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    Predefinito Il Montezemolo pensiero

    Domenica 23 gennaio in prima pagina sulla Stampa (Torino) spiccava un articolo firmato Luca Cordero di Montezemolo, padrone del giornale.
    Titolo: "Il nodo della classe dirigente".
    Del testo riporto il primo capoverso: «A due anni dalla scomparsa, l'assenza dell'Avvocato Agnelli contrassegna, e rende più acuta, la sensazione della mancanza di una vera classe dirigente in Italia, intesa come insieme di persone responsabili in grado di guidare a tutti i livelli il Paese e di rappresentarlo degnamente all'estero: compito quest'ultimo che sembra affidato ormai al solo presidente Ciampi».
    Il lettore avrà già capito dove va a parare il numero uno della Fiat, della Ferrari, della Confindustria. Egli in pratica sostiene: dopo Gianni Agnelli, il diluvio. Più che un'esagerazione è una balla.
    Intendiamoci, l'Italia effettivamente non si distingue per la brillantezza della sua classe dirigente. Ma non è una novità degli ultimi anni; roba vecchia almeno quanto Gianni Agnelli, il quale dette un contributo decisivo al declino dell'automobile in particolare e della grande impresa in generale. La decadenza ha una data d'inizio (simbolica), il 1967, quando cioè l?Avvocato alla non verde età di 46 anni cominciò a far finta di lavorare.
    Il fatto stesso che uno esordisca quasi cinquantenne come capitano d'industria solleva molti interrogativi; per non parlar dei dubbi. Un apprendista dirigente di solito, anche nella scalcinata Italia del 1967 e perfino in quella del 2005, ha 27 o 28 anni; impara, si specializza, sta sul pezzo per un po' e intorno ai 35 è pronto. L'Avvocato no. Appare in fabbrica con i capelli bianchi e le rughe. In fabbrica si fa per dire. Comunque vi appare a un'età in cui da queste parti all'epoca si puntava al prepensionamento. Non è un bel biglietto da visita, converrà Montezemolo.
    In una famiglia normale, un erede che fino a 46 anni anziché darsi da fare in ditta va in giro a spendere e spandere o viene opportunamente preso a calci nel didietro oppure liquidato, e chi s'è visto s'è visto; il timone dell'azienda comunque se lo sogna. Nel clan Agnelli viceversa si pensò che un bontempone tiratardi fosse l'uomo giusto per tracciare i destini della Fiat, e Gianni salì sul podio. Poiché il fratello Umberto era una persona seria, e dimostrò di esserlo tutta la vita, rimase a terra.
    Queste le premesse, figuriamoci il resto.
    Valletta se ne era andato depositando nelle casse l'equivalente di 5 mila miliardi di lire (non tiriamo in ballo gli euro altrimenti si smarrisce la trebisonda). Un patrimonio liquido senza precedenti, eppure dilapidato con sorprendente rapidità dal successore chic. Nel senso che quel denaro fu investito malaccortamente.
    Ora domando a Montezemolo: nel rimpiangere Gianni come emblema della buona dirigenza ahimé scomparsa, a quale titolo parla: di presidente della Fiat, di presidente della Confindustria o di cosa?
    Inoltre ci vuole spiegare quali furono i successi del Grande Personaggio cui ha dedicato il fondo della Stampa?
    Gianni Manager fu un disastro. Non ne indovinò una, a parte forse la Libia (uno che spilla soldi a Gheddafi merita una medaglia al valor levantino).
    E il suo essere negato alla guida dell?impresa si evince dal fallimento della Fiat in meno di 40 anni.
    Gianni Padrone ha collezionato brutte figure in serie e fuoriserie. Non imbroccò la scelta di un manager. O meglio. Ne aveva uno eccellente, l'ingegner Ghidella, progettista coi fiocchi (quello della Uno grazie alla quale la Fiat si era risollevata), e provvide a cacciarlo. Inventiva, zero. Strategie, zero. Tattiche, zero. Il bilancio della sua conduzione si riassume in due battute. L'Avvocato ha accumulato più perdite che profitti, più debiti che ricchezza. Se calcoliamo quanti quattrini ha sborsato lo Stato per soccorrere la "Fiat avvocatesca" scopriamo che la somma quattro volte la quotazione della fabbrica.
    E dovremmo rimpiangere un uomo simile, prenderlo come esempio?
    Primo, egli non seppe sviluppare un accidenti; secondo, non ebbe il coraggio di portare i libri in tribunale; terzo, strappò a Roma (alla cassa del cittadino) capitali ingenti senza ricambiare (restituire è un verbo troppo grosso).
    In sintesi. Agnelli ha ricevuto in eredità una stupenda industria e l'ha trasformata in un rottame.
    Le cose buone della Fiat sono siglate Umberto, non per nulla tenuto in disparte.
    E veniamo a Gianni Mecenate. Il suo fiore all'occhiello, Palazzo Grassi (Venezia) è in vendita (svendita). Dirigenti e personale si sono dimessi per disperazione. Ci spiega Montezemolo, sia detto senza spirito polemico, per quali opere sarà ricordato il suo ammiratissimo mentore? Forse per la direzione di Confindustria? Si salvi chi può. Chi firmò con Lama (altro campione) l'accordo sul famigerato punto unico di contingenza, causa di inflazione, appiattimento dei salari, distruzione dei rapporti di lavoro nelle aziende? Ovvio, Gianni Agnelli. E chi altro sennò?
    Non so se basta tutto questo, caro Luca Cordero di Montezemolo, a dimostrare che i dirigenti di oggi, per quanto mediocri, non sono peggiori di quelli del passato da lei apprezzati suppongo solo per ragioni affettive. Ho cercato di essere rispettoso.
    Ma sono obbligato ad aggiungere una chiosa finale. Gianni si è distinto per le sue inclinazioni alla mondanità; ha vissuto da principe pur non avendo costruito bensì distrutto un principato; non si è fatto mancare niente, nemmeno la tolla che però non ha usato per le auto bensì per proteggersi la faccia.
    E che dire dei celebri calambour?
    Rivelavano modi spicci per non dialogare e dare giudizi tranchant. L'Avvocato non reggeva l'attenzione (agli interlocutori) più di dieci minuti. Si annoiava. Doveva fare l'ambasciatore, andare alla Farnesina e sloggiare da Viale Marconi. Ci saremmo risparmiati la sua presenza per 40 anni e una quantità sterminata di soldi.
    E magari avremmo ancora una grande fabbrica di auto.
    Invece, caro Montezemolo, abbiamo lei con i suoi articoli commemorativi imbarazzanti.
    Termino con un consiglio disinteressato.
    Non pensare di sfottere Berlusconi dicendogli di essere suo amico. È lui che sfotte te fingendo di crederti. Non sgancerà un euro né per Confindustria né per la Fiat. Scommettiamo?

    Vittorio Feltri su Libero del 25 gennaio

    saluti

  2. #2
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    "....la sensazione della mancanza di una vera classe dirigente in Italia, intesa come insieme di persone responsabili in grado di guidare a tutti i livelli il paese e di rappresentarlo degnamente all'estero".
    Luca Cordero di Montezemolo su la Stampa del 23 gennaio


    "...nè General Motors ha pienamente capito quanto provinciale fosse la cultura d'impresa della Fiat...".
    WSJ Europe, 24 gennaio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Ho sempre avuto l'impressione che l'avvocato fosse un emerito pirla.
    Meno male che qualcuno ha il coraggio di dirlo.

    Magari lo avessero fatto quando l'avvocato era ancora in vita.

 

 

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