Chissà, magari è solo una boutade..se però fosse vero sarebbe l'ennesima dimostrazione che nella scelta degli intellettuali fatta da via bellerio c'è quantomeno qualcosa che non va![]()
Fonte il Corriere di Como di oggi.
L'assessore regionale alla Cultura, Ettore Adalberto Albertoni, è pronto a lasciare la Lega per passare armi e bagagli nel listone del governatore.
La notizia, davvero clamorosa, gira nel 'palazzo' da tempo. Albertoni, dicono i bene informati, sarebbe addirittura uno degli ispiratori della svolta formigoniana, ovvero la cooptazione dei riformisti prima in giunta - con la delega ai Lavori pubblici consegnata all'ex sindaco Pci di Milano, Giampiero Borghini - e poi nell'avventura elettorale.
Non bisogna dimenticare che Albertoni, prima di salire sul Carroccio, era stato a lungo militante e dirigente del Psi ambrosiano, partito nel quale aveva ricoperto incarichi di rilievo (compresa la segreteria provinciale). Non solo. All'inizio degli Anni '70, era stato uno dei più stretti collaboratori di Pietro Bassetti, fino a ricoprire l'incarico di vicepresidente del Crpe, il famoso Comitato Regionale di Programmazione Economica in cui fu scritto il programma della prima giunta del Pirellone guidata appunto dallo stesso Bassetti.
Un passato da riformista doc, quello di Albertoni, che non ha trovato difficoltà ad accreditarsi nella cerchia ristretta degli sponsor della lista del governatore.
C'è però un altro dato che depone a favore dell'ipotesi dell'addio alla Lega dell'assessore regionale ed ex consigliere di amministrazione della Rai: proprio i dirigenti del partito di Bossi avrebbero fatto capire chiaramente allo stesso Albertoni la volontà di mollare, nella prossima legislatura, le deleghe alla Cultura e al Turismo (quest'ultima in mano a Massimo Zanello) per chiedere quelle, molto più significative e pesanti, della Sanità e della Sicurezza. Indispensabili per riempire di significato la battaglia tutta politica della devolution.
Altro segnale chiaro è stato l'invito giunto ad Albertoni di candidarsi non più nel collegio comasco ma in quello milanese o, in alternativa, in quello bresciano. Come dire: affondare nell'oceano della competizione elettorale, dove i voti si devono conquistare uno per uno e i conti si debbono fare con una pattuglia di candidati molto numerosa. Tutto diverso dalla tranquilla passeggiata sulle rive del Lago di Como. Capita l'antifona, Albertoni è tornato a lisciare il pelo del riformismo. E si è lanciato corpo e anima sul progetto di Formigoni.
Inutili, ieri, i tentativi di strappare una dichiarazione. L'argomento è suonato stonato. Un gong terrificante nel mezzo di una seduta di meditazione zen. Al telefono, la segretaria di Albertoni, Manuela Maffioli, ha liquidato con fastidio la questione. «Siamo impegnatissimi per tutto il giorno. Non c'è la possibilità di intervenire su questo argomento», ha detto. E alla domanda, banale, se fosse il caso di smentire la vicenda, il telefono è diventato improvvisamente muto, non senza un cortese, formale ma gelidissimo arrivederci.
Con la macchina elettorale in piena corsa, il salto di Albertoni rischia di provocare più di uno scossone. Ma nel Carroccio, a Milano più che a Como, qualcuno se lo aspettava. Dalla sede di via Bellerio, dietro la consegna di un rigoroso anonimato, fanno sapere che i segnali andavano da tempo tutti in questa direzione. Albertoni aveva fatto sapere da mesi di voler proseguire con la direzione dell'assessorato alla Cultura, da cui non si era dimesso nemmeno durante il mandato di consigliere Rai. Per questo motivo, aveva anche rifiutato la candidatura nel collegio milanese lasciato libero da Bossi (e andato poi all'Ulivo con Roberto Zaccaria) e, prima ancora, aveva detto no alla corsa per Strasburgo. Segnali, coincidenze. Che messi insieme fanno probabilmente più di una prova.




