MERCOLEDÌ, 19 GENNAIO 2005 LA REPUBBLICA
Pagina 42 - Cultura
un libello di crainz
Una storia ancora da scrivere tra dolore ed esilio in una sarabanda di violenze e silenzi complici del Pci di fronte a Tito e al suo nazionalismo
PAOLO RUMIZ
Il nazionalismo è quella cosa per cui tutti i tedeschi sono nazisti, tutti i russi comunisti, i bosniaci musulmani e basta, gli slavi anti-italiani o gli ebrei capitalisti. È il rifiuto dell´affascinante complessità nella questione identitaria.
Applicato a scopo di rapina in un territorio «plurale» come l´Europa di Mezzo - grande labirinto di popoli ammassati tra Baltico, Adriatico e Mar Nero che fino ad allora avevano coabitato all´ombra degli Imperi - il nazionalismo del Secolo Breve non poteva che provocare disastri. Pulizie etniche, stermini, confini immancabilmente «infelici», una «coda» infinita di nere memorie divise. L´esodo degli istriani e dalmati è uno di questi disastri.
Già il fatto di collocarlo nella più ampia cornice di questo suicidio europeo è un passo in avanti. Finora l´esodo era stato vissuto e cavalcato dai politici come evento unico e assoluto. Si sa, chi è sradicato fatica a raccontare il suo trauma.
L´incomunicabilità somiglia a quella degli stermini; la memoria resta solitaria e dura da sopportare. «Voi non potete capire» viene imputato a chiunque se ne occupi. Così, è accaduto che quella memoria venisse «appaltata» a chi, anziché comprenderla, voleva solo sfruttarla, tenendo aperte vecchie ferite.
Conseguenza: non c´è nessuno Spielberg che, nonostante l´enormità dell´evento e la sterminata produzione di diari, saggi, comizi, memorialistica e letteratura, abbia organizzato questa storia collettiva, dandole la dimensione epica che le compete.
Lo storico Guido Crainz lo fa, in un tascabile ad altissima densità dal titolo Il dolore e l´esilio (Donzelli, pagg. 122, Euro 11.90) che tira tutti in una volta dagli armadi gli scheletri delle nostre terre. La violenza fascista in territorio slavo, l´acquiescenza del Pci di fronte al nazionalismo di Tito, la solitudine di Istria e Trieste beffate dal destino mentre tutta l´Italia festeggia la Liberazione, il collaborazionismo di molti giuliani nelle retate degli ebrei da spedire in Germania, atroci particolari degli infoibamenti, gli italianissimi campi di concentramento per slavi di Gonars e Arbe con la loro infernale mortalità, i partigiani anticomunisti messi a tacere dagli jugoslavi e dai comunisti italiani. Il tutto si muove in uno scenario d´inferno di vagoni piombati, vendette e soluzioni finali, dove ebrei, polacchi, ucraini, baltici - e con loro tutta l´Europa di Mezzo fino ai Balcani - restano schiacciati tra Germania e Urss, Oriente e Occidente nelle sue più bestiali forme totalitarie.
È un´antologia ragionata, con molte utili «scorrerie» nella letteratura, in un territorio dove la storia zoppica ancora e dove, nonostante l´ingresso della Slovenia nell´Ue e la marcia di avvicinamento della Croazia, i tentativi di mettere insieme una storia condivisa sono ancora scarsi per non dire inesistenti, e dove le minoranze autoctone (slovene nell´Italia del Nordest e italiane in Istria) non smettono di essere vissute da certa politica come contaminazione anziché come ricchezza. Quelli che abitano lontano dalle frontiere orientali, faticano a capire le complicazioni di gente - come i triestini - passata in 36 anni attraverso sei dominazioni: austriaca, fascista, nazista, jugo - comunista, alleata e infine italiana. Ma è soprattutto a costoro che è dedicato il libro di Crainz.
Povera Europa, schiava dei poteri forti dell´economia, «rincitrullita come una vecchia zitella sdentata e un´ausiliaria dell´esercito della salvezza». La frase non è di oggi, non riguarda la guerra dei Balcani e nemmeno l´attuale emergenza terrorismo. È del 1935, ed è stata scritta da uno dei massimi intellettuali croati, Miroslav Krleza. C´è già dentro tutta la storia seguente, le orrende ferite dei totalitarismi. Ma c´è soprattutto, come lamenta Milan Kundera, il crollo culturale di un Occidente che non percepisce più l´Europa centrale come carne sua, la liquida sotto la sigla «Est», la spinge lontano, ne disidrata la complessità, riducendola al solo post-comunismo. Scoprendo, poi, con sorpresa e immenso ritardo, che persino posti come Kiev - con la rivoluzione arancione - possono riemergere dal grande freddo. In Italia, poi, non si è mai scritto così poco di Polonia, Ungheria o Slovenia come ora che sono entrate «in famiglia».
La cosa più angosciante del libro è che gli intellettuali previdero tutto ma non furono ascoltati. La pancia delle nazioni prendeva già allora il sopravvento sulla ragione. Nel 1914, Angelo Vivante si suicidò, disperato, dopo aver lanciato disperati segnali d´allarme di fronte al montare dello sciovinismo italiano e slavo che avrebbe inevitabilmente schiacciato Trieste e l´Istria. Di fronte all´atteggiamento fascista con le minoranze, la Medaglia d´oro Giani Stuparich si chiese a guerra finita se fosse lecito «imporre a questi slavi di non amare, non pensare e non pregare in slavo». Poi i proclami del generale Robotti nel ?42, nel secondo conflitto: «si ammazza troppo poco» nei villaggi sloveni e croati; «Bisogna far coincidere i confini razziali con quelli politici», costituendo «nuclei rurali italiani su terreni confiscati». Pulizia etnica delirante e velleitaria.
Il resto è una conseguenza, una cascata di eventi. Le «esecuzioni efferate» dei titini, le vendette di classe mascherate di giustizia contro i «nemici del popolo», gli infoibamenti di gente viva, legata col filo di ferro ai polsi. E poi lo choc, l´arrivo a Trieste dei partigiani di Tito, «una turba indescrivibile», scrive Pierantonio Quarantotto Gambini, «uomini laceri, in babbucce o a piedi nudi», in divise diverse o vecchi abiti da campagna, «contadini, boscaioli e pastori» che entrarono in una città deserta che li ignorava e cacciarono via gli ex compagni del Cnl, rei di difendere il Tricolore. Infine, l´esodo, con le migliaia di accampati nei centri di raccolta. L´odore dello sradicamento, descritto da Marisa Madieri: cavolo, minestrone, fritto, sudore, ospedale.
Cinquant´anni dopo, la grande storia è ancora tutta da scrivere. Il rischio è che qualcuno si decida a farlo solo quando gli ultimi testimoni saranno già spariti.




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