Ho assistito ieri alla certificazione televisiva di un miracolo che ha diviso gli italiani tra razionalisti insofferenti o indifferenti, e spiritualisti devoti.
Dove? Ma nel salotto di Vespa, naturalmente. Protagonisti: un giornalista mariano del Corriere; una ragazzina un po’ esaltata e suggestionata; un prete che offre come prove la sua parola d’onore e le pagine di un diario personale; un perito teoricamente sopra le parti che ha esaminato l’oggetto dei misteri (dipendente del Policlinico Gemelli, quello del Papa, sovvenzionato dal Vaticano) che però si scalda nel dibattito come un invasato qualunque; un paio di sedicenti miracolati con l’immancabile testimonianza da San Giovanni Rotondo; un eminente teologo che fonda il proprio convincimento (udite udite) sulla testimonianza di un nutrito numero di testimoni, tra cui (e questo è determinante per lui) poliziotti, vigili urbani e guardie giurate.
Infine, le comparse non richieste di don Giletti, madre Teresa Ruta, e padre Antonio Socci, megafono televisivo di Comunione e Liberazione.
Giullare e bersaglio del conclave, un povero ingegner Vacca che, capita l’antifona, ha garbatamente tagliato la corda anzitempo.
La sentenza annunciata arriva a televisione spenta (la mia). Il miracolo si è compiuto. La statuina della madonna di Civitavecchia ha pianto lacrime di sangue. Per chi ha la fede, un’infilata di indizi del tutto opinabili, diventa certezza. D’altronde che fede sarebbe, se non facesse acqua da tutte le parti?




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