IL BUON GIORNO SI VEDE DAL MATTINO
fondamentale contro ogni scusante terronica antipiemontese e anche antipadana in genere.
Ci sono ricorrenze che I'italia cerca di tenere ben nascoste. Il 20 e il 21 Settembre sono passati 135 anni dal massacro perpetuato dall’esercito italiano ai danni dei cittadini torinesi. Due giorni maledetti durante i quali questurini, carabinieri e soldati hanno preso a sciabolato e fucilato, la folla inerme che protestava civilmente contro lo spostamento della capitalo da Torino. In piazza Sari Carlo o dintorni ci sono stati ufficialmente 52 morti e 134 feriti gravi ma i numeri sonoquelli dei rapporti pubblicati o addomesticati del regime. Alla notizia della definitiva decisione di spostare la capitalo del regno a Firenze ,i torinesi erano scesi 111 piazza a protestare: non si trattava solo dli una spontanea reazione a un danno di immagine o di perdita economica ma della legittima conseguenza di un inganno perpetuato ai danni del popolo torinese e piemontese. Da alme¬no due decenni questo era stato costretto a ogni sorta di sacrificio economio (per tenere in piedi una spropositata macchina bellica che si succhiava il 61,6% del bilancio del vecchio Regno di Sardegna, poi "ridotto" al 40°<, dopo l'unità, gli erano stati chiesti tributi di sangue enormi: per ubbidienza, senso del dovere o disciplina, Piernontesi (con Savoiani, liguril, sardi e Occitani)erano stati mandati a faresi ammazzare in due guerre di aggressione (poi battezzalo dalla retorica tricolore "Guerre di indipedenza) all'Austria, ma anche a stati che non avevano mai manifestato ostilità o inimicizia nei confronti dei Savoia (Parma ,Modena, la Toscana' la Chiesa e Napoli). Dieci anni prima di quei giorni migliaia di giovani Soldati mano stati spedirti in una terra lontana, la Crimea, per combattere una guerra che non li riguardava in nessun mod onella quale avevano lasciato 1.300 morti (secondo alcuni, in realtà circa l0.000). Tutti quei sacrifici erano stati contrabbandati come atti di nobiltà finaliz¬zati alla liberazione di fratelli oppressi (che peraltro non avevano chiesto di essere liberati fatta eccezione per una sparuta minoranza di esagitati, rifugiati in Piemonte a sobillare e a gavazzare a spese dei Piemontesi ciula) e per costruire un grande nuovo stato dell'Italia Superiore - come si diceva allora - comprendente la Padania e solo quella. Nessuno aveva loro detto che si doveva anche andare a prendere Napoli (terra esotica che nessuno conosceva) o Roma, un nome perso fra storie antiche e fumi di incenso. L'alleanza con la Francia (che aveva permesso le vittorie, del `59 e le successive rapide e prepotenti annessioni) era stata stipulata a Plombiéres proprio (e solo) per costruire un regno dell'Italia superiore da attribuire ai Savoia. Ora invece i Piemontesi si trovavano a essersi impoveriti, ad aver versato il loro sangue non per la libertà ma per i voraci appetiti dei Savoia e dei loro sodali, e per le trame di Inglesi e massoni. Migliaia di Piemontesi erano morti sui campi di battaglia, migliaia di Piemontesi erano in quegli anni mandati a combattere la resistenza dei Meridionali (il cosiddetto brigantaggio) in terre lontane, ostili, straniere. In più si erano attirati l'odio di tutti i nuovi oppressi che identificavano l'oppressore con il Piemontese. A questo punto salta anche fuori che Torino non può più essere la capitale del nuovo regno a causa della sua posizione decentrata, mentre sarebbe andata benissimo come capitale dell'Italia superiore. Il danno e la beffa: si stava verificando quanto aveva un po' tardivamente capito il Cavour: noti sarebbe stata l'Italia a piemontesizzarsì, ma il Piemonte a "italianizzarsi". E la distruzione del Piemonte cominciava proprio in quei sanguinosi giorni di settembre: non era un caso che a pilotare lo provocazioni e le stragi di Torino ci fosse quello
statolatra meridionale di Silvio Spaventa, capo di gabinetto del Ministro degli Interni. Non è neanche un caso che i disordini fossero stati prepara¬ti con cura con una serie di provocazioni da parte della "questura birbona" (anche 1'abbottonatissi mo Novelli è costretto a riferire che i delinquenti sorpresi a tontare di incendiare palazzo Carignano "non parlavano il dialetto torinese") nella quale era comparso in quei giorni il Serafini, questore ai Palermo, che si trovava in città - secondo le sue afferinazioni -"per diporto".
Il massacro era solo il coronamento di una campagna atiipiemontese che da mesi era portata avanti nel parlamento unitario da un folto gruppo di deputati meridionali guidati dal napoletano Giuseppe Ricciardi. Il processo di distruzione (li Torino è da allora continuato senza sosta: essa oggí la città più mediorientale di Padania dopo esserne stata la più me¬ridionalizzata. L'intero Piemonte è stato devastato, umiliato, sconvolto, violentato nella sua identíta. Tutto è corriinciato allora con la ferocia dei nuovi padroni che vedevano nei Piemontesi la fonte dei loro mali. Così i Piemontesi sono stati vittime tre volte: perché hanno versato ìl più alto prezzo dì sangue e sacrifici per fare l'unità, perché, hanno dovuto subirne la responsabilità inorale, e perché hanno pagato 1'uníficazione con la di¬struzione della loro cultura e della loro terra.
Un pavido Consiglio Comunale si era limitato allora a stilare una re¬laziono nella quale si diceva cho non si riusciva a"capire come gli agen¬ti di pubblica sicurezza gli allievi curabinierí usino contro la popolazione
modi che forse non usarono i croati a Milano,né i Russi
in Polonia, mentre non un solo venne mai visto nella folla,mai un'arma venne adoperata dalla plebe.
Mentre nollo strade (lì Torino i soldati sventolavano ìl tricolore e mitragliavano ì pacifici cittadini, Vittorio Emanuele Il (il padre della patria e di molti altri figli legittimi e non) se l'era squagliata a Sommariva Perno per cacciare e per dedicare la sua raffinata compagnia alla Bela Rusìn. Non aveva tempo per i sudditi che, per secoli avevano procurato tanti vantaggi alla stia famiglia. Era in quei giorni soprattutto preoccupato dei grandi affdri economici che la nuova unità stava procurando ai suoi cari o ai suoi patriottici compari. Una banda dí ladri aveva allegramente iniziato a dissipare il patrimonio accumulato da secoli di lavoro, all'ombra del tricolore e protetta da uno stato che ordiva disordini e mandava sbirri o soldatì ad ammazzare la gente. Era nata l'Italia.
Gilberto Oneto
Pubblicato il 26 settcmbre 1999 su LA PADANIA




Rispondi Citando