Processo all’imposizione fiscale
di Carlo Stagnaro
Introduzione
La tassa, questa conosciuta
Prima di intraprendere questa analisi della natura della tassazione è bene chiarire cosa si intende per “tassa”: una tassa è un qualunque pagamento coatto di un individuo a qualcun altro. Il fatto che tale “qualcun altro” sia un individuo, un gruppo organizzato, uno Stato o qualsiasi altro ente non cambia molto la sostanza: cambia semmai il fine cui l’oppressione è rivolta, ma l’oppressione è e resta oppressione.
Sotto questo punto di vista non ha senso neppure distinguere tra tasse “a fin di bene” e tasse “mal indirizzate”, né ha alcun diritto di esistere un eventuale Robin Hood che rubi ai ricchi per dare ai poveri. Ammesso che i ricchi possano accampare legittimi titoli di proprietà sui propri possedimenti (supponendo cioè che non abbiano rubato a loro volta) non cambia assolutamente nulla (salvo nell’opinione della vittima, che eventualmente potrà decidere di non punire il ladro) se i proventi del furto vengono utilizzati per rendere ricco lo stesso Robin Hood o piuttosto per edificare un orfanotrofio o dar da mangiare agli affamati: il furto è sempre furto, a prescindere dalle modalità in cui si svolge e dal movente che l’ha determinato.
Va ancora notato che, coerentemente a una simile impostazione di pensiero, non è possibile riscontrare differenza alcuna tra le tasse imposte dallo Stato e il pizzo preteso dalla mafia: e anzi, a ben vedere, poiché le uniche dissomiglianze stanno nell’entità del tributo e nella vastità del campo d’azione, è ben più grave il crimine commesso dallo Stato.
Un'altra caratteristica delle tasse è che colpiscono prevalentemente chi lavora, dando luogo così, alla faccia della conclamata uguaglianza dei cittadini, a due vere e proprie classi sociali, quella dei produttori e quella dei parassiti ovvero quella dei mantenenti e quella dei mantenuti. Le tasse sono infatti (in certa misura) proporzionali al reddito e ai beni posseduti: chi risulta nullatenente e disoccupato non è soggetto al pagamento di tasse. Le tasse colpiscono ogni fonte di reddito e ogni genere di proprietà, dalla casa alla macchina, dalla barca al motorino. Vi sono poi delle tasse più "subdole" e nascoste, come l'IVA, che vanno a colpire una transazione di mercato: ogni volta che compriamo qualcosa, dobbiamo pagare un tanto allo Stato, che è così "gentile" da lasciarci scambiare le nostre merci.
Ogni prestazione "in nero" è perseguita "a norma di legge" e lo Stato può punirla secondo le proprie norme: il che significa riscuotere la tassa "dovuta" con l'aggiunta di una "multa" per essersi rifiutati di dare allo Stato ciò che gli spettava. Chiunque si rifiuti si vedrà dapprima inondare la cassetta della posta da lettere più o meno velatamente minatorie, e poi addirittura vedrà giungere in casa propria i "bravi" che, con tanto di relativa ordinanza, lo trascineranno al cospetto del giudice; la condanna sarà immediata, e alla tassa originaria e alla multa si aggiungeranno le spese processuali (con le relative tasse…).
L'opera di propaganda a favore delle tasse (finanziata coi proventi delle stesse), continua e martellante ovunque nel mondo, ha sortito effetti ottimi – naturalmente ottimi dal punto di vista degli statalisti e dei parassiti, non da quello dei tassati – al punto che anche i comuni cittadini invocano le forze dell'ordine a difenderli dalla "cattiveria" e dall'"egoismo" di chi vorrebbe poter pagare meno tasse. Stranamente tutti invocano l'intervento e la necessità di uno Stato – tassatore ogni volta che è avvertito il bisogno di un'opera di comune utilità e nessuno si rende conto che, potendo vivere in un mondo privo di tasse, la stessa opera verrebbe realizzata in maniera migliore e meno dispendiosa sotto l'attento controllo degli stessi che, magari tramite una "colletta", la finanzierebbero, in questo caso volontariamente e scopertamente.
Le tasse hanno quindi diversi scopi e funzioni: creare e mantenere una burocrazia che si fonda su ceti sociali parassitari, creare e mantenere eserciti da utilizzare per conquistare nuove porzioni di territori e popolazioni (cioè nuovi contribuenti, anche se attualmente – per fortuna – almeno in Occidente questa pratica è notevolmente diminuita) e realizzare infrastrutture a prezzo maggiorato.
Lo Stato tassatore
Mettendo insieme quanto detto è facile comprendere come, in realtà, il fine vero e ultimo delle tasse sia mantenere un apparato statale. Cosa sia lo Stato è un argomento che esula dalla presente trattazione (e che richiederebbe pagine e pagine di riflessioni); basti pertanto, in questa sede, elencare alcune caratteristiche fondamentali dello Stato e comuni a tutti i tipi di Stato (moderno), qualunque sia il loro assetto politico - istituzionale.
Lo Stato è una macchina burocratica e coercitiva gigantesca, che si occupa di regolare le transazioni tra esseri umani: lo Stato cioè si prende la briga – peraltro senza mai interpellare i diretti interessati – di gestire, in un regime di monopolio o comunque da una posizione privilegiata, una moltitudine di associazioni volte ai fini più disparati. Vi sono organizzazioni per la protezione degli individui (polizia, forze dell'ordine…), altre per dirimere eventuali dissidi tra cittadini o per punire i criminali (magistratura), altre ancora per promuovere manifestazioni culturali o sportive e così via. Il tutto è coordinato da un apposito ente (di volta in volta il Governo, il parlamento, il re,…) che tende sempre e inevitabilmente ad accrescere il proprio potere, e cioè ad aumentare gli ambiti di propria competenza. Naturalmente i costi di una simile macchina sono elevatissimi, e i soldi necessari si ricavano dalle imposte.
Vi è quindi una corrispondenza biunivoca tra tasse e Stato: laddove c'è uno Stato, inevitabilmente la popolazione ad esso sottomessa è tassata, e viceversa laddove una comunità umana è tassata, lì vi è uno Stato a gestire i proventi delle tasse stesse.
Ora, poiché lo Stato vive coi proventi delle tasse, e le tasse sono un'imposizione violenta e apparentemente inevitabile, è evidente che, qualunque sia la loro destinazione, vi è una palese perturbazione nei meccanismi naturali del mercato. Prendiamo in esame, ad esempio, un'impresa statale (cioè mantenuta non solo coi propri utili, ma anche – e spesso soltanto – con le tasse) fornitrice di un determinato prodotto. Delle due l'una: o questa impresa detiene il monopolio nel proprio campo, oppure entra in competizione con imprese private.
Nel primo caso, sono evidenti gli innumerevoli difetti di tale situazione. Innanzitutto, non si vede con quale scusa si possa giustificare il fatto che nessun altro possa fornire quel prodotto. In secondo luogo, se è vero che la concorrenza tende ad abbassare i prezzi – dato questo incontrovertibile – allora risulta che lo stesso prodotto avrà un prezzo superiore a quello di mercato, sebbene diviso in due rate (una versata insieme alle tasse e l'altra all'acquisto del prodotto).
Non differente è l'ipotesi di una apparente concorrenza. A prescindere dal fatto che un'impresa statale, grazie ai finanziamenti che riceve, può tranquillamente permettersi un bilancio eternamente in passivo, è chiaro che i suoi prodotti, al momento dell'acquisto, costeranno meno di quelli dei privati. In realtà, naturalmente, costeranno di più, perché verranno pagati non solo al momento dell'acquisto, ma anche al momento del versamento delle imposte.
In entrambi i casi, poi, i dipendenti dell'impresa ricevono almeno una parte del proprio stipendio dalle tasse, e sono quindi a tutti gli effetti dei parassiti che gravano sulle tasche dei lavoratori comuni (anche se, riprendendo la succitata distinzione, appartenenti senza ombra di dubbio alla categoria degli "statali produttivi").


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