ARAFAT

L'unico rivoluzionario buono è quello morto, è appena uscito un libro su Che Guevara che afferma che la strada di un rivoluzionario rimane tracciata ed impressa anche e soprattutto dopo la sua morte.
"La nostra strada è la rivoluzione, la pace sara fatta in una prossima generazione", diceva il corrotto nazistello egiziano in un incontro con Cheausescu nel 1978.
Per completezza riportiamo le tragedie fatte vivere ai palestinesi:
-Tall zaatar
-Settembre nero
-Sabra e Shatila
- la guerra dei campi

E speriamo che la la strada tracciata da costui non continui.




Arafat l'irriducibile, una mimetica senza pace


Di Edoardo Castagna


A un certo punto della loro carriera, i rivoluzionari depongono il fucile e indossano la grisaglia dello statista. George Washington, Eamon de Valera, tanti patrioti italiani. Perfino Lenin e Fidel Castro.
Arafat, no. Fino alla fine ha portato la sua disadorna divisa e non ha dimostrato nessuna delle virtù - la mediazione, il compromesso, il realismo - che avrebbero dato uno Stato ai palestinesi. Un caso anomalo, che Barry e Judith Rubin indagano nel loro Arafat. L'uomo che non volle la pace in uscita per Mondadori (pp. 434, euro 19). Una biografia solidamente argomentata - nonostante qualche psicologismo di troppo - attraverso fonti dirette: i media arabi, i discorsi di Arafat e le testimonianze dei suoi collaboratori e di chi se lo trovò davanti ai tavoli dei negoziati.
Nella sua lunga carriera Arafat ha conosciuto di gran lunga più sconfitte che vittorie. Morendo ha lasciato il suo popolo ancora senza uno Stato, impoverito e chiuso nel vicolo cieco della violenza. Ma non combatteva per ottenere una Palestina accanto a Israele: voleva annientare il nemico. Nel 1968 aveva dichiarato che gli attentati dovevano «distruggere il turismo, evitare che gli immigrati si radicassero nella nuova terra, indebolire l'economia israeliana obbligandola a investire gran parte delle sue risorse nel settore sicurezza». Israele non cedette, eppure Arafat rifiutava ogni cessione parziale («L'idea di uno Stato palestinese comprendente Gaza e la Cisgiordania - disse nel 1970 - è la proposta più pericolosa che si possa avanzare»); e quando vi si piegò, lo fece solo per uscire da un'impasse politica.
Cacciato dal Libano ed esiliato a Tunisi, con la svolta che avrebbe portato agli accordi di Oslo si riaccreditò presso l'opinione pubblica internazionale e palestinese, ma non rinunciò alla distruzione dell'«entità sionista»: Gaza e Cisgiordania erano il primo passo, e infatti negli anni '90 le considerò più come basi di operazioni militari che come uno Stato: non organizzò servizi pubblici, non si preoccupò delle condizioni di vita dei palestinesi rinfocolandone l'odio, favorì la corruzione per tenere legati a sé i dignitari. E non pose fine alla violenza. La condannava - in inglese - ma non faceva nulla per arginarla, mentre i suoi media esaltavano - in arabo - i terroristi suicidi.
La sua capacità di sopravvivenza politica è stata stupefacente, garantita dall'assenza di valide alternative alla sua leadership e da un'abile gestione dell'immagine. Paladino degli oppressi, eroe e vittima, più profeta che politico, esaltava la missione eterna, fino alla vittoria o alla morte. La violenza era parte necessaria di questa immagine, e del resto grazie al terrorismo, notano i Rubin, «aveva mobilitato l'appoggio palestinese e arabo all'Olp; aveva conferito una priorità internazionale alla causa palestinese, aveva dissuaso gli altri palestinesi e gli Stati arabi dal negoziare la pace con Israele; infine, aveva indotto diversi leader occidentali a non contrariarlo».
L'aura del rivoluzionario ebbe sempre il sopravvento sul nazionalista consapevole, ma questo diede un doppio significato al versetto del Corano che amava ripetere per ribadire la sua fermezza: «La montagna non può essere scossa dal vento». Non si piega. Ma non arriva nemmeno da nessuna parte.