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    Predefinito Tradizione iniziatica romana

    Volevo chiedere a tutti i forumisti, quando si parla di tradizione iniziatica pagana a che cosa ci si riferisce esattamente?

    E' mai esistita una tradizione iniziatica pagana a Roma?

    E se si, esiste ancora ai giorni nostri qualcosa che si possa definire tradizione iniziatica romana?

    In che cosa consiste?

    Attraverso quali "ordini" è passato e si è mantenuto nel corso della storia il "segreto"?

    Che differenza c'è tra la tradizione iniziatica propriamente "occidentale" e quella "orientale"?

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Tradizione iniziatica romana

    http://aignis.sites.uol.com.br/libri.7.jpg


    1. Il titolo Imperialismo Pagano dato da Reghini all’articolo che apparve per la prima volta nel 1914 sulla rivista Salamandra prospettava l’idea di un movimento politico e spirituale.



    Da una felice intuizione come questa che si era affacciata nella mente di R. fin dai primi anni del Novecento (“Basandoci sopra la tradizione e la conoscenza iniziatica italiana, noi volemmo e pronosticammo sin da quindici anni fa l’avvento fatale di un regime e di un indirizzo imperialistico italiano.” Atanòr, Ai lettori, 1924), Reghini passò alla formulazione di un vero e proprio programma politico, che a molti sembrò utopistico e insensato, poiché il regime (come egli lo chiama) che ne doveva risultare poteva essere realizzato solo “dagli eredi legittimi dell’antica sapienza, e non da coloro che vanno sempre più esasperandosi in una civiltà di tipo meccanica industriale”. Nella quale “civiltà di tipo meccanico industriale” da lui deprecata possiamo riconoscere oggi come ieri governi ed uomini politici i quali nel gonfiarsi il doppiopetto di “civiltà occidentale” non fanno altro che parlare a nome di una sottospecie di “civiltà” che non discende certamente dalla sapienza e dalla spiritualità romane. (…)



    16. Il volume che presentiamo, oltre ad Imperialismo Pagano che dà il titolo, contempla una serie di scritti di R. che si riferiscono allo stesso argomento, alla Tradizione Occidentale e alla Tradizione Italica.



    Si distaccano in particolare in questa miscellanea le notizie sulla Tradizione Italica e il saggio sulla Tradizione Occidentale che unitamente all’Imperialismo Pagano costituiscono la base triangolare sulla quale R. elevò la piramide del suo sapere iniziatico, pitagorico, imperialistico, pagano, romano.



    Lo scritto sulla Tradizione Occidentale è particolarmente importante visti gli spropositi uditi al di qua e al di là dell’Atlantico sulla “civiltà occidentale”, frutto di confusione, di ignoranza e di malafede nonchè del rovesciamento di valori che si registra da molto tempo in Occidente come conseguenza dello svuotamento e dell’incomprensione di alcune parole.
    Ultima modifica di acchiappaignoranti; 15-11-09 alle 22:49
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

  3. #3
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    Predefinito Rif: Tradizione iniziatica romana

    La città degli dei







    In questo libro, il terzo che del Ponte dedica alla religione ed al sacro della tradizione romano-italica (1), raccoglie un insieme di scritti e saggi concepiti in circostanze e tempi diversi (nell’arco di ben ventitré anni, alcuni inediti) (2) ma legati dal comune amore ed interesse per la tradizione di “Roma eterna”.

    In Roma, civitas deorum, come ricorda l’Autore nella presentazione, vivevano in reciproco accordo e armonia uomini e Dèi “e ciò che ha fatto la grandezza di Roma antica è proprio questo patto primordiale (pax deorum), stipulato alle origini della città e voluto ribadire nel tempo dai suoi cittadini con la perpetua scansione del rito nelle cerimonie pubbliche e private all’interno del cerchio sacro del pomerio”.

    Nella prima parte del libro dedicato alle premesse vengono riproposti una disanima sulle origini dei Latini, risalendo dalla terra primordiale dei popoli indoeuropei per giungere mediante le “primavere sacre” ai Colli Albani, e la prefazione all’edizione de L’Etruria nell’Eneide (3) di Bruno Nardi dal significativo titolo Etruschi, Troiani e la critica attuale, nel quale, partendo da una felice intuizione storica che traspare dal poema virgiliano e suggerita dal Nardi nel ´34, è analizzata l’ipotesi che i Troiani guidati da Enea sino nel Lazio e gli Etruschi-Tirreni costituiscano le due facce della stessa etnia. Da notare che le considerazioni esposte da del Ponte hanno trovato sostanziale conferma in successive ricerche accademiche: in primis in quelle esposte da Marta Sordi ne Il mito troiano e l’eredità etrusca di Roma (4). La seconda parte è dedicata a culti, simboli e immagini partendo da quel mons Saturnius, perno delle vicende mitico-storiche di Siculi, Pelasgi, Argei, Sabini, Latini e Romani, che diverrà Campidoglio durante il regno dei Tarquini, al momento dell’erezione del Tempio a Giove (5), in conseguenza al ritrovamento del caput humanum, interpretato come buon auspicio per le sorti dell’imperium dei Romani unitamente alla permanenza del fanum di Terminus (6). Oltre a ricordare le interpretazioni degli antichi (7) l’Autore pone, per primo, l’attenzione sul simbolismo assiale e quindi “polare” insito in questa tradizione.

    Dopo aver letteralmente spaziato dal Monviso e il Po, la cui sacertà non trova origine da fisime propagandistiche di recenti leghe, ci ripropone un suo documentato e ricco saggio sui Culti solari d’Oriente e d’Occidente e la mediazione romana. Culti testimoniati dall’arte rupestre, vestigia delle vetuste civiltà preistoriche, dal mito di Fetonte, da alcune festività riportate dall’antico calendario romano: l’agonium dell’11 dicembre dedicato a Sol Indiges e le Matralia dell’11 giugno festa dell’Aurora; allo stesso nome della gens Aurelia, a quello del popolo protolatino degli Ausoni, per non scordare una denominazione della stessa Italia “Terra del Sole” o Ausonia, sino ai culti di Mithra e di quel Sol Invictus il cui giorno natalizio è il 25 dicembre.

    Tra gli altri capitoli, è necessario ricordare quello dedicato a Vettio Agorio Pretestato, pontefice e iniziato, una delle più fulgide figure della resistenza pagana alle prevaricazioni dei seguaci della nuova fede monoteista.

    La parte terza, quella per noi di maggior interesse, raccoglie i saggi dedicati al Lessico e diritto arcaico. In buona parte, in origine relazioni tenute in convegni organizzati da importanti istituzioni universitarie italiane in collaborazione con il CNR e l’Accademia delle Scienze di Mosca; il primo, dedicato al Latino, lingua sacra, trae origine da alcune incomprensioni di René Guénon. Giustamente del Ponte ricorda che gli oracoli degli dèi erano resi nell’antica lingua latina e le formule liturgiche, magiche e rituali che ne derivarono confluirono nell’antico ius sacrum. Del resto, come ricorda anche Sini (8), la validità di un rito, o l’efficacia di una formula era sempre condizionata dall’esatta pronuncia delle parole solenni unitamente al preciso rispetto degli atti prescritti. Del Ponte si occupa dell’inalterabilità del lessico religioso in un paragrafo dello scritto dedicato agli indigitamenta.

    Dopo aver trattato di alcuni aspetti del lessico pontificale (gli arbores felices oltre ai citati indigitamenta) e di alcune prescrizioni di ius sacrum nelle XII Tavole ci si dedica alla Santità delle mura e sanzione divina. Il tutto prende spunto dalla sanzione dell’infrazione di Remo, nella quale la tradizione annalistica romana “ha inteso ribadire il significato dell’inviolabilità delle mura stesse e cioè della loro sanctitas” (p. 102). In base alle enunciazioni dell’antiquario Elio Gallo si evince “che i concetti di sacrum, sanctum e religiosum non sono riferibili agli oggetti per se stessi, ma al fatto della consacrazione e dell’intangibilità (rapporti di tipo religioso) e a quello della sanzione (rapporto giuridico). Pertanto una stessa res può essere ‘sacra’ in quanto consacrata agli dèi, ‘santa’ in quanto soggetta a sanzione di legge, ‘religiosa’ in quanto a violarla si offendono gli dèi”.

    Altra sottolineatura importante quando ricorda che «se, come ha scritto P. Catalano, “il ‘punto dello spazio-tempo’ in cui inizia la vita del populus Romanus Quirites” è contrassegnato dalla volontà di “Iuppiter grazie all’opera del rex augur Romolo, sul colle Palatium e nel giorno dei Palilia: 21 aprile, dies natalis”, ne deve derivare che “aspetto spaziale ed aspetto temporale del sistema giuridico-religioso romano hanno un punto di incontro, all’origine, nell’azione augurale di Romolo”» (9). In questo personaggio, infatti, come si è espresso del Ponte, anche, in Dèi e miti italici, si situa “il cardine fra il passato mitico che si è celato in un suolo ben determinato e l’avvenire che in esso dovrà manifestarsi”.

    Nel quarto capitolo dedicato alle Esplorazioni archeologiche, dopo un articolo relativo al ritorno della Triade Capitolina si occupa dell’Ampsancti valles. Il santuario italico della dea Mefite, uno degli “ombelichi d’Italia” nell’ambito della geografia sacra. Gli altri, ricordiamo, sono il Campidoglio ed il lago di Cotilia. Del primo abbiamo gia visto, del secondo l’Autore parla quando si occupa del Presentimento della morte e ritorno alle origini: il caso del Principe Siddartha e degli Imperatori Flavii.

    A La continuità di Roma sono dedicati gli scritti della parte quinta. Il primo si occupa della fondazione dell’Altera Roma, Costantinopoli. Fondazione voluta da quell’Imperatore che, benché fosse il primo ad aver fede nel dio dei cristiani, “resta l’Imperatore di uno Stato avente precise tradizioni giuridiche e, come egli stesso diceva in una sua legge (10), un mos da retinere” e che conservò il suo titolo di pontifex maximus. Per fondare la seconda Roma era necessario risolvere alcune problematiche di natura giuridica derivanti dal diritto pontificale illustrate in maniera impeccabile dall’Autore. Il radicamento della tradizione giuridica romana (pagana) nella parte orientale dell’Impero, nonostante la rapidità con cui il cristianesimo si era diffuso, permise la sopravvivenza di alcuni culti, riti e concezioni.

    “Sopravvisse soprattutto, ed anzi meglio si precisò, la funzione sacrale della missione imperiale, in cui Bisanzio continuava coscientemente la missione di Roma. Diversamente andarono le cose in Occidente, dove il fanatismo e l’intolleranza avevano portato gradatamente al consapevole rigetto della dignità sacrale da parte dell’Imperatore (rifiuto della porpora pontificale da parte di Graziano nel 376) ed alla conseguente tragica scissione dei due poteri, la cui più appariscente conseguenza sarà la scomparsa stessa dell’Impero di Occidente e l’illecito affermarsi sui suoi resti di un potere sacerdotale, rappresentato dal vescovo di Roma”. Mentre in Oriente la Chiesa divenne una Chiesa di Stato, in Occidente il cristianesimo diventò la religione “predominante” o “ufficiale”, “non quella di Stato, nel significato tradizionale del termine o perlomeno nella accezione e nei termini della trasformazione avvenuta a Costantinopoli, e la Chiesa – il papato – fu indifferente, quando non ostile, al diritto pubblico dello Stato: ciò portando alla paradossale conseguenza che là dove non si fosse giunti ad una vera e propria usurpazione da parte della Chiesa stessa, fu in pratica favorita una progressiva laicizzazione dello Stato, non ultima conseguenza della dissacralizzazione delle istituzioni politiche del mondo moderno”.

    Gli altri due scritti sono rispettivamente dedicati alla (im)possibilità di una “Terza Roma” ed alla Tradizione Romana quale “mito fondante dell’Italia di ieri e di domani”.

    La sesta e ultima parte titolata Note critiche e discussioni comprende uno scritto che prese le mosse dalle notizie, apparse sulla stampa nazionale nell’88, sulle “scoperte” del prof. Andrea Carandini (Mura di Romolo: vecchi e nuovi timori accademici), tre articoli dedicati rispettivamente a J. J. Bachofen, Franz Cumont e ad Achille Coen, un dimenticato storico israelita sincero cultore della tradizione romana, come ricorda del Ponte nel titolo. Per finire con Sui limiti e le possibilità di un’interpretazione globale della religione dei Romani, scritto come risposta ad una recensione apparsa ne “L’Osservatore Romano” (del 27 ottobre 1994 e riproposta in questo volume per agevolare i confronti dei lettori) de La Religione dei Romani.

    Conclude il volume un’appendice con le traduzioni di un brano di Censorino dedicato a Il Genio, e l’Inno al Sole di Marziano M. F. Capella.


    Mario Enzo Migliori


    Renato Del Ponte, La città degli Dèi. La tradizione di Roma e la sua continuità, Genova 2003, Ecig, pp. 202. Euro 15,00. (IBS) (BOL) (LU)
    Recensione di Alberto Lombardo
    Recensione di Alfonso Piscitelli

    NOTE

    1) I precedenti sono Dèi e Miti italici (Genova 1985, III ed. 1998, Ecig) e La Religione dei Romani (Milano 1992, Rusconi Libri).
    2) Dalla “nota bibliografica” anche il nuovo lettore può verificare la varietà e qualità di pubblicazioni nonché il livello anche dai punti di vista “scientifico” e internazionale.
    3) Genova 1981, Edizioni del Basilisco.
    4) Milano 1989, Edizioni Universitarie Jaca (da noi recensito in “Arthos” n. 33-34 [1989-1990], p.191).
    5) Sacralmente orientato sull’asse nord-sud seguendo le regole etrusche. “…gli Etruschi, come ci informano gli antichi, ritenevano che la sede degli dèi fosse al fulcro del mondo, al polo nord astronomico, donde reggevano l’universo: residuo forse di un retaggio spirituale primordiale che li avvicina al mondo delle origini” (p. 38)..
    6) Unitamente a Juventas.
    7) Principalmente LIVIO, I, 55, 2-6.
    8) Francesco Sini, Sua cuique civitati religio. Religione e diritto pubblico in Roma antica, Torino 2001, pp. 121-122 (vedasi la nostra recensione in questo stesso numero).
    9) Pierangelo Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia, “Aufstieg und Niedergang del Römischen Welt”, Band II.16.1, Berlin – New-York 1978, pp. 443-444.
    10) Cod. Theod., XVI, 10, 1.
    Ultima modifica di acchiappaignoranti; 15-11-09 alle 22:57
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

  4. #4
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    Predefinito Rif: Tradizione iniziatica romana

    katlos: l’eroe armato d’aratro - fabrizio giorgio








    Sulla rivista Krur, diretta da Julius Evola, nel dicembre 1929 apparve un enigmatico articolo dal titolo: La Grande Orma: la scena e le quinte.
    In esso erano narrate le vicende di un gruppo esoterico che, dall’inizio del Novecento, con le “armi“ della magia aveva tentato di influenzare i destini d’Italia: dall’esito della Grande Guerra al carattere romano assunto dal nascente fascismo.
    Lo scritto, esemplificativo delle attività dei circoli iniziatici italiani, suscitò negli studiosi molta curiosità e una profusione di scritti. Ma un punto è rimasto sinora insoluto: quale significato si celava dietro l’enigmatico pseudonimo di Ekatlos attribuitosi dall’autore?
    Molto si è discusso sul significato di questo nome, ricollegandolo, a volte con un inesistente corrispondente maschile di Hecate (la dea della magia), a volte con un epiteto dato ad Apollo, nella sua manifestazione distruttrice, Ekatabolos (letteralmente “colui che lungi saetta”); o, infine, ad un’interpretazione errata data ad una parola, Kalatorem, iscritta sul Lapis Niger1. Tutte queste congetture si sono rivelate inesatte.
    Un passo di Pausania (II secolo e. v.) sembra ora gettare una nuova luce sulla spinosa questione. Lo storico anatolico, nella sua Periegesi della Grecia, si soffermò, infatti, a descrivere la Stoà Poikile di Atene con le sue pitture narranti le gesta eroiche degli ateniesi. Di fronte al dipinto rievocante la famosa battaglia di Maratona contro i Persiani, egli menzionava un eroe armato di aratro, chiamato dagli Elleni Echetlos.
    Nel prosieguo dell’opera, descrivendo il demo di Maratona, Pausania tornò su questo eroe, fornendo maggiori ragguagli sulle sue gesta:

    “Dicono anche che in quella battaglia si trovò presente un uomo rozzo d’aspetto e vestito da contadino, il quale, dopo aver ucciso molti barbari brandendo un aratro, finita la battaglia non fu più visto. E quando gli ateniesi chiesero all’oracolo chi egli fosse, il Dio non diede chiarimento sul suo conto, ma li invitò a onorare come eroe Echetleo (quello della stiva dell’aratro)”.(XXXII, 5 ).

    Echetlos, nel mito ellenico, avrebbe svolto, dunque, una funzione soterica, arrestando l’avanzata del nemico e salvando la patria dall’invasione straniera. Un ruolo analogo, quindi, a quello che i Romani attribuivano ai Castores, allorquando, come narra lo storico Dionigi d’Alicarnasso nelle sue Antichità Romane (VI, 13), nella battaglia del Lago Regillo, i due Gemelli Divini combatterono a fianco delle legioni, contro i Latini e i loro alleati, determinandone la vittoria.
    Ma vi è un’ulteriore dato interessante riguardo la figura di Echetlos, ovvero la sua ricorrente apparizione, come tema iconografico, sulle urne cinerarie etrusche.
    Queste urne, provenienti in larga parte da Chiusi e Volterra, sono in numero considerevole, tanto da spingere alcuni studiosi a considerare quello dell’“eroe armato di aratro” uno dei motivi iconografici etruschi più ricorrenti.
    In sintesi, la scena si compone, al di là di numerose varianti, di un eroe seminudo in atto di colpire con il timone di un grosso aratro un nemico inginocchiato o steso a terra; alla scena assistono altri personaggi in armi, interpretabili ora come nemici, ora come compagni di Echetlos. In alcune urne appare, a volte, anche un’entità alata, Vanth, la quale poggia una mano sul guerriero soccombente ad indicarne, in questo modo, la morte ormai prossima.
    L’identificazione dell’“eroe armato di aratro” delle urne etrusche con l’Echetlos del mito greco la si deve allo storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann (1717–6Cool. Dopo di lui, molti sono stati gli studiosi che hanno seguito un così autorevole parere. Ma già dall’Ottocento alcuni archeologi hanno messo in discussione tale opinione, ipotizzando, sulla base di minute ricerche, che su questo gruppo di urne fosse rappresentato un mito nazionale etrusco. In particolare, si sottolineava come in nessuna delle urne etrusche i nemici dell’eroe armato di aratro fossero caratterizzati dai costumi tipici dei persiani.
    A nostro avviso le due interpretazioni non si escludono a vicenda, in quanto è possibile che l’“eroe armato di aratro“ etrusco e l’Echetlos ellenico rappresentino differenti manifestazioni di un medesimo archetipo mitologico: un eroe primordiale, legato alle forze della terra, che interviene a difesa della patria contro l’invasore straniero. Ma torniamo all’articolo dal quale siamo partiti, chiedendoci se il misterioso scrittore conoscesse la raffigurazione etrusca.
    Un piccolo indizio ci permette di rispondere in maniera affermativa: una di queste urne con l’“eroe armato di aratro“ era, infatti, esposta nel museo Kircheriano di Roma, museo che l’esoterista, nell’ambito del suo articolo, dimostra di conoscere bene.
    Seguendo tale interpretazione, poi, risulterebbero maggiormente intelligibili alcuni tra i passi più controversi dello scritto di Ekatlos, in particolare il punto in cui viene narrato il ritrovamento di alcuni oggetti rituali romani e una benda contenente la prescrizione di un rito:

    “Ed il rito fu celebrato – narra l’esoterista – per mesi e mesi, ogni notte, senza sosta. E noi sentimmo, meravigliati, accorrervi forze di guerra e forze di vittoria e vedemmo balenar nella sua luce figure vetuste ed auguste degli “eroi” della razza nostra romana“.

    Ekatlos metteva, poi, in relazione il ridestarsi di tali forze occulte con gli avvenimenti occorsi all’Italia durante la Prima Guerra Mondiale:

    “1917. Vicende varie. E poi il crollo. Caporetto. Un’alba. Sul cielo tersissimo di Roma, sopra il sacro colle Capitolino, la visione di un’Aquila; e poi, portati dal suo volo trionfale, due figure corruscanti di guerrieri: i Dioscuri. Un senso di grandezza, di resurrezione, di luce. In pieno sgomento per le luttuose notizie della grande guerra, questa apparizione ci parlò la parola attesa: un trionfale annuncio era già segnato negli italici fasti”.
    Il nome di Ekatlos non fu, dunque, scelto a caso ma doveva indicare, a chi era in grado di interpretarlo, che una forza arcaica, primordiale, era stata destata in quel tragico frangente a difesa del suolo patrio, fermando, ancora una volta, il barbaro invasore.

    Note:
    1) A proposito di questa ipotesi vorremmo notare che a pochi mesi dal rinvenimento, ad opera dell’archeologo Giacomo Boni, del famoso cippo del Foro lo studioso Ligi Ceci, in una pubblicazione curata dallo stesso scopritore del vetusto monumento, aveva interpretato correttamente la parola in questione con Kalatorem, attribuendole il significato, tuttora accettato dagli studiosi, di araldo


    Chi è Ignis? Sotto questo pseudonimo, tanto potente quanto misterioso, si cela l'Avv. Roggero Musmeci Ferrari Bravo, "di chiare origini siciliane" [Introd. di H. CAELICUS, p. 7], del quale possediamo scarse notizie biografiche.
    Autore di un dramma borghese di buon successo dal titolo Quando le colonne rovinano, il nostro si fa conoscere nel "bel mondo" della Roma d'anteguerra allorquando, la notte del Natale di Roma 1914 dell'era volgare, recita per la prima volta a pochi intimi in duetto con Nino Regard il poema "RVMON. Sacrae Romae Origines". Da L'Idea Nazionale dell'8 maggio '14 [cit. in Introd.]: "[...] Sono dieci anni, almeno, che in Roma si parla con mistero, fra letterato, giornalisti, artisti, attori, di questa tragedia di proporzioni immani, singolare e selvaggia. Parecchi sono coloro che raccontano di aver passato tutta una notte estatici nel bizzarro studio di Ignis, il quale vestito di una tunica celeste e calzato di sandali, i piedi nudi, ha letto loro dal tramonto all'alba, la lunga vicenda del suo poema sulla fondazione di Roma".
    La tragedia tarda a finire sui prosceni della Capitale: lo scoppio della Grande Guerra, ultimo atto del Risorgimento italiano, vede Ignis impegnato in prima persona al fronte "a compiere il suo dovere di Italiano" coi gradi di Capitano. Come Evola, Reghini, Caetani e tutti gli altri spiriti "visibili" della risorgenza d'Italia riuniti -chi per sempre, chi solo per un breve periodo- sotto lo stendardo di quello che fu definito l'Imperialismo Pagano, al quale ancora oggi non pochi si ispirano agendo a più livelli, Musmeci Ferrari Bravo è impegnato al fronte: sarebbe interessante conoscere il suo distaccamento, per vari motivi.
    Interventista, scrive un Carme a Roma (15 agosto 1914), purtroppo non pervenuto a chi scrive, alcuni stralci del quale sono riportati da H.CAELICVS nella sua Introduzione: Ignis esorta le "anime di buoi pazienti" a cessare di "pascersi in una pace ignominiosa" (H.CAELICVS) per prestare orecchio all'"urlo di latina gente implorante" incastrata nel budello delle terre irredente. Il carmen si snoda come una preghiera alla Dea Roma, affinchè riemerga a cantare "a la romulea prole un carme vibrante per l'etra: non la possanza antica! ma ferruginea la brama di mondarti dei vituperii tutti cumulati nel tempo del tuo dormir profondo!"
    Jean Carrère lo saluta come "Il Poeta di Roma".
    Per comprendere il clima dell'epoca è necessario tenere a mente che questa è l'Italia neonata in cui si agitano veraci e potenti promesse di rinnovamento pagano. E' l'Italia in cui Armentano (A.R.A.) dà incarico a Reghini per la diffusione capillare dell'idea imperialista pagana per conto dell'ineffabile Schola Italica; l'Italia in cui il Pitagorico fiorentino si mette alla testa del corteo che otterrà in Campidoglio la dichiarazione di guerra; l'Italia in cui agisce il Circolo Virgiliano, ma soprattutto è l'Italia in cui opera fattivamente, ritualmente, "nel cuore della Roma egizia" il sodalizio di Ekatlos.
    In questo clima ardente c'è la concreta speranza, poi tradita da un Regime non forte e consapevole come quello effettivamente auspicato, di una risorgenza romana [nota: scrive Achille Pasini in Impero Unico, 1924: "La rivoluzione fascista ha riallacciato per istinto mirabile la linea ideale del suo procedere alle profonde e millenarie sorgenti della nostra gente col simbolo mistico e forte: colle verghe e coll'ascia [...] Sotto questi auspici è stato evocato il nostro Genio nella persona del Duce e l'opera è stata iniziata". L'Autore che in Politica Romana 3 si firma Anonimo Romano fa notare che secondo la tradizione il tribuno Cola di Rienzo era in contatto col demone Floron, entità polare assimilata dai più al Genio di Roma; avendo tradito il compito affidatogli dal Genio, Cola finì appeso a testa in giù. Il macabro spettacolo si ripeterà secoli dopo, in piazzale Loreto). Ed è in tale contesto che va inquadrata l'azione diremmo "sottile" di Ignis, mente potente che sembra procedere per sacre imagines.
    Tornato dal fronte, si impegna per la risorgenza del Mito di Roma tentando strenuamente di mettere in scena Rumon. Ci riuscirà solo nel 1923, il 6 maggio: un palcoscenico volutamente allestito sul Colle delle origini, i caratteri arcaici della locandina elaborati da Giacomo Boni, il Vate del Palatino, la volontà di rifondare ritualmente Roma (purtroppo attuata con un certo ritardo rispetto ai piani originali, che volevano la rappresentazione fissata al 21 aprile, e monca dei primi due Atti) in presenza di S.E. Benito Mussolini, (teoricamente) quel "Console d'Italia" salutato il 19 maggio dalla donna che, vestita di rosso, gli consegnerà il Fascio etrusco ritualmente costruito. Tutto questo, in relazione al più ampio contesto sopra evidenziato, ci fa comprendere come non di una semplice opera teatrale si trattasse, bensì di una sorta di "operazione sottilmente condotta" rientrante in un più ampio quadro di rinascita nazionale sotto il segno di Roma.
    Di questa "dimensione altra" nella quale si muove l'opera di Ignis in qualche modo si accorgono anche i quotidiani dell'epoca. Da Il Piccolo dell'8 maggio '23: "L'esecuzione di questo III atto che rappresenta un Rito solenne [...]" , o ancora L'impero: "Il pubblico ha molto gustato questo spettacolo solenne come un rito"
    In più, in essa Ignis mostra di aver avuto quantomeno delle potenti "intuizioni" suscettibili di toccare il cuore stesso di quello che potremmo definire l'"esoterismo romano". A lungo si è discusso dei possibili rapporti tra l'Autore e ambienti iniziatici della Capitale, eventualità più che probabile ma di cui nulla di certo può essere detto, a parte i noti contatti con Evelino Leonarsi; di sicuro abbiamo un'interessante missiva dell'Avv. Alberto Russo Frattasi, kremmerziano "di spicco" del Circolo Virgiliano nonchè editore responsabile del Commentarium: "Musmeci carissimo, Ignis purifica-trasforma. Ignis dal suo crogiuolo ha creato "Unus". La manifestazione è perfetta. Dirtene è ridurla, menomarla. Ne ho qui in me la impressione profonda incancellabile. Come si freme dinanzi la Verità, così si freme dinanzi a "Unus" o "Romolo" se così ti piace. A me piace "Unus" perchè intero-Universale e l'Opera è Universale. Bacio, commosso, la mano del divino Artefice." (Introd. di H. CAELICVS, p.18 )

    Al Genio di Ignis.
    Al Genio di Roma.

    Romo.
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    Platone, "libro delle leggi"

  5. #5
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    Predefinito Rif: Tradizione iniziatica romana




    Massimo Vigna
    Gentes Romanæ
    Settimo Sigillo 2008, pagg. 176, € 15,00

    Il ruolo delle gentes nell’ambito della civitas romana è stato spesso sottovalutato, o addirittura ignorato; tuttavia alcuni indizi, per chi voglia vedere nelle “pieghe” dei resoconti degli storici romani, lasciano trasparire il ruolo essenziale rivestito dall’ordinamento gentilizio, disegnando uno scenario nel quale le gentes emergono prepotentemente in primo piano. L’influenza delle gentes permeava di sé ogni aspetto della vita romana, in ambito giuridico, politico, sociale e cultuale. I diversi “fatti storici” riportati dagli annalisti, al di là degli episodi stessi, testimoniano di una autonomia politica delle gentes nei confronti dello Stato unitario talmente estesa da non trovare corrispondenza presso alcuna altra popolazione antica. Si configura così un’organizzazione statale nella quale le vere depositarie della tradizione e della civiltà romane appaiono essere le gentes, dall’aggregazione delle quali, ciascuna con le proprie caratteristiche e particolarità, nasce alla fine lo Stato romano.
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

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    IMPERIUM "Origine e funzione del potere regale nella Roma arcaica"

    TI mondo religioso di Roma antica non manca di affasci*nare ancora oggi il pubblico di tutto il mondo, diventando anche occasione di promozione culturale e turistica del territorio. Anche gli studi sul mondo religioso romano che escono costantemente in tutto il mondo continuano a confermare questo interesse. Dopo vent'anni di studi dedicati a vari aspetti della tradizione romana, in quest'opera l'Autore illumina per il largo pubblico in modo nuovo il nucleo più essenziale della reli*giosità di Roma, fin dalle proprie origini: il concetto sacro dell'Autorità e del Potere, unione di religiosità e senso dello Stato. Una nuova occasione per riscoprire le radici della nostra cultura e della nostra storia.


    Introduzione

    Capitolo 1
    Rex e Imperium: il concetto di "regalità" e di "potere" nella tradizione romana arcaica

    1. Il rex e l'imperium nella Roma delle origini - 1.1. Il rex, definizione - 2. L'auctoritas e l'imperium - 2.1. L'auctoritas - 2.2 L'augure - 2.3. L'imperium - 3. L'investitura regale: l'augurium - 3.1. Il dictator - 3.2. I consoli - 3.3. Il rituale d'investitura del rex - 4. Le funzioni del rex - 4.1. Il re ed il sacro - 4.2. Il re e la legge - 4.3. Il re e la guerra - 5. Conclusioni

    Capitolo 2
    I simboli romani del potere regale

    1. Lo scettro - 2. L'aquila, il re e la vittoria - 2.1. L'aquila e la guerra - 2.2. L'aquila e il conferimento del potere regale - 3. Il fascio - 4. La sella curulis e le toghe - 5. Il lituo - 5.1. Il lituo di Romolo, o lituus quirinalis - 6. Il fico ruminale - 7. Il significato della lista dei sette re di Roma

    Capitolo 3
    Il rituale di fondazione dell'Urbe

    1. La tradizione etrusca - 1.a. L'augure Atto Navio e l'etrusco Tarquinio - 2. Le fasi della fondazione - 2.1 L'inauguratio - 2.1.1. L'auguraculum - 2.1.2. Il concetto di "templum" e la divisione augurale dello spazio - 2.1.3. Gli auspicia romulei - 2.2. L'orientatio - 2.2.1. Il mundus - 2.2.2. Il tracciato del cardo e del decumanus - 2.3. La limitatio: il tracciato del sulcus primigenium - 3. L'oroscopo della nascita di Romolo e della fondazione di Roma secondo Lucius Tarruntius Firmanus

    Capitolo 4
    I nomi e il genio tutelare di Roma

    I. Il nome arcano di Roma - I.1. Le fonti che documentano l'esistenza del nome arcano di Roma - I.2. Le interpretazioni dei dati offerti dalle fonti - I.2.1. Angerona, il silenzio e il solstizio invernale - I.2.2. Il Genius Populi Romani - I.2.3. I riti di euocatio ed exauguratio - I.2.4. Roma-Amor - II. Sull'etimo del nome "Roma" - II.1. Roma-Rumon: Roma come "Città del Fiume" - II.2. Roma-ruma - II.3. Roma-Rome - II.4. Roma-Rome-Valentia - Grafico: successione delle fondazioni delle città precedenti Roma

    Capitolo 5
    Gli oggetti fatali del potere: i pignora imperii di Roma

    1. Imperium e pignora - 2. Le fonti sui pignora imperii - 3 I sette pignora nel commento di Servio all'Eneide - 3.1. Il Palladio - 3.2. Lo scettro di Priamo - 3.3. Il velo di Iliona - 3.4. Le ceneri di Oreste - 3.5. Gli ancilia - 3.5.1. Gli ancili e i Salii 3.6. La quadriga fittile di Veio - 3.6.1. Il prodigium del caput humanum - 3.6.2. Il duplice prodigium della quadriga fittile - 3.7. La pietra sacra (acus) di Cibele, Grande Madre dell'Ida - 4. I pignora imperii e la loro tutela sulle tre funzioni sociali - 4.1. I pignoara della prima funzione - 4.2. I i pignora della seconda fuzione - 4.3. I pignora della terza funzione

    Capitolo 6
    Significato etico e metastorico del mito di fondazione di Roma

    1. Le versioni del ito nelle fonti romane e greche - a. Versione di Quinto Fabio Pittore - b. Versione di Tito Livio - c. Versione di Marco Tullio Cicerone - d. Versione di Publio Ovidio Nasone - e. Virgilio - f.1. Versione di Plutarco - f.2. Seconda versione di Plutarco - g. Versione di Dionigi di Alicarnasso - 2. Le nascita dei gemelli fondatori - 2.a. Vesta e Marte - 2.b. Siluia e la "selva" - 3. La navigazione del fiume sacro (Rumon / Albula). Il ficus ruminalis, la lupa e il simbolo del nutrimento divino - 3.1. Il ficus ruminalis - 3.2. Il simbolismo del lupo - 3.3. Il picus martius - 4. Funzione e simbolismo degli auspicia di fondazione - 5. Il significato etico della gemellarità e del sacrificio di Remo

    Capitolo 7
    Gli antenati divini dei re di Roma. Il rex e il potere spirituale

    A. I re divini delle origini: Giano e Saturno - A.I. Il regno di Saturno, Saturnia e il secolo aureo - I.1. Gli Aborigeni - I.1.1. La lotta di Ercole e Caco - I.2. Saturno: il capostipite divino dei re del Lazio - 1.3. Il mito di Sturno nella coscienza religiosa romana - I.3.1. Saturno e l'età dell'oro latina - I.3.2. Saturno, i Saturnalia e l'età dell'oro come stato dell'essere - II. Saturno e Giano: il seme e il germoglio - II.1. Giano, re divino delle origini - 1.1. Giano e il suolo di Roma - 1.2. Giano e le porte - 1.3. Giano, il ciclo dell'anno e Giunone - 1.4. Giano e Saturno - 1.5. Giano e Vesta - 1.6. Giano bifonte e il tempio dalla duplice porta - 1.7. Giano e la veggenza del re - B. I re divini delle origini e il carisma della veggenza - 1. Picus, figlio di Saturno - 1.a. Il canto magico e oracolare: Canens, Carmenta, le Camene - 2. Faunus / Fatuus e Fauna / Fatua - 2.1. Fauna / Fatua - 2.2. Faunus e la fecondità delle donne di Roma - 3. Latino - 4. I re d'Alba - 4.1. Discendenza regale patrilineare ed elezione augurale - C. Il primo re di ascendenza umana: Numa - 1. Il carattere e i carismi - 1.1. Le opere di Numa. La pace del suo regno - 2. La folgore, l'arte augurale e il rito - 3. Numa e la folgore - 4. Tullo Ostilio, un re poco esperto del sacro - Grafico: genealogie mitiche della regalità preromulea

    Capitolo 8
    Le qualità etiche del ciuis romanus: l'erdità di Roma

    1. Religio e pietas - 2. La iustutia, lo ius e il fas, il diritto e la norma - 3. La fides e la fidelitas - 4. La uirtus - 5. La magnanimitas, la firmitas e la clementia - 6. Gli exempla: Orazio Coclite; Muzio Scevola; Marco Curzio; Tito Manlio Torquato; Arria Maggiore







    ed. il cerchio

    . MARIO POLIA, archeologo, antropologo e storico delle religioni, alterna una ricca attività di saggista e conferenziere in Italia con quella di ricercatore nell'area andina peruviana
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

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    Marco Baistrocchi
    Riti e tradizioni di Roma antica
    (saggi per "Arthos" 1981-1986)
    a cura di Renato Del Ponte, Libri del Graal 2006, € 10,00

    In questa raccolta di saggi di Marco Baistrocchi, tutti originariamente scritti per la rivista “Arthos” e oggi riproposti a cura di Renato del Ponte per i libri del Graal, Roma e la sua civiltà appaiono in una luce ignota a chi è abituato a conoscere solo l’Urbe “monumentale” e dei “classici”. La Roma di Baistrocchi, autore in cui l’orientamento spirituale proprio agli studi tradizionali si congiunse alla scrupolosità della più aggiornata ricerca antichistica, è quella degli arcana Urbis, dei misteri che stanno a fondamento delle più remote origini della città Caput Mundi e della sua duratura potenza. Dalla mitica “primavera sacra” che conduce Dardano da Cortona a Troia a quella che fa ritrovare ad Enea la virgiliana “antica madre”, dalla sacertà del Palatino quale axis mundi ai reconditi significati dei rituali di fondazione dell’Urbe sullo stesso colle, dai misteriosissimi pignora imperii garanzia magica della potenza romana allo stesso “nome arcano” di Roma gelosamente custodito per secoli, questo libro segna un tracciato indispensabile per avvicinarsi al mondo di quei Romani antichi che, di contro a certe discutibili interpretazioni moderne, concepirono se stessi innanzitutto come religiosissimi mortales.


    Indice

    Presentazione
    Nota bibliografica
    I. Considerazioni preliminari su Virgilio ed il grande ritorno di Enea
    II. Riflessi primordiali alle origini di Roma: il Palatino
    III. Sulcus primigenius
    IV. Mundus, il centro del cerchio
    V. Le sette cose fatali di Roma
    VI. Il nome arcano di Roma



    Marco Baistrocchi (Tokio 1941-Roma 1997), discendente da un’illustre famiglia di militari e diplomatici, ed egli stesso avviato fin da giovane alla carriera diplomatica, è stato uno dei principali esponenti degli studi tradizionali italiani e, in particolare, di quelli d’ambito romanologico. Collaboratore, col proprio nome o con pseudonimo, di importanti riviste come “Conoscenza Religiosa”, “Arthos”, “Yghieia” e “Ignis”, poi cofondatore di “Politica Romana”, di Baistrocchi sono altresì noti gli opuscoli Les portes du ciel: “devayâna” et “pitriyâna” e Aspects de géographie sacrée: l’orientation solstitiale et equinotiale dans l’Ancienne Egypte (entrambi per Arché, Milano 1979 e 1982) e, soprattutto, il fondamentale volume Arcana Urbis. Considerazioni su alcuni rituali arcaici di Roma (Ecig, Genova 1987).
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    G. Casalino
    Il Nome Segreto di Roma
    Edizioni Mediterranee


    'La via eroica al sacro dell’Occidente' e 'Il Nome Segreto di Roma', pubblicati da Il Basilisco di Genova e ormai da tempo esauriti e introvabili, qui sono stati rifusi, coordinati e aggiornati da Giandomenico Casalino.

    La lettura dell' opera "Il nome segreto di Roma. Metafisica della romanità" di Giandomenico Casalino ci la ha lasciato profondamente colpiti e con un senso di rinnovata fiducia per quanto attiene alle possibilità di rivivificare la nostra civiltà. Già fin dalla dedica di quest'opera a Julius Evola ci rendiamo conto dell' approccio particolare che l'autore adotta per dar conto della genesi e dello sviluppo di quella città che fu Sacro Omphalos del Mediterraneo e dell' Europa. Seguendo gli insegnamenti evoliani sull'alchimia, mirabilmente esposti ne "La Tradizione Ermetica", Casalino ci mostra l' autentica dimensione simbolica della storia e l' innervarsi di significati superiori e archetipi divini nel divenire terrestre. Divenire che, proprio in virtù di questo rapporto col sacro, viene trasfigurato e ancorato all' immutabilità dell' Essere. Storia che non è già più mera storia umana ma diviene Mito, legando le sue sorti e i suoi fini ultimi al mondo superno e alla volontà del Cielo. Questo prezioso studio è uno di quei rari casi in cui ci è dato di contemplare senza veli il sostrato metafisico che regge le vicende umane. Tutto è simbolo ci ricorda a piè sospinto Casalino e quindi la stessa realtà può essere assunta simbolicamente e sacralmente. Alle origini, risalendo il corso della romanità fino alla sua sorgente noi ritroviamo che, alla fondazione dell' Urbe, vi è un Rito ossia l' atto sacro per eccellenza. Non staremo qui a citare la notevole varietà di testimonianze e dati, tutti peraltro autorevoli, che l' autore apporta per illustrare questo "doppio" dipanarsi della Tradizione di Roma. Non lo faremo sia perché sarebbe ripetere, con minor chiarezza e fascino, quanto già contenuto nel libro che vi stiamo invitando a leggere e sia perché l'intento di questo nostro intervento è unicamente volto a segnalare l'importanza del messaggio che Casalino ci vuole donare. Facendosi egli autentico discepolo di Evola, supera, in alcune luminose intuizioni persino il maestro.

    "Tradizione Ermetica" dicevamo, "Tradizione Occidentale" e "Via Eroica al Sacro" che sono una sola ed inscindibile cosa e la cui comprensione profonda sembra esser mancata, nel secolo scorso, anche a quegli spiriti profondi che in cerca della realizzazione spirituale non hanno tuttavia saputo far altro che rivolgersi all' Oriente (secondo il noto detto Ex Oriente Lux, che giustamente Casalino respinge e rettifica). Noi abbiamo qui il nostro principio e qui e solo qui potremo trovare il nostro compimento: in ROMA! Naturalmente l' autore non ignora le antiche tradizioni dell' Oriente ed il valore ed il significato che possono assumere per l' uomo differenziato nel Kali yuga, ma quando egli vi si riferisce è proprio per meglio illustrare il nostro stesso bagaglio tradizionale, per meglio lumeggiarlo, mostrandoci una volta ancora la profonda affinità di dottrine che, distanti nello spazio e nel tempo, non lo sono sul piano immutabile del significato metafisico. Tuttavia se delle differenze permangono, soprattutto quando ci poniamo sul piano delle "tecniche" e dell'atteggiamento generale nei confronti dell' esistenza esse sono appunto relative alla particolare weltaunschauung della nostra stirpe. Ecco così una volta di più confermato quanto già affermato a suo tempo da Evola, la via dell'Occidente è la via dell' Azione, è una via "guerriera", "marziale": proprio il nume Marte ha una parte rilevantissima alle origini della potenza romana. Un elemento "Marte", ci ricorda Casalino, che certo va rettificato e sublimato ma senza il quale non sarebbe possibile raggiungere quella realizzazione eroica, quella ricostruzione dell' "Oro" che è il coronamento supremo della Grande Opera. Tali sono le implicazioni di questa Metafisica della romanità che ci sembrano suggerire non solo la necessità di ricostruire quei ponti per trasfigurare la natura dell' uomo ed avvicinarlo agli dei (ascesi) ma che gli stessi dei vogliano e propizino l' incarnazione dei loro principi trascendenti in questo mondo (discesa del divino) per compiere un intero ciclo cosmico e così suggellare la realizzazione perfetta tramite l' Uomo.

    L' importanza del messaggio dunque è questa: il ruolo centrale che viene assegnato a Roma e all' Italia, la Saturnia Tellus, nei confronti della Tradizione Primordiale. Ruolo che è quello, detto senza mezzi termini, di una filiazione diretta. L' insegnamento sapienziale di vari autori ci ha abituati da tempo a rileggere il mito e la leggenda secondo prospettive più feconde e universali ma quel che a un certo punto le considerazioni svolte da Casalino nel suo libro ci han portato a comprendere, è stato veramente sbalorditivo. Nella seconda parte dell'opera, in particolare, dedicata specificatamente al chiarimento dei tre nomi dell' Urbe: quello pubblico, quello sacrale e quello segreto, l'esposizione si infittisce in un continuo di rimandi e corrispondenze di miti e simboli. Dopo aver citato l' "Inno a Roma" di Giovanni Pascoli, Casalino si sofferma sul significato del nome dell' astro che guidò i Troiani fino alle sponde del Lazio. Questo astro è Venere. La stessa Italia era conosciuta come Hesperia da Hesperus. Espero non è nient'altro che Venere. Ma Venere è un astro misterioso, dalla doppia natura, quasi una divinità androgina. Se come stella della sera che compare per prima in cielo al tramonto è appunto conosciuta col nome di Espero, come stella del mattino invece il suo nome è Lucifero. Ora qui sarà bene indicare come Lucifero in realtà è il padre della Tradizione Primordiale stessa, Tradizione che nel suo nucleo più esoterico corrisponde agli insegnamenti dell' ermetismo alchemico codificati in tutte le religioni dell' umanità. Lucifero secondo il vero insegnamento sapienziale è il Serpente della conoscenza, progenitore di tutte le razze eroiche, l' archetipo stesso dell' Uomo Divino prima della caduta e della crocefissione nella materia. Interpretazioni di epoca cristiana viziate già da una concezione deformata della natura e da fisime moraleggienti passarono poi a identificare Lucifero col diavolo, il nemico e l' avversario di Dio. Da "Portatore della Luce" si trasformò nella raffigurazione del male e dell' oscurità. Tutto questo non è casuale. Per dimostrare una volta di più lo stretto legame che unisce gli eventi visibili con l' epopea interiore dell' uomo, diremo che il crollo dell' Impero Romano e la fine dell' epoca classica, di quel Cosmos retto da equilibri sacri tramite il rinnovamento operato dal Rito non poteva non accompagnarsi con la messa in libertà di forze profonde che, non più regolate secondo l'azione sacrale e vissute consapevolmente all' interno della civiltà passarono a esser latenti, si trasformarono in forze sotterranee. D' altro canto la loro natura mutò simultaneamente alla perdita della capacità dell'uomo a rispecchiarle dentro di sé e a farsene interprete. Ecco così dunque che ciò che più non si comprendeva veniva relegato agli Inferi. Infranta la visione unitaria del cosmo, nella coscienza dell' uomo, divenuto già "individuo", sorse prepotentemente la "Dualità".

    Questa digressione in realtà ci è utile per illustrare quei concetti di "ribaltamento" e "inversione" e che nel mondo moderno assumono tutte le caratteristiche di una "parodia", con i quali i lettori di René Guénon dovrebbero aver già una certa familiarità. La valorizzazione del mondo romano e dei suoi culti "olimpici" non può non condurre ad una critica del cristianesimo e ad un giudizio negativo sull' influenza che questo ebbe nella disgregazione dell' Impero. E' vero che in un certo senso, il cristianesimo, più che esser causa di questa disgregazione assunse invece la funzione di "argine" e successivamente di "coagulante" di ciò che ancora sopravviveva al crollo e poteva esser salvato, cionondimeno è indubbio che nei valori propugnati da esso si possa rintracciare una visione totalmente antitetica alla tradizione precedente. Non avrà dunque tutti i torti chi parlerà al riguardo di "usurpazione" e "vampirismo" giacchè non fu certo casuale che il centro radiante della nuova religione venisse stabilito ancora una volta in Roma, testimoniando così dell' importanza di questo omphalos per tutta l' area occidentale.

    Tornando a noi, crediamo che ora appaia più chiara la portate delle Idee di cui Casalino si fa alfiere e scriviamo Idee con lettera maiuscola per indicare che qui non si tratta di pensieri profani e personalistici ma di archetipi celesti. Il testo di Casalino è un lavoro imprescindibile per coloro che siano sulla via della riscoperta delle radici metafisiche delle nostre genti. Riappropriarsi oggi, in seno a questa società sfaldata dell'identità spirituale che fu dei nostri padri, significa innanzitutto operare concretamente su due piani: quello microcosmico e quello macrocosmico. E' importante sottolineare questo aspetto della Tradizione romana che la pone direttamente alla testa di tutte le manifestazioni storicamente attestate dello spirito indoeuropeo. La trasmutazione interiore dei metalli è sincronica alle fasi celesti e al sorgere di un vero Ordine politico e civile in terra. Senza l' una non avremmo l' altro. Senza la rigenerazione animica non vi è Vittoria sulle potenze di questo mondo. Nella grande vicenda eroica di Roma noi finalmente possiamo vedere sub specie interioritatis il processo rigenerativo e palingenetico dell' Arte Regale, il "Mysterium Magnum" degli antichi. L' unico vero mandato divino per questa Età del Ferro.
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