da anni sul periodico “Giustizia Giusta”, edito dall'Associazione per la Giustizia e il Diritto “Enzo Tortora”, mi batto per denunciare come “l'emergenza curva” sia mediaticamente e politicamente utilizzata al fine di distrarre l'opinione pubblica dai problemi reali, nell'ottusa previsione di riconquistarne i consensi. Un'opinione pubblica, a ben vedere, sempre meno motivata e sempre più distante dal paese legale.
Mentre l'economia è in dissesto, l'ambiente è devastato, la sanità è in balia delle multinazionali dei farmaci, la gioventù - rinchiusa nei “lager del benessere” - è istupidita, la politica è latitante e la giustizia è sempre meno giusta, i sedicenti Rappresentanti del Popolo creano nuove emergenze e si accaniscono nei confronti degli Ultras ritenuti suggestivamente i soli “colpevoli” dei mali che affliggono il Paese.
Non un'analisi sociologica viene fatta, usando gli strumenti d'indagine che pure sono largamente disponibili sul “mercato”, non un'analisi che abbia la dignità di approfondimento dei fenomeni giovanili. Quanto all'aspetto politico-giudiziario ci si limita con insistenza ad utilizzare le leggi speciali e ad usare gli apparati repressivi nella inutile speranza di eliminare i non-conformi, coloro che non accettano le regole imposte da un mondo globalizzato e globalizzante. Che rifiutano, insomma, l'omologazione. Delle anime e dei cuori ancora prima che dei mercati.
Si costruiscono mediaticamente, in provetta, le devianze contro le quali, quindi, si procede cinicamente alla criminalizzazione, in totale spregio delle garanzie e dei diritti costituzionali di cui dovrebbero godere tutti i cittadini. Proprio come accadde nei costruiti anni di piombo. Un paragone non casuale se è vero, come è vero, che l'ultrà viene considerato alla stregua di un terrorista.
Chi, tra i tanti opinionisti che pure si atteggiano a conoscitori della fenomelogia sociale, si è mai oggettivamente interessato allo studio di ciò che realmente rappresenta la “curva”? Chi ha mai tentato di rappresentarne la realtà, fatta di aggregazione tra affini che si riconoscono in una bandiera ed in una maglia nel tempo in cui la fede è un optional e l'onore è qualcosa al più buono per gli sciancati afflitti da problemi di corna? Chi si è mai chiesto il perché migliaia di giovani s'incontrano in uno stadio per esprimere il loro senso di appartenenza ad una Patria che altrove non c'è, ad una Comunità che ha subito l'insulto della globalizzazione? In “curva” si ricrea ciò che altrove è denegato. Lì, in quel topos colorato e trasudante entusiasmo e passione, si ritrovano giovani provenienti dalle disperanti periferie metropolitane ed altri che invece vivono la dimensione - solo apparentemente tranquillizzante - dei quartieri “borghesi”. Lì si saldano umori ed amori. Altrove è soltanto lo squallore di una società detta opulenta. Lì la ribellione ad un sistema di potere rappresentato dai cleptocrati istituzionali diviene coagulo e motivo di lotta.
Chi ha mai scritto dell'impegno nel “sociale”, ad esempio, degli Irriducibili della SS Lazio, delle loro battaglie contro l'usura o in difesa dell'infanzia, o dei cani abbandonati o del Popolo argentino massacrato dalla “cravatta” del Fondo Monetario Internazionale? Chi ha ricordato la raccolta di centinaia di migliaia di bottiglie di acqua minerale inviate alle popolazioni del Sud-Est asiatico colpite dallo tsu-nami?
In tanti, in troppi hanno invece trattato il “caso” Di Canio per denigrare, per criminalizzare una tifoseria orgogliosa del suo ritrovato leader, costretto ad andare via dall'Italia e che in Inghilterra (proprio nella terra della “perfida Albione”) ha tenuto alto il nome dell'Italia con i suoi comportamenti di sportivo di rango.
Di Canio, un ragazzaccio venuto dal Quarticciolo. Ma chi dei signorini che trascorrono i loro tempo nelle confortevoli redazioni dove si fa opinione, chi dei supponenti politici che si trastullano negli angiporti parlamentari conosce il Quarticciolo? Una borgata romana dove la povertà e la disperazione la fanno da padrone. Una delle tante borgate da cui provengono i tanti giovani che la domenica si ritrovano in “quella Patria chiamata Curva” per fare comunità e per esaltarsi per “quella maglia bagnata di sangue e di sudore”.
Io, che ho conosciuto la strada e la piazza e che pure ho frequentato le “nude stanze fredde e squallide nell'ora di studiar”, prima di essere ospitato nelle patrie galere perché colpevole di lesa democrazia, posso parlare e scrivere di Paolo Di Canio. Gli altri tacciano. Un saluto romano ed una croce che incontra il Sole. Altra cosa dagli striscioni livornesi che hanno recitato “Tito ce l'ha insegnato, la foiba non è reato”. Altra cosa, altro stile, altro senso dell'appartenenza.
Mi piace ricordare quanto scritto su “Libero” dell'8 gennaio (“Nuova farsa italiana”) da Renato Farina. A me, chiariamolo subito, non simpatico per la sua appartenenza alla sedicente CdL. “Penso alle parole violente di Enzo Jannacci, che si augurava durante una pubblica manifestazione, il ripetersi di piazzale Loreto. Silenzio totale... Non ci scandalizzò tanto l'infamia pronunciata dal cantautore forse in un momento di depressione alcolica, ma l'ossequioso mutismo delle autorità. La nazionale cantanti non protestò e neanche la federazione dei cantautori e neppure l'Ordine dei medici cui Jannacci appartiene. E c'era odio e violenza lì dentro. In quel braccio di Di Canio alzato e teso per un istante, tra mille altre mosse, c'era una confessione di se stesso, una proposta di appartenenza, persino una nostalgia infantile. Punire quel gesto è una cretineria assoluta”. Ed ancora. “Di Canio è stato interprete non del gioco del calcio ma dell'idea antica dello sport. Una sfida dove si rovesciano sull'erba non giochini o funambolismi (anche) ma il senso della vita. La persona vi entra intera, con la sua passione per la squadra, i suoi amori. Lo sport è nato per questo: epica purificatrice, per chi lo pratica e per chi lo guarda. Invece di ammazzarsi nella vita (e fuori degli stadi) si trasferisce lì dentro la danza e la lotta, per interposto atleta. In fondo lo sport è epica oppure è barzelletta. Per quello bastano i reality show, invece lo sport è reality e basta”.
Forza e Onore!
Paolo Signorelli




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