristianamente.



    Queste sono le colpe di Pio XII, note, documentate e confermate dalla recente «scoperta». Queste e non altre. Parlare di Shoah a proposito di Pio XII significa sostituire a colpe accertate, una colpa di omissione e silenzio indiscutibile, ma temperata da ciò che indubbiamente egli e la Chiesa fecero per salvare molti ebrei. Chi scrive è qui perché suo padre fu nascosto a San Giovanni in Laterano, e non è il solo. Un conto è accusare Pio XII di aver proseguito nella sciagurata prassi di accaparrarsi in ogni modo le anime ebraiche, altro conto è equiparare Pio XII a Eichmann. L’insistenza nel riferire il comportamento della Santa Sede e del Papa alla questione della Shoah è fuorviante. Essa conduce alla tesi secondo cui le direttive contenute nel documento furono impartite perché la Santa Sede e il mondo cattolico non avevano percezione della specificità della Shoah: una tesi assurda sia sotto il profilo storico che logico.

    La Santa Sede aveva perfetta coscienza della diversità fra il razzismo hitleriano e quello fascista: non a caso si oppose al primo (biologistico) e accettò il secondo (spiritualistico). Perciò, anche se non avesse conosciuto la portata della Shoah, sapeva che una tragedia stava colpendo gli ebrei: altrimenti perché, da cosa e da chi avrebbe «salvato» ebrei? Ma qui pare che ci si dica che, se la Santa Sede avesse saputo che gli ebrei venivano massacrati, si sarebbe vergognata di infliggere loro ulteriori dispiaceri; mentre, poiché credeva che fossero soltanto «moderatamente» perseguitati, riteneva lecito tenersi i loro bimbi. Poiché si parla tanto del valore sacramentale del battesimo, viene da chiedersi quale sarebbe il fondamento teologico di una simile visione etica. Ecco allora che il tentativo di spiegare o giustificare il comportamento della Santa Sede nei confronti dei bambini «giudei» parlando di inconsapevolezza della Shoah finisce con l’offrire un’immagine del suo comportamento grottesca più ancora che efferata.

    Ma perché tanta insistenza a parlare soltanto di Shoah? Perché ormai la Shoah, vista come un evento unico e senza confronti, viene identificata con l’antisemitismo stesso. Tutte le altre forme di ostilità antiebraica sono dimenticate o derubricate a eventi minori, magari riservando loro termini diversi, come «antigiudaismo» per l’antisemitismo cristiano. Sono trucchi verbali mediocri, cui conviene opporre soltanto l’ammonimento di Marc Bloch secondo cui «se le scienze dovessero, per ciascuna delle loro conquiste, cercarsi nuovi appellativi, quanti battesimi e perdite di tempo nel regno delle accademie!». La conseguenza è che la storia del «disprezzo, dell’ostilità e della persecuzione contro gli ebrei in quanto ebrei» — l’«antisemitismo», ma se il termine non piace si faccia uso del simbolo «x» — anziché essere considerata come un fenomeno storico unitario, articolato in dinamiche e manifestazioni anche molto differenti e di varia gravità, viene scomposta in pezzi disgiunti, anzi in due pezzi: l’antisemitismo «vero», quello dei nazisti, e il resto, di importanza marginale.

    Questa distinzione ha ispirato gli interventi di Lucetta Scaraffia ed Ernesto Galli della Loggia. Secondo quest’ultimo, l’«Olocausto» «e la sua successiva concettualizzazione hanno posto l’antisemitismo su basi completamente nuove. Ne hanno fatto cioè un dato storico completamente diverso che in passato, rendendolo, anzitutto sul piano emotivo, qualcosa di ripugnante e impraticabile in ogni sua pur minima, e anche remota e solo supposta, premessa» (magari così fosse!). E prima? «Atteggiamenti di indifferenza, antipatia, repulsa storico-religiosa, diffidenza sociale», cose «riprovevoli» ma «storicamente distinte» perché appartenenti a un ordine che nulla ha a che fare con le camere a gas. Tralasciamo di parlare degli esempi cui Galli della Loggia ricorre per «dimostrare» come si rischi di considerare fatti di antisemitismo cose banalmente riprovevoli: dal rifiuto di Natalia Ginzburg di pubblicare Primo Levi — ma a chi diamine può venire in mente di considerare antisemitismo una probabile rivalità letteraria? — all’invito di Croce agli ebrei ad assimilarsi — che invece non era innocente. Gli chiederemo piuttosto cosa si debba pensare di chi scriveva: «Se insieme con il positivismo, il libero pensiero e il Momigliano [che si era suicidato] morissero tutti i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocefisso Nostro Signore, non è vero che tutto il mondo starebbe meglio? Sarebbe una liberazione». Si penserà che era un indifferente? Un antipatizzante? Uno che provava repulsa storico-religiosa? (Per inciso, era Agostino Gemelli). E che dire delle prediche radiofoniche postbelliche — quando della Shoah si sapeva tutto — di padre Lombardi, «microfono di Dio», che citava l’«Olocausto» come prova del «terribile destino» di quel «popolo eletto diventato reietto»; e aggiungeva — guarda caso! — «salva sempre la libertà dei singoli di convertirsi a Gesù e uscire da quel corpo condannato»? Un altro maleducato?



    Il punto è che queste nefandezze erano l’ultima manifestazione di una storia secolare di antisemitismo, che ha sedimentato un armamentario di odio poi utilizzato metodicamente anche nel contesto dell’antisemitismo razziale e oggi nell’antisemitismo islamico e nell’antisionismo di certi ambienti postcomunisti: si pensi ai temi ricorrenti degli ebrei assetati di potere e di denaro, o che impastano le azzime con sangue di bambini cristiani sgozzati.
    Invece di emettere superficiali sentenze storiografiche, sarebbe istruttivo studiare la storia della persecuzione e dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna medioevale, e la conseguente distruzione di una straordinaria esperienza storica; leggere i testi classici, da Amador de los Ríos a Baer, per misurare la metodicità con cui la Santa Inquisizione perseguì la distruzione dell’ebraismo di Spagna; compulsare i terribili elenchi di migliaia di bruciati sul rogo, che potrebbero servire a creare uno Yad Vashem spagnolo, e che si estendono su un arco temporale lungo soltanto per l’assenza degli strumenti teorico-pratici adatti alla pianificazione scientifica e industriale dello sterminio, che è poi l’unica vera specificità della Shoah. Come ha scritto lo storico Luis Suárez, «non vi furono gli orrori delle camere a gas, che sembrano essere i soli capaci di sconvolgerci oggi», ma vi fu «qualcosa di più terribile», cioè la sordità morale dei cristiani che, vedendo gli ebrei per le strade, nudi, scalzi e coperti di pidocchi, dicevano: «Ecco la disgrazia in cui cadono coloro che peccano d’incredulità».

    Ma — si dirà — Pio XII non era Torquemada. Neppure Eichmann, l’abbiamo detto. La storia va visitata con equilibrio. Non è affatto secondario il modo in cui viene imposta la conversione: come alternativa alla morte, o con mezzi più civili. Ma il contesto progettuale è il medesimo: quello dell’estinzione dell’identità ebraica. Oggi, che questa tragica storia sembra essere dietro di noi — per gli sforzi generosi di coloro che da qualche decennio lavorano per cancellare i veleni del passato —, non dovrebbe essere più facile ammetterlo? A che giova negare e minimizzare, ridurre la storia dell’antisemitismo a una vicenda germanica, se non a gettare un macigno sulla via della comprensione reciproca? Se vogliamo far avanzare la comprensione reciproca e rivalutare le famose radici «giudaico-cristiane», non bisogna lanciare fra le ruote il bastone di una visione storica unilaterale e assolutoria; accusando altri di usare la storia per far polemiche correnti e poi consentendosi la stessa libertà con intenti opposti.

    È sorprendente che Galli della Loggia usi l’argomento che non bisogna «giudicare il passato con il metro del presente», asserendo che il famoso documento appare «orribile» alla «sensibilità odierna», «di fronte al nostro sentimento morale odierno (insisto: odierno)». Meglio sarebbe stato non insistere. Difatti, mentre egli sacrosantamente (insisto: sacrosantamente) ogni giorno se la prende col relativismo etico, ora dice che il giudizio morale dipende dai tempi e dalle circostanze. Proprio qui era il caso di riporre nel cassetto i valori ed esprimersi come un relativista postmoderno? Difatti, egli non si limita a constatare una diversa sensibilità ma asserisce che non ci si deve rifiutare di dare un giudizio, bensì darlo a ragion veduta «tenuto conto delle circostanze e dei tempi». Relativismo etico, per l’appunto.

    Per concludere. Questo dibattito è apparso più che altro come uno scontro all’interno del mondo cattolico. Nulla da obbiettare, se non fosse che il tema degli ebrei e dell’antisemitismo è stato usato come una clava. Ci si permetta di ricordare: gli ebrei hanno già dato. Ci si scontri a volontà, ma, per una volta, non sulla pelle degli ebrei. Anche questo sarebbe un contributo alla valorizzazione delle radici «giudaico-cristiane» dell’Europa.

    Giorgio Israel
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Amos Luzzatto, presidente delle comunità ebraiche: documento «orrendo»
    «Il Vaticano non può beatificare Pio XII»

    C’era da aspettarselo. Il documento del Sant’Uffizio pubblicato il 28 dicembre 2004 dal Corriere della Sera ha riacceso le polemiche sulla possibile beatificazione di Pio XII. A sollevare la questione è Amos Luzzatto, presidente delle comunità ebraiche italiane, che si dichiara «allucinato» e bolla come «agghiacciante» e «orrendo» l’ordine, approvato da Papa Eugenio Pacelli, di non restituire alle famiglie i «bambini giudei» battezzati che avevano trovato rifugio presso istituzioni cattoliche francesi durante l’occupazione nazista. Se il Vaticano deciderà di beatificare comunque Pio XII, nonostante questa scoperta archivistica, Luzzatto non esclude «che vi saranno problemi nei rapporti con gli ebrei». A suo parere, siamo di fronte a una vicenda ancora più grave del famoso caso di Edgardo Mortara, il bambino ebreo bolognese sottratto alla famiglia, perché battezzato, all’epoca di Pio IX, prima che scomparisse lo Stato Pontificio. Il documento infatti, sottolinea Luzzatto, «porta la data dell’ottobre 1946», quando «tutti già sapevano che cosa era successo agli ebrei d’Europa, conoscevano gli orrori dei campi di concentramento». Eppure la decisione del Sant’Uffizio «non fa cenno alcuno» all’Olocausto: «È un documento arido, burocratico - insiste Luzzatto - che non ha nessuna sensibilità, mi spiace dirlo, per la Shoah».

    La diatriba pare destinata a inasprirsi, visto che sulla sponda opposta padre Peter Gumpel, postulatore della causa di beatificazione riguardante Pacelli, sostiene che il documento uscito sul Corriere, «ammesso che sia autentico, non inficia affatto la santità di Pio XII». E si richiama al diritto canonico vigente all’epoca. «Secondo la dottrina prevalente del tempo - spiega Gumpel - se un bambino riceveva il battesimo aveva il diritto ad avere un’educazione cattolica ed era considerato ormai membro effettivo della Chiesa. Ciò lo poneva sotto la giurisdizione dell’autorità ecclesiastica: una vecchia legislazione che non derivava da Pio XII. Lui applicò solo le norme in vigore».




    Sembra insomma che la vicenda riproponga l’antico e angoscioso dilemma di Antigone: da una parte l’inflessibile dettato delle norme scritte, per giunta religiosamente ispirate; dall’altra il senso umanitario e il rispetto del legame filiale tra bambini e genitori. Ma va aggiunto che le istruzioni del Sant’Uffizio riguardavano anche gli orfani ebrei non battezzati, per i quali si suggeriva che la Chiesa continuasse a farsene carico, a dispetto delle richieste delle comunità israelitiche. Non bisogna dimenticare poi che il nunzio pontificio in Francia Angelo Roncalli (divenuto poi Papa Giovanni XXIII), con una lettera del luglio 1946, aveva appoggiato l’azione del rabbino Herzog, impegnato nella ricerca dei piccoli ebrei accolti nei conventi. Dunque nella gerarchia ecclesiastica potevano manifestarsi atteggiamenti di maggiore apertura, anche se non è chiaro come Roncalli abbia poi accolto la decisione del Sant’Uffizio, posteriore di alcuni mesi alla sua lettera. Peraltro Gumpel avanza delle riserve anche sull’autenticità del documento, chiedendosi perché sia finito in un archivio diverso da quello della Nunziatura. È evidente che la questione merita di essere approfondita in ogni suo aspetto.

    Antonio Carioti
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Il precedente: Edgardo Mortara sottratto ai genitori divenne sacerdote
    Pacelli coerente: battezzati sono figli della Chiesa

    «Straordinario documento», «ordini agghiaccianti», addirittura un «proprio così!». Sorprende un poco che uno studioso come Alberto Melloni, tra l' altro ottimo conoscitore di cose cattoliche, sembri abbandonare la sobrietà dello storico per adottare un linguaggio ad effetto. E, questo, dando notizia delle istruzioni della Santa Sede al nunzio in Francia, Angelo Roncalli, per affrontare il problema dei bambini ebrei affidati «alle istituzioni e alle famiglie cattoliche». Innanzitutto non andrebbe dimenticato che la semplice esistenza di un simile problema testimonia di un merito ecclesiale tra i più alti. Nei ringraziamenti commossi che sommersero Pio XII al termine della guerra e che provenivano da tutte le istituzioni e le comunità ebraiche, si faceva cenno alla generosità con cui la Chiesa accolse e nascose gli ebrei braccati e in particolare i bambini.

    Per citare un solo caso italiano, l'arcivescovo di Torino, cardinale Maurilio Fossati (decorato nel 1945 con una medaglia d' oro dal rabbino capo della città, assieme al segretario, monsignor Barale, che era stato arrestato dai tedeschi), si adoperò perché le suore salesiane organizzassero a Valdocco un vero e proprio asilo nido clandestino per i piccoli israeliti. Se, dunque, alla fine della guerra, la Chiesa dovette confrontarsi con un problema - che coinvolse tra l'altro non alcuni, ma molti, moltissimi ebrei - è perché, davanti al dramma, non rimase spettatrice, ma intervenne tanto attivamente quanto prudentemente, come le circostanze esigevano. Per venire ora al documento «straordinario»: precisato che una valutazione storicamente oggettiva sarà possibile solo a pubblicazione avvenuta delle Agende roncalliane, va osservato che la disposizione del Sant'Uffizio è del 20 ottobre del 1946. Da oltre due anni la Francia era stata liberata, la guerra era terminata da diciassette mesi ed è dunque ovvio presumere che, in tutto quel tempo, la maggioranza dei casi avesse trovato soluzione. Recuperare un bambino che si è dovuto nascondere è forse cosa da differire nel tempo o non prevale su ogni altra urgenza? Poiché non si ha notizia di difficoltà insorte tra Chiesa (e non solo di Francia, ma di tutta l' Europa già occupata) e comunità ebraiche, è giustificato pensare che tutto si sia risolto nella pace e nel buon senso.




    Sembra, dunque, che il documento dell'autunno del 1946 riguardi casi residuali, di particolare complessità. Ma, anche qui, Melloni stesso ammette che il nunzio Roncalli, pur così sensibile su questi temi, non ha lasciato nelle sue agende alcuna annotazione su problemi insorti. Non si dimentichi che il suo soggiorno a Parigi durerà ancora più di sei anni. Eppure, nessuna crisi, nessuna protesta, nessun intervento politico o diplomatico: dunque il documento «agghiacciante» non sembra avere provocato effetti constatabili, se stiamo almeno a quanto registrato dalla Nunziatura del pur vigilantissimo futuro Giovanni XXIII. Per scendere ai particolari delle disposizioni del Sant'Uffizio: ogni storico sa che tra i luoghi comuni di ogni governo (soprattutto in tempi turbolenti come quel dopoguerra francese) c'è la consegna ai propri ambasciatori di parlare, ma, per quanto possibile, di scrivere poco. Sospettare, dunque, atmosfere oscure e inconfessabili dietro quell' «oralmente» raccomandato dal Vaticano sarebbe da dilettante che ha poca dimestichezza con archivi diplomatici. Poiché lo spazio non lo consente, siamo costretti a trascurare altri punti del documento (il quarto, soprattutto) e a concentrarci sul vero centro delle disposizioni vaticane, quello che non a caso ha ispirato il titolo del giornale: «I piccoli giudei, se battezzati, devono ricevere un'educazione cristiana».

    Qui sta lo scandalo che, tra l'altro, mise a rumore l'Europa quando, nel 1858, Pio IX, ancora Papa-re, tolse alla famiglia Edgardo Mortara, piccolo ebreo bolognese, perché fosse allevato in un collegio cattolico, almeno sino alla maggiore età: dopo i 18 anni avrebbe potuto scegliere. In quel caso, scelse il sacerdozio (assumendo il nome «Pio» per riconoscenza verso il Papa) e morì, novantenne, in odore di santità, lasciando un diario, sinora inedito, che la Mondadori pubblicherà la prossima primavera e che sorprenderà molti. Qui è possibile solo tentare di far comprendere alcune delle ragioni che, in simili casi, rendono «prigioniera» la Chiesa. Questa, conformemente al pensiero dei Padri, proibisce da sempre che i figli minorenni di ebrei siano battezzati senza il consenso dei genitori. Ma se, per una qualunque ragione, il battesimo è validamente amministrato, questo rende «cristiani» ex opere operato, imprime il carattere indelebile di figlio della Chiesa. La quale, sentendosi Madre, non ha mai consentito né mai consentirà di abbandonare chi - nel mistero della fede - con il sacramento è entrato per tutta l' eternità nella sua famiglia. Ci rendiamo ben conto che, per comprendere un simile atteggiamento, occorre porsi in una prospettiva di fede.

    Al di fuori di essa, disposizioni come quelle di Pio IX e di Pio XII, in linea con la millenaria Tradizione, possono apparire (perché nasconderlo?) disumane. Se ne sono resi conto i Papi stessi, che - custodi e non padroni della Rivelazione - hanno fatto vivere, ma hanno vissuto essi stessi, autentici drammi. Ma non in nome di un arido legalismo, bensì in una dimensione misterica, pur umanamente dura, che solo la credenza nel Vangelo può rendere accettabile. Diverso il discorso sugli autori di quei battesimi. Se hanno agito su infanti senza che i genitori fossero consenzienti, hanno peccato gravemente, sono andati contro il diritto canonico e le disposizioni secolari della Chiesa. Si può comunque escludere sin da ora che i battesimi francesi (se davvero ce ne furono di illeciti) siano stati impartiti su ordine o anche solo con la connivenza delle autorità ecclesiastiche.

    Vittorio Messori
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    Il Sant'Uffizio ordinò di non riconsegnare un bimbo battezzato
    La Chiesa e i piccoli ebrei: il caso del 1953

    Nel primo dopoguerra la questione di ritrovare i bambini ebrei scampati allo sterminio preoccupava profondamente le organizzazioni ebraiche. «Noi eravamo disperati per la perdita enorme di bambini ebrei nel corso della Shoah. Consideravamo un sacro dovere cercare coloro che si erano salvati» scrisse nelle sue memorie Gerhart Riegner, segretario del Congresso mondiale ebraico. Per ottenere un aiuto in questo senso, egli incontrò nel novembre 1945 monsignor Montini. L'incontro fu insoddisfacente. Riegner ebbe l'impressione che in Vaticano non si avesse l'esatta percezione dell'enormità e della specificità della Shoah. Il viaggio del rabbino Herzog in Francia nel 1946 si situa evidentemente in questo impegno di ricerca. Con la lettera del 19 luglio citata da Melloni, monsignor Roncalli assicurò il suo appoggio, conformemente all' atteggiamento di disponibilità da lui costantemente assunto nel corso della persecuzione. Non vi è traccia peraltro, nelle sue Agende ora pubblicate, di una visita di Herzog a lui (ricevette il figlio nell'ottobre 1948) né sappiamo come egli accolse ed eventualmente commentò le istruzioni del Sant'Uffizio dell'ottobre 1946: che peraltro non a lui sembrano dirette se, come pare, il testo è stato ritrovato in un archivio ecclesiastico francese.

    Si può pensare dunque che si trattasse della risposta a un quesito indirizzato a Roma da chi si trovava davanti quei problemi. Lo stesso avvenne sette anni dopo, in occasione del caso Finaly, la vicenda di due bambini ebrei che la direttrice di un asilo di Grenoble, dove erano stati accolti, rifiutava, dopo averli battezzati di sua iniziativa nel 1948, di consegnare a una zia residente in Israele. Si trattò di un vicenda che emozionò la Francia e che per un momento oppose duramente la comunità ebraica e una parte del mondo cattolico francese. Impossibile riassumere i termini di un conflitto che si trascinò per sette anni, da un processo all'altro. Ad un certo momento, dopo che la Corte di Grenoble aveva ordinato la consegna dei bambini alla zia, essi furono nascosti e infine portati in Spagna presso un'abbazia benedettina. Fu in questo contesto che il cardinale Gerlier, contattato da una suora di Sion cui la direttrice si era rivolta, consultò il 14 gennaio 1953 il Sant'Uffizio.




    La risposta scritta gli fu trasmessa il 23 gennaio. Riaffermava il dovere «imprescrittibile della Chiesa di difendere la libera scelta di questi bambini che per il battesimo le appartengono» e invitava a «resistere nella misura del possibile all' ordine di consegnare i bambini, adottando, per modum facti, tutti i mezzi che possono ritardare l'esecuzione di una sentenza che viola i diritti sopra richiamati». Come si vede l'istruzione non si discosta in sostanza dal documento ora pubblicato, al di là di alcuni aspetti particolari che non è qui il caso di analizzare. La vicenda si concluse comunque con la consegna dei bambini alla zia, anche per l'autorevole intervento di alcune figure di spicco della Chiesa e del cattolicesimo francesi (Congar, Rouquette, Marrou, Béguin, ecc.) alla luce del principio che, rispetto al diritto naturale dei genitori, il più fondamentale, la Chiesa deve rinunciare al suo. Grazie a un'opinione pubblica cattolica almeno in parte diversa dal passato, oltre che a circostanze profondamente mutate (la memoria della persecuzione aveva lasciato il segno e anche i primi sensi di colpa, quelli appunto che portarono alla dichiarazione del Vaticano II) non si ripeté un nuovo caso Mortara. Tre osservazioni per concludere. La vicenda dei bambini ebrei nascosti nei conventi o in collegi religiosi è in gran parte da scrivere.

    Per quel che se ne sa, fu segnata da percorsi umani dolorosi e complessi, da affetti contrastanti e spinte contrapposte, che coinvolsero molti protagonisti. I ricordi di Saul Friedländer, affidato bambino da suo padre a un collegio rigidamente confessionale, con l' autorizzazione di battezzarlo, incline più tardi ad avviarsi al sacerdozio e che grazie a un incontro fondamentale con un padre gesuita avverte l' esigenza di recuperare la propria ebraicità, offrono uno straordinario e lucido spaccato di esperienze in parte comuni, affidate per lo più a sofferte memorie individuali. Sono inoltre persuaso che Riegner avesse ragione: né la Santa Sede né la gran parte del mondo cattolico, secondo quanto del resta avveniva nel primo dopoguerra tra i più, avevano l'esatta percezione della specificità della Shoah. Essa restava confusa tra gli orrori generali della guerra. Pio XII, al chiudersi delle ostilità in Europa, non ne fece cenno nel discorso del 2 giugno 1945. Parlò delle persecuzioni sofferte dalla Chiesa a opera dei nazisti, ma non parlò degli ebrei.

    Fu la volontà di pochi che, un quindicennio dopo, impose, e non senza difficoltà, al mondo cattolico la questione. Credo inoltre che scrivendo di quegli anni non si debba dimenticare ciò che era la Chiesa preconciliare: avversa in linea di principio alla libertà religiosa e di coscienza, persuasa che solo la verità, di cui essa si affermava unica depositaria, avesse diritto a una piena libertà. Le concessioni in quest'ambito erano dettate dall' opportunità di evitare mali maggiori. Ma quando era possibile i propri diritti andavano riaffermati integralmente. Il caso del documento ora pubblicato ne è un esempio.

    Giovanni Miccoli
    autore del libro «I dilemmi e i silenzi di Pio XII» (Rizzoli)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Giovanni Paolo II favorì la restituzione di un ragazzino
    Il giovane Wojtyla agì diversamente

    «Quando ho letto il documento del Sant'Uffizio uscito sul Corriere, mi è venuto in mente un episodio avvenuto in Polonia nel dopoguerra, quando un giovane prete fece in modo che non fosse battezzato e fosse restituito al suo ambiente d'origine un bambino ebreo affidato a una famiglia cattolica per sottrarlo alle persecuzioni naziste. Quel sacerdote si chiamava Karol Wojtyla». Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, da tempo impegnato nel dialogo con i cattolici, ricorda quella vicenda per sottolineare che anche in epoca preconciliare nella Chiesa convivevano posizioni differenti verso il popolo ebraico. Tuttavia la direttiva del 1946 lo ha impressionato, rafforzando i suoi dubbi sulla canonizzazione di Pio XII. Un altro esponente della comunità romana, Giorgio Israel, autore del libro La questione ebraica oggi (il Mulino), richiama il contesto storico: «Quel documento esprime la tradizionale ossessione della Chiesa di convertire gli ebrei al cristianesimo. Ma dimostra anche quanto grande sia stata la rottura del Concilio Vaticano II e quanta strada sia stata percorsa da allora. La beatificazione di Pio XII sarebbe un passo indietro, ma non certo tale da compromettere le grandi novità positive acquisite a partire dal pontificato di Giovanni XXIII».

    Eppure lo storico cattolico Giovanni Maria Vian nota che anche Roncalli, prima della Shoah, non era immune da un certo antigiudaismo religioso, che va però tenuto ben distinto dall'antisemitismo razzista: «La decisione del Sant'Uffizio, di cui vanno approfonditi meglio la natura e lo scopo, è la testimonianza di un'epoca di faticosa transizione, in cui comunque la Chiesa di Pio XII agì per salvare dai nazisti un gran numero di ebrei. Oggi i battesimi abusivi impartiti in Francia (assai meno in Italia) ci appaiono una pratica inaccettabile, ma sta di fatto che per la dottrina cristiana un bambino battezzato non è più ebreo e il Sant'Uffizio non poteva che ribadire tale principio, pur consigliando di procedere con prudenza caso per caso». Di Segni capisce, ma non si adegua: «So che per la Chiesa il battesimo ha un decisivo valore sacramentale, ma ciò non toglie che dal nostro punto di vista la decisione del Sant'Uffizio costituisca un'offesa all'istituzione della famiglia e una grave mancanza di rispetto per l'identità ebraica. Quanto alla beatificazione di Pio XII, la Chiesa è libera di indicare ai fedeli gli esempi di virtù che ritiene più appropriati, ma è chiaro che scelte di un certo tipo non agevolano il dialogo interreligioso».

    Antonio Carioti
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