I fondatori del pensiero ecologista tra eugenetica, selezione della razza e socialdemocrazia
di Giorgio Bianco
Il fatto che le prime teorizzazioni del razzismo, del genocidio, e in particolare dell’antisemitismo moderno, non siano stati, come vorrebbe una vulgata ampiamente diffusa e perpetrata nelle scuole e nelle università, semplicemente un parto della mente malata di Adolf Hilter e di alcuni teorici ascrivibili a una più o meno generica "cultura di destra", è questione su cui moltissimo resta ancora da dire. Se, in questo senso, restano sempre attuali le pagine di Ludwig Von Mises sulle radici socialiste dell’antisemitismo moderno, è solo in anni più recenti che si è cercato di affrontare il tema in modo più approfondito. In particolare, va segnalato il coraggioso lavoro di uno studioso inglese, George Watson, che, nel libro La letteratura dimenticata del socialismo (nota 1), ha mostrato come le tendenze genocidarie e razziste fossero connaturate non solo all'atteggiamento dell'ebreo Marx, ma a tutta l'ideologia socialista e di sinistra. Un fatto, questo, ampiamente documentato, come dimostra Watson, anche negli scritti di Engels e di altri autori socialisti: in una lettera del 1894, ad esempio, Engels scriveva che per i comunisti, le condizioni economiche determinano tutti i fenomeni storici, "ma la razza è essa stessa un dato economico". Nell'Anti-Dühring, Engels scriveva poi: "Se nei nostri paesi gli assiomi matematici sono perfettamente evidenti ad un bambino di otto anni, senza nessun bisogno di ricorrere alla sperimentazione, questa non è altro che la conseguenza dell'eredità accumulata. Sarebbe, al contrario, molto difficile insegnarli a un Boscimano o a un negro australiano".
Ancora meno note, tuttavia, sono probabilmente le autentiche radici del pensiero ecologista, e gli stretti legami che da sempre congiungono molti teorici ed esponenti ecologisti con le teorie del darwinismo sociale, dell’intolleranza, e, non di rado, del razzismo più esplicito.
1. Il padre dell’ecologismo: razzista e teorico dello sterminio dei disabili.
Nella breve e per forza di cose incompleta ricostruzione che segue, non si può non incominciare dalla figura di Ernst Haeckel (1834-1919), grande discepolo tedesco di Charles Darwin e infaticabile coniatore di neologismi. A lui, tra l’altro, si deve l’invenzione stessa della parola Oecologie, che derivò dalla stessa radice del termine "economia" (oikos), unito naturalmente a "discorso" (logos). Nelle intenzioni di Haeckel, il termine stava a suggerire l’idea, di esplicita matrice darwiniana, della "conoscenza dell’economia della natura", ossia "lo studio di quelle complesse interrelazioni che Darwin chiamava la lotta per l’esistenza". In ogni caso, il termine divenne popolare tra i biologi, prima come "oecologia", poi, dopo il Congresso internazionale di botanica del 1893, nella corrente dicitura di "ecologia (nota 2)".
Haeckel si sforzò di diffondere le teorie darwiniane inserendole in una teoria filosofica globale che battezzò "monismo", e che avrebbe dovuto essere applicata ad ogni aspetto della vita quotidiana, aprendo, secondo le sue convinzioni, "la strada verso la perfezione morale". Intrisa com’era di materialismo, di negazione dell’anima e di Dio, fondata sulla convinzione che il pensiero non fosse altro che un semplice prodotto dell’attività chimica del cervello, l’ideologia di Haeckel suscitò immediato e acceso entusiasmo nella sinistra socialista, anche per via delle sue implicazioni spiccatamente anticlericali e "libertarie" (nel senso che a questa parola, ovviamente, può essere dato in una prospettiva appunto social-comunista, cioè secondo un’idea di libertà che prescinde completamente dalla definizione dei diritti di proprietà, e, quindi, dai doveri derivanti dal fatto che qualcosa è di proprietà altrui).
Ma il risvolto più eclatante delle fortune del pensiero del padre dell’ecologismo tra le file della sinistra dell’epoca fu il grande successo riscosso nel movimento operaio tedesco dal suo Storia della creazione (1892) (nota 3), un libro carico di implicazioni razziste, nel quale si esaltava l’assoluta superiorità delle "razze centrali", le quali avevano raggiunto "il più alto grado di sviluppo e di perfezione", non paragonabile ad alcun altro gruppo umano, tanto che, secondo Haeckel, i popoli centrali erano gli unici dei quali si potesse dire che "avessero fatto la storia". Per di più, anche tra i popoli centrali Haeckel distingueva i popoli "amosemitici", nettamente inferiori, e la razza indogermanica, che, grazie ai suoi "cervelli più sviluppati", era destinata a "trionfare sulle altre razze nella lotta per la sopravvivenza", e a dominare sul mondo intero.
Affinché questo risultato fosse ottenuto, però, secondo il padre dell’ecologismo era necessario un intervento diretto dell’uomo, attraverso decise misure di selezione artificiale. Nel libro L’enigma della vita (1904), Haeckel si dichiarò convinto dell’assoluta necessità e piena fattibilità della selezione artificiale, proponendo esplicitamente la soppressione di malati e invalidi: "che vantaggio trae l’umanità – scriveva Haeckel in L’enigma della vita – dalle migliaia di disgraziati che ogni anno vengono al mondo, dai sordi e dai muti, dagli idioti e dagli affetti da malattie ereditarie incurabili, tenuti in vita artificialmente fino a raggiungere l’età adulta? […] Quale immenso grumo di sofferenza e dolore tale squallore comporta per gli stessi sfortunati malati, quale incalcolabile somma di preoccupazione e dolore per le loro famiglie, quale perdita in termini di risorse private e costi per lo Stato a scapito dei sani! Quante sofferenze e quante di queste perdite potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina (nota 4)".
Nell’elaborare questo strano miscuglio di preoccupazioni per le casse dello Stato e per le sofferenze non solo degli incurabili, ma dei sordi e dei muti, la cui esistenza Haeckel si arrogava il diritto di giudicare indegna di essere vissuta, senza evidentemente neppure sospettare che un giorno il progresso tecnologico avrebbe consentito a molti di loro di superare o di alleviare più che degnamente il loro handicap, il progenitore dei verdi contemporanei aveva bene in mente il modello di Sparta, dove, come scriveva nel già citato Storia della creazione naturale, "tutti i bambini deboli, ammalati o in qualche modo fisicamente inidonei venivano soppressi. Solo i fanciulli che apparivano forti e in perfetta salute potevano sopravvivere e in seguito solo ad essi sarebbe stato concesso di riprodursi". Già a questo livello, c’è forse da stupirsi del successo, nelle file della sinistra socialista e antiproprietà, di teorie che negavano agli individui persino il diritto di proprietà sul loro corpo e sulla loro esistenza fisica, assegnandone integralmente la gestione allo Stato?
Questa assoluta mancanza di remore rispetto all’eliminazione dei disabili si sposava, nel "monismo" haeckeliano, con la convinzione che "uno spirito è in tutto (nota 5)", e che tutto il mondo conoscibile "esiste e si sviluppa secondo una logica fondamentale comune". In particolare, i "monisti" insistevano sull’unità fondamentale di natura organica e inorganica, di cui la seconda ha cominciato relativamente tardi ad evolvere dalla prima. Di qui, l’impossibilita di tracciare un limite esatto fra questi due domini della natura, e, allo stesso modo, di stabilire una distanza assoluta tra regno animale e regno vegetale, o tra mondo animale e mondo umano.
Queste convinzioni indussero Haeckel a polemizzare con tutte le posizioni che negassero non soltanto la "ragione", ma finanche la "religiosità" degli animali: "il perfezionamento lento e incessante che la vita civile ha realizzato nell’anima umana durante il corso dei secoli – scriveva in Monismo - non si è compiuto senza lasciar tracce nell’anima dei nostri mammiferi più evoluti, in particolare i cani e i cavalli. In stretta comunanza di vita con l’uomo e sotto l’influenza della sua educazione, associazioni d’idee sempre più elevate si sono sviluppate nel loro cervello, così come un giudizio più perfetto (nota 6)". Ma, per Haeckel, non si trattava solo di ragionamento e di giudizio, ma di etica, e perfino, si è detto, di "religiosità", come dimostra questo passo in cui Haeckel attribuisce agli animali che vivono in branco una capacità di percezione dei "doveri" connessi alla vita sociale in nulla dissimile da quella dell’uomo: "l’amore del prossimo, vale a dire la reciprocità d’aiuto, dei desideri, degli aiuti e di protezione appare già come un dovere sociale presso quegli animali che vivono in società. [...] Tanto negli invertebrati superiori (cani, cavalli, elefanti, ecc.), quanto presso gli artropodi (formiche, api, termiti, ecc.) la vita comune in società comporta lo sviluppo di rapporti e doveri sociali (nota 7)".
Le teorie di Haeckel anticipano, come si vedrà, le posizioni dell’odierno "animalismo", ovvero di quella corrente del pensiero di tradizione democratico-socialista che, da alcuni anni a questa parte, viene teorizzando l’esistenza di "diritti animali" in tutto e per tutto equiparabili a quelli umani. In ogni caso, nonostante le feroci critiche di cui fu oggetto da parte della comunità scientifica, è indubbio che le teorie di Haeckel esercitarono un profondo influsso su una corrente del mondo socialista profondamente convinta della necessità, come strumento di progresso e libertà, di quelle stesse politiche eugenetiche che più avanti saranno fatte proprie dal regime nazista.
Durante la Repubblica di Weimar (1918-1933), in particolare, ideologi e scienziati di orientamento socialdemocratico furono alquanto attivi nel teorizzare misure eugenetiche di eutanasia e sterilizzazione forzata. Tra questi, si distinsero Alfred Grotjahn, teorico di igiene sociale e docente di igiene mentale all’Università di Berlino, dichiarato simpatizzante socialdemocratico, il quale auspicava l’isolamento degli elementi indesiderabili e la sterilizzazione forzata come strumenti per migliorare la classe operaia, e Karl Kautsky, teorico di punta della socialdemocrazia tedesca e oppositore – sorprendentemente – dell’idea di lasciare alle donne la decisione di abortire, in quanto idea "non socialista". Molti medici viennesi di orientamento socialdemocratico, del resto, auspicarono a propria volta che tali decisioni fossero prese dall’autorità pubblica, ed esclusivamente sulla base di ragioni mediche, sociali ed eugenetiche. Nel 1924, poi, l’Istituto Tedesco di Ricerca per la Psichiatria di Monaco si unì alla Società Eugenetica, dando vita ad un nuovo istituto del quale facevano parte numerosi scienziati ebrei, che sarebbero poi stati allontanati quando le ricerche eugenetiche iniziarono a colludere col montante antisemitismo (nota 8).
2. Prove di nazismo in Stati Uniti e Gran Bretagna.
E’ assolutamente sorprendente come, nel periodo antecedente al nazismo, una significativa fetta dell’Occidente sviluppato abbia conosciuto un’intensa proliferazione di associazioni e di istituti di ricerca in cui l’ideologia ambientalista si coniugava strettamente con teorie che parlavano di superiorità della razza bianca, di inferiorità degli uomini di colore, degli ebrei, degli italiani, degli slavi, e che proponevano misure di sterilizzazione coatta e di restrizione ai matrimoni tra individui di "stock genetico inferiore"
Anche negli Stati Uniti la genesi del movimento eugenetico coincise con quella delle associazioni "conservazioniste", o, come si sarebbe detto in seguito, ecologiste. Furono, in particolare, alcuni esponenti dell’élite WASP ad essere affascinati dall’idea di migliorare la razza bianca negli Stati Uniti. Personaggi come Charles Benedict Davenport e Madison Grant, annoverati tra i fondatori dell’ecologia, trovarono appoggio e sostegno economico in figure potenti come Theodore Roosevelt e Rockefeller, ed esercitarono un peso decisivo nel far approvare l’Immigration Restriction Act, uno dei primi provvedimenti restrittivi dei flussi migratori negli Stati Uniti, che Hitler avrebbe poi preso esplicitamente ad esempio (nota 9).
La commistione di teorie eugenetiche e di preoccupazioni per la fauna selvatica fu particolarmente evidente nell’operato del Boone and Crockett Club, fondato dall’evoluzionista e convinto razzista Henry Fairfield Osborn, e ricordato come la prima associazione ambientalista degli Stati Uniti. La sua attività, infatti, si concentrò da un lato sul fronte della promozione delle attività del Museo Americano di Storia Naturale, del giardino zoologico di New York e della Lega della Foresta Rossa di San Francisco, dall’altro su quello del sostegno ai movimenti eugenetici e alle restrizioni all’immigrazione.
Tra i personaggi di spicco del Boone and Crockett Club un posto d’onore spetta proprio all’avvocato Madison Grant: uso ad autodefinirsi "guardaboschi", "esploratore" e vero ecologista, Grant fu tra i fondatori della New York Zoological Society e, per 12 anni, presidente dello Zoo di New York. Questa fervente attività andò in lui sempre di pari passo con un’alacre attività di militante in favore dell’eugenetica (fu tra l’altro presidente della Eugenics Research Association, cofondatore dell’American Eugenics Society e tesoriere del Secondo e Terzo congresso di Eugenetica – rispettivamente, 1921 e 1923).
Ma la fama di Grant, in quegli anni, fu dovuta soprattutto alla pubblicazione di un libro - The Passing of the Great Race – nel quale questo convinto ecologista esprimeva, attraverso una volgarizzazione delle teorie di Gobineau e di Spencer, tutto il suo livore nei confronti degli ebrei e dei cattolici (soprattutto irlandesi) e la sua convinzione circa l’assoluta superiorità delle razze teutoniche. Pubblicato in Germania nel 1925, il libro contribuì, per ammissione dello stesso Hitler, al rafforzamento della teoria nazista della razza ariana, e, nel 1934, l’antropologo nazista Hans F.K. Gunther, parlando all’Università di Monaco, riconobbe Grant come uno dei "padri spirituali" della legislazione tedesca sull’immigrazione, esplicitamente ispirata a quella statunitense del 1924.
Anche in Gran Bretagna le teorie eugenetiche trovarono ampio consenso negli ambienti di sinistra, in particolare della Società Fabiana, fondata da Sydney e Beatrice Webb, e in George Bernard Shaw. Quest’ultimo, peraltro, avrebbe poi plaudito con convinzione all’opera di Lenin (che, sebbene non vi sia alcuna prova che fosse razzista, fu come è noto il primo a servirsi del sistema dei campi di concentramento come mezzo per lo sterminio degli avversari politici), in quanto, secondo Shaw, era "assurdo per ogni socialista serio" il rispetto per la vita umana, mentre del tutto necessario alla causa socialista era "uno sterminio fondato su basi scientifiche", essendo l'eliminazione delle classi possidenti un atto "del tutto ragionevole e assolutamente necessario", dal
momento che nessun'altra punizione avrebbe potuto "guarirli dai loro istinti capitalisti (nota 10)".
3. Le socialdemocrazie nordiche: "paradisi" del Welfare State o botteghe degli orrori?
Ciechi, sordi, handicappati, malati incurabili, capitalisti, kulaki, ebrei, zingari: cambiano, almeno in parte, i soggetti, ma non cambia il fatto che "utopia" - sia essa nazista, socialista o comunista – finisce invariabilmente per coincidere, come osserva il protagonista de Il correttore di bozze di Georg Steiner con "esattezza (nota 11)": "l'Utopia significa semplicemente
l'esattezza! […] significa togliere gli errata dalla storia. Dall'uomo. Correggere bozze." Ma togliere gli errata dalla storia significa anche toglierli dall’umanità, anche e innanzitutto da quella presente. Quindi, eliminare gli uomini "imperfetti".
Ma se degli orrori teorizzati e perpetrati dal nazismo tanto si è detto e scritto che appare pletorico parlarne anche qui, niente affatto superfluo è soffermarsi su un risvolto molto meno noto delle teorie eugenetiche, e cioè il successo che esse riscossero in quei paesi che, tuttora, una parte considerevole della sinistra anche italiana continua ad additare come modello insuperato di civiltà: le socialdemocrazie nordiche di Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia.
Pierluigi Battista, ad esempio, nel suo La fine dell’innocenza (nota 12), un libro non privo di spunti interessanti, dedicato al rapporto tra utopia e totalitarismo, in cui le origini dell’idea di "dittatura dell’eugenetica" vengono fatte risalire addirittura alla Città del Sole di Tommaso Campanella, scrive che "dove il comunismo si è realizzato, la giustizia e l’eguaglianza non hanno fatto nemmeno un passo avanti. Dove invece le socialdemocrazie hanno influenzato la cosa pubblica, le società che hanno saputo conciliare capitalismo e democrazia sono avanzate sul terreno della giustizia e dell’eguaglianza come mai nella storia, allargando a dismisura la sfera dei diritti e delle opportunità per un numero elevatissimo di persone prima escluse o inchiodate a una condizione di subalternità sociale che il comunismo, nella stragrande maggioranza dei casi, non è riuscita nemmeno a scalfire (nota 13)". La critica dei due colossi del pensiero liberale novecentesco, Von Mises e Von Hayek, alla socialdemocrazia - secondo la quale anch’essa, estendendo a dismisura la mano dello Stato sulla vita degli individui, tende a spianare inesorabilmente la via a quello che Von Mises, in un suo famoso libro, definisce lo Stato onnipotente (nota 14) - è per Battista "parziale" e "ingenerosa", perché non tiene conto del fatto che il comunismo sarebbe non una versione edulcorata, ma una "radicale negazione" della socialdemocrazia, né dell’avversione quasi genetica del comunismo totalitario nei confronti di essa.
Non una pagina del ricco e documentato libro di Battista, però, è dedicata alla vicenda delle leggi per la selezione della razza che proprio i governi socialdemocratici del nord Europa furono i primi a mettere in atto. Intanto, fin dai primi decenni del ‘900 la Svezia fu tra i paesi più ricettivi nei confronti dell’eugenetica, una disciplina che, come ricorda Antonio Gaspari, "trovava seguaci anche tra molti riformatori sociali, i quali consideravano naturale affiancare a riforme di contenuto economico delle misure rivolte all’’igiene della specie’ (nota 15)".
Proprio la Svezia, del resto, fu il primo Paese del mondo a dar vita, nel 1921, ad un Istituto di Stato per la Biologia Razziale. Nel 1922, l’Istituto di Uppsala si incaricò di pubblicare una serie di studi che, oltre a classificare i vari tipi razziali, indicavano le presunte caratteristiche somatiche dei deboli, dei vagabondi, dei criminali e delle prostitute. Antonio Gaspari fa notare che all’operato di questo istituto si ispirò un’analoga istituzione tedesca, il Kaiser Wilhelm Institut Fur Rassenhygiene di Berlino. Peccato che quest’ultimo, a differenza del primo, fosse di netta ispirazione nazista, e per questo il suo nome sia stato cancellato, insieme a quello del suo direttore (Herman Lundbrog) da tutte le enciclopedie svedesi….
Nel 1934, comunque, fu approvata la legge che introdusse la sterilizzazione, grazie ad un largo consenso nel Parlamento, ma soprattutto grazie al convinto sostegno dei socialdemocratici. Non si trattava ancora di sterilizzazione forzata, ma già inquietanti erano le finalità addotte a suo sostegno: la necessità di limitare la fecondità di chi fosse affetto da disturbi psichici, ma anche giustificazioni di tipo "sociale". In sostanza, quegli interventi di carattere eugenetico erano finalizzati anche a difendere la "società del benessere" da chi difficilmente avrebbe potuto integrarsi in essa. Come ha scritto Adolf Ratzka, Ph.D. all’Institute on Independent Living svedese. Come ha scritto Adolf Ratzka, Ph.D. all'Institute on Independent Living svedese, "Se i motivi legati all'eugenetica hanno svolto un certo ruolo nelle politiche di sterilizzazione, le ragioni economiche si rivelarono egualmente importanti. Quando, negli anni 50, sono stati introdotti i "child allowances" - assegni mensili erogati alle famiglie per ciascun bambino, gestiti secondo lo schema nazionale di assicurazione sociale fondato sul fisco, il numero di sterilizzazioni forzate praticate sulla parte "indesiderabile" della popolazione è raddoppiato. Il concetto tipicamente svedese dei "people's home", formulato negli anni '30 e divenuto il modello prevalente nella politica svedese, era basato sull'ideale di una società omogenea e strettamente coesa, simile ad una famiglia - dove tutti i membri si sostengono l'un l'altro. Ciascuno dovrebbe contribuire secondo le proprie abilità e ricevere secondo i propri bisogni. Il "folkhem" - così è chiamato in Svezia questo concetto - avrebbe costituito il fondamento di decenni di rapporti lavorativi pacifici, di ampie riforme sociali, e uno sviluppo economico senza precedenti. Il lato oscuro di questo modello era un rigido conformismo. Chi non corrispondeva all'ideale di questa nuova società non era ben accetto. Per esempio, un recente articolo ha segnalato il caso, risalente alla fine degli anni '40, di una ragazza che, in tarda adolescenza, era stata sterilizzata contro la propria volontà. Nel suo diario, scriveva che la cosa era stata giustificata col fatto che era stata vista spesso aggirarsi intorno alle dancing hall della città (nota 16)".
Fu invece nel 1941 che la legislazione svedese in materia conobbe un deciso "salto di qualità": una nuova legge, voluta anche in questo caso dai socialdemocratici, prevedeva questa volta esplicitamente la sterilizzazione su coloro che seguivano un "modo di vita asociale", sollecitava una intensificazione degli interventi, e, cosa più grave, rendeva più facile prescindere dal consenso dei "pazienti".
Tra gli ideologi delle leggi di ispirazione eugenetica, spiccano i coniugi Alva e Gunnar Myrdal, i quali, nelle loro teorizzazioni, e in particolare nel libro del 1935 Kris i befolknigsfragan (nota 17), parlavano di "individui più o meno adatti all’esistenza" e teorizzavano un riformismo sociale che, "attraverso l’epurazione degli individui meno capaci", riducesse al minimo i "pesi morti" della società del Welfare. Nel 1944, Gunnar Myrdal diede poi alle stampe un altro libro (ripubblicato nel 1962) intitolato An American Dilemma: The Negro Problem and the Modern Democracy (nota 18), in cui proponeva di rimuovere tutti gli afroamericani per riportarli in Africa, o, in alternativa, di sottoporli, ancora una volta, ad una vasta campagna di sterilizzazione. Analoghe posizioni Myrdal avrebbe poi espresso riguardo al sottosviluppo nel Terzo Mondo, indicando nella sterilizzazione l’unica risposta valida al problema del sottosviluppo. Questo "onorevole" retroterra è valso al professor Myrdal, considerato in patria un autentico modello di "progressismo", incarichi politici di rilievo (ministro del Commercio del governo svedese nel 1945, segretario esecutivo della Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Europa dal 1947 al 1957, direttore dell’istituto International Economic Studies di Stoccolma dal 1960), ma soprattutto ha fruttato, a lui e alla consorte, il premio Nobel (a lui per l’economia, nel 1974, a lei per la pace, nel 1982).
Anche in questo caso, una fervida professione di fede nell’eugenetica è andata di pari passo con una decisa militanza ecologista, dal momento che Myrdal è stato anche uno dei più attivi esponenti di quel "Club di Roma" che ha rappresentato, in Italia, una delle prime "élites" ambientaliste, e che, nel 1972, pubblicò il primo rapporto sui Limiti dello Sviluppo (nota 19) in cui si indicava, tra i pericoli maggiormente incombenti sul destino dell’umanità, la presunta inflazione demografica, additando a soluzione, ancora una volta, la crescita zero della popolazione, oltre a una generalizzata riduzione dei consumi. A proposito del Club di Roma, e dei suoi supporters come Myrdal, non si può non rimarcare come anche in questo caso, malgrado la provenienza inequivocabilmente "capitalistica" del suo fondatore, Aurelio Peccei, e dei suoi sostenitori, le tesi catastrofistiche del Club di Roma siano state immediatamente fatte proprie dalla sinistra, in particolare nelle sue componenti verdi e socialiste.
La verità sulle politiche eugenetiche praticate nel paese scandinavo non sarebbero forse mai venute a galla, se non fosse stato per il fortuito ritrovamento di alcuni documenti da parte di Marija Runcis, responsabile di un reparto dell'archivio di Stato. Un giorno, in alcuni locali dell'ufficio, la Runcis scoprì del materiale custodito sotto chiave, e, aprendolo si rese subito conto di essere davanti a migliaia di richieste di sterilizzazione. Più tardi, avrebbe compreso di essere di fronte agli effetti di un progetto che affonda le sue radici in tragiche teorie dibattute per tutti gli anni '20: "Trovai del materiale sigillato. Quando lo aprii vidi che erano domande e cartelle di sterilizzazioni. Il primo caso che attirò la mia attenzione era quello di un prete che denunciava una sua scolara di 15 anni perché, durante i compiti, lei non riusciva a concentrarsi. Pensai che fosse una storia generata dal fondamentalismo religioso, una storia di preti che -a quell'epoca, forse grazie ad un grande potere- riuscivano a compiere scelte di questo genere, magari nell'ambito dell'attuazione di una strategia per lo stato di salute. Allora mi interessavo di questo. Quando riconsiderai quel materiale con maggiore attenzione […] mi accorsi che i preti non c'entravano niente. Si trattava, invece, di un progetto molto radicale, di stampo socialdemocratico. A quell'epoca il dibattito sulla razza pura, sull'eliminazione delle tare genetiche, era un dibattito che investiva e vedeva impegnati molti soggetti, sia a destra che a sinistra. Quelli di destra erano dell'avviso che l'individuo dovesse essere protetto dalle autorità e dalle istituzioni. I socialdemocratici, invece, sostenevano che, in alcuni casi, l'individuo - facendo parte della società - poteva anche essere vittima di ciò che fosse stato considerato ‘meglio’ per la società (nota 20)".
Secondo l’inchiesta condotta dalla stessa Runcis, durante i primi anni di applicazione di questa legge furono sterilizzati circa 10mila soggetti. Il 60% donne, il 40% uomini. Dopo il '45, però, il rapporto di percentuale cambiò nettamente, e le donne sterilizzate salirono al 95%. "A rimetterci – ha osservato la Runcis - furono in gran parte le donne. Quelle di cui si diceva che conducessero una vita sessuale troppo libera: a volte era sufficiente che una donna si mostrasse in pubblico da sola, in compagnia di un uomo, per essere oggetto di denuncia. Era invece raro che gli uomini venissero sterilizzati: capitava ai carcerati, ai violenti, a chi lasciava la scuola in giovane età (nota 21)".
La legge per la sterilizzazione di massa, in Svezia, resta in vita sino al 1976, e l'ultimo intervento è del 1971. In tutto, le vittime della sterilizzazione forzata, in Svezia, sarebbero state circa sessantamila: donne, nel 90% dei casi, soprattutto handicappate psichiche, ma anche persone considerate dallo Stato, a vario titolo, dal comportamento "antisociale": detenute dei riformatori, vagabonde, ragazze madri, e, con buona pace di chi considera i Paesi scandinavi come paradisi della libertà sessuale (e la sinistra come paladina delle libertà individuali, specialmente in materia di sesso), donne "sessualmente iperattive"!!!
Il fatto che politiche eugenetiche per il miglioramento della razza, tipiche del regime nazista e oggetto di universale condanna, siano state attuate in Svezia per 41 anni, ossia fino alla metà degli anni Settanta, in un paese che, da sinistra, si è per lungo tempo voluto additare come modello di progresso e civiltà, non è mai stato del tutto segreto, ma quando, nella seconda metà degli anni ’90, la verità è emersa in modo ufficiale ha creato non poco imbarazzo nella classe dirigente svedese dell’epoca. In particolare, Margot Wallstrom, allora ministro degli Affari Sociali, propose di riconoscere un indennizzo economico alle vittime ancora viventi di quella che definì "una barbarie (nota 22)".
Quello svedese, comunque, non è l’unico "paradiso" del Welfare State nel quale la sinistra e orrorifica ossessione eugenetica ha mietuto vittime: è stato calcolato che migliaia di sterilizzazioni forzate siano state eseguite in Danimarca, in Finlandia, e soprattutto in Norvegia. Mentre in Finlandia la legge sulla sterilizzazione forzata è rimasta in vigore dal 1935 al 1970, e ha mietuto il pur non trascurabile numero di 1.400 vittime, in Norvegia la "politica della razza" ha avuto inizio nel 1934, ed è formalmente terminata soltanto a metà anni ’70. Di fatto, la maggior parte delle sterilizzazioni ha avuto luogo nel decennio 1966/76, e, secondo il Ministero della Sanità di Oslo, ha coinvolto almeno 40.000 persone (nota 23).
4. "Sinistra darwiniana" o "sinistra neonazista"? Peter Singer, il profeta della "liberazione animale".
Attualmente, la figura più rappresentativa di questo connubio tra ossessione per la presunta esplosione demografica, propaganda eugenetica e ambientalismo è certamente rappresentata dal filosofo australiano Peter Singer, autore del celebre Liberazione animale (nota 24), considerato il manifesto dell’animalismo contemporaneo. Docente di Bioetica all’Università di Princeton, Singer ha scritto numerosi volumi, tra cui Etica pratica (nota 25) e Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants (nota 26), nei quali afferma che "la vita degli adulti infermi non ha un valore intrinseco (nota 27)". Sulla base di questo presupposto, Singer propugna, ad esempio, l’utilizzo di embrioni umani e di individui adulti comatosi come cavie al posto degli animali, per verificare l’eventuale tossicità dei farmaci.
Ma soprattutto, come i suoi predecessori eco-darwiniani, Singer ritiene che la vita di neonati con malformazioni particolarmente gravi sia intrinsecamente priva di valore, e che questo ne giustifichi moralmente la soppressione: "Uccidere un neonato con malformazioni – ha scritto in Etica pratica – non è equivalente ad uccidere una persona. E molto spesso non è per niente sbagliato", dal momento che bambini handicappati e down "richiedono più attenzioni dei bambini normali (nota 28)". Allo stesso modo, secondo Singer, si giustifica l’assassinio di adulti in stato di coma o in condizione vegetativa permanente. Il filosofo australiano non trova dunque nulla di strano nel fatto che esseri umani più o meno privi, per nascita o per malattia, di caratteristiche quali "la razionalità, l’autonomia e l’autocoscienza" siano esclusi da ogni protezione, ed eventualmente soppressi senza troppi scrupoli: "Il fatto che un essere sia un essere umano – ha scritto ancora in Etica Pratica – non è rilevante nella valutazione della moralità o meno dell’ucciderlo (nota 29)". Lo sterminio di questo genere di individui, nella prospettiva di Singer, non può nel modo più assoluto essere posto sullo stesso piano dell’uccisione di qualsiasi essere autocosciente, sia esso umano o animale.
Appare dunque evidente come l’ideologia neodarwiniana di Singer si saldi strettamente con la sua invocazione di "diritti animali" giuridicamente equivalenti ai "diritti umani", da lui esplicitamente teorizzati nel già citato Liberazione animale. Come a suo tempo per Haeckel, anche per Singer non esistono confini né biologici né morali tra uomini e animali. Il solo sospetto che tra la ragione umana e l’istinto animale esista una differenza qualitativa, è bollato da Singer come pregiudizio razzista e – termine di sua coniazione – "specismo (nota 30)": "scimmie, cani gatti e perfino topi sono più consapevoli di quanto accade loro, più sensibili al dolore e così via, di molti uomini cerebro-lesi, degenti nelle corsie di ospedali o in altre istituzioni (nota 31)". Così, se da un lato Singer non ha remore a propugnare l’uccisione di neonati malformati, dall’altro non esita a sostenere la legittimità di azioni violente a difesa degli animali: "Dovremmo organizzare irruzioni violente che liberino gli animali? Ciò è illegale, ma l’obbligo di obbedire alla legge non è assoluto (nota 32)".
Comprensibilmente, le tesi eugenetiche di Singer e le sue proposte di eliminazione dei disabili lo hanno esposto all’accusa di propugnare tesi assolutamente simili a quelle naziste, ma questo sembra non scomporlo più di tanto, se, in un’occasione, ha dichiarato: "I nazisti hanno commesso crimini orrendi, ma questo non significa che qualsiasi cosa i nazisti abbiano fatto sia orrenda (nota 33)". Per inciso, andrebbe osservato che, come tutti sanno, anche Joerg Haider, in contesti completamente diversi, si è prodotto in alcune boutades di tenore analogo, ma, appartenendo a tutt’altro schieramento politico rispetto a quello di Singer, le sue battute hanno suscitato reazioni internazionali che nessuno si è sognato di avere nei confronti di Singer.
Al contrario, la rivista "Reset", notoriamente vicina alle posizioni dei Democratici di Sinistra, ha ospitato a suo tempo una "lettera aperta" del filosofo australiano all’allora presidente del consiglio Massimo d’Alema, in cui lo esortava, in nome dell’iniziativa denominata "Great Ape Project (nota 34)", a promuovere un processo di revisione che giungesse ad attribuire ai grandi primati (scimpanzé, gorilla, oranghi) i "diritti morali fondamentali", sulla scia di un analogo provvedimento già adottato dal governo laburista di Tony Blair.
Dietro alla proposta di estendere il concetto di diritti dagli esseri umani agli animali c’è la teoria – anticipata, come si è detto, da Haeckel, ed elaborata ex professo in Liberazione animale di Singer - secondo cui, dal momento che gli animali hanno pari diritti degli uomini, non è permesso ucciderli e mangiarli. La relazione, tutt’altro che casuale, tra il sostegno a politiche eugenetiche e a misure di soppressione degli individui malformati, e la rivendicazione di presunti "diritti morali" degli animali, si configura, come ha osservato Carlo Lottieri, come una sorta di "nuovo paganesimo", che può spingersi fino "a marginalizzare gli esseri umani, costruendo un inedito ugualitarismo basato sul comune carattere biologico degli uomini, delle foche, dei delfini, delle sequoie, ecc. (nota 35)".
L’esplicito tentativo di Singer è quello di accreditare, all’interno di una sinistra svuotata di idee e resa bisognosa di "un nuovo paradigma" dal crollo del comunismo e dall’abbandono, da parte dei partiti socialdemocratici, dei tradizionali programmi di nazionalizzazione dei mezzi di produzione, un nuovo "darwinismo sociale" (Sinistra darwiniana è infatti il titolo della sua ultima pubblicazione) (nota 36), più "ugualitario", in quanto vi risulterebbero abolite le distinzioni tra uomini e animali.
Tra la legittimazione degli esperimenti sui comatosi e dello sterminio dei disabili, e la richiesta rivolta a due dei più importanti esponenti della sinistra europea di equiparare i "diritti" dei primati a quelli umani, dunque, "tutto si tiene". E se nel primo caso è inevitabile il richiamo alle teorie hitleriane (sembra che Tom Mc Clure, dirigente dell’Associazione dei Disabili degli Usa, abbia dichiarato che "Peter Singer è oggi l’uomo più pericoloso al mondo") (nota 37), l’ipotesi dell’esistenza di "diritti animali" giuridicamente equiparabili a quelli umani si rivela, sul piano teoretico, assolutamente insostenibile, solo che la si consideri con una certa attenzione.
Innanzitutto, essa prescinde completamente dall’evidente constatazione che l’uomo è il solo essere vivente e senziente ad essere "persona", a poter dire "Io", nel senso che è il solo essere ad avere un’autocoscienza. L’essere umano, cioè non solo sa, ma sa di sapere, non solo conosce, ma è consapevole di conoscere, non solo compie un’azione, ma sa di compierla. In secondo luogo, la teoria dei "diritti animali" sembra non tenere minimamente conto della capacità di scelta consapevole di ciascun individuo, del suo desiderio di usare il proprio intelletto per perseguire scopi e valori liberamente assunti, del suo bisogno di comprendere la realtà che lo circonda, della sua capacità di trasformare il proprio ambiente per svilupparsi, partecipando alla divisione del lavoro.
Su altro ancora, del resto, si fonda l’unicità dell’essere umano: la facoltà di formulare giudizi diversi sulla stessa realtà, dicendo ad esempio che l’acqua è buona quando scorre limpida ed è cattiva quando straripa e causa distruzioni; la capacità di fare ragionamenti, deducendo l’esistenza di una realtà sconosciuta da una realtà conosciuta; la capacità di formulare da realtà particolari concetti universali che si applicano a tutte le realtà particolari; o ancora, la capacità di formulare concetti astratti (la giustizia, la bontà, la bellezza) che non esistono nella realtà.
Infine, ciò che rende l’essere umano differente e in nessun modo equiparabile agli animali è la facoltà di comunicare e interagire con altri esseri umani "parlando", cioè usando segni non soltanto per comunicare con gli altri esseri (cosa che anche gli animali fanno, per comunicare con gli altri animali), ma usando segni non solo naturali, ma artificiali e arbitrari (come ha dimostrato la moderna linguistica, a cominciare da Saussure) (nota 38): segni cioè a cui l’uomo attribuisce un significato che "naturalmente" non hanno.
Alle concezioni olistiche dei fautori dell’"animalismo" alla Singer e della cosiddetta "ecologia profonda", i teorici dell'ecologia di mercato (free market environmentalism) contrappongono un deciso recupero del concetto di centralità della persona umana: "La natura – ha scritto Carlo Lottieri in Privatizziamo il chiaro di luna! - è certo da preservare e difendere, ma in quanto serve all'uomo e all'espressione delle sue migliori facoltà. [...] La natura, come ogni altra cosa, è quindi nelle mani egli individui e soltanto loro, se saranno lasciati libri di agire e se sapranno cogliere tale opportunità, potranno garantirne un futuro migliore (nota 39)" Per i fautori dell’ecologia liberale, quindi, non esiste una dignità della natura per se, la quale prescinda dalla nostra valutazione, dal nostro apprezzamento e, conseguentemente, anche dalla nostra volontà di agire per preservare l’integrità di un certo equilibrio ecologico.
Del resto, è a tutti ovvio che gli animali non rispettano di certo i "diritti" degli altri animali, né degli esseri umani. Un lupo che aggredisce agnelli o polli non è un "malvagio", ma, semplicemente, segue la legge naturale della propria sopravvivenza. Allo stesso modo, se un lupo aggredisce un uomo e lo uccide, nessuno si sognerebbe di dire che quel lupo è un "malvagio aggressore", e che per questo va "punito", magari dopo regolare processo. Eppure, questa sarebbe la grottesca conseguenza di un animalismo preso sul serio, ovvero di un’estensione agli animali di un’etica dei diritti, e dei conseguenti doveri, modellata sull’etica umana.
Appare evidente, quindi, che il concetto di "diritti" (e di quelli, intrinsecamente connessi, di violazione dei diritti, di criminalità, di aggressione) può essere applicato unicamente agli esseri umani, o a gruppi di esseri umani nei confronti di altri uomini: "Vi è una rozza correttezza – ha scritto Murray N. Rothbard, massimo teorico del libertarianism statunitense, in Etica della libertà – nella battuta: ‘riconosceremo i diritti degli animali non appena essi ci presenteranno una petizione’. Il fatto che gli animali, ovviamente, non possano presentare una petizione per ottenere il riconoscimento dei loro ‘diritti’ è parte della loro natura e parte della ragione per cui chiaramente essi non sono equivalenti agli esseri umani e non possiedono alcun diritto (nota 40)".
Note
(nota 1) G.WATSON , The Lost Literature of Socialism, Cambridge, The Lutterworth Press, 1998.
(nota 2) Cfr. D. WORSTER, Storia delle idee ecologiche, Bologna, Il Mulino, 1994.
(nota 3) E. HAECKEL, Storia della creazione, Torino 1892.
(nota 4) Cit. in A. GASPARI, Da Malthus al razzismo verde, Milano, 21mo secolo, 2000, pp. 119-120.
(nota 5) E. HAECKEL, Monisme, trad. di G. VACHER DE LAPOUCHE, Parigi, Shleiecher, Frères Editeurs, anno di pubblicazione imprecisato, p. 12.
(nota 6) ivi, pp. 14-15.
(nota 7) ivi, p. 47.
(nota 8) Cfr. A. GASPARI, Da Malthus al razzismo verde, cit., pp. 123-124.
(nota 9) Lo studioso inglese Nigel Harris osserva al proposito che la legge del 1924 non faceva che accentuare il carattere conservatore, o, meglio, la tendenza a recuperare una del tutto immaginaria "omogeneità" etnica della popolazione statunitense, già presente in un decreto del 1921, il quale "introdusse quote d’immigrazione proporzionali all’incidenza delle diverse nazionalità sulla popolazione americana del 1910, con un tetto annuo di 350.000 […]". Con la legge del 1924, si volle "spostare indietro nel tempo il parametro di riferimento delle quote d’immigrazione, che vennero a corrispondere alla composizione per nazionalità della popolazione americana nel 1890 (escludendo con ciò il periodo di massima immigrazione, che va fino al 1914)" (N. HARRIS, I nuovi intoccabili. Perché abbiamo bisogno degli immigrati, Milano, Il Saggiatore, 2000, pp. 124-125).
(nota 10) Cfr. G. WATSON, La littérature oubliée du socialisme, cit. p. 178.
(nota 11) G. STEINER, Il correttore di bozze, Mialno, Garzanti, 1999, p. 68.
(nota 12) P. BATTISTA, La fine dell’innocenza, Venezia, Marsilio, 2000, pp. 117-118.
(nota 13) ivi, pp. 116-117.
(nota 14) L. VON MISES, Lo Stato onnipotente, Milano, Rusconi,
(nota 15) Cfr. A. GASPARI, Da Malthus al razzismo verde, p. 125.
(nota 16) ADOLF RATZKA. "Eradication of "deviants":the dark side of the Swedish Model", pubblicato sul sito dell’Institute on Independent Living (http://www.independentliving.org/Lib...ilization.html).
(nota 17) A. e G. MYRDAL, Kris i befolknigsfragan, Albert Bauniers Förlag, Stoccolma 1935.
(nota 18) Cit. in A. GASPARI, Da Malthus al razzismo verde, cit., p. 30.
(nota 19) D.L. MEADOWS, I limiti dello sviluppo, Milano, Mondadori, 1972.
(nota 20) Intervista a Marija Runcis contenuta in G. CIRONE, "1935-1975 Quarant’anni di sterilizzazione forzata", pubblicato sul sito internet del Cesil (http://www.cesil.com/0298/cirone02.htm).
(nota 21) ibidem.
(nota 22) Cfr. A. GASPARI, Da Malthus al razzismo verde, cit., p. 28.
(nota 23) Cfr. A. GASPARI, Da Malthus al razzismo verde, cit., pp. 31-34.
(nota 24) P. SINGER, Liberazione animale – il libro che ha fatto nasce un movimento mondiale, Milano, Mondadori, 1991.
(nota 25) P. SINGER, Etica Pratica, Edizioni Liguori, Napoli, 1989.
(nota 26) P. SINGER - H. KUHSE, Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants, Oxford University Press, Oxford, New York, Melbourne 1985.
(nota 27) Cit. in A. GASPARI, Da Malthus al razzismo verde, cit., p. 172.
(nota 28) P. SINGER, Etica Pratica, cit., p. 134.
(nota 29) ibidem.
(nota 30) Cfr. C. CASULA, Diritti animali: per saperne di più, pubblicato sul periodico telematico "Caffè Europa" del 15/09/1998: "speciesism: discriminazione portata avanti dalla maggiorparte degli uomini e delle donne nei confronti degli altri animali (dei quali non riconoscono dunque i diritti) basata sulla non-appartenenza di questi ultimi alla specie umana. Concetto che gli animalisti considerano come equivalente al razzismo ed al sessismo, in quanto come essi fonderebbe la determinazione dei confini che definiscono una comunità di membri moralmente eguali su differenze moralmente irrilevanti (colore della pelle, sesso, specie)".
(nota 31) P. SINGER, Etica Pratica, cit., p. 66.
(nota 32) ivi, p. 14.
(nota 33) Cit. in L. GALLINO, "Risposta alle associazioni dei disabili tedeschi", in "Tuttolibri " (supplemento del quotidiano "La Stampa") n. 770, ottobre 1991
(nota 34) Cfr. P. CAVALIERI - P. SINGER (a cura di), Il Progetto Grande Scimmia. Eguaglianza oltre i confini della specie umana, Roma, Theoria, 1994.
(nota 35) C. LOTTIERI, Rischi ambientali e società: gli equivoci della regolamentazione, in C. LOTTIERI- G. PIOMBINI, Privatizziamo il chiaro di luna!, Leonardo Facco Editore, Treviglio, 1996, p. 72.
(nota 36) P. SINGER, Sinistra darwiniana. Politica, evoluzione e cooperazione, Torino, Edizioni di Comunità, 2000.
(nota 37) Cfr. A. GASPARI, Da Malthus al razzismo verde, cit., p. 171, nota 33.
(nota 38) Cfr. F. DE SAUSSURE, Corso di linguistica generale, Bari, Laterza, 1995, pp. 85-88.
(nota 39) C. LOTTIERI, Rischi ambientali e società: gli equivoci della regolamentazione, in C. LOTTIERI- G. PIOMBINI, Privatizziamo il chiaro di luna!, Leonardo Facco Editore, Treviglio, 1996, p. 72.
(nota 40) M. N. ROTHBARD, L’etica della libertà, Liberilibri, Macerata, 1996, p. 233.




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