L’alto prelato è stato all’avanguardia nel dialogo giudaico-cristiano con l'intuizione di un legame fra il Cristo sofferente e Israele perseguitato
Il cardinale ebreo ad Auschwitz per il Papa
L’arcivescovo di Parigi Lustiger rappresenterà la Chiesa cattolica: «In quel lager c’è la memoria di mia madre»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI - Ad Auschwitz, per il sessantesimo anniversario della liberazione, accanto a capi di Stato e rappresentanti di Stati, ci sarà un uomo che porterà sulle spalle, come una croce, la missione di rappresentanza, il dovere della memoria e le ferite del suo cuore, poiché in quel luogo di sterminio divennero cenere sua madre e numerosi parenti. L'arcivescovo di Parigi, Jean-Marie Lustiger, 78 anni, ebreo di origini polacche, sarà testimone del suo tempo e inviato del Papa, in bilico fra l'intimità del dolore e il significato pubblico di una presenza che, dopo il viaggio di Giovanni Paolo II in Terrasanta, segnerà un altro passo sul cammino della riconciliazione fra cristiani ed ebrei e del tormentato riconoscimento del silenzio della Chiesa sulle persecuzioni.
Ieri, nella sua residenza di Parigi, ha spiegato il senso del suo viaggio. Con poche parole misurate, senza enfasi, schivando con garbo i passi ancora controversi del cammino da compiere.
«Questo cammino data da molto tempo. Il Papa non ha mai smesso di lavorare per portarlo a termine. I muri dell'incomprensione sono caduti. La fiducia e il rispetto reciproco ci danno l'opportunità storica di discutere di tutto, in piena sincerità. Ci guidano la ricerca della verità e la riscoperta di ciò che abbiamo in comune, la parola di Dio, la concezione etica dell'uomo. Ma la riconciliazione va molto più lontano di una chiarificazione storica, perché investe le radici della fede».
Il Papa ha scelto il cardinale ebreo, direttamente toccato dalla Shoah, l'orfano convertitosi a 14 anni, il prelato che ha scritto: «Auschwitz è parte della sofferenza di Cristo» e che, nei giorni scorsi, partecipando come primo rappresentante della Chiesa al congresso mondiale ebraico, ha detto: «La coscienza europea è stata profondamente e intimamente marcata dalla presenza ebraica» e ha ricordato l'impegno del Papa polacco per la «purificazione della memoria».
«Il Papa mi ha confidato una missione che non è soltanto diplomatica. Ho riflettuto qualche secondo. Ho detto che mi costava molto, ma ho detto di sì. Ci sono andato già una volta. Ho rischiato anch'io la deportazione. Laggiù c'è la memoria di mia madre e di una trentina di parenti di mio padre. Non avevo alcun stimolo né intellettuale né spirituale a tornare in quel luogo di morte e distruzione. Ma il dolore personale resta nel mio cuore e nelle mie preghiere. Ad Auschwitz, sarò uno degli ultimi testimoni viventi di fatti che attraversano tutta la storia del mondo e dell'Occidente in particolare. La missione consiste nel ricordare alle generazioni future l'unicità di quel crimine, ma anche il rischio che gli uomini possano ripeterlo. Nei massacri successivi, riconosciamo oggi il concetto di crimine contro l'umanità perpetrato dal Nazismo. La Shoah fu la prima forma di sterminio scientifico e deliberato. L'umanità ha la responsabilità dell'educazione preventiva. Quando non ci saranno più testimoni, la Storia non dovrà essere archiviata».
«In questi giorni - aggiunge - ci sono molte rievocazioni. E questo è positivo. Ma c'è ancora la necessità assoluta di riaffermare una verità storica, di metterla al riparo da diverse forme di falsificazione: quella del nazismo, quella riduttiva e deformata dello stalinismo e quella del revisionismo contemporaneo».
Durante la conversazione, il Cardinale ha ricordato i terribili momenti di un bambino che aveva già tutto compreso di quella «verità»: «Mia madre era stata internata a Drancy (il campo, alla periferia di Parigi, dove venivano concentrati i prigionieri da trasferire in Germania, ndr ). Riuscì a farci arrivare clandestinamente delle lettere, pagando i suoi carcerieri. Questa è la fine, questa è una malattia mortale, ci scrisse. Mio padre, anni prima, aveva avuto il colpo di genio, o di follia, di affidarmi a una famiglia tedesca antinazista che sapeva delle mie origini. Da bambino, ho imparato il tedesco e ho vissuto il nazismo, giocando con i miei coetanei. Incontravo adolescenti della gioventù nazista che giravano con il coltello alla cinta e che, senza sapere chi ero, mi dicevano: Gli ebrei saranno uccisi tutti. Quando sono tornato in Francia, era difficile spiegare che era tutto vero, che quella propaganda di morte si era realizzata. Mio padre, cittadino francese, aveva perso la fiducia nel passaporto francese».
Nel 1940, Lustiger viene battezzato, come molti bambini ebrei che così riuscirono a sfuggire alle persecuzioni. La controversia su quelle conversioni è tornata d'attualità, ma il futuro cardinale trovò nel battesimo non un rifugio sicuro, ma l'inizio di una vocazione e di un percorso intellettuale. «I miei ricordi - ha detto una volta - mi hanno impresso l'idea di una continuità fra vecchio e nuovo testamento, l'intuizione di un legame fra il Cristo sofferente e Israele perseguitato». A 14 anni, Aron Lustiger, battezzato Jean-Marie, vive a Orleans, presso la famiglia di un'insegnante di filosofia. Il venerdì santo, nella cattedrale, abbraccia, con la fede cristiana, il senso della vocazione. Il Papa lo nominerà vescovo della diocesi dove si era convertito. Della conversione e degli anni della paura, di un'ostilità che a tratti lo avrebbe inseguito anche dopo la guerra, il cardinale di Parigi ha sempre parlato poco. Anche i suoi scritti e le sue riflessioni sulla riconciliazione, frutto di un percorso cominciato negli anni Cinquanta, con un pellegrinaggio a Gerusalemme, sono stati resi noti ed espliciti molti anni dopo. Il libro che ha fatto discutere, «La promessa», è stato pubblicato tre anni fa. Il suo è il percorso intimo ed eccezionale di un uomo di fede e di un intellettuale che ha sublimato la personale tragedia nella ricerca filosofica e teologica.
Considerò la sua nomina ad arcivescovo di Parigi la «messa in evidenza della parte di giudaismo che c'è nel cristianesimo», come una promessa di riconciliazione mantenuta. «Sono cardinale, ebreo e figlio d'immigrati».
Ad Auschwitz tornò una volta sola dopo la guerra. Scrisse: «Dopo Auschwitz i diritti dell'uomo non hanno cessato di essere riaffermati. Ma che cosa è diventato l'uomo di cui proclamiamo i diritti?».
Ieri ha ripetuto: «La Shoah non è soltanto una questione di carnefici e vittime, di quantità o di specificità del crimine, ma la chiave per riaffermare la dimensione etica del destino dell'umanità». Gli chiediamo del «silenzio di Dio» davanti a tragedie del nostro tempo, da quelle per mano dell'uomo a quelle della natura, come il maremoto in Asia. «C'è qualche cosa di arcaico nell'imputare queste cose a Dio. L'uomo ha il potere di controllare lo sviluppo, di prevenire, non possiamo riferire a Dio la nostra irresponsabilità di fronte all'umanità e alla natura».
Massimo Nava
Corriere della Sera - 22 gennaio 2005




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o un musulmano, o un indù, o un figlio di atei etc...