LA NUOVA SARDEGNA, Lunedi 24 gennaio 2005
di Paolo Pillonca.
Nadja Ansorg. Una studentessa tedesca alle prese con una tesi sulla coscienza linguistica nell'isola.
L'INCANTO DELLA LIMBA DEI PAESI
"E' la città che uccide il sardo, vittima di pregiudizi"
CAGLIARI. Nadja Ansorg è una ragazza tedesca che studia lingue all'Università di Lipsia, ama molto la musica e le eccezioni. Quali ? «Ogni singolarità, in tutti i campi, ad iniziare da quello linguistico». Non solo.
Ritiene che le eccezioni, in fondo, valgano più delle regole e talvolta perfino le facciano nascere, più che confermarle, come di solito si dice.
Il suo docente di italianistica, Klaus Bochmann, ex-preside della facoltà, le ha assegnato una tesi sulla coscienza linguistica dei sardi. Perciò Nadja da qualche settimana è in Sardegna.
Partendo da Cagliari, toccherà quasi tutte le zone della nostra isola. La incontriamo nella sede della Chiesa Evangelica Battista, sul lungomare del Poetto.
Come mai questa tesi "strana"?
«Io studio italianistica, un campo molto vasto. Viaggiando, ho provato una passione sempre più grande per la Sardegna. Una bella scoperta. Soprattutto per questo ho scelto come argomento la lingua sarda. Ma non tanto come sistema linguistico, piuttosto come codice di minoranza dì una terra — la Sardegna —con una cultura etnica particolare. In altre parole, non mi occupo della lingua come tale ma della coscienza linguistica della gente che usa questo codice».
L'angolo visuale è una sua scelta oppure l'Università le ha chiesto di esplorare questo ambito particolare?
«No, è stata una mia scelta.
Alcuni anni fa ho scoperto un bravissimo coro sardo, quello di Orosei. Successivamente sono venuta in Sardegna e mi sono accorta che qui si parla una lingua particolare, non solo l'italiano. Quindi ho pensato di occuparmene, visto che in materia di coscienza linguistica non ci sono molte indagini. Ho pensato di fare qualcosa di particolare, sul campo, parlando con la gente, anziché stando chiusa in biblioteca. Il mio professore è d'accordo con questo tipo di
approccio».
Con il procedere della ricerca, cosa le sembra di rilevare che già non sapesse?
«Ho notato posizioni diverse: da una parte si ritrova qui in città la tendenza a pensare che il codice meno usato, quello sardo, stia perdendo terreno. A Cagliari, per dire, molta gente ripete: il sardo non viene più usato molto, è simbolo di una cultura ormai passata, antica e antiquata».
Dall'altra?
«Il rovescio della medaglia è sostanzialmente questo: mi sono accorta che tutti hanno una certa conoscenza e capacità di apprendere, capire ed usare il sardo. Sicuramente ci sono certi settori in cui la lingua sarda viene più usata e certi altri in cui l'italiano è pressoché l'unico codice. Ma ho notato anche un certo ricupero del sardo. In materia di lingue minoritarie ci sono molte tendenze: se non avessi fatto un'esperienza del genere, andando sul campo a verificare, non sarei riuscita sicuramente a coglierle».
Tra quelli che dicono: il sardo è qualcosa di antico, ci sono più persone di livello d'istruzione alto o si tratta di gente senza grande formazione culturale?
«L'uno e l'altro. Ma distinguo per fasce di età. Quel giudizio lo ritrovo soprattutto fra i giovani della città di Cagliari. Sono loro a pensarla così: persone di ceto elevato che magari non esprimono questa idea esplicitamente ma si nota che non usano il sardo: non lo parlano con i bambini, non leggono letteratura sarda. Un vero e proprio rifiuto, in un certo modo».
Un qualcosa che avviene a priori, dunque? Un pre-giudizio?
«Sì, infatti: proprio questo.
Mi sembra un atteggiamento troppo forte, rigido».
Dove, invece, ha trovato più passione legata non soltanto alla lingua ma a tutto l'insieme dell'identità?
«Ho visto, ad esempio, che i cantori del coro di Orosei tra di loro usano solamente il sardo e si occupano sicuramente di uno dei simboli più evidenti della cultura sarda, il canto. Ma conosco anche persone di origine paesana che vivono in città e sentono molto la mancanza della loro comunità di origine. Questa è gente costretta a lasciare il paese per motivi economici, a vivere in ambito più o meno italianizzato».
La città uccide certi tipi di spiritualità, secondo lei?
«Sì, sicuramente. In città la vita è più veloce, funzionale a certi obiettivi economici, c’è un’evidenza più forte dei mass media. Manca il contesto in cui è più naturale usare una lingua come il sardo il sardo.
Questo suo rapporto con la Sardegna — il canto tradizionale, il luogo, la gente - è una parentesi legata a motivi di studio o qualcosa di più che potrebbe proseguire anche dopo la conclusione del suo corso universitario?
«Da questo punto di vista levo dire che una ricerca non offre abbastanza spazio e tempo per capire veramente .m problema come la coscienza linguistica. Siccome ancora non so come andrà avanti la mia vita, se mi si offrisse la possibilità di approfondire questa materia lo farei molto volentieri. Secondo me le eccezioni fanno la regola ma sono le cose meno studiate e dunque c'è ancora molto da esplorare. A parte che l'isola è bellissima, la sua cultura molto particolare e quindi si trovano ancora luoghi che creano una certa meraviglia».
In che senso?
«Nel senso dell'incanto».
Quanto conta in una ricerca la partecipazione emotiva di fronte alle "eccezioni che fanno la regola"?
«Ritengo sia fondamentale.
Esistono molte indagini che trasmettono cifre, la gente viene misurata quasi soltanto in cifre. Questo fatto, pur essendo previsto dall'indagine scientifica, non mi piace.
Dovrò anch'io ricorrere alle cifre, per dare evidenza a certe risposte. Ma tramite la ricerca sul campo, le interviste, il contatto con le persone si scopre molto di più».
In Sardegna, a parte la lingua, trova altre eccezioni che inventano regola?
«Sicuramente il rapporto con il tempo. Una cosa ho notato con chiarezza: nei paesi della Sardegna si vive in una dimensione di serenità che nella cultura tedesca o si è già persa o non esiste proprio, anche se non ho elementi certi per dirlo in quanto non sono nata m un paese.
Ma in Germania io soffro di nostalgia della tranquillità».
Che cosa significa esattamente?
«Il desiderio di prendere le cose in maniera spensierata.
Non troppo sul serio, talvolta».
«Qui in Sardegna trovo insieme la serietà e la flessibilità. Le cose non devono essere subito e tutte precise, rigide come da noi. Ad iniziare dagli orari. Comunque ho visto che i treni sono puntuali anche da voi: il mio, almeno, è arrivato in perfetto orario».
Era un treno no global, il suo.
E lei non si è persa per strada.
Come già era successo a molti suoi illustrissimi connazionali, primo fra tutti Max Leopold Wagner, in questo e nei secoli precedenti.
"L'IMPORTANZA DELLE ECCEZIONI"
L'occhio attento della Germania alle minoranze d'Europa
I. Nata ad Arnstadt cittadina della Turingia 9 febbraio del 1978, Nadja Ansorg ha studiato nel collegio di Schulpforte, monastero cistercense di Santa Maria ad Portam: corsi Di istruzione superiore che le hanno dato una duplice specializzazione, lingue e musica All'Università di Lipsia ha frequentato italianistica e romanistica. Questo le consentirà — fra l'altro — di insegnare tedesco agli stranieri quest’ultima, nelle Università della Germania, è una vera e propria specializzazione a parte).
Klaus Bochmann, il professore che le ha assegnato la tesi si è dedicato soprattutto a ne sulle varietà linguistiche in Italia e in Romania.
Bochmann è anche autore di uno studio fondamentale sulle minoranze, nell'area europea delle lingue romanze, o neolatine. Alla sua scuola, Nadja Ansorg ha imparato "a privilegiare le eccezioni".
Che cosa pensa di chi, invece, messo di fronte alle eccezioni, si irrigidisce?
La risposta è meditata e si articola in considerazioni ispirate al desiderio di capire anche le ragioni altrui: «La paura delle eccezioni può nascere da vari motivi: uno è il pericolo che esiste nell'allontanarsi dal pensiero comune. Il conformismo fa sì che la maggior parte della gente segua la strada più comoda e scontata».
Una malattia dell'anima?
Risponde Nadja: «Distinguerei. Tra il conformismo e l'anticonformismo c'è sempre una via di mezzo. In Germania il sistema universitario è abbastanza libero, esistono varie possibilità di dedicarsi alle eccezioni. Io studio italianistica per una mia scelta precisa, prevista dal sistema universitario tedesco. Direi che da noi c'è una certa coscienza dell'importanza delle eccezioni. Certo, nelle società governate dal capitalismo, bisogna
difendersi dalla tentazione di valutare tutto con il parametro del vantaggio economico».
A Cagliari qualcuno degli intervistati le ha chiesto: ma perché ti occupi del sardo e non delle lingue importanti nelle comunicazioni e nel commercio? D'altra parte, però, le stesse persone a una
sua domanda precisa ("Se vai all'estero, cosa rispondi quando ti interrogano sulla nazionalità"?) si sono espresse allo stesso modo: «Diciamo di essere sardi». Deduzione dì Nadja: «Esiste una coscienza identitaria precisa. Se c'è già una situazione bilingue bisogna assolutamente approfittarne. Io me ne accorgo perché l'ho provato direttamente: mia bisnonna era polacca
e conosceva benissimo la sua lingua, oltre al russo. Purtroppo per una ragione che non conosco, nei pochi anni che ho trascorso con lei, non mi ha mai parlato in nessuna di queste sue due lingue. Dopo la sua morte mi sono sempre chiesta e continuo a chiedermi perché l'abbia fatto: solo perché non ne aveva voglia? E non so darmi una risposta sicura. Ma oggi non ripeto questo suo errore con una mia nipotina, Leonie, tre anni, figlia di mia sorella. Anche se l'italiano non è la mia madre lingua, parlo in italiano con lei».
C'è anche una felicità in questo lavoro che privilegia le situazioni a rischio?
Dice Nadja: «II mio piacere più grande è la scoperta che la gente può essere sensibilizzata su questa materia».
E come spiega l'ostilità di certi intellettuali alla tutela della lingua madre e l'indifferenza di altri?
Nadja Ansorg cambia espressione all'improvviso, si rattrista e da all'interlocutore la sensazione che quella sua battuta precedente sui treni sempre puntuali — metafora reiterata per dire di un rigore più generale, eccessivo e ingiustificato — sia una sottile, impalpabile via di uscita dalla sofferenza del conflitto con il tempo che disumanizza l'uomo e gli causa qualche male del cuore.
E puru bella picciocca est!!![]()
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