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IL PERSONAGGIO
Allievo di Aristotele, interpretò in modo originale la lezione del maestro, esportando la grecità in tutto il mondo
Alessandro il globalizzatore
L'ellenismo fu il veicolo che permise di estendere al di fuori della «polis» valori condivisi
Di Aristide Malnati
Alessandromania in arrivo, meglio prepararsi. Mentre sta per approdare anche in Italia il discusso kolossal cinematografico diretto da Oliver Stone, notizie provenienti da Alessandria d'Egitto ci informano che un'équipe di studiosi ha trovato sepolture di pregio di epoca macedone (IV-III secolo a. C.), facenti parte di una vasta necropoli solo parzialmente esplorata. E poi riedizioni di libri e biografie su questa complessa figura a cavallo tra mito e storia con Einaudi che ripropone nei tascabili il classico Alessandro Magno di Robin Lane Fox (consulente storico per il film di Stone) e Bruno Mondadori che, sotto il titolo Alessandro il Grande, raccoglie a cura di Monica Centanni le più antiche fonti sulla vita del condottiero.
«Dove si va passato il Gange, Generale, dicci solo dove!». Questa esortazione contenuta in un motivo non molto noto di Roberto Vecchioni stigmatizza con rara efficacia la caratteristica precipua che viene automaticamente associata ad Alessandro Magno: lo si vede come prototipo storico e dunque non mitologico di esploratore della conoscenza, di soldato-eroe che, suggestionato dalla filosofia aristotelica, perentorio stimolo all'esperienza intellettuale e sensoriale, si avventura verso l'ignoto, verso l'inesplorato e dunque verso l'«alieno».
Esprime Alessandro, fin da giovane, una dialettica affascinante nei confronti del robusto pensiero di Aristotele, che non assorbe pedissequamente, ma che scandaglia, accetta e applica soltanto in quelle parti di più facile e immediata realizzazione storica. Aristotele nella sua opera teoretica costruisce un ponte mirabile e in quel momento storicamente inevitabile tra la parcellizzazione politica di una Grecia divisa in città-stato (pòleis) e l'ipotesi di un Impero vasto, ecumenico, a cui tutti avrebbero dovuto rendere conto. Un progetto politico sostanziato da secoli di raffinate elucubrazioni filosofiche; progetto che, iniziato all'interno dell'Ellade da Filippo il Macedone, verrà completato e internazionalizzato dal figlio Alessandro con una spedizione rapida quanto irresistibile.
Il condottiero macedone si presenta dunque ancora ai nostri occhi come il primo «globalizzatore», per usare un termine oggi quanto mai abusato; assume e digerisce in breve tempo gli elementi portanti dell'impalcatura teoretica del pensiero greco e a modo suo fornisce loro un'applicazione pratica; esporta il greek way of life e lo impone prima di tutto con la forza delle armi. Si profila insomma come la prima personalità dominante di respiro globale della storia occidentale, in totale antitesi con i limiti imposti a personaggi politici e militari bramosi di emergere dalle maglie garbate ma solidissime della democrazia.
In realtà già il sistema democratico aveva palesato un secolo prima falle sempre più ampie nel controllo di effettive pari opportunità tra i cittadini insigniti teoricamente di uguali diritti e doveri. La deriva demagogica nell'Atene periclea, che favorì l'affermazione di politicanti squallidi e senza scrupoli tramite le tecniche della retorica sofistica («non esiste verità assoluta»), aprì il campo all'avventurismo politico e dunque alla disparità sociale con cittadini sudditi delle mire carrieristiche di biechi personaggi. All'inizio del IV secolo condottieri anche nobilmente motivati, quali l'ateniese Conone o il tebano Epaminonda o ancora i tiranni della Magna Grecia, spianarono definitivamente la strada a una concezione della politica come attività in mano a tecnici retoricamente molto abili ma di scarsa cultura filosofica, quindi di limitato peso morale e con una mostruosa bramosia di affermazione.
Ecco che Alessandro Magno mostra la capacità di inserirsi e di sfruttare una simile temperie storica, che ne favorisce anzi ne enfatizza le mire espansionistiche. E lui, greco nell'intimo, si comporta da non greco, da «barbaro orientaleggiante» per legittimare agli occhi dei nuovi sudditi la sua figura di monarca ass oluto, ben voluto dagli dei: anzi a Siwa, in Egitto, presso il tempio di Zeus-Amone, si proclama lui stesso divinità in terra, come gli antichi faraoni a cui succedeva; e si dichiara incurante dello scandalo che questo suo atteggiamento avrebbe suscitato ad esempio nei circoli illuminati di un'Atene sempre liberale e sua fiera oppositrice.
Eppure era proprio questo il comportamento necessario per esportare con successo la grecità nel mondo; per irrobustire ed imporre un sistema di riferimenti culturali direttamente innervato su un pensiero agli occhi di Alessandro inattaccabile e indistruttibile. E nella creazione di un idem sentire globale la lingua di Platone, la koiné si configurava quale veicolo idoneo. I successori del macedone, che si spartirono il vasto Impero conquistato forse troppo frettolosamente, realizzarono ognuno a modo proprio e a volte in lotta tra loro questa idea di fondo: nel farlo crearono inevitabilmente una dialettica suggestiva tra Grecia e Paesi conquistati, dando dunque vita a un nuovo sistema di valori di tipo sincretico, vale a dire permeato di elementi di provenienza eterogenea.
L'idea di ellenismo, geniale parto della mente di Alessandro e del suo entourage, trovò l'applicazione più completa in tre secoli di Egitto tolemaico: all'ombra delle piramidi si sviluppò un nuovo modus vivendi, una nuova ratio, fondati su istanze mai viste in precedenza, a partire da quel cosmopolitismo modello di un'antroposofia a suo modo rivoluzionaria. Tuttavia va anche detto che gli elementi d'attrito tra greci e indigeni permanevano numerosi, testimoniati ancora oggi dai papiri in lingua greca ed egizia conservati in abbondanza dalle sabbie del Sahara (siamo addirittura informati sull'esistenza di un duplice sistema giudiziario con tribunali per greci, per egizi e misti). Eppure nel pieno rispetto delle indicazioni dei nuovi occupanti in Egitto come negli altri regni ellenistici si delineò fin da su bito una philìa quasi inattesa, estesa a tutti i singoli cittadini; philìa già conosciuta e sperimentata all'ombra del Partenone, ma limitata e quasi intrappolata negli angusti confini sociali della polìs; philìa che con Alessandro e con i diadochi suoi successori diventò ecumenica e trovò la forza di cementare afflati comuni.
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