Eros Barone
UN UOMO DEL ‘900: ROGER GARAUDY
Il profilo filosofico di Roger Garaudy (nato a Marsiglia il 17 luglio 1913) è il profilo di un uomo del '900: di un testimone, di un interprete e di un protagonista della vita politica. e intellettuale di questo secolo.
La situazione in cui il giovane Garaudy, presidente della Unione universitaria degli studenti ugonotti, aderisce al partito comunista francese ha le sue premesse nel notevole sviluppo che il movimento operaio francese ha avuto fra le due guerre e nell'adesione al marxismo da parte di numerosi intellettuali (da Anatole France a Louis Aragon,, da Georges Politzer a Paul Nizan) le cui esigenze ideali non vengono soddisfatte da una cultura borghese astrattamente spiritualista ed esistenzialista.
Garaudy vive intensamente l'esperienza del fronte popolare, della guerra (alla quale partecipa nel 1939-'40 ottenendo la croce di guerra) e della. lotta di liberazione contro il nazifascismo (arrestato dal governo di Vichy nel 1940, viene tenuto in prigione e in campo di concentramento per 30 mesi). Dopo la liberazione diventa deputato del PCF e membro del comitato centrale, militando attivamente nel partito e fornendo contributi importanti sul piano teorico, fra i quali merita di essere ricordata la Théorie matérialiste de la connaissance (1953).
Il trauma causato dal XX congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (1956) non conduce Garaudy allo scetticismo, ma segna un nuovo inizio (per questo pensatore vale infatti il principio sofico: <<la via è la meta>>).
Egli, nei suoi lavori successivi, mirerà<<a ritrovare, in una nuova tappa della storia, l'ispirazione fondamentale del marxismo>>, poiché è convinto <<che il marxismo porti nei suoi stessi princìpi delle possibilità infinite di sviluppo e di rinnovamento che gli permettono, in ogni momento della storia, una presa di coscienza delle nuove condizioni del pensiero e dell'azione>>. E' questo il periodo, assai fecondo, in cui maturano ricerche e studi che hanno un posto significativo nella storia del marxismo novecentesco: si pensi a Dieu est mort: étude sur Hegel (1962), nonché a Karl Marx (1965) e Lénine (1968). Ed è anche il periodo in cui Garaudy si avvicina sempre di più - attraverso la scoperta di Gramsci, tappa fondamentale nella storia del marxismo del XX secolo - al PCI e all'impostazione che Togliatti dà, con il famoso discorso di Bergamo "Sul destino dell'uomo" (1963), al dialogo tra comunisti e cattolici. Dialogo che, incentrandosi anche su un ampio confronto fra le due concezioni, quella marxista e quella cattolica, dell'uomo, trova in Garaudy un protagonista di primo piano, assieme a teologi come Rahner e Metz, assieme a uomini della Chiesa come padre Balducci e padre Turoldo, i quali da tempo hanno imboccato la via dell'apertura ai non credenti e del rinnovamento ecclesiale, via che sarà poi formalmente dischiusa e autorevolmente confermata dal Concilio Vaticano II. De l'anathème au dialogue (1965) è un documento esemplare di questa indimenticabile stagione.
Ma qual è l'interpretazione del marxismo che orienta l'attività politica e intellettuale di Garaudy ?
Il Nostro elabora il pensiero marxista all'interno di una contrapposizione fra due interpretazioni - quella umanistica e quella strutturalistica - che ha costituito il tema di fondo della problematica teorica del marxismo francese contemporaneo. Egli ritiene che il nucleo essenziale del marxismo consista in un nuovo materialismo, cioè nel concetto di autoproduzione dell'uomo (<<l'uomo è in quanto agisce>> o, per esprimere lo stesso concetto con una formula scolastica, esse sequitur operari), secondo una ispirazione fortemente fichtiana che avvicina Garaudy al pensiero di un rappresentante del neo-idealismo del primo Novecento, quale Gentile, autore di un libro-chiave del dibattito teorico sul marxismo che caratterizzò la fine del secolo scorso, cioè della Filosofia di Marx (1899), ove l'interpretazione in chiave attivistica - e quindi fichtiana - del marxismo assume una forma paradigmatica.
In questa prospettiva <<il marxismo è - per Garaudy - essenzialmente una metodologia dell'iniziativa storica>>, idonea, in quanto scienza che concerne i mezzi, a soddisfare tanto l'istanza esistenzialistica della soggettività quanto l'istanza religiosa della trascendenza. A questo proposito, Garaudy sostiene che è necessario recuperare un concetto non alienato di trascendenza, criticando quella forma alienata di trascendenza che nasce o dalla svalutazione dei problemi della vita terrena a favore di quelli ultraterreni o da una concezione, parimenti alienata, che configura il rapporto tra Dio e uomo come rapporto tra padrone e servo. Sono queste concezioni della religione - e l'appoggio dato dalle religioni storiche alle forze reazionarie - che spiegano il giudizio di Marx sulla religione come "oppio del popolo". Ma lo stesso Marx - nota Garaudy - , oltre a rappresentare la religione come <<riflesso di una miseria reale>>, parla della religione come <<protesta contro tale miseria>>, cogliendo dialetticamente sia la funzione giustificatrice sia la potenzialità critica della religione verso lo stato di cose esistente. Da queste considerazioni Garaudy trae la conclusione che vi è anche un concetto non alienato di trascendenza, che è poi quello che spinge l'uomo di fede verso un trascendimento assoluto delle forme presenti di estraniazione.
Dunque, dopo l'espulsione dal PCF (1970) ha inizio, grazie alle inesauribili risorse di curiosità intellettuale e di tensione utopica cui Garaudy può attingere, una nuova stagione segnata da una produzione non meno ricca che brillante. Gli stessi titoli delle opere pubblicate fra gli anni ‘70 e '80 costituiscono altrettante frecce segnaletiche con cui il Nostro indica in quale direzione si muova la sua ricerca: Reconquete de l'espoir (1971), L'alternative (1972), Danser sa vie (1973), Le projet espérance (1976), Parole d'homme (1978), Il est encore temps de vivre (1900), Biographie du XX siècle: le testament philosophique de Roger Garaudy (1985).
La conversione di Garaudy all'islàm, che apre gli anni '80, non giunge pertanto inaspettata se si è compresa la profonda continuità che caratterizza il suo pensiero, pur nel variare delle forme in cui esso si atteggia e delle soluzioni volta per volta adottate. D'altronde, anche se l'interesse che spinse Garaudy ad approfondire lo studio di questa terza radice della civiltà europea che è la cultura arabo-islamica (laddove le altre due radici sono da ricondurre alla cultura greco-romana e a quella ebraico-cristiana) fu un interesse di ordine storico, non risale proprio al 1946 la Contribution historique de la civilisation arabo-islamique con cui il Nostro inaugurò quel filone così suggestivo delle sue ricerche intellettuali e delle sue iniziative pratiche dedicato al dialogo fra le civiltà ?
Ed è sempre questa la prospettiva, oggi non meno necessaria che feconda, in cui si collocano i contributi offerti dal pensatore che continua ad indagare il divenire del mondo e dall'uomo di fede che ritiene di aver trovato nell'islàm la risposta al problema del senso della vita: da Promesses de l'islam (1981) a Pour un islam du XX siècle (1985), da Palestine, terre des messages divins (1986) a Où allons-nous? (1990).
In conclusione, gli studi e le ricerche di Garaudy mettono in luce l’intreccio di tre fondamentali dimensioni nella sua personalità di studioso e di militante: l’umanesimo, l’universalismo e l’ottimismo.
Tuttavia, né l'umanesimo né l'universalismo potrebbero sostenersi senza il supporto, per così dire teleologico, dell'ottimismo. Sì tratta di una specie di ottimismo che si pone in aperto contrasto sia con il cupo pessimismo antropologico sia con il disperato pessimismo apocalittico sia con il vacuo ottimismo tecnologico. Ma si tratta anche di quella specie di ottimismo che, traendo la sua forza dall’intelligenza e dalla volontà, fa di Roger Garaudy uno Zeitgenosse e una guida verso il futuro.




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