Fruscio, l’economista di Bossi che odia il profitto

«Conobbi Umberto il giorno in cui ebbe l’avviso di garanzia». Le sue tesi: ho salvato io la petrolchimica


Ha portato sulla Padania le idee di John M. Keynes e John K. Galbraith, Chirac e Beneduce, Drucker e Shaw, re Artù e Napoleone Colajanni. «Se è per questo, ho anche salvato la petrolchimica italiana». Poligrafo, dopo il ciclo di sette editoriali dedicati al neokeynesismo ne ha in preparazione un secondo da quindici articoli sul tema «impresa e management». Seguitissimi, visto che il giorno dopo compaiono lettere che cominciano: «Ho letto con interesse l'articolo del professor Dario Fruscio…». Lui si schermisce: «Mi apprezzano perché ho un rapporto conflittuale con i potentati». Che combatte dall'interno: fa parte del consiglio d'amministrazione dell'Eni e di Sviluppo Italia, e ha un intenso rapporto epistolare con i suoi interlocutori Vittorio Mincato e Massimo Caputi (che ha appena ricevuto una lettera di quattordici pagine). «Non mi piace questa nuova classe sacerdotale, i manager imperatori, gli amministratori comandanti. Ho nostalgia del management fordista, dedito al benessere sociale», argomenta il professor Fruscio, nel suo accento calabrese.
Il professore è infatti nato a Longobardi, provincia di Cosenza, sul Tirreno. «Anzi, nel Tirreno. Quando si alzava la burrasca il mare ci entrava in casa». Base della sua teoria è che il fine dell'impresa non può né deve essere il profitto; anzi, «ciò su cui ho irremovibile persuasione è che il movente del profitto è, in sé e per sé, un non senso». Una posizione in questi tempi bui piuttosto isolata, ma che è piaciuta molto a Bossi. «Ci siamo conosciuti undici anni fa, sul volo Roma-Milano. Era il giorno in cui Umberto aveva ricevuto la comunicazione giudiziaria per i 200 milioni di Patelli. Una sciocchezza, ma tutti gli davano addosso. Eravamo seduti fianco a fianco. Mi sono presentato: lei è un personaggio pubblico, io non sono nessuno, ma sappia che l'ammiro. Poi gli ho esposto in breve il mio sistema di pensiero». Due giorni dopo arrivò una telefonata all'università di Pavia, dove Fruscio era professore associato di economia e gestione di imprese commerciali. Così da pensatore originale è divenuto il guastatore della Lega nella stanza dei bottoni del capitalismo; outsider anche nel look, le giacche a scacchi, i capelli rossicci, la statura raccolta.
Seccati per l'intrusione, i malevoli hanno diffuso un ritratto del professore certamente spurio: «Dove sono la stanza, la segretaria, la macchina, l'autista?» avrebbe chiesto al suo ingresso a Palazzo. «Diffidano di me perché non corrispondo ai loro piani - replica -. Come le spiegavo, io sono il salvatore della petrolchimica italiana: due anni fa mi opposi strenuamente alle dismissioni. Le lascio immaginare gli scontri, le discussioni, le ostilità». Si narra anche di minacce di morte: per mesi il professore ha concluso le conversazioni augurandosi di poter rivedere l'interlocutore la volta successiva. Lui è troppo schivo per confermare: «Se anche fosse vero, non glielo direi. Non voglio rischiare che mi diano la scorta e limitino così la mia libertà». Di pensiero, innanzitutto: «Detto in termini di compendio, le imprese sono gestite in condizione di sottoposizione all'influenza determinante della comunità finanziaria internazionale. Nel caso dell'Eni, sono quattro gestori in tutto: due a New York, uno a Londra, mezzo in Italia. E' quello che Galbraith definisce l'imbroglio del capitalismo di oggi. Un sistema perverso».
Dirigente dell'Azione cattolica, «keynesiano da sempre», formatosi negli Anni Sessanta come disturbatore di assemblee («mi sono battuto contro Cefis in difesa dei piccoli azionisti della Montedison»), cooptato nel consiglio della Standa dove «ho avversato la finanziarizzazione e gli atti peccaminosi con cui si drena liquidità a favore del socio di maggioranza», all'Eni è particolarmente temuto per la sua verbosità. «Liberateci di lui» fu l'urlo di dolore giunto al ministero dell'Economia. Una parziale soluzione si è trovata con una delega: la guida di Sviluppo Italia Turismo, holding che fin dai tempi della gestione di Dario Cossutta controlla tra l'altro l'Hotel Raphael di Palermo, in società con la famiglia Cuffaro. L'economista di Bossi socio del governatore della Sicilia? Io mi onoro dell'amicizia di Bossi, ma prima che leghista sono uno studioso. Ho respirato per 32 anni l'aria stantia dell'accademia; ora lavoro al ricambio nella gestione delle imprese italiane, che potrebbero avere ancora grandi potenzialità. Certo, se metti Fruscio hai una gestione industriale, se metti Caio o Sempronio hai una gestione finanziaria. Ma lei ora non scriva che mi candido!». Con i giornali del capitale, spiega, ha rapporti conflittuali: «Voi siete facolteggiati a fare domande, io per galanteria rispondo sempre. Ma poi vi fate vistare tutto dall'ufficio stampa delle grandi aziende!».
Con la Padania invece i rapporti sono ottimi. I colloqui sono introdotti da presentazioni come questa: «Il professor Fruscio è un accreditato consulente d'impresa con studio nel centro di Milano, frequentato da primarie imprese. Editorialista da sempre de La Padania , è noto per la chiarezza delle sue idee e per la determinazione con cui le sostiene. Del Gotha consulenziale, unico caso in controcorrente, è militante attivo del movimento di Bossi», e si concludono con affondi tipo: «Grazie professore di questa sua intervista. Per noi anche una lezione d'impresa e di management. Posso prenotarne un'altra su Eni?» (risposta: «Sarà possibile più avanti. Parto sempre dal presupposto che per dire qualcosa occorre sempre saperne almeno cento volte tanto»). Non rinnega le sue origini meridionali, ha portato Bossi al teatro Odeon di Reggio Calabria (e al loggione che urlava "pecoraio!" e "buffone!" ha risposto: "Ecco il condottiero della nostra riscossa"), ma considera il Sud «un problema di politica internazionale», per cui gli aiuti statali sono inutili. Si scaglia contro i manager e le loro «remunerazioni da spanciamento», per poi giustificarsi: «La piena comprensione dei fatti a volte richiede linguaggio al limite del rude». E poi, come diceva Shaw (Show nell'originale della Padania), «tutte le grandi verità all'inizio sono bestemmie».