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Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: NO al PROTEZIONISMO

  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito NO al PROTEZIONISMO

    Il protezionismo è l'ultimo rifugio degli opportunisti
    di Antonio Martino

    In tempi recenti si è assistito ad una serie di affermazioni volte a fare risorgere un vecchio, malevolo mito: il protezionismo, la necessità cioè che i produttori nazionali debbano essere “protetti” dalla concorrenza (quasi sempre denunciata come “sleale”) dei produttori esteri. Le giustificazioni di questa tesi sono numerose: i produttori esteri praticano salari più bassi dei nostri, oppure hanno un grado di tutela sociale e di protezione ambientale minore del nostro e, quindi, godendo di costi minori di quelli dei loro concorrenti italiani, hanno facile gioco ad essere più competitivi. Converrà occuparsi di questa idea che conferma la vecchia massima secondo cui le ipotesi, come le calunnie, sono tanto più pericolose quanto più sono plausibili.
    Cominciamo col dire che i bassi salari e le ridotte protezioni sociali ed ambientali sono l’ovvia conseguenza del fatto che questi paesi sono poveri. Anche in Italia i salari erano bassi e le protezioni modeste quando l’Italia era povera. Poi, quando anche grazie al commercio internazionale siamo usciti dalla povertà, sia il livello dei salari che quello delle protezioni sociali ed ambientali si è elevato fino a raggiungere i valori odierni. Quanti sostengono che la concorrenza è “sleale” perché in quei paesi i salari sono bassi e non ci sono i nostri livelli di tutela dovrebbero avere il coraggio di dire che è “sleale” essere poveri, colpevolizzando la miseria. Quando sentite parlare di “concorrenza sleale”, nota con sacrosanto sarcasmo antistatalista il compianto Murray Rothbard, mettete mano al portafoglio.
    In secondo luogo, il costo del lavoro e quelli della tutela sociale e ambientale sono solo una parte, e non necessariamente la più rilevante, della storia. Se fossero tutto ciò che conta in materia di competitività, gli Stati Uniti, che hanno alti salari ed alti livelli di protezioni, non potrebbero esportare prodotti ad alta intensità di lavoro, come i prodotti agricoli, che invece (anche tuttavia grazie a sussidi peraltro molto meno elevati di quelli europei) esportano in tutto il mondo, specie verso paesi che hanno salari più bassi dei loro e livelli di protezione minimi. Il fatto è che, come sanno bene gli esportatori italiani, il costo più rilevante è quello dello Stato: trasporti inefficienti, fiscalità punitiva, regolamentazioni asfissianti riducono la nostra competitività molto più degli alti salari.
    Comunque sia, anche se le cose stessero diversamente, il rimedio (il protezionismo) è assai peggiore del male (la scarsa competitività). Il protezionismo danneggia la società nel suo complesso: non è un caso che i Paesi più aperti al commercio internazionale siano anche quelli che crescono di più (basta confrontare Hong Kong e Singapore con un Paese chiuso come la Birmania). Il protezionismo alla lunga danneggia anche le industrie protette perché le sottrae alla concorrenza internazionale che è l’unico vero incentivo alla ricerca di maggiore efficienza. Infatti i settori più protetti, come la siderurgia negli USA o l’agricoltura in Giappone, sono anche i meno efficienti. Il protezionismo danneggia i consumatori tutti, perché li costringe a sopportare prezzi maggiori di quelli che pagherebbero in assenza di protezioni. Spostando risorse verso le industrie “protette” (che vengono rese artificialmente più competitive dalle protezioni doganali), danneggia tutti gli altri produttori che dovranno sostenere costi di produzione maggiori di quelli che avrebbero in assenza delle misure protezionistiche. Il protezionismo, inoltre, condanna i Paesi poveri alla miseria ed all’instabilità perché, impedendo loro di vendere quanto potrebbero produrre, li mette nell’impossibilità di produrlo, con conseguente sottosviluppo e disoccupazione. Infine, ma potrei continuare a lungo, le misure di protezione adottate da un Paese spingono gli altri Paesi a misure di ritorsione, determinando attriti fra Paesi, guerre commerciali prima e militari poi. Come sosteneva giustamente Frédéric Bastiat nel XIX secolo: “dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Il libero scambio non è, forse, condizione sufficiente per la pace, ma il protezionismo e le dispute commerciali sono stati molte volte causa di guerre.
    I vantaggi delle misure protettive sono effimeri e limitati a pochi soggetti; i danni sono duraturi e generali. C’è poi, come sottolinea Enrico Colombatto nel suo contributo, un problema di ordine morale, non economico: il protezionismo è indifendibile, se si persegue il benessere di tutti (cioè dei consumatori) e non quello di pochi (l’industria protetta). Quest’intuizione fondamentale è ampiamente suffragata da una mole di evidenza enorme, non si tratta di un’opinione qualsiasi. Eppure, il protezionismo, come l’inflazione e la guerra, resta tutt’ora, per dirla con Hemingway, l’estremo rifugio degli opportunisti economici e politici.

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  2. #2
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    Predefinito Re: NO al PROTEZIONISMO

    In origine postato da silvioleo
    Il protezionismo è l'ultimo rifugio degli opportunisti
    di Antonio Martino

    In tempi recenti si è assistito ad una serie di affermazioni volte a fare risorgere un vecchio, malevolo mito: il protezionismo, la necessità cioè che i produttori nazionali debbano essere “protetti” dalla concorrenza (quasi sempre denunciata come “sleale”) dei produttori esteri. Le giustificazioni di questa tesi sono numerose: i produttori esteri praticano salari più bassi dei nostri, oppure hanno un grado di tutela sociale e di protezione ambientale minore del nostro e, quindi, godendo di costi minori di quelli dei loro concorrenti italiani, hanno facile gioco ad essere più competitivi. Converrà occuparsi di questa idea che conferma la vecchia massima secondo cui le ipotesi, come le calunnie, sono tanto più pericolose quanto più sono plausibili.
    Cominciamo col dire che i bassi salari e le ridotte protezioni sociali ed ambientali sono l’ovvia conseguenza del fatto che questi paesi sono poveri. Anche in Italia i salari erano bassi e le protezioni modeste quando l’Italia era povera. Poi, quando anche grazie al commercio internazionale siamo usciti dalla povertà, sia il livello dei salari che quello delle protezioni sociali ed ambientali si è elevato fino a raggiungere i valori odierni. Quanti sostengono che la concorrenza è “sleale” perché in quei paesi i salari sono bassi e non ci sono i nostri livelli di tutela dovrebbero avere il coraggio di dire che è “sleale” essere poveri, colpevolizzando la miseria. Quando sentite parlare di “concorrenza sleale”, nota con sacrosanto sarcasmo antistatalista il compianto Murray Rothbard, mettete mano al portafoglio.
    In secondo luogo, il costo del lavoro e quelli della tutela sociale e ambientale sono solo una parte, e non necessariamente la più rilevante, della storia. Se fossero tutto ciò che conta in materia di competitività, gli Stati Uniti, che hanno alti salari ed alti livelli di protezioni, non potrebbero esportare prodotti ad alta intensità di lavoro, come i prodotti agricoli, che invece (anche tuttavia grazie a sussidi peraltro molto meno elevati di quelli europei) esportano in tutto il mondo, specie verso paesi che hanno salari più bassi dei loro e livelli di protezione minimi. Il fatto è che, come sanno bene gli esportatori italiani, il costo più rilevante è quello dello Stato: trasporti inefficienti, fiscalità punitiva, regolamentazioni asfissianti riducono la nostra competitività molto più degli alti salari.
    Comunque sia, anche se le cose stessero diversamente, il rimedio (il protezionismo) è assai peggiore del male (la scarsa competitività). Il protezionismo danneggia la società nel suo complesso: non è un caso che i Paesi più aperti al commercio internazionale siano anche quelli che crescono di più (basta confrontare Hong Kong e Singapore con un Paese chiuso come la Birmania). Il protezionismo alla lunga danneggia anche le industrie protette perché le sottrae alla concorrenza internazionale che è l’unico vero incentivo alla ricerca di maggiore efficienza. Infatti i settori più protetti, come la siderurgia negli USA o l’agricoltura in Giappone, sono anche i meno efficienti. Il protezionismo danneggia i consumatori tutti, perché li costringe a sopportare prezzi maggiori di quelli che pagherebbero in assenza di protezioni. Spostando risorse verso le industrie “protette” (che vengono rese artificialmente più competitive dalle protezioni doganali), danneggia tutti gli altri produttori che dovranno sostenere costi di produzione maggiori di quelli che avrebbero in assenza delle misure protezionistiche. Il protezionismo, inoltre, condanna i Paesi poveri alla miseria ed all’instabilità perché, impedendo loro di vendere quanto potrebbero produrre, li mette nell’impossibilità di produrlo, con conseguente sottosviluppo e disoccupazione. Infine, ma potrei continuare a lungo, le misure di protezione adottate da un Paese spingono gli altri Paesi a misure di ritorsione, determinando attriti fra Paesi, guerre commerciali prima e militari poi. Come sosteneva giustamente Frédéric Bastiat nel XIX secolo: “dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Il libero scambio non è, forse, condizione sufficiente per la pace, ma il protezionismo e le dispute commerciali sono stati molte volte causa di guerre.
    I vantaggi delle misure protettive sono effimeri e limitati a pochi soggetti; i danni sono duraturi e generali. C’è poi, come sottolinea Enrico Colombatto nel suo contributo, un problema di ordine morale, non economico: il protezionismo è indifendibile, se si persegue il benessere di tutti (cioè dei consumatori) e non quello di pochi (l’industria protetta). Quest’intuizione fondamentale è ampiamente suffragata da una mole di evidenza enorme, non si tratta di un’opinione qualsiasi. Eppure, il protezionismo, come l’inflazione e la guerra, resta tutt’ora, per dirla con Hemingway, l’estremo rifugio degli opportunisti economici e politici.
    Diventa pericoloso affrontare questi argomenti da un punto di vista ideologico, dividendosi in fazioni. Le variabili da tenere presenti sono diverse. Se è chiaro che l'assenza di protezione giova al consumatore, bisogna chiedersi se giova anche al lavoratore. Sicuramente bisognerà investire nell'high tech e cercare di pareggiare la bilancia commerciale con prodotti ad alto valore aggiunto, ma siamo sicuri che sia sufficiente? Non lo so, non sono un economista. So solo che se cento persone impiegate in una fabbrica padana perdono il loro posto di lavoro, vanno incontro a gravi problemi di ricollocamento, generando un problema sociale a cui spesso viene chiesta una risposta "assistenziale", e che la comunità d'appartenenza si vedrà privata, almeno nel breve, dell'apporto di 100.000 euro. Domanda: i vantaggi sono superiori ai danni?
    Inoltre ritengo che comprare prodotti fabbricati in posto a scarso tasso di democraticità, attraverso lo sfruttamento della manodopera, spesso minorile, e dalla disattenzione radicale verso l'ambiente, non sia etico e non rappresenti, allo stato attuale, una strada verso lo sviluppo di quei paesi. Che dalle imprese vengono più saccheggiati che aiutati. L'outsourcing è infatti una continua ricerca di situazioni favorevoli da sfruttare impunemente: un prendere il più possibile concedendo il meno possibile. Una cultura d'impresa priva di "vision", priva di legami culturali con l'ambiente col quale interagisce, priva di un "senso" che ne legittimi l'offerta di un valore. Io non voglio dire che in Padania il tessile, per fare un esempio, non deve avere concorrenza. Voglio dire che questa concorrenza deve essere razionalizzata e legata a un'etica dell'economia, alla luce di valori desunti dalla cultura europea, dove sussiste una concezione articolata e fondante di persona. Se è sbagliato alterare i comportamenti economici con interventi statali, credo sia comunque opportuno creare una cornice che concili questi comportamenti con riflessioni più articolate sul piano etico.
    E' vero che un bambino che lavora è meglio di un bambino che sta sulla strada, ma è anche vero che tale soluzione deve essere pensata sotto forma temporanea. Finalizzata a un progresso sociale: il bambino di oggi che lavora in fabbrica dovrà essere "superato" dal bambino di domani che sui posti di lavoro acquiserà qualifiche, e dal bambino di dopodomani che in fabbrica vi andrà solo da adolescente, avendo potuto compiere studi più approfonditi. E così via. Il mio dubbio è che non si proceda su questa strada, e tale dubbio limita la mia fiducia nel libero mercato così come è concepito da taluni quali il sig. Martino.

  3. #3
    piemonteis downunder
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    Zena, se voglio comprare vestiti o piastrelle, guardo prima di tutto al rapporto qualita'/prezzo.
    Della tua "concezione articolante e fondante di persona" non me ne frega una fava in quel contesto.
    E' cosi' che funziona l'economia, e' cosi' che la Padania e' diventata ricca...sfruttando
    le opportunita' sul libero mercato. Il progresso sociale e' una conseguenza del progresso
    economico. 50 anni fa era il Giappone che prendeva certi lavori a USA ed Europa...poi e' diventato ricco
    e i lavori sono passati a Korea e Taiwan...quando sono diventati ricchi, si e' passati
    all'area Shanghai-Huanzhou (Cina), e oggi se ti informi bene, da Shanghai certi lavori sono
    gia' stati outsourced a Indonesia e Bangladesh...e cosi' via. E' la legge dell'economia,
    che ti piaccia o no...come la legge di gravita'.

    Difendere settori indifendibili come piastrelle e tessile di basso livello e' altrettanto inutile,
    demagogico e dannoso della difesa di miniere e acciaierie statali del sud. Stessa cosa,
    solo che i minatori erano sponsorizzati dalla sinistra e i piastrellari oggi dalla Lega.
    Triste che minatori e piastrellari perdano il lavoro ma purtroppo e' il male minore.

    A proposito, come mai nessuno di quelli che invocano dazi contro i cattivi cinesi
    ha mai detto niente contro i sussidi agricoli EU che rovinano l'economia agricola di 2/3 del mondo?
    I cinesi che esportano sottocosto: cattivi; gli itagliani che esportano prodotti agricoli sottocosto: bene cosi'.

  4. #4
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    In origine postato da aussiebloke

    A proposito, come mai nessuno di quelli che invocano dazi contro i cattivi cinesi
    ha mai detto niente contro i sussidi agricoli EU che rovinano l'economia agricola di 2/3 del mondo?
    I cinesi che esportano sottocosto: cattivi; gli itagliani che esportano prodotti agricoli sottocosto: bene cosi'.
    Ho già risposto a questa domanda. Cmq se la gente sapesse come e dove vengono prodotti non li comprerebbe.

  5. #5
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    In origine postato da aussiebloke
    Zena, se voglio comprare vestiti o piastrelle, guardo prima di tutto al rapporto qualita'/prezzo.
    Della tua "concezione articolante e fondante di persona" non me ne frega una fava in quel contesto.
    E' cosi' che funziona l'economia, e' cosi' che la Padania e' diventata ricca...sfruttando
    le opportunita' sul libero mercato. Il progresso sociale e' una conseguenza del progresso
    economico. 50 anni fa era il Giappone che prendeva certi lavori a USA ed Europa...poi e' diventato ricco
    e i lavori sono passati a Korea e Taiwan...quando sono diventati ricchi, si e' passati
    all'area Shanghai-Huanzhou (Cina), e oggi se ti informi bene, da Shanghai certi lavori sono
    gia' stati outsourced a Indonesia e Bangladesh...e cosi' via. E' la legge dell'economia,
    che ti piaccia o no...come la legge di gravita'.

    Difendere settori indifendibili come piastrelle e tessile di basso livello e' altrettanto inutile,
    demagogico e dannoso della difesa di miniere e acciaierie statali del sud. Stessa cosa,
    solo che i minatori erano sponsorizzati dalla sinistra e i piastrellari oggi dalla Lega.
    Triste che minatori e piastrellari perdano il lavoro ma purtroppo e' il male minore.

    A proposito, come mai nessuno di quelli che invocano dazi contro i cattivi cinesi
    ha mai detto niente contro i sussidi agricoli EU che rovinano l'economia agricola di 2/3 del mondo?
    I cinesi che esportano sottocosto: cattivi; gli itagliani che esportano prodotti agricoli sottocosto: bene cosi'.
    Il progresso sociale seguirà anche il progresso economico ma c'è un settore di pianeta che gli unici progressi li compie sulla strada della povertà, nonostante la presenza delle multinazionali.
    Sulla Cina poi il discorso è più ampio: stiamo parlando di un regime ancora totalitario, dove al progresso economico non si sta affiancando alcuna riflessione sul tema dei diritti umani o dei diritti del lavoro. Il tuo discorso è semplicemente cinico, e non tiene conto che molti consumatori non guardano solo al rapporto qualità/prezzo, ma premiano anche i valori immateriali che stanno dietro un prodotto. Secondo te perchè la gente compra i prodotti del commecio equo e solidale? Il fatto è che spesso non vi è informazione a riguardo, e si cerca di depurare l'oggetto da un'informazione più ampia a riguardo.
    Credere che il capitalismo ideologizzato sia la soluzione ai problemi globale è semplicemente assurdo. Mica sono io a inventarmi i disastri dell'Amazzonia, quelli apportati in Africa dalle multinazionali del petrolio, lo sfruttamente a cui sono li soggetti gli estrattori di diamanti, le condizioni in cui versano milioni di lavoratori delle aree più povere, le modalità di utilizzo dei pascoli necessari a coltivare bestiame da fast-food o le famigerate "no-tax area".
    Lungi da me voler fare il no-global, ma nemmeno si possono chiuder gli occhi e fingere che vada tutto bene. Investire nei paesi in via di sviluppo per trarne profitto è lecito se vi è un progetto più ampio a monte, altrimenti è una rapina.

  6. #6
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito

    ZENA,come dici anche tu io penso che quella che le multinazionali offrono alla gente del c.d. "terzo mondo" sia un'opportunità di vitale importanza,imperfetta,come giustamente dici,ma pur sempre una possibilità data a chi prima non ne aveva alcuna...che anche in questi paesi debba esserci un progresso sociale è certamente auspicabile(seppur non tale da raggiungere gli insostenibili livelli del nostro welfare state,che tutto dovrebbe essere tranne che una meta cui tendere...),ma non fattibile fintanto che la produttività marginale di quei lavoratori sarà inferiore alla nostra...perchè se non cambia la produttività dei lavoratori,costringere quei paesi ad adottare le tutele che abbiamo noi per "armonizzare" significa castarli,altro che progresso...

 

 

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