Ecco alcuni spunti tratti da www.ragionpolitica.it
I rapporti di lavoro sono
relazioni di mercato
di Giorgio Bianco - 13 novembre 2004
Le teorie e le ideologie socialiste, delle più diverse sfumature, sono accomunate dall'assunto secondo cui, tra datore di lavoro e lavoratore, la parte più debole è sempre quest'ultimo. Se, per un verso, la condizione del singolo di fronte all'impresa può apparire d'istinto (ancorché in modo fallace, come si vedrà) oggettivamente più debole, la diffusione delle idee in un modo o nell'altro riconducibili a una visione socialista dei rapporti sociali ha fatto sedimentare nel sentire comune la convinzione che i rapporti di forza tra "padrone" e lavoratore siano sempre a svantaggio di quest'ultimo. Ma soprattutto, si è finito per perdere di vista il fatto che i rapporti di lavoro, ad un'attenta analisi, rientrano appieno nelle relazioni di mercato, e non hanno alcuna differenza sostanziale rispetto a qualunque altro rapporto di scambio.
Quando si acquista un prodotto alimentare o un quotidiano, in un contesto di libero scambio, si deve poter essere liberi di farlo fino a quando ciò risulta soddisfacente. Evidentemente, questo rende incerta l'esistenza dell'azienda alimentare o del quotidiano, e rende precari quanti vi lavorano, ma è anche l'unico modo per far sì che l'azienda o la redazione si impegnino quotidianamente per venire incontro alle esigenze dell'acquirente. In un autentico ordine di mercato, dove le aziende, di produzione o di servizi che siano, non godono di privilegi e sovvenzioni assicurati dallo Stato alle spese del contribuente, la soddisfazione del cliente è in tutta evidenza l'unica garanzia di cui esse dispongono per continuare ad esistere e a produrre profitti.
Quello che la diffusione di ideologie cariche di pregiudizi nei confronti del mercato ha reso difficile percepire, è che i rapporti di lavoro si basano sugli stessi meccanismi di qualsiasi altra relazione di scambio. Quando un dipendente o un collaboratore cede il proprio lavoro ad un'impresa, infatti, deve essere libero di interrompere questo rapporto se quell'impresa non lo soddisfa o se un'altra gli offre condizioni migliori. Questo, certamente, può creare problemi alla prima azienda. Ma ancora una volta, la soluzione scaturisce dalla libertà di scambio, nella fattispecie dalla libertà contrattuale, e dunque dalla flessibilità, offrendo sia all'impresa sia al lavoratore gli strumenti per tutelarsi senza che
vengano lesi i diritti e la libertà di alcuno. Ad esempio, un'impresa può proporre contratti che vincolino i dipendenti per un certo periodo, comportando penali da pagare nel caso qualcuno rinunci all'impegno assunto prima della scadenza del contratto (che può durare, ad esempio, 5, 10, 15 anni). Anche il lavoratore, d'altro canto, può tutelarsi richiedendo accordi di tale natura. Questo, d'altronde, è quello che già avviene là dove la libertà contrattuale e maggiore e meno compressa da bardature corporative, per esempio negli accordi tra le imprese e gli alti dirigenti.
L'idea che il lavoratore si trovi in una posizione costitutivamente deteriore nei confronti del datore di lavoro è legata ad ad una visione distorta, propria delle ideologie socialiste, dei rapporti di lavoro, la quale a propria volta rimanda a una più generale visione conflittuale e antagonistica dei rapporti sociali. In realtà, i rapporti lavorativi, lungi dall'essere il terreno su cui si consuma la "lotta di classe" tra gruppi sociali dagli interessi contrapposti, appartengono in tutto e per tutto all'universo delle relazioni di mercato, le quali, per loro natura, rappresentano l'esatto opposto dei rapporti conflittuali. Qualunque scambio, compreso quello che avviene tra lavoratore e datore di lavoro, è infatti una relazione libera e volontaria, dalla quale entrambe le parti traggono vantaggio, per l'evidente ragione che, se non fosse così, lo scambio non avrebbe luogo.
A differenza del padrone di schiavi, del rapinatore, dell'estorsore, nessun imprenditore può costringere con la forza chicchessia a lavorare per lui. Lo schiavo o colui che subisce una rapina o un'estorsione rappresenta realmente la parte debole e svantaggiata di una relazione coercitiva, dalla quale non desidera altro che uscire. Ma i normali rapporti di lavoro non possono in alcun modo essere fatti rientrare tra le relazioni coercitive, dal momento che il lavoratore è libero di interrompere la relazione se questa non soddisfa le sue esigenze (entro i limiti, di cui si è parlato, con i quali le imprese e i lavoratori possono tutelarsi, ma che vengono fissati contrattualmente, con il consenso di entrambe le parti). Il fatto che il licenziamento, ovvero l'interruzione del rapporto lavorativo, rappresenti la massima "pena" che il datore di lavoro può infliggere al dipendente, e che quest'ultimo, ovviamente, non desideri affatto essere licenziato, è la definitiva dimostrazione del fatto che è del tutto insensato e fuorviante applicare ai rapporti di lavoro il concetto di sfruttamento.
Né d'altronde può essere addotto a riprova di un'asimmetria necessariamente a favore del datore di lavoro il fatto che questi sfrutti lo stato di bisogno del lavoratore. Infatti, qualsiasi scambio volontario si verifica perché ciascuna parte ha bisogno dell'altra, ed entrambe le parti sfruttano il bisogno dell'altra. Quando un consumatore acquista, come negli esempi di prima, un prodotto alimentare o un quotidiano, l'azienda o la redazione "sfrutta" il suo bisogno di cibo o il suo desiderio di informazione per ricevere da lui dei soldi, ma nello stesso tempo l'acquirente "sfrutta" il bisogno di soldi delle imprese per farle lavorare al suo servizio. Dal momento che lo scambio è volontario, non si può dire che l'acquirente sia uno sfruttatore del produttore più di quanto quest'ultimo lo sia del primo. Ma gli stessi princìpi vale per tutti gli scambi denaro-attività lavorativa: anche il lavoratore "sfrutta" la necessità di manodopera del datore di lavoro per ottenere denaro, senza che questo - giustamente - venga in alcun modo considerato disdicevole da nessuno.


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