Immigrazione "reato grave"? Anche La Padania si vergogna
Processo breve: Casini prende le distanze. Macché astensione, noi voteremo contro
Una manifestazione della Lega. Sarebbe stato proprio il Carroccio a volere che il reato di ...
Francesco Signoretta
Immigrazione reato grave? Pure la Padania si vergogna. Nell'edizione di ieri del quotidiano leghista non c'è traccia in prima pagina dell'equiparazione del reato di clandestinità a quelli più gravi di mafia o terrorismo, determinata dal testo del disegno di legge sul processo breve depositato giovedì al Senato. E anche all'interno del giornale nessun titolo richiama questo aspetto del ddl, scelta che i bene informati vogliono direttamente collegata alla volontà della Lega. La prova provata che una semplice contravvenzione, punita con una banale ammenda non può in nessun modo fare il paio con reati della massima gravità che sono invece da combattere con tutti i mezzi possibili.
Nuovi strali vengono intanto scagliati contro il ddl Gasparri-Quagliarello-Bricolo. «È una porcheria. Non lo voteremo», ha annunciato ieri Pierferdinando Casini in una conferenza stampa. Un giudizio netto e senza giri di parole, che finisce per ricompattare l'intera area dell'opposizione e che cancella quell'ipotesi di «atteggiamento morbido» dell'Udc che in molti avevano intravisto il giorno dell'incontro a Palazzo Chigi, una settimana addietro, tra il leader centrista e il presidente del Consiglio. Tutti d'accordo, insomma, dall'Udc alla sinistra radicale, passando per il Pd e per l'Italia dei valori: su questo testo non sono possibili intese. Del resto, che tirava aria di forte burrasca lo si era capito subito giovedì scorso, quando la capogruppo del democratici a Palazzo Madama, Anna Finocchiaro, si era lasciata andare a un gesto molto eloquente lanciando contro il muro la cartella contenente il testo del provvedimento. Da Casini, però, era forse lecito attendersi un atteggiamento più ponderato, soprattutto perché, tra gli oppositori, l'Udc, a suo tempo, non ha neppure votato contro il lodo Alfano preferendo l'astensione. E proprio al lodo Alfano ha fatto riferimento ieri il leader centrista chiedendo al governo di presentare un nuovo testo, ma questa volta «come legge costituzionale». Unico rimedio possibile a questo punto, secondo Casini, che giudica il ddl sul processo breve un provvedimento che «dimentica le vittime dei reati, sfascia completamente il sistema giudiziario, equivale a una abrogazione della giustizia».
Valutazione che non è sfuggita al ministro della Giustizia Angelino Alfano e nemmeno a Italo Bocchino. «Chiunque può presentare il lodo in forma costituzionale», ha detto il primo, mentre il vicecapogruppo del Pdl alla Camera ha rilevato che «se l'opposizione vuole votare il lodo Alfano la maggioranza è disponibile». E disponibilità viene anche espressa relativamente all'introduzione nel testo della garanzia del processo breve anche per alcuni reati che attualmente sono esclusi.
Ma alla maggioranza che batte un colpo l'opposizione risponde con una bordata di cannonate, mentre la magistratura annuncia sfracelli con decine di migliaia di processi che andrebbero a farsi benedire e altrettanti cittadini che non riuscirebbero ad avere giustizia, anche in processi importantissimi, come quello sui danni da amianto e sullo scandalo Parmalat e Cirio. Bruno Tabacci, portavoce della neonata "Alleanza per l'Italia" di Francesco Rutelli, si schiera subito con Casini, mentre Pierluigi Bersani annuncia «opposizione netta» e invita il premier a farsi processare. L'obiettivo dichiarato è comunque quello di stoppare il ddl. L'Italia dei valori, poi, arriva addirittura a parlare di «morte della giustizia» e, per bocca del presidente dei senatori Felice Belisario, fa sapere che appena la legge sarà promulgata «inizierà subito una campagna di raccolta delle firme per il referendum abrogativo».
Un atteggiamento che rasenta l'irresponsabilità. Anche perché nessuno, sia pure con gli opportuni distinguo, nega che la giustizia abbia bisogno di essere riformata e il ministro Alfano annuncia che sarà reglarmente fatta una valutazione dell'impatto del ddl sui processi. «Non credo ci sia niente di male - fa notare a Sandro Bondi, ministro per i Beni culturali e coordinatore del Pdl, intervistato da Maurizio Belpietro su Canale 5 - se una riforma come questa va a vantaggio di tutti i cittadini e guarda caso va a vantaggio anche del presidente del Consiglio. Il testo che abbiamo presentato fu presentato addirittura due legislature fa dai senatori del centrosinistra Guido Calvi ed Elvio Fassone, quindi la sinistra sa benissimo che questo problema della giustizia esiste». C'è, aggiunge il parlamentare, «l'interesse comune a ripristinare la legittimità del potere politico e democratico in questo Paese. Se non passa questo provvedimento l'Italia è destinata all'ingovernabilità, all'impossibilità di tradurre in riforme la volontà popolare». Bondi difende quindi le ragioni della legge sui processi brevi e rileva che alla base ci sono i diritti dei cittadini. «Credo - afferma - si tratti di una questione di cui anche una forza come la sinistra dovrebbe farsi carico».
Di «riforma necedissaria» e di «limite credibile», con riferimento al tetto dei sei anni per le varie fasi di giudizio, parla anche il ministro Giorgia Meloni. «È evidente - rileva da parte sua Alfredo Mantovano - che chi contesta il testo del ddl perde di vista intanto le norme già esistenti e poi la realtà di fatto nella quale interviene». Il cosiddetto processo breve è, secondo il sottosegretario agli Interni, «una norma di civiltà che dice a una parte della magistratura che esistono delle regole che valgono per tutti e vanno rispettate. Si va nella direzione di non lasciare il cittadino appeso nelle mani dell'arbitrio di chi intende adoperare il tempo del processo per accelerare o frenare, a seconda di esigenze che nulla hanno a che fare con il mondo della Giustizia». Constatazioni che appaiono subito lapalissiane ma che per l'opposizione, più che mai in balia del sacro furore antiberlusconiano, non sembrano avere nessun diritto di cittadinanza.