Dal forum di www.diorama.it
Gentile Professore,
leggo sul "Le Monde diplomatique" del 15 novembre 2004 (inserto del
Manifesto) un interessante articolo dell'economista Serge Latouche. Mi
colpisce e sa perchè? Bè , egli scrive di "abbandonare la fede e una
religione:quella dell'economia" e stigmatizza che nel Sud del mondo non solo
i capitalisti ma pure chi applicò letture marxiane, hanno fatto un buco
nell'acqua.
Nulla di nuovo per i lettori di Diorama. Ma non è tutto. Oltre a vergare
dure parole contro la chiave di lettura economicista, impietoso, attacca il
concetto di progresso. Ovvero critica gli antimondialisti progressisti, e
coloro che credono all'intervento sotto l"egida dello sviluppo o della
mondializzazione".Anche questo sappiamo dalle letture di Latouche. Ma,
quasi fosse un antimodernista, sembra di leggere alcune pagine di Evola o,
per altri versi, di De Benoist. Scrive infatti che fino agli anni 60 le
popolazioni africane avevano autonomia alimentare, ossia erano
autosufficienti prima di essere intergrate nel circuito occidentale (quando
erano società preindustriali, aveva scritto Massimo Fini). In questo
articolo propone di "Ritrovare e riappropriarsi di un'identità culturale
propria: reintrodurre i prodotti specifici dimenticati o abbandonati e i
valori "antieconomici legati alla loro storia", precisa.
Noi conosciamo e abbracciamo la sua tesi, ma trovo buffo che, pensieri e
tesi di matrice antimaterialista e "antilluminista", di cui ho letto spesso
in ambienti truculentemente neofascisti, siano apprezzati in contesti
marxisti. Divertente.
Cordialmente
Francesco Martinez
Le opinioni di Serge Latouche sono ben note ai lettori di Diorama e
Trasgressioni. E' vero che molte delle sue affermazioni, se venissero
pubblicate con la firma di Alain de Benoist - che nelle sue analisi vi si
avvicina molto - susciterebbero scandalo e reazioni scomposte in molti
lettori del "Manifesto" o di "Le Monde Diplomatique". Del resto, pochi mesi
fa Guido Caldiron, recensendo il mio "Contro l'americanismo", ha messo in
guardia i lettori di "Liberazione" dalla tentazione di sottoscriverne le
tesi, a causa della mia "biografia politica". Tutto questo, a mio parere,
dimostra due cose:
a) che davvero, su molti temi, lo spartiacque sinistra/destra non tiene più,
e le divergenze o convergenze politiche e ideologiche fondamentali oggi lo
scavalcano sistematicamente;
b) che le storture mentali prodotte dall'appartenenza a un partito, a
un'area, a un gruppo o una setta sono più forti di questa constatazione e
provocano, in qualunque settore politico, le contraddizioni che da molti
anni Diorama denuncia: si preferisce continuare ad aderire ad
un'organizzazione di cui non si condividono gran parte delle prese di
posizione o delle iniziative, ma che si considera come la propria "casa" per
motivi che di razionale hanno ormai poco o niente, piuttosto che accettare
l'idea di collaborare con "nemici" molte delle cui opinioni, di fatto, si
condividono.
Tutto ciò è aberrante, ed esprime tratti psicologici - ereditati dai fuochi,
dai fumi e dai furori del Novecento - che non ci si deve stancare di
combattere, favorendo confronti e incontri sintetici tra quanti sono mossi
da idee, opinioni, sensazioni, obiettivi comuni, su singole questioni.
Una sola postilla: vero è che l'antimaterialismo è, di regola, assai più
presente in ambienti "truculentemente" neofascisti che in ambiti di
sinistra; il problema è quali altri opinioni, atteggiamenti e comportamenti
vi si accompagnano. Pensarla come Latouche e coltivare sogni totalitari,
sciovinisti, militaristi, violenti, razzisti e via dicendo è un'incongruenza
molto più pesante di quelle imputabili a quella sinistra che, pur esprimendo
altri punti di vista discutibili e talvolta incoerenti, si dice
antiutilitarista.
Marco Tarchi




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