Roma. Nonostante la crisi prolungata e i continui ridimensionamenti, la Fiat vale ancora più del 3 per cento del prodotto interno lordo italiano. E’ un problema che incombe su tutta la nostra economia.
“Qualunque cosa accada attorno alla più grande azienda privata manifatturiera, che è ancora la divisione auto della Fiat, non può che riverberarsi orizzontalmente sul paese”, dice Carlo Maria Guerci, economista, storico consulente del Lingotto.
In primo piano c’è l’aspetto finanziario: “E’ uno dei temi sullo sfondo – dice Marco Onado, professore di Economia degli intermediari finanziari alla Bocconi – da una parte le banche destinate a entrare nell’azionariato, dall’altra la questione dell’indebitamento, che resterà comunque elevato”.
Accanto alla questione bancaria, la situazione della Fiat condiziona altre partite: dal rinnovo del contratto dei metalmeccanici (con il sistema di deroghe che potrebbe comportare, proprio per esentare la Fiat da un peso insostenibile in questa fase), fino a eventuali progetti di sostegno all’industria nazionale che potrebbero riguardare i trasporti, l’ambiente, la sicurezza, l’information tecnology, e che avrebbero conseguenze non solo su Torino, ma che senza dubbio hanno al centro l’industria dell’auto.
Una delle scelte che vanno ricondotte al caso Fiat è quella sull’italianità delle banche, emersa nei giorni scorsi con alcune prese di posizione del presidente del Consiglio a sostegno del governatore della Banca d’Italia che non vuole aprire il mercato bancario nazionale oltre il limite del 15 per cento (e anche su altri campi, peraltro, si prendono iniziative sulla reciprocità come nel caso Edf-Edison).
Silvio Berlusconi, comunque, ha richiesto al ministro dell’Economia di tenere sott’occhio il dossier Fiat e di riferire settimanalmente a palazzo Chigi.
Onado dice: “Mi sembra che tutta la riflessione sull’italianità degli istituti di credito parta dal fatto che molte importanti aziende italiane sono indebitate con le banche e dunque si sostiene che sarebbe meglio non esagerare con l’apertura del mercato, perché cedere quote di mercato bancario potrebbe significare anche trasferire all’estero il controllo di un pezzo del nostro sistema d’impresa. Naturalmente la questione parte soprattutto dal caso Fiat”.
L’emendamento dei Ds sul governatore
Ieri, poi, discutendo il decreto legge sulla tutela del risparmio, le commissioni Finanze e Attività produttive della Camera hanno approvato un emendamento dei Ds che affida allo statuto della Banca centrale l’obbligo di fissare un limite temporale all’incarico del governatore (entro quattro mesi dall’approvazione del provvedimento).
Contro l’emendamento è subito intervenuto il presidente della Fiat (e di Confindustria) Luca di Montezemolo: la legge sul risparmio e il mandato del governatore sono due cose diverse, ha detto.
Il presidente della commissione Attività produttive della camera, Bruno Tabacci, Udc, sulle parole di Montezemolo dice: “La Fiat pesa ancora moltissimo in questo paese, ma nelle difficili condizioni in cui si trova non può avere fronti aperti, questo ha determinato la mancanza di prudenza del debitore di riferimento delle banche impegnate sul convertendo e controllate dalla Banca d’Italia”.
Luigi Prosperetti, professore di Economia all’università Bicocca di Milano dice:
“Se il convertendo fosse esercitato, le banche controllerebbero un pezzo di Fiat e la Banca d’Italia rappresenta le banche”.
Per molti osservatori il tema dell’italianità è un pericolo, è una lente che deforma la realtà.
Dice Prosperetti: “Sicuramente alcune questioni sul tappeto, la Fiat, le banche, l’Alitalia fanno tornare di moda l’interesse nazionale. Ma attenzione: il mercato europeo è già più aperto di quanto dice la vulgata; e noi abbiamo già visto gettare al vento troppo denaro per salvare la bandiera”.
Molto netto il giudizio di Salvatore Bragantini:
“Mi sembra che la linea del ‘non passi lo straniero’ nel settore bancario sia addirittura coerente con chi chiede l’intervento pubblico per la Fiat”.
Intanto mentre in Europa molti ambienti finanziari danno credito alle ragioni della Fiat sul put Gm, gli analisti finanziari americani, invece, tendono a fidarsi del report (uscito nei giorni scorsi) di Scott Sprinzen, responsabile del rating di credito di Gm, secondo il quale la società americana potrebbe più facilmente trovare un accordo con Fiat perché ci sarebbe la possibilità che lo Stato italiano intervenga con un piano di salvataggio e che, dunque, per la Fiat tutto sommato l’appellarsi al put non sarebbe che un modo per esercitare una pressione sui lavoratori e avviare una nuova ristrutturazione.
Da Il Foglio del 21 gennaio
saluti




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