INDIVIDUAZIONE DEL NEMICO
22 gennaio 2005 - EDITORIALE di Stelvio Dal Piaz - (trasmesso anche al quotidiano "RINASCITA")
Caro Direttore,
seguo con grande attenzione ed altrettanto interesse i contributi al dibattito che "RINASCITA" ospita nelle apposite rubriche redazionali. Varie sono le proposte e non sempre convergenti le opinioni che emergono, ma in ognuno dei tentativi é senz'altro rilevabile il desiderio di venir fuori da una situazione di disagio per la incapacità di riuscire a costruire un soggetto politico che possa rappresentare la sintesi, il punto di aggregazione e di riferimento. Nel merito ritengo giusta l'osservazione costante che fa "RINASCITA" circa la necessità di verificare la compatibilità tra le famose "verghe" che si vogliono riunire e, quindi, la necessità di individuare un metodo che porti ad una selezione preliminare. Il metodo delle convergenze di carattere elettorale. é ampiamente dimostrato come il meno adatto per verificare la compatibilità ideologico-dottrinaria tra i "compagni di cordata", Nella situazione elettorale prevale il concetto utilitaristico di un probabile migliore risultato quantitativo e viene trascurata la prospettiva politica di lungo periodo. A questo punto voglio anch'io arrischiare una proposta: suggerisco il metodo dell'individuazione del "nemico". Una volta individuato e riconosciuto il "nemico comune" la verifica della compatibilità tra le "verghe" porta ad una prima naturale selezione tra le varie componenti che vogliono unirsi, secondo l'equazione che il nemico del mio nemico é - o dovrebbe essere - il mio amico. Questo metodo fa cadere ogni pregiudiziale di carattere ideologico, fa superare ogni barriera di natura religiosa. Le categorie politiche di destra e di sinistra diventano un non senso, come pure i percorsi culturali personali o di gruppo. Vado oltre e passo alla indicazione del nemico, perché una volta che l'avrò esplicitato, scatterà un altro tipo di selezione naturale e personale secondo il principio per cui: "I deboli non combattono, i forti combattono un'ora, i più forti combattono un giorno, i fortissimi combattono un anno, solo pochi combattono tutta la vita. Costoro sono indispensabili alla nostra battaglia".
Il "nemico", che nella sostanza é poi il nemico dell'umanità intera, é - secondo il mio punto di vista - la "plutocrazia". Considerate le caratteristiche del nemico, la fase successiva deve essere di analisi, di studio, di ricerca di approfondimento storico e culturale perché questo "nemico", per contrastarlo, occorre conoscerlo a fondo e in tutte le sue sfaccettature e potenzialità, partendo dal presupposto che é intelligente, potente, cinico, é un corruttore implacabile e, in questo momento, vincente in tutti i campi e secondo un disegno secolare pianificato in ogni particolare. Può contare su di una fitta rete di complicità, é un seminatore di discordie, detiene un potere finanziario incalcolabile, condiziona pesantemente tutti i settori della comunicazione e dell'economia, determina maggioranze e opposizioni, gestisce il potere e il contropotere. E' corrosivo di ogni sistema sociale che si basi sulla solidarietà, sulla giustizia, sull'equità. Si insinua con intento distruttivo nei gangli vitali delle nazioni e dei popoli. Agisce come l"polvere sottili" che inquinano l'aria delle nostre città, avvelenano i nostri polmoni, minano la nostra salute fisica e mentale.
Ma in definitiva, cos'é dunque questo "plutocrate" ? Dal punto di vista antropologico é un predatore senza scrupoli, un usuraio senz'anima; per svolgere la sua azione ha bisogno di svincolare i suoi interessi dai concetti di patria, di religione, di nazione, di famiglia, di stato. Esso costituisce l'estrema destra del capitalismo, é l'esponente del capitale finanziario. Cioé, la sua ricchezza non scaturisce direttamente dal proprio e responsabile lavoro, ma é tutta concreta nel denaro e nei suoi simboli rappresentativi. Esso non é nato dall'ascesi capitalistica del secolo decimosettimo, da quel fervore di attività individuale che promosse in Francia, nelle Fiandre, in Germania, in Inghilterra il sorgere delle grandi manifatture, ma discende in linea retta dallo spirito finanziario della giudeo-massoneria.
Qual'é la sua fonte di lucro ? Non il dividendo, che é la fonte di utile netto che spetta ad ogni singola azione e che può comunque sempre essere contenuto nei limiti di un'equa remunerazione del capitale. L'utile del finanziere nasce interamente dalla speculazione. Come si vede, il plutocrate, é l'estrema degenerazione del capitalismo. In lui all'ideale lavoro si sostituisce l'ideale speculazione. Egli crede unicamente nella potenza del denaro. Il denaro, per lui, non é più il simbolo del lavoro, il mezzo di trasferimento di una ricchezza costituita da solidi beni (campi, case, merci, navi, impianti), ma é la ricchezza in sé, arma di illimitata potenza. Per questo motivo, il plutocrate deve innanzi tutto superare qualsiasi sentimentalismo: ilo suo potere non può essere limitato né dal concetto di patria, né da quello di civiltà, né da quello di umanità. Egli ha un solo interesse: che la società nella quale vive ed opera riconosca e subisca l'onnipotenza del suo denaro. Attualmente gli Stati Uniti sono la società ideale dei plutocrati. Non che i loro interessi si identifichino con quelli dell'autentico popolo americano, anzi, ma nella Repubblica stellata perdurano istituti e costumi di esasperato liberismo economico estremamente propizi alle iniziative del capitale finanziario. Il plutocrate ama gli Stati Uniti, é cittadino onorario degli Stati Uniti perché essi offrono ideali condizioni di vita.
E qual'é l'idea politico-sociale del plutocrate ? Uno Stato in cui nessuna forza possa resistere al denaro. Questo costume é tipico soprattutto degli Stati Uniti, un costume che gli stessi vogliono esportare in tutto il mondo attraverso la guerra e l'usura: essi, corrompendo un termine di ben diverso significato, si chiamano ancora democrazia . Il plutocrate, dunque, fa figura di promotore di democrazia. Non che la democrazia sia il suo ideale: la democrazia é solo il suo strumento di dominazione. Naturalmente questa democrazia, cioé la sua estrema fase di corrompimento. Quindi, una democrazia senza demos che si risolva in uno stato debole e privo di autorità. In questa visione del mondo, la catastrofe dell'Europa e dei paesi di antica civiltà é un obiettivo non recente del capitale finanziario. In realtà i plutocrati hanno interesse a completare la distruzione dell'Europa per eliminare la sua capacità di produzione e di concorrenza, per trasformarla in un oggetto passivo delle loro speculazioni. A questo punto c'é da chiedersi come mai degli uomini di così limitata, perversa ed innaturale mentalità, abbiano potuto dare ai loro piani un tragico principio di esecuzione. Il fatto é che l'internazionale finanziaria ha ricevuto un certo contenuto di esperienza e di ideologia dalla fusione con l'internazionale sionista.
In questo quadro dobbiamo concludere che la "plutocrazia" é invincibile, oppure esiste una speranza perché ha il suo punto debole ? I plutocrati sono invasi da un'assurda, demoniaca libidine di disordine, di anarchia, di strage che si rivolgerà, prima o poi, contro loro stessi. Possono mai sperare - anche nel caso che tutto ceda alla forza del loro denaro - di sfuggire alla furia satanica che hanno imprudentemente scatenato, come il mago apprendista della leggenda boema ? Se contraddizione c'é nel loro agire, essa é della medesima natura di quella che si riscontra in certe degenerazioni mentali che portano alla delinquenza: se il delinquente fosse capace di spingere la sua riflessione oltre i limiti dei suoi istinti immediati, si accorgerebbe di agire prima di tutto contro i suoi vitali interessi, contro se stesso. Il paragone non é polemico. Che differenza c'é tra colui che deruba materialmente e direttamente un uomo dei suoi risparmi, e il finanziere che determina con le sue manovre speculative il crollo di un gruppo di titoli industriali, o di una valuta, o di una intera economia di una nazione ? Il primo danneggia un solo individuo, il secondo getta nella miseria migliaia, forse milioni di individui. Anzi, il successo e la impunità di costui sono tanto più garantiti, quanto più il numero dei colpiti é grande.
E allora, se ci riconosciamo nell'individuazione del "nemico comune" al di là e al di sopra di ogni altro tipo di divisione di carattere ideologico, religioso o culturale, l'antidoto non può che nascere da questa riflessione: se il plutocrate per sviluppare la sua azione corrosiva deve svilire e corrompere i concetti di patria, di nazione, di famiglia, di civiltà, di socialità, di umanità, é necessario - per contrastarlo n- rivalutare e riconoscersi in questi valori identitari ed unirsi in un FRONTE degli ITALIANI che divenga punto di riferimento e di aggregazione per un Fronte europeo o, ancora meglio, Euroasiatico.
Altro, in questo momento, non mi sento di suggerire o di aggiungere.
Stelvio Dal Piaz.


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