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  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito I rapporti di lavoro sono relazioni di mercato

    Ecco alcuni spunti tratti da www.ragionpolitica.it

    I rapporti di lavoro sono
    relazioni di mercato

    di Giorgio Bianco - 13 novembre 2004

    Le teorie e le ideologie socialiste, delle più diverse sfumature, sono accomunate dall'assunto secondo cui, tra datore di lavoro e lavoratore, la parte più debole è sempre quest'ultimo. Se, per un verso, la condizione del singolo di fronte all'impresa può apparire d'istinto (ancorché in modo fallace, come si vedrà) oggettivamente più debole, la diffusione delle idee in un modo o nell'altro riconducibili a una visione socialista dei rapporti sociali ha fatto sedimentare nel sentire comune la convinzione che i rapporti di forza tra "padrone" e lavoratore siano sempre a svantaggio di quest'ultimo. Ma soprattutto, si è finito per perdere di vista il fatto che i rapporti di lavoro, ad un'attenta analisi, rientrano appieno nelle relazioni di mercato, e non hanno alcuna differenza sostanziale rispetto a qualunque altro rapporto di scambio.
    Quando si acquista un prodotto alimentare o un quotidiano, in un contesto di libero scambio, si deve poter essere liberi di farlo fino a quando ciò risulta soddisfacente. Evidentemente, questo rende incerta l'esistenza dell'azienda alimentare o del quotidiano, e rende precari quanti vi lavorano, ma è anche l'unico modo per far sì che l'azienda o la redazione si impegnino quotidianamente per venire incontro alle esigenze dell'acquirente. In un autentico ordine di mercato, dove le aziende, di produzione o di servizi che siano, non godono di privilegi e sovvenzioni assicurati dallo Stato alle spese del contribuente, la soddisfazione del cliente è in tutta evidenza l'unica garanzia di cui esse dispongono per continuare ad esistere e a produrre profitti.
    Quello che la diffusione di ideologie cariche di pregiudizi nei confronti del mercato ha reso difficile percepire, è che i rapporti di lavoro si basano sugli stessi meccanismi di qualsiasi altra relazione di scambio. Quando un dipendente o un collaboratore cede il proprio lavoro ad un'impresa, infatti, deve essere libero di interrompere questo rapporto se quell'impresa non lo soddisfa o se un'altra gli offre condizioni migliori. Questo, certamente, può creare problemi alla prima azienda. Ma ancora una volta, la soluzione scaturisce dalla libertà di scambio, nella fattispecie dalla libertà contrattuale, e dunque dalla flessibilità, offrendo sia all'impresa sia al lavoratore gli strumenti per tutelarsi senza che

    vengano lesi i diritti e la libertà di alcuno. Ad esempio, un'impresa può proporre contratti che vincolino i dipendenti per un certo periodo, comportando penali da pagare nel caso qualcuno rinunci all'impegno assunto prima della scadenza del contratto (che può durare, ad esempio, 5, 10, 15 anni). Anche il lavoratore, d'altro canto, può tutelarsi richiedendo accordi di tale natura. Questo, d'altronde, è quello che già avviene là dove la libertà contrattuale e maggiore e meno compressa da bardature corporative, per esempio negli accordi tra le imprese e gli alti dirigenti.
    L'idea che il lavoratore si trovi in una posizione costitutivamente deteriore nei confronti del datore di lavoro è legata ad ad una visione distorta, propria delle ideologie socialiste, dei rapporti di lavoro, la quale a propria volta rimanda a una più generale visione conflittuale e antagonistica dei rapporti sociali. In realtà, i rapporti lavorativi, lungi dall'essere il terreno su cui si consuma la "lotta di classe" tra gruppi sociali dagli interessi contrapposti, appartengono in tutto e per tutto all'universo delle relazioni di mercato, le quali, per loro natura, rappresentano l'esatto opposto dei rapporti conflittuali. Qualunque scambio, compreso quello che avviene tra lavoratore e datore di lavoro, è infatti una relazione libera e volontaria, dalla quale entrambe le parti traggono vantaggio, per l'evidente ragione che, se non fosse così, lo scambio non avrebbe luogo.
    A differenza del padrone di schiavi, del rapinatore, dell'estorsore, nessun imprenditore può costringere con la forza chicchessia a lavorare per lui. Lo schiavo o colui che subisce una rapina o un'estorsione rappresenta realmente la parte debole e svantaggiata di una relazione coercitiva, dalla quale non desidera altro che uscire. Ma i normali rapporti di lavoro non possono in alcun modo essere fatti rientrare tra le relazioni coercitive, dal momento che il lavoratore è libero di interrompere la relazione se questa non soddisfa le sue esigenze (entro i limiti, di cui si è parlato, con i quali le imprese e i lavoratori possono tutelarsi, ma che vengono fissati contrattualmente, con il consenso di entrambe le parti). Il fatto che il licenziamento, ovvero l'interruzione del rapporto lavorativo, rappresenti la massima "pena" che il datore di lavoro può infliggere al dipendente, e che quest'ultimo, ovviamente, non desideri affatto essere licenziato, è la definitiva dimostrazione del fatto che è del tutto insensato e fuorviante applicare ai rapporti di lavoro il concetto di sfruttamento.
    Né d'altronde può essere addotto a riprova di un'asimmetria necessariamente a favore del datore di lavoro il fatto che questi sfrutti lo stato di bisogno del lavoratore. Infatti, qualsiasi scambio volontario si verifica perché ciascuna parte ha bisogno dell'altra, ed entrambe le parti sfruttano il bisogno dell'altra. Quando un consumatore acquista, come negli esempi di prima, un prodotto alimentare o un quotidiano, l'azienda o la redazione "sfrutta" il suo bisogno di cibo o il suo desiderio di informazione per ricevere da lui dei soldi, ma nello stesso tempo l'acquirente "sfrutta" il bisogno di soldi delle imprese per farle lavorare al suo servizio. Dal momento che lo scambio è volontario, non si può dire che l'acquirente sia uno sfruttatore del produttore più di quanto quest'ultimo lo sia del primo. Ma gli stessi princìpi vale per tutti gli scambi denaro-attività lavorativa: anche il lavoratore "sfrutta" la necessità di manodopera del datore di lavoro per ottenere denaro, senza che questo - giustamente - venga in alcun modo considerato disdicevole da nessuno.

  2. #2
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Re: I rapporti di lavoro sono relazioni di mercato

    Ancora su sciopero, serrata e presunta asimmetria fra datore di lavoro e lavoratore
    di Giorgio Bianco - 24 dicembre 2004

    Quando, nell'autunno 2001, ormai insediatosi il secondo esecutivo Berlusconi, il titolare del neonato ministero del Welfare Roberto Maroni decise di ricorrere allo strumento delle deleghe per apportare alcune modifiche all'articolo 18, un segretario confederale della Cgil, Giuseppe Casadio, ebbe a dichiarare che il provvedimento mirava a "riscrivere il diritto del lavoro, annullando di fatto un modello culturale democratico e solidale". Caposaldo di questo "modello" è un modo di concepire il rapporto fra datore di lavoro e dipendente tipico non soltanto di certa mentalità sindacale e della sinistra, ma che ormai, attraverso la ben nota opera di sottile condizionamento culturale messa in atto per decenni dalla sinistra stessa, ha finito per sedimentarsi profondamente nel senso comune.

    Secondo questa vulgata, il rapporto di lavoro sarebbe inevitabilmente un rapporto di sfruttamento, in cui il datore di lavoro è un bieco e malvagio despota, e il lavoratore null'altro che un cittadino inerme, completamente alla sua mercé, del tutto solo se non fosse per la rassicurante ala protettrice della Triplice sindacale (alla quale però deve pagare il tributo di iscriversi e partecipare agli scioperi e alle manifestazioni di piazza che di volta in volta i leader sindacali decretano).

    In realtà, se si guarda al rapporto di lavoro con mente sgombra dai fumi del pregiudizio, ci si rende conto che esso non è altro che un rapporto volontario, libero, contrattuale; in sostanza, un rapporto in tutto e per tutto assimilabile a qualunque altro rapporto commerciale.Già nel 1966 il grande giurista liberale Bruno Leoni aveva messo in luce gli equivoci che si celano dietro all'idea di una inevitabile disparità di rapporti tra lavoratore e imprenditore, sempre e comunque a vantaggio di quest'ultimo. In particolare, il ragionamento di Leoni mira a dimostrare come, in un eventuale braccio di ferro contrattuale che vedesse confrontarsi, in un contesto di autentico libero mercato, l'opposta minaccia di uno sciopero da parte del lavoratore e quello di una serrata da parte dell'imprenditore, nulla dovrebbe indurci a pensare che il primo si trovi sempre e comunque in condizioni di svantaggio nei confronti del secondo.

    Siffatta condizione si basa innanzitutto, secondo Leoni, sul fatto che, mentre il lavoratore non può attendere per molto tempo di trovare un impiego, e con esso la remunerazione che gli consente di sopravvivere, l'imprenditore dispone di tutto il tempo necessario per indurre il lavoratore ad accettare un compenso inferiore. Questa, è l'impalcatura concettuale su cui si regge la teoria di Leoni, secondo cui al presunto squilibrio tra imprenditore e datore di lavoro va posto rimedio con il diritto di sciopero, e questo ritrovato equilibrio va difeso da contromosse padronali come la serrata. In effetti, se un lavoratore rimanesse realmente privo di retribuzione e di ogni mezzo di sussistenza, sarebbe ridotto alla fame. Ma l'alternativa tra l'ottenimento delle condizioni rivendicate e l'assenza di ogni altro reddito è, di per sé, una mera ipotesi: "come hanno rilevato alcuni economisti - scrive Leoni -, la disoccupazione in concreto è spesso volontaria, ossia dipende da una decisione che il lavoratore è in grado di prendere, perché può aspettare per lavorare, o quanto meno per svolgere un determinato lavoro, che si verifichino determinate condizioni".

    È anche vero, d'altro canto, che l'imprenditore dispone normalmente di redditi maggiori rispetto ai lavoratori, e può dunque sopravvivere più a lungo ad una fase di improduttività della sua attività. Ma ben difficilmente un imprenditore sceglie di sospendere la produzione solo, o anche soltanto in prevalenza, in base a considerazioni di questo genere. Leoni ritiene ragionevole pensare che un imprenditore valuti l'utilità delle alternative non già sulla base della differenza tra la sua condizione attuale e la condizione attuale dei lavoratori, ma tra quella in cui egli si trova ora e quella in cui potrebbe trovarsi in seguito: "tutti sanno che l'utilità o la disutilità delle scelte viene valutata da chi sceglie non già in base ad un paragone tra la posizione in cui questi si trova e la posizione in cui si trovano altri, meno fortunati di lui, ma in base ad un paragone tra la situazione in cui chi sceglie verrà a trovarsi e quella in cui si trova attualmente".

    Leoni coglie qui un elemento essenziale dei rapporti tra le parti contraenti nel rapporto di lavoro, e cioè la soggettività dei punti di vista. Nessuno nega che può essere estremamente preoccupante per un operaio non guadagnare nulla per un mese intero, ma questo non implica automaticamente che la prospettiva di fermare la produzione non possa essere drammatica agli occhi dell'imprenditore. Il quale, con molta probabilità, non si troverà costretto a ridurre la propria alimentazione personale o quella della sua famiglia, ma si troverà quasi certamente a dover rinunciare a taluni progetti, a ridimensionare certe strategie, a perdere una parte anche molto significativa della propria competitività: "non basta quindi per indurre l'imprenditore ad effettuare la serrata della sua azienda la considerazione che egli potrà sopravvivere più a lungo dei suoi dipendenti: l'imprenditore sa che se la sospensione si prolunga, non solo egli incorrerà come suol dirsi in lucri cessanti, ma subirà danni emergenti i quali saranno poi tanto più rilevanti quanto più grande è la dimensione della sua impresa, per i costi comportati dall'uso dei beni di produzione anche quando questi rimangono totalmente o parzialmente inoperosi, considerazioni - queste - non di rado altrettanto inefficaci a indurre l'imprenditore alla continuazione dell'attività produttiva della sua impresa quanto lo sarebbero considerazioni relative alla sua semplice sopravvivenza in mancanza di tale attività".

    Un'altra "mezza verità" su cui si fonda il pregiudizio dello stato di costitutiva inferiorità del lavoratore poggia, osserva il giurista, sul fatto che - si dice - il lavoratore non può scegliere a piacimento i datori di lavoro, dal momento che questi sono meno numerosi, mentre il datore di lavoro può scegliere a piacimento fra i ben più numerosi lavoratori. Di qui deriverebbe la maggiore forza contrattuale dell'imprenditore, che dunque, secondo i sindacati, andrebbe ancora una volta "riequilibrata" attraverso l'intervento dello Stato, ovvero attraverso gli strumenti coercitivi del diritto del lavoro. Ma Leoni fa notare, acutamente, come la libertà, peraltro pienamente legittima, dell'imprenditore di scegliere nella "massa" degli aspiranti al posto di lavoro coloro che gli sono più graditi, sia limitata da fattori che restringono il suo potere decisionale: "se per una determinata impresa occorrono ad esempio un imprenditore e cento lavoratori, questi ultimi costituiscono, appunto per ciò, una potenziale ‘coalizione' nei confronti del datore di lavoro. Egli potrà bensì cercare di scegliere o di scartare a capriccio chi gli pare: l'imprenditore si trova nella situazione di chi ha bisogno di una certa somma per raggiungere il suo scopo e quindi ha assai scarsa rilevanza per lui (e per ogni altro) il fatto che egli possa, in teoria, scegliere il taglio o la serie dei biglietti di banca a sua disposizione per pagare quella somma: il limite della sua decisione essendo innanzitutto rappresentato dall'ammontare di cui ha bisogno e inoltre dai mezzi di pagamento che ha sottomano".

  3. #3
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Re: I rapporti di lavoro sono relazioni di mercato

    Serrata e presunta asimmetria fra datore di lavoro e lavoratore
    di Giorgio Bianco - 31 dicembre 2004

    Leoni rileva al proposito che la "filosofia del diritto di sciopero", a cui è sostanzialmente ispirata la legislazione sul lavoro, è condizionata da un "fattore irrazionale", che è proprio di tutte le ideologie socialiste, e che si può far risalire al concetto proudhoniano di "filosofia della miseria". Secondo Proudhon e i suoi epigoni, soltanto in situazioni di "miseria ambientale" il datore di lavoro si troverebbe in una posizione di forza rispetto ai lavoratori: "se il datore di lavoro ha bisogno di cento prestatori d'opera e il mercato del lavoro gliene offre trecento, questi ultimi appaiono in una situazione di svantaggio". E tuttavia questo non comporta né che l'imprenditore possa automaticamente trarre maggiore libertà di manovra e maggiore profitto da questa sua presunta posizione di vantaggio, né che i lavoratori possano "riequilibrare" la situazione attraverso il ricorso alla forza, incluso il provvedimento dello sciopero: "ciò non significa [...] - osserva Bruno Leoni - che da un lato l'imprenditore possa fare quello che vuole, (ad esempio, riducendo, o d'altra parte aumentando a piacere, le sue offerte di remunerazione del lavoro), né che, d'altro lato, i lavoratori possano eliminare lo svantaggio della loro situazione semplicemente ricorrendo a procedimenti coercitivi del tipo dello sciopero".

    In una situazione di economia arretrata, gli imprenditori sono poco numerosi, il capitale è scarso, e proprio per questo motivo, dispongono di mezzi molto più limitati di quelli di cui disporrebbero i loro colleghi in un ambiente prospero, e possono fare un uso di fattori "non umani" della produzione. In una situazione di "miseria ambientale", poi, il rischio d'impresa è più elevato, a causa di una serie di fattori che vanno dalla maggior difficoltà di produrre e immettere sul mercato i beni prodotti, alla frequente insolvenza dei compratori. È quindi ovvio che, nelle economie arretrate, gli imprenditori sono costretti a remunerare i loro prestatori d'opera in misura inferiore rispetto ai loro colleghi che operano in condizioni avanzate. Il tentativo di costringere l'imprenditore, in un contesto di miseria ambientale, ad aumentare le retribuzioni, riducendo con la forza il suo reddito, non può che gettare l'imprenditore in condizioni ancora più difficoltose, addirittura determinare la sua scomparsa dal mercato: "se ne deve concludere che mentre in economie prospere può non esistere affatto uno squilibrio contrattuale a danno dei prestatori d'opera, e anzi può esistere - al contrario - una situazione di ‘superiorità' - contrattuale da parte di questi ultimi, nelle economie arretrate la superiorità almeno apparente del datore di lavoro è ‘compensata' sui lavoratori di regola dalla scarsezza dei suoi capitali e dal conseguente alto costo della produzione, che non appaiono modificate con mezzi di coazione quali lo sciopero. Il tentativo di ridurre il reddito del datore di lavoro marginale [quello che opera in circostanze di miseria ambientale] in una situazione del genere, mediante azioni di forza, può quindi comportare addirittura la scomparsa della figura, in queste economie abbastanza rara, dello stesso datore di lavoro, il quale non troverebbe più convenienza a sopportare un maggior costo di produzione, quando quello che deve sopportare è già alto rispetto ai costi di produzione corrispondenti nelle economie arretrate".

    Tutto ciò, per Bruno Leoni, vale a sfatare il mito secondo cui il prestatore d'opera è sempre e necessariamente la parte più debole, e dunque necessiterebbe inderogabilmente dello strumento dello sciopero per ristabilire l'"equilibrio tra le parti. Ma un analogo ragionamento, osserva il giurista, vale per la serrata. Se essa è concepita come ritorsione contro lo sciopero, "è chiaro che essa non tende a ‘squilibrare' il rapporto, ma semplicemente a rimediare allo squilibrio che con lo sciopero si vorrebbe introdurre". Se invece il ricorso alla serrata è motivato dall'intento di squilibrare il rapporto con i prestatori d'opera, essa si rivela, per gli imprenditori, non meno controproducente dello sciopero per i lavoratori: "se - prosegue Leoni - la manodopera è scarsa (caso che il datore di lavoro potrebbe considerare come di ‘superiorità' per il prestatore d'opera) non si rimedia certo a tale scarsità con una ‘serrata'; mentre invece proprio a tale scarsità di manodopera occorrerebbe rimediare per eliminare la pretesa di superiorità contrattuale, in tal caso, del prestatore d'opera".

    Così, tanto lo sciopero quanto la serrata, strumenti concepiti per riportare "equilibrio" tra le parti nei contratti di lavoro, finiscono generalmente per determinare squilibri "tra lavoratori e lavoratori", e più in generale un grave danno all'intera società economica. Se infatti, a causa di uno sciopero, o di altre misure coattive (il cui effetto, è importante sottolinearlo, è sempre quello di alterare i prezzi reali nel mercato del lavoro), il lavoro impiegato nella produzione di un determinato bene viene a costare più i prima, e più del lavoro impiegato per la produzione di altri beni, gli imprenditori tenderanno a destinare, in misura maggiore di quanto sarebbe richiesto dal mercato, quelli che Leoni chiama i "fattori materiali della produzione" (ovvero il capitale da investire) verso produzioni in cui il lavoro è rimasto meno costoso. "Ciò avrà innanzitutto per effetto - osserva Leoni - l'eventuale disoccupazione dei lavoratori nelle imprese in cui il lavoro è divenuto troppo costoso (ossia uno squilibrio tra lavoratori e lavoratori) solo compensabile in parte con il riassorbimento eventuale, a salari minori, dei predetti lavoratori nelle imprese in cui il lavoro sarà rimasto meno caro e in cui saranno affluiti i nuovi capitali distolti dalle imprese in cui il lavoro era divenuto più caro. Ma ciò avrà anche per effetto una sottrazione di risorse alla produzione di certi beni che pure erano richiesti sul mercato, e la loro destinazione alla produzione di beni non richiesti o meno richiesti, ossia una perdita per l'intera economia".

  4. #4
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Re: Re: I rapporti di lavoro sono relazioni di mercato

    Libertà, professionalità, imprenditorialità
    di Giorgio Bianco - 7 gennaio 2005

    Le reazioni suscitate dai ragionamenti proposti, nelle settimane scorse, sulla fallacia della vulgata che dipinge il lavoratore come parte sempre e comunque più debole rispetto al datore di lavoro, stimolano ad approfondire la riflessione. Tanto più, che la stessa natura emotiva di quelle reazioni dimostra un notevole grado di fraintendimento delle argomentazioni avanzate. Come se si fosse voluto dire «il padrone e il dipendente sono sempre su un piano di parità», mentre l'assunto di fondo è che si danno certamente situazioni in cui il lavoratore è in posizione deteriore, ma anche situazioni opposte, così come esistono datori di lavoro ricchi e datori di lavoro poveri, lavoratori ricchi e lavoratori indigenti, sicché la questione non può essere definita a priori e una volta per tutte.

    Ad esempio, ci si ricorda che è spesso la posizione del lavoratore dipendente a presentare numerosi vantaggi rispetto a quella del lavoratore autonomo: mentre l'imprenditore viene pagato solo al termine del ciclo produttivo (dopo che il bene è stato prodotto e solo se è stato venduto), il lavoratore viene pagato in anticipo, anche se il prodotto non sarà venduto. Non è un caso se la stragrande maggioranza delle persone preferisce la certezza del lavoro dipendente (e possibilmente del posto fisso) a un guadagno futuro e incerto. Il profitto dell'imprenditore, dunque, non ha niente a che vedere con una presunta posizione di preminenza sul lavoratore, ma è conseguenza del fatto che i beni attuali valgono comunque più dei beni futuri: nessuno preferisce dieci milioni fra un anno a dieci milioni subito, se non in cambio di un'adeguata contropartita. La funzione del capitalista è quindi fondamentale, perché in sua mancanza i lavoratori non potrebbero essere pagati fino a quando il prodotto è finito e venduto e molti di loro non sarebbero affatto disposti ad accollarsi questa attesa.

    La vulgata sinistrorsa e sindacale, fondata sull'assurdo concetto di "sfruttamento capitalistico", tende a dipingere il "padrone" come un avvoltoio sulle spalle del povero lavoratore. In realtà, l'imprenditore è una persona che scommette, che investe capitali oggi in attesa di un incerto profitto domani, che rischia, e spesso rischia grosso, più di un operaio in catena di montaggio. Un investimento non azzeccato o una sola commessa non andata a buon fine possono essergli fatali.

    Come ha ben spiegato Ludwig von Mises, l'imprenditore è essenzialmente un uomo d'azione e la sua attività si fonda essenzialmente sulla capacità di speculare, ossia di prevedere eventi non determinabili a priori: «come ogni uomo d'azione, l'imprenditore è sempre speculatore. Egli si occupa delle condizioni incerte del futuro. Il suo successo o insuccesso dipende dalla correttezza della sua anticipazione di eventi incerti. Se sbaglia nella sua comprensione delle cose a venire, è spacciato. L'unica fonte dei profitti dell'imprenditore è la sua abilità ad anticipare meglio degli altri la domanda dei consumatori. Se tutti anticipassero correttamente lo stato futuro del mercato di una certa merce, il suo prezzo e i prezzi dei fattori complementari della produzione interessata sarebbero già al presente adattati a questo stato futuro. Per coloro che si mettono su questa linea d'affari non vi sarebbe né profitto né perdita».

    Nella sua azione, l'imprenditore può dunque basarsi soltanto sulla propria capacità di anticipare un futuro incerto. Per questo, non di rado, si scontra con chi ritiene che il futuro sia interamente prevedibile e che la particolare attitudine speculativa degli imprenditori sia sostituibile con formule precostituite: «l'imprenditore reale - scrive ancora Mises - è speculatore, un uomo avido di utilizzare la propria opinione sulla struttura futura del mercato per operazioni che promettono profitti. Questa comprensione anticipatrice specifica delle condizioni del futuro incerto sfida qualsiasi regola di sistematizzazione. Essa non può essere né insegnata né appresa. Se fosse differente, ognuno potrebbe fare l'imprenditore con qualche prospettiva di successo. Ciò che distingue imprenditore e promotore di successo dagli altri è precisamente il fatto che essi non si lascino guidare da ciò che fu ed è, ma atteggino i propri affari in base alla loro opinione del futuro. Essi vedono il passato e il presente come gli altri; ma giudicano il futuro in modo differente. Le loro azioni sono dirette da un'opinione del futuro differente da quella della massa. Se la struttura presente dei prezzi avvantaggia molto gli affari di coloro che oggi vendono gli articoli in questione, la loro produzione si espanderà solo nella misura in cui gli imprenditori credono che la costellazione del mercato favorevole durerà abbastanza a lungo per rendere convenienti i nuovi investimenti. Se gli imprenditori non si aspettano ciò, persino profitti altissimi delle imprese già in funzione non determineranno nuova espansione. È esattamente questa riluttanza dei capitalisti e degli imprenditori ad investire in linee che non considerano redditizie ad essere violentemente criticata da chi non comprende il funzionamento dell'economia di mercato. [...] L'idea stessa che il futuro sia prevedibile, che talune formule possano essere sostituite alla comprensione specifica che è l'essenza dell'attività imprenditoriale, e che la familiarità con queste formule metta tutti in grado di assumere la condotta degli affari, è naturalmente conseguenza dell'insieme di errori e di malinterpretazioni che sono al fondo delle politiche anticapitalistiche odierne. In tutto il corpo di quella che è detta filosofia marxista non vi è il minimo riferimento al fatto che il compito principale dell'azione è di provvedere per gli eventi di un futuro incerto. Il fatto che i termini promotore e speculatore siano oggi usati solo con un connotato obbrobrioso mostra chiaramente che i contemporanei non sospettano nemmeno in che consiste il problema fondamentale dell'azione».

    Se, come dice Mises, «non è la previsione come tale che produce profitti, ma la previsione migliore delle altre», una previsione sbagliata può trascinare alla rovina l'imprenditore e i suoi lavoratori. Lui e i suoi dipendenti sono sulla stessa barca: il benessere dell'uno è il benessere degli altri.

    In più, un buon imprenditore è essenzialmente un buon organizzatore e coordinatore delle diverse competenze che si incontrano nell'azienda. Perché mai un datore di lavoro che abbia a cuore i propri interessi dovrebbe licenziare un lavoratore che gli assicura produttività, e quindi profitti? Il lavoratore, dal canto suo, ha nella propria capacità, nella propria solerzia, nella propria professionalità le migliori, anzi le uniche vere garanzie, senza bisogno di particolari leggi che pretendano di "tutelarlo".

    Le condizioni del lavoratore e dell'imprenditore che contrattano un rapporto di lavoro possono essere paritarie o no, e non necessariamente sono "squilibrate" a favore del datore di lavoro. Ma, soprattutto tra i nemici della flessibilità, si può notare come continui a prevalere una visione, che si potrebbe addirittura far risalire a Hobbes, secondo cui qualunque ordine non può che scaturire dall'autorità. Di qui discende non solo l'avversione ad ogni ipotesi di flessibilità, ma ad ogni forma di libertà contrattuale. Costoro, infatti, non riescono a concepire che coloro che hanno molto e coloro che hanno poco (o addirittura quasi nulla) siano lasciati liberi di stipulare accordi, e seguitano ad avanzare tesi di natura corporativa secondo cui i sindacati hanno il diritto di sostituirsi agli individui nella definizione e nella stipula degli accordi in materia di lavoro.

    Se per natura il rapporto contrattuale tra imprenditore e datore di lavoro è libero e paritario, in Italia è accaduto che una legislazione fondata su una concezione completamente distorta di concetti come "tutela" e "socialità" ha limitato la libertà di questo rapporto, rendendolo, asimmetrico. Il lavoratore è libero, l'imprenditore no. Non può mandare a casa il suo dipendente, anche se questo significa intaccare il benessere proprio, dell'impresa e degli altri lavoratori. L'imprenditore è derubato di un diritto che dovrebbe appartenergli interamente, allo stesso modo in cui il lavoratore è libero di rescindere il contratto di lavoro.

    Tutto questo ha comportato effetti devastanti, legati soprattutto alla difesa ad oltranza del posto fisso, ma ha introdotto anche un elemento di profonda immoralità, creando una diseguaglianza del tutto opposta a quella additata dalla propaganda sindacale.

    Ma c'è di più. Scrive ancora Mises: «la funzione imprenditoriale, il perseguimento del profitto, è la forza propulsiva dell'economia di mercato. Profitto e perdita sono strumenti a mezzo dei quali i consumatori esercitano la loro supremazia sul mercato. Il comportamento dei consumatori determina i profitti e le perdite e quindi trasferisce la proprietà dei mezzi di produzione nelle mani dei meno efficienti in quelle dei più efficienti. Rende un uomo tanto più influente nella direzione dell'attività economica in quanto meglio sa venire incontro alle esigenze dei consumatori. In assenza di profitti e di perdite gli imprenditori non saprebbero quali sono i bisogni più urgenti dei consumatori. E se anche taluni dovessero azzeccarvi, mancherebbero comunque dei mezzi per adattare la produzione in conformità».

    È questo ciò che fa dell'economia di mercato, come ha scritto Sergio Ricossa, «un sistema crudele mala servizio di tutti», perché espelle inesorabilmente i cattivi imprenditori, ma premia quelli che sanno soddisfare le esigenze di quanti più individui possibile. Cattivo imprenditore è quello che non sa, o non vuole, comportarsi socialmente e per questo è destinato ad essere inesorabilmente punito. Non diversamente, buon lavoratore è chi sa assicurare all'impresa in cu lavora produttività e profitti.

    Ma in Italia, negli ultimi trent'anni, sindacati e politica si sono assunti il compito, in nome di una concezione completamente capovolta di ciò che è "sociale" e di ciò che non lo è, di abolire rispettivamente ogni disuguaglianza tra lavoratori buoni e lavoratori cattivi, e tra imprenditori buoni e imprenditori cattivi. Pessimi imprenditori hanno potuto mantenersi a galla giovandosi delle casse dello Stato e pessimi lavoratori hanno potuto continuare a rubare lo stipendio protetti dall'articolo 18. Le "garanzie" tanto invocate da sindacati e sinistre hanno beneficato gli incapaci e i lavativi, e hanno spazzato via il mercato per far posto al parassitismo. Il tutto, per di più, a danno di tante piccole e piccolissime imprese la cui vitalità è compromessa da una regolamentazione a cui ben si attaglia l'aggettivo che sindacalisti e compagni sono soliti appiccicare ad ogni ipotesi, per quanto blanda, di liberalizzazione: "selvaggia".

  5. #5
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    Chi è questo Giorgio Bianco ? Mi sembra uno pseudonimo, adottato da qualcuno che si vergogna delle cose che scrive.
    Diderot

  6. #6
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    Per la verità il fondamento stesso dell'analisi marxiana del rapporto fra Capitale e Lavoro, nella formazione economico-sociale capitalistica, si fonda proprio sull'idea che la "forza lavoro" sia una merce, con annessi e connessi. Non sarebbe immaginabile il socialismo marxiano senza questo concetto e senza il riconoscimento di questo dato. Non solo, per Marx le istituzioni e le libertà borghesi sono in qualche modo la sovrastruttura di questo dato di fatto. Per Marx infatti "l'egual diritto borghese" è la traduzione giuridica dell'eguaglianza formale di venditore e compratore sul mercato, e in particolar modo sul mercato del lavoro. E' vero che gli epigoni di Marx ne hanno grandemente dimenticato gli insegnamenti...ma....

    Shalom

  7. #7
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    In origine postato da Diderot
    Chi è questo Giorgio Bianco ? Mi sembra uno pseudonimo, adottato da qualcuno che si vergogna delle cose che scrive.
    No no, lo pseudonimo lo usi tu, ignorantone.

  8. #8
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    In origine postato da ARI6
    No no, lo pseudonimo lo usi tu, ignorantone.
    Giorgio Bianco sembra uno pseudonimo. Se non lo è, l'esimio copiatore dei più vieti luoghi comuni del pensiero economico liberale del primo ottocento farebbe bene ad usarne uno.
    Diderot

  9. #9
    Estremista della libertà
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    In origine postato da Diderot
    l'esimio copiatore dei più vieti luoghi comuni del pensiero economico liberale del primo ottocento
    Che idolo che sei

  10. #10
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    In origine postato da Pieffebi
    Per la verità il fondamento stesso dell'analisi marxiana del rapporto fra Capitale e Lavoro, nella formazione economico-sociale capitalistica, si fonda proprio sull'idea che la "forza lavoro" sia una merce, con annessi e connessi. Non sarebbe immaginabile il socialismo marxiano senza questo concetto e senza il riconoscimento di questo dato. Non solo, per Marx le istituzioni e le libertà borghesi sono in qualche modo la sovrastruttura di questo dato di fatto. Per Marx infatti "l'egual diritto borghese" è la traduzione giuridica dell'eguaglianza formale di venditore e compratore sul mercato, e in particolar modo sul mercato del lavoro. E' vero che gli epigoni di Marx ne hanno grandemente dimenticato gli insegnamenti...ma....

    Shalom
    Tanto che, se non ricordo male, una delle 4 partizioni dell'alienazione era la possibiltà di acquistare non solo l'azione e il frutto del lavoro, ma persino la conoscenza/qualità/talento che il lavoratore deteneva.

 

 
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