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  1. #1
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    Predefinito Competitività vo' cercando

    Tutti la vogliono. Ma se il costo del lavoro aumenta troppo….

    Nell’incontro fra parti sociali e governo di oggi sindacati e Confindustria si presenteranno a battere cassa per “lo sviluppo”. Sostengono che la competitività delle imprese italiane è compromessa per colpa delle scelte di politica economica dell’esecutivo. Che avrebbe “sperperato” risorse nel taglio delle tasse, invece che destinarle a interventi per la competitività, a cominciare da un taglio del costo del lavoro, da ottenersi con incentivi e sussidi.
    Si rendono conto che – in una situazione in cui non si può manovrare la leva monetaria, congelata nelle mani paralizzate della Bce di Francoforte – il costo del lavoro sia un problema critico, solo quando avanzano le loro rivendicazioni al governo. Per quel che riguarda la loro responsabilità specifica, quella contrattuale, invece i sindacati sono tornati a considerare il salario una “variabile indipendente”.
    Hanno chiesto aumenti dell’otto per cento per i dipendenti pubblici, che costerebbero di più della riduzione delle aliquote, e ora fanno lo stesso nella maggiore categoria dell’industria, i metalmeccanici.
    Con aumenti di questo tipo è evidente che i conti pubblici andrebbero fuori controllo e i beni industriali finirebbero fuori mercato.
    Con tanti saluti alla competitività.
    Che i sindacati facciano queste richieste è incoerente, ma comprensibile. Quello che invece si fa fatica a capire è perché Confindustria faccia finta di non accorgersi che i suoi “alleati” confederali nella polemica sulla competitività, hanno comportamenti concreti che contraddicono platealmente l’obiettivo proclamato.
    Mentre insiste sulla necessità di intese triangolari, Luca Cordero di Montezemolo sembra non accorgersi che, intanto, i sindacati hanno buttato nella spazzatura il patto vigente, quello sulla politica dei redditi stipulato nel luglio del ’93, senza neppure prendersi il disturbo di denunciarlo formalmente.
    Costruito su queste basi ipocrite, il patto industriale che si presenta oggi davanti al governo è minato dalle fondamenta e le rivendicazioni che contiene non valgono la carta su cui sono scritte.

    Il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Una sola ricetta: meno tasse

    I primi incontri per il varo del decreto legge sul rilancio della competitività si sono risolti in un nulla di fatto. La bozza del governo, elaborata dal ministro Antonio Marzano, con un pulviscolo di norme e interventi che ricordano lo stile compromissorio degli anni 80 non è riuscito a convincere nessuno fra i membri del governo, forse perché ciascuno si aspettava qualcosina di più per il proprio ministero.
    E neanche il presidente del Consiglio ne è rimasto convinto, forse perché è difficile capire, per chi non ha perduto il rapporto con la realtà, come si possa imprimere competitività all’economia di mercato, mediante un decreto legge.
    Ora la discussione riprenderà, con un nuovo testo, predisposto dal ministro dell’Economia.
    La Confindustria, che è il principale interlocutore del governo, non è di molto aiuto. Forse perché la decisione del governo di intervenire nasce soprattutto dai tanti e fumosi dibattiti promossi dalla stessa Confindustria.
    Moltissimi imprenditori nei convegni sono maestri nello spiegare
    perché c’è il declino e perché occorre accrescere la competitività. Ma se si passa alla prosa dei rimedi, l’elenco ricorda in modo desolante le cattive abitudini della cosiddetta Prima repubblica.
    Al titolo “concentrare le risorse sulle priorità vere”, segue, nei documenti confindustriali, un elenco molto vasto di misure e misurine, che riguarda ogni specie di riduzione particolare di imposte e aumenti di spese.
    E l’elenco delle “priorità vere” non contempla più quella che pareva la maggior priorità, sino a pochi mesi fa, cioè la ricerca
    scientifica e tecnologica.
    Adesso, nell’elenco c’è la riduzione dell’Ici sui capannoni industriali e la riforma dell’Enit, allo scopo di rilanciare il turismo.
    Per il Mezzogiorno, accanto agli sgravi contributivi per i neo assunti, spunta la richiesta di un costo dell’energia elettrica più basso: come se l’elettricità non fosse un bene di mercato.
    Il rilancio della competitività non è una questione di cui possa occuparsi un governo, con politiche concertate.
    Riguarda essenzialmente le imprese.
    Il governo può fare però una cosa fondamentale. Ridurre le aliquote delle imposte sulle imprese, compensando la riduzione
    con il taglio di sovvenzioni prive di senso.
    Lo aveva sostenuto pure Luca Cordero di Montezemolo, quando
    era stato da poco eletto presidente della Confindustria e non aveva ancora imparato le noiose abitudini della concertazione.

    Ferrara su il Foglio del 14 gennaio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    A proposito di competitività


    Gli errori di Galliani




    Ma questa volta il presidente di Lega non ha fatto gli interessi di tutti
    CALCIO IN TV
    Tosatti Giorgio



    Si possono avere le più diverse idee sulle conseguenze per il calcio del digitale terrestre, ma un fatto è certo: chi guidava la Lega avrebbe dovuto portarle all' attenzione dei club, discuterne con loro, stabilire quale politica scegliere tutti insieme, quali limiti porre eventualmente alla commercializzazione dei diritti, ai prezzi per gli utenti. Galliani non lo ha fatto, anzi ha messo i presidenti da cui era stato eletto davanti al fatto compiuto, firmando con Juve ed Inter un contratto con Mediaset. Eppure lui stesso ha detto di recente, in campagna elettorale, che chi presiede la Lega potrebbe persino non presentare un programma, dovendo limitarsi a realizzare i voleri dell' Assemblea. Su un tema così rivoluzionario e delicato, non era doveroso interpellarla? Chi, se non lui, avrebbe dovuto farlo? Personalmente sono tra quelli che considerano negativo per il calcio l' avvento del digitale terrestre nel modo in cui si sta realizzando. Ma anche se avesse ragione Galliani, non toccava a lui decidere per tutti. Chi ha del ruolo associativo e delle responsabilità relative agli interessi comuni un simile spregio, non può ricandidarsi per la presidenza della Lega. Inutile aggiungere che la presenza nella vicenda di Mediaset, doveva suggerire a Galliani un comportamento ancora più neutro, spingerlo ancora di più a coinvolgere tutti nel problema. Certo i presidenti han confermato anche in questa circostanza assoluta cecità sui temi fondamentali della Lega ed una fiducia totale nella bravura di Galliani (più Giraudo e Moratti) quando si tratta di trovare risorse, ma considerando come vengono distribuite qualche dubbio potevano farselo venire. Ora, dopo che qualcuno gli ha aperto gli occhi, protestano e fan la voce grossa. Resto della mia idea: affidino a qualche professionista senza etichette un serio piano industriale per il futuro della Lega, poi trovino un manager gradito a tutti. Lette le dichiarazioni fatte da dirigenti di Sky e della Rai, al momento i massimi finanziatori televisivi dei club, decisi a pagare molto meno in futuro, visto che il digitale sottrae loro ascoltatori e svende le partite, Galliani non può cavarsela facendo professione di ottimismo, ricordando come gli apparecchi non superino oggi i 700-800 mila ed il digitale non arrivi in tutta Italia. Anzi sono proprio alcune sue affermazioni a sottolineare la gravità dell' errore da lui commesso come presidente della Lega ed il danno che ciò può provocare. Dichiara, per esempio alla Gazzetta dello Sport: «Sono convinto che i prezzi saliranno nel prossimo campionato. Quello attuale è solo un costo legato alla promozione del nuovo sistema. Da qui a pochi mesi non si può superare la quota di 700-800 mila decoder, ecco perché non esiste il rischio che le società vedano svuotati gli stadi». Un uomo della sua esperienza sa benissimo che vendere la partita o due o tre euro farà crescere la caccia al decoder (per la prossima stagione calcistica se ne prevedono due milioni) e rappresenta comunque una concorrenza al botteghino, visto che in serie A una curva costa mediamente 17,5 euro. I club non avevano il diritto di ragionarne per tempo? Non si potevano mettere paletti, vendendo un certo numero di gare in diretta e le altre in differita? Ieri mattina Galliani si offriva come consulente alle otto società cui scadano i contratti con Sky, era sicuro che Murdoch raddoppierà gli abbonamenti (non si vede perché), ignorava il problema di un servizio pubblico spogliato del calcio (Mediaset avrebbe Champions e campionato), ammetteva che «forse si perderà pubblico negli stadi». Detto da chi dovrebbe sapere che i giovani li conquisti lì, mica in video, è quasi una bestemmia. Non esagererei neppure con questi stadi sempre più piccoli di cui si parla, mi sembrano un' appendice della Tv, una trovata per ricchi. Facciamoli comodi, sicuri, polifunzionali, ma senza dimenticarci la loro funzione catartica di rito collettivo. Piuttosto aggiorniamo la legge sulla violenza crivellata da assurde sentenze della Corte Costituzionale. Per inciso, ricorderei all' amico Galliani che esistono altri campionati di calcio, non solo la serie A, per i quali un' ampia crescita (a basso costo) di utenti televisivi sarebbe fatale. Idem per altri sport, problema di cui il Coni dovrà pure occuparsi. Giorgio Tosatti
    Diderot

 

 

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