di Paolo Bonari



Mercoledì 12 gennaio è morto a Bologna il compagno Detalbo Gollini. Aveva compiuto settantotto anni il 27 novembre 2004, durante il congresso della nostra sezione, la Galanti-Busi. E aveva compiuto sessant'anni di iscrizione al Partito (Pci-Pds-Ds): si era iscritto a diciotto anni. Ho avuto il tempo di vederlo poche volte, di scambiarci qualche parola, di sentire cosa significava la politica per chi credeva che corrispondesse alla vita, alla necessità di fermare il tempo per conquistarci spazi di libertà. Per chi, in poche parole, si sentiva libero in una sezione, dietro a una scrivania, a organizzare e a raccogliere, a strappare terre al nulla, indicando con quelle mani grosse, con quella voce dura e robusta, che la schiena va tenuta diritta e che non bisogna mai abbassare lo sguardo. Era un comunista italiano, di quelli che non si sono mai vergognati, di quelli che non avrebbero motivi di vergognarsi, di quelli che ci hanno consegnato la democrazia e che ci hanno raccomandato di farne buon uso. Ho capito cos'è il riformismo guardando il compagno Gollini all'opera. Sembrava aver visto tutto, capito tutto, saputo tutto. E il suo "fare" partiva da lì, dalla consapevolezza che la politica, in fondo, cos'è? Un modo per farci sentire meno soli, per non piegare la testa, per andare avanti senza aver paura di beccarsi una freccia nel petto. Legni storti, deformi, questo siamo. Ma siamo una quercia, un Partito. E lui era uno di quelli che lo avrebbe sempre scritto con la maiuscola, potete starne certi. Rispettare gli altri, gli avversari per rispettare sé stessi: unica via per una democrazia sana, limpida, profonda come la sua voce. Ringrazio Detalbo Gollini, che mi insegnò a imparare.