Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Tassati di tutto il mondo,unitevi!!!

    Processo all’imposizione fiscale
    di Carlo Stagnaro

    Introduzione
    La tassa, questa conosciuta

    Prima di intraprendere questa analisi della natura della tassazione è bene chiarire cosa si intende per “tassa”: una tassa è un qualunque pagamento coatto di un individuo a qualcun altro. Il fatto che tale “qualcun altro” sia un individuo, un gruppo organizzato, uno Stato o qualsiasi altro ente non cambia molto la sostanza: cambia semmai il fine cui l’oppressione è rivolta, ma l’oppressione è e resta oppressione.
    Sotto questo punto di vista non ha senso neppure distinguere tra tasse “a fin di bene” e tasse “mal indirizzate”, né ha alcun diritto di esistere un eventuale Robin Hood che rubi ai ricchi per dare ai poveri. Ammesso che i ricchi possano accampare legittimi titoli di proprietà sui propri possedimenti (supponendo cioè che non abbiano rubato a loro volta) non cambia assolutamente nulla (salvo nell’opinione della vittima, che eventualmente potrà decidere di non punire il ladro) se i proventi del furto vengono utilizzati per rendere ricco lo stesso Robin Hood o piuttosto per edificare un orfanotrofio o dar da mangiare agli affamati: il furto è sempre furto, a prescindere dalle modalità in cui si svolge e dal movente che l’ha determinato.
    Va ancora notato che, coerentemente a una simile impostazione di pensiero, non è possibile riscontrare differenza alcuna tra le tasse imposte dallo Stato e il pizzo preteso dalla mafia: e anzi, a ben vedere, poiché le uniche dissomiglianze stanno nell’entità del tributo e nella vastità del campo d’azione, è ben più grave il crimine commesso dallo Stato.
    Un'altra caratteristica delle tasse è che colpiscono prevalentemente chi lavora, dando luogo così, alla faccia della conclamata uguaglianza dei cittadini, a due vere e proprie classi sociali, quella dei produttori e quella dei parassiti ovvero quella dei mantenenti e quella dei mantenuti. Le tasse sono infatti (in certa misura) proporzionali al reddito e ai beni posseduti: chi risulta nullatenente e disoccupato non è soggetto al pagamento di tasse. Le tasse colpiscono ogni fonte di reddito e ogni genere di proprietà, dalla casa alla macchina, dalla barca al motorino. Vi sono poi delle tasse più "subdole" e nascoste, come l'IVA, che vanno a colpire una transazione di mercato: ogni volta che compriamo qualcosa, dobbiamo pagare un tanto allo Stato, che è così "gentile" da lasciarci scambiare le nostre merci.
    Ogni prestazione "in nero" è perseguita "a norma di legge" e lo Stato può punirla secondo le proprie norme: il che significa riscuotere la tassa "dovuta" con l'aggiunta di una "multa" per essersi rifiutati di dare allo Stato ciò che gli spettava. Chiunque si rifiuti si vedrà dapprima inondare la cassetta della posta da lettere più o meno velatamente minatorie, e poi addirittura vedrà giungere in casa propria i "bravi" che, con tanto di relativa ordinanza, lo trascineranno al cospetto del giudice; la condanna sarà immediata, e alla tassa originaria e alla multa si aggiungeranno le spese processuali (con le relative tasse…).
    L'opera di propaganda a favore delle tasse (finanziata coi proventi delle stesse), continua e martellante ovunque nel mondo, ha sortito effetti ottimi – naturalmente ottimi dal punto di vista degli statalisti e dei parassiti, non da quello dei tassati – al punto che anche i comuni cittadini invocano le forze dell'ordine a difenderli dalla "cattiveria" e dall'"egoismo" di chi vorrebbe poter pagare meno tasse. Stranamente tutti invocano l'intervento e la necessità di uno Stato – tassatore ogni volta che è avvertito il bisogno di un'opera di comune utilità e nessuno si rende conto che, potendo vivere in un mondo privo di tasse, la stessa opera verrebbe realizzata in maniera migliore e meno dispendiosa sotto l'attento controllo degli stessi che, magari tramite una "colletta", la finanzierebbero, in questo caso volontariamente e scopertamente.
    Le tasse hanno quindi diversi scopi e funzioni: creare e mantenere una burocrazia che si fonda su ceti sociali parassitari, creare e mantenere eserciti da utilizzare per conquistare nuove porzioni di territori e popolazioni (cioè nuovi contribuenti, anche se attualmente – per fortuna – almeno in Occidente questa pratica è notevolmente diminuita) e realizzare infrastrutture a prezzo maggiorato.

    Lo Stato tassatore

    Mettendo insieme quanto detto è facile comprendere come, in realtà, il fine vero e ultimo delle tasse sia mantenere un apparato statale. Cosa sia lo Stato è un argomento che esula dalla presente trattazione (e che richiederebbe pagine e pagine di riflessioni); basti pertanto, in questa sede, elencare alcune caratteristiche fondamentali dello Stato e comuni a tutti i tipi di Stato (moderno), qualunque sia il loro assetto politico - istituzionale.
    Lo Stato è una macchina burocratica e coercitiva gigantesca, che si occupa di regolare le transazioni tra esseri umani: lo Stato cioè si prende la briga – peraltro senza mai interpellare i diretti interessati – di gestire, in un regime di monopolio o comunque da una posizione privilegiata, una moltitudine di associazioni volte ai fini più disparati. Vi sono organizzazioni per la protezione degli individui (polizia, forze dell'ordine…), altre per dirimere eventuali dissidi tra cittadini o per punire i criminali (magistratura), altre ancora per promuovere manifestazioni culturali o sportive e così via. Il tutto è coordinato da un apposito ente (di volta in volta il Governo, il parlamento, il re,…) che tende sempre e inevitabilmente ad accrescere il proprio potere, e cioè ad aumentare gli ambiti di propria competenza. Naturalmente i costi di una simile macchina sono elevatissimi, e i soldi necessari si ricavano dalle imposte.
    Vi è quindi una corrispondenza biunivoca tra tasse e Stato: laddove c'è uno Stato, inevitabilmente la popolazione ad esso sottomessa è tassata, e viceversa laddove una comunità umana è tassata, lì vi è uno Stato a gestire i proventi delle tasse stesse.
    Ora, poiché lo Stato vive coi proventi delle tasse, e le tasse sono un'imposizione violenta e apparentemente inevitabile, è evidente che, qualunque sia la loro destinazione, vi è una palese perturbazione nei meccanismi naturali del mercato. Prendiamo in esame, ad esempio, un'impresa statale (cioè mantenuta non solo coi propri utili, ma anche – e spesso soltanto – con le tasse) fornitrice di un determinato prodotto. Delle due l'una: o questa impresa detiene il monopolio nel proprio campo, oppure entra in competizione con imprese private.
    Nel primo caso, sono evidenti gli innumerevoli difetti di tale situazione. Innanzitutto, non si vede con quale scusa si possa giustificare il fatto che nessun altro possa fornire quel prodotto. In secondo luogo, se è vero che la concorrenza tende ad abbassare i prezzi – dato questo incontrovertibile – allora risulta che lo stesso prodotto avrà un prezzo superiore a quello di mercato, sebbene diviso in due rate (una versata insieme alle tasse e l'altra all'acquisto del prodotto).
    Non differente è l'ipotesi di una apparente concorrenza. A prescindere dal fatto che un'impresa statale, grazie ai finanziamenti che riceve, può tranquillamente permettersi un bilancio eternamente in passivo, è chiaro che i suoi prodotti, al momento dell'acquisto, costeranno meno di quelli dei privati. In realtà, naturalmente, costeranno di più, perché verranno pagati non solo al momento dell'acquisto, ma anche al momento del versamento delle imposte.
    In entrambi i casi, poi, i dipendenti dell'impresa ricevono almeno una parte del proprio stipendio dalle tasse, e sono quindi a tutti gli effetti dei parassiti che gravano sulle tasche dei lavoratori comuni (anche se, riprendendo la succitata distinzione, appartenenti senza ombra di dubbio alla categoria degli "statali produttivi").

  2. #2
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito

    Ogni tassa è un furto


    La vita, la libertà e la ricerca della felicità


    Secondo la teoria liberale, "tutti gli uomini sono creati uguali": trovarsi d'accordo significa ammettere due dati di fatto che, seppure possono sembrare banali, vengono sistematicamente negati dalle dottrine non liberali. Queste due affermazioni sono che ogni uomo è uomo e ogni uomo è uno. In altre parole si vuol dire che in primo luogo non esistono in natura uomini "di serie A" e uomini "di serie B", ossia uomini con più diritti e uomini con meno diritti: tale differenza – che oggi è invece all'ordine del giorno, nonostante le dichiarazioni in senso contrario rese assai frequentemente agli organi di stampa dalle vestali del centralismo selvaggio – è frutto delle politiche stataliste e protezioniste che, almeno in Occidente, hanno avuto la meglio su quelle liberali e liberoscambiste; dalla negazione che ogni uomo è uomo nascono i totalitarismi "di destra" (e cioè i vari nazionalismi che hanno reso tragico il nostro secolo). In secondo luogo, affermare che "ogni uomo è uno" significa rifiutare ogni collettivismo, e con esso tutte quelle filosofie illiberali che si basano sui presunti diritti delle comunità e in generale sulla prevalenza dei gruppi sugli individui: dal rifiuto di tale asserzione nascono i totalitarismi "di sinistra" (a partire dal comunismo che ha rovinato l'est europeo).
    [...]
    I diritti generalmente accettati dal liberalismo autentico, però, sono principalmente quattro: la vita, la proprietà, il diritto di parola e quello di associazione. In realtà, come ha brillantemente dimostrato Murray Newton Rothbard, tutti sono riconducibili al solo diritto alla proprietà privata: la vita infatti può essere vista come "proprietà del proprio corpo", mentre per esprimere il proprio pensiero è necessario possedere uno spazio su cui scrivere (o in cui parlare) così come per associarsi è necessario almeno un luogo fisico in cui incontrarsi. Essere "proprietari" di qualcosa significa infatti – e non potrebbe essere altrimenti – poterne fare quello che si vuole: tenerlo per sé, farne l'uso ritenuto migliore, scambiarlo o addirittura distruggerlo. Ammettere l'esistenza di un diritto naturale alla proprietà privata significa quindi anche riconoscere l'esistenza e la legittimità del libero mercato: al contrario, qualunque atto volto a impedire o eliminare la proprietà privata è illegittimo e criminale.
    [...]
    La prima condizione necessaria per tutelare la proprietà privata (condizione che a qualcuno potrà anche sembrare tautologica) è non violarla. Sarà anche una tautologia, ma è quello che quotidianamente fanno gli Stati: con la pretesa di proteggere il cittadino e i suoi averi e di garantirgli una vita serena (compiti che, oltre ad essere del tutto arbitrari, vengono svolti nel peggiore dei modi) lo Stato esige dal cittadino stesso un compenso, che si concretizza nella tassazione.
    [...]

    Una tassa ti rovina la vita

    [...]
    Ci occuperemo pertanto ora di esaminare, una per una, le principali destinazioni delle tasse, in maniera tale da verificarne l'illegittimità e la nocività. Per fare ciò, può essere utile impostare una prima distinzione: se ad ogni tassa corrisponde infatti (almeno a parole) un servizio da parte dello Stato, e se lo Stato tende a espandersi fino ad occupare ogni ambito possibile, è possibile dividere tra competenze "naturali" dello Stato e competenze "aggiunte", intendendo con le prime quegli ambiti che, generalmente, si ritengono troppo delicati per essere affidati ai privati (ad esempio le forze dell'ordine e l'amministrazione della giustizia) e con le seconde quei compiti che lo Stato, negli anni, si è assegnato contro o malgrado la volontà popolare.
    [...]

    Le competenze "aggiunte" dello Stato

    [...]
    Qualche esempio può essere utile. Lo Stato detiene il monopolio (!) per quanto concerne tabacchi e altre sostanze: questo significa che, in Italia, è di fatto vietata la concorrenza tra produttori di sigarette. In effetti, qualunque marca si scelga, si constaterà che vi sono due o tre scaglioni di prezzi, determinati dalla diversa qualità di tabacco e altri parametri, e che soprattutto tali prezzi sono altissimi. Il concetto di "prezzo alto" non è naturalmente un concetto assoluto: è sufficiente però raffrontare il costo delle sigarette in Italia con quello in qualunque paese estero per rendersene conto.
    [...]
    Un altro settore in cui lo Stato spadroneggia è quello dei trasporti pubblici. Se consideriamo le ferrovie dobbiamo rilevare che a fronte di un servizio che definire scadente è un eufemismo (sia per la qualità dei treni, molti dei quali vecchi di oltre cinquanta anni, sia per la qualità della linea, che in alcuni tratti risale addirittura al secolo scorso, sia per i ritardi che le FS ci garantiscono con la puntualità di un orologio svizzero), abbiamo biglietti dal prezzo assai elevato e, come se non bastasse, enormi finanziamenti statali. Anche qui è vietata la concorrenza, coi risultati che vediamo, non ultimi i numerosissimi incidenti e deragliamenti di cui quasi quotidianamente la cronaca ci informa: e anche qui si ha una discriminazione e un'estorsione palese e consistente nei confronti di quanti i treni non li usano.
    [...]
    Anche se l'elenco potrebbe essere ancora lungo, l'essenziale è sottolineare come in tutti questi ambiti (che pure il buon senso comune vorrebbe affidati ai privati) l'intervento dello Stato sia dannoso e costoso.
    [...]

    Le competenze "naturali" dello Stato

    Spesso però anche i liberali più genuini storcono il naso allorché sentono parlare di privatizzazioni "selvagge" (così le chiamano quanti le aborriscono: come se "selvaggio" non fosse il dominio dello Stato sulla nostra vita!). Infatti, sostengono, vi sono alcuni ambiti che non possono essere affidati al mercato in quanto richiedono la presenza di un organismo super partes che sappia trattare con perfetta equidistanza il problema, oppure perché trattasi di servizi "indispensabili" di cui tutti devono godere: è questo il caso (almeno) dell'istruzione, dell'assistenza, delle forze dell'ordine e dei tribunali, dell'ecologia, della guerra e del servizio militare.

    [Per le ragioni delle competenze "naturali", nel dettaglio agevolmente smontate dall'autore rimandiamo alla versione integrale dell'articolo isponibile su
    "Federalismo e Libertà"
    a. cinque - n. tre - maggio giugno 98




    Le tasse garantiscono "equità sociale"?

    Abbiamo visto che le tasse sono "in sé" illegittime e rappresentano un furto di massa. Oltre a questo, bisogna sottolineare che le tasse sono anche "mal distribuite": vi sono infatti sostanzialmente tre modi di "assegnare" ad ognuno la sua tassa e, come vedremo, nessuno dei tre risponde (come del resto è ovvio) ai tanto sbandierati criteri di giustizia ed equità.
    [...]
    Se infatti, con qualche ingiustizia, potessimo affermare di garantire condizioni di vita "normali" agli indigenti, tutto sommato potremmo anche accettare questo "piccolo" furto. Se cioè lo Stato fosse veramente un Robin Hood, che compie per noi le buone azioni, forse potremmo accettarne l'esistenza e sopportare qualche sacrificio, e avrebbero ragione quanti (come Robert Nozick) lo giudicano un "male necessario". Ma lo Stato è, in realtà, un Robin Hood alla rovescia, che ruba ai poveri per dare ai ricchi!
    [...]
    La scuola pubblica è pagata da tutti (questo in ogni caso, che sia in vigore la proporzionalità o la progressività delle imposte): ma, al di là della scadente qualità dell'insegnamento e della discriminazione nel tipo di insegnamento impartito, non tutti ne usufruiscono. Ad esempio, sono estorti i soldi di tutti coloro che non hanno figli in età scolare. Ma non è finita: passata la scuola dell'obbligo, una fetta più o meno larga di bambini frequenta le superiori e solo una minoranza si iscrive all'università. Se poi consideriamo quanti si laureano, la minoranza diventa ancor più ridotta. La cosa curiosa è che, se andiamo a vedere la composizione sociale di questa minoranza, ci accorgeremo che è in larga parte costituita da benestanti: questo significa che, in realtà, la scuola superiore e l'università, pagate "equamente" da tutti, vengono usate per lo più dai rampolli di buona famiglia. Ovverosia, i poveri pagano la scuola ai ricchi, alla faccia del conclamato Stato sociale: se c'è una redistribuzione del reddito, quello che è sicuro è che va nella direzione opposta a quella dichiarata.
    [...]
    Il problema quindi non è gestire meglio le tasse, magari inventandone di nuove (pratica questa frequentemente adottata dai Governi), ma piuttosto abolirle: questo almeno per quanto riguarda l'aspetto teorico della vicenda. È evidente però che, passando alla prassi, è assai difficile distruggere tout court apparati burocratico – statali che hanno impiegato oltre duecento anni a consolidarsi.
    [...]

  3. #3
    Silvioleo
    Ospite

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    Cosa fare, come farlo

    Passare dalla teoria alla prassi è sempre una faccenda complicata. Questo è vero tanto più in un ambito come quello delle tasse che, se tutti sono pronti a condannare, ben pochi sono disposti a combattere: anche a causa dei corpi militari istituiti proprio per scoraggiare, intimidire e eventualmente punire chi osa alzare la voce. Resta il fatto però che la storia della filosofia ricorda personaggi come H. D. Thoreau che hanno avuto il coraggio di mettere in pratica il proprio pensiero e per questo sono finiti in prigione. Naturalmente sono ben pochi coloro che, soprattutto nell'Italia del 1998, hanno voglia di fare i martiri e di pagare per tutti: è quindi giocoforza scegliere la "via politica" contro lo Stato – tassatore. Bisogna in altre parole sensibilizzare i politici che, nostro malgrado, amministrano i nostri soldi ad avere da un lato il coraggio di ritornare sui propri passi relativamente ad alcune questioni (come lo Stato sociale) e dall'altro l'intraprendenza di promulgare leggi che siano realmente liberali, e cioè capaci di tutelare (e in primo luogo riconoscere) la libertà individuale e i diritti di proprietà.
    Prima di proseguire, è necessario sottolineare che, mentre quanto finora detto deriva da una semplice ma coerente applicazione dei principi liberali, quanto segue potrà forse essere guardato con diffidenza dai "puristi" del libertarismo. Bisogna però operare una mediazione tra la "beata teoria" e la "triste realtà": è perfettamente inutile arroccarsi su posizioni affascinanti e coerenti quanto si vuole ma irrealizzabili nel breve termine.
    [...]

    Porre limiti alla quantità

    La prima cosa da fare è indubbiamente ridurre in maniera drastica la pressione fiscale: non è assolutamente concepibile che ognuno di noi versi allo Stato, sommando le imposte dirette a quelle indirette, circa il 60% di ciò che produce, senza per giunta ricevere nulla o quasi in cambio.
    L'obiezione a questo tipo di ragionamento che più frequentemente si solleva da taluni ambienti socialisti è che, semmai, sarebbe meglio che lo Stato, pur mantenendo una simile quota del prodotto interno lordo, fornisse servizi in quantità maggiore e di migliore qualità. In realtà chi sostiene simili tesi costruisce dei veri e propri castelli di sabbia: abbiamo già visto infatti quanto sia dannoso alla collettività e a tutti gli individui che ne fanno parte accettare che sia lo Stato, piuttosto che il mercato, a fornire servizi. È inutile ora ripetere che, in queste condizioni, la medesima merce ha – teoricamente e statisticamente – un prezzo maggiore e una qualità scadente.
    [...]
    E' evidente che una simile scelta implica anche una riduzione della spesa pubblica. Alcuni politici hanno anche proposto di fissare un tale limite non con una legge ordinaria (facilmente modificabile e quindi soggetta a prevedibili innalzamenti entro brevi termini…) ma addirittura nella Costituzione: il che comporta una diversa e maggiore autorevolezza della norma.

    Porre limiti alla qualità

    [...]
    è anche perfettamente percorribile (ed equivalente) la via inversa: quella cioè di ottenere un abbassamento delle imposte tramite una riduzione qualitativa delle stesse o, ciò che è lo stesso, uno sfoltimento dei servizi resi dallo Stato.
    È necessario quindi stabilire delle priorità: quali sono le competenze che per prime vanno sottratte allo Stato? Rifacendoci alla distinzione precedentemente introdotta, pare imperativo innanzitutto restituire alla società quelle che abbiamo definito "competenze aggiunte", e cioè tutti quei servizi che perfino la mentalità comune (in continua contraddizione e tensione tra il comune buon senso, tendenzialmente libertario, e le convinzioni stataliste dovute a decenni di sapiente lavoro) vorrebbe in mano ai privati. Via libera quindi, fin da subito, alla privatizzazione di industrie (cantieri, trasporti, ferrovie, telefonia e comunicazioni,…) e servizi (gioco d'azzardo, informazione, radio e televisioni…): coi proventi delle vendite si dovrebbe inoltre provvedere a ripianare, per quanto possibile, l'enorme debito pubblico. Una proposta assai interessante è quella di distribuire gratuitamente ai cittadini le azioni delle aziende ora statali: sarebbe un grande segno di civiltà e, soprattutto, costituirebbe una chiara indicazione della reale volontà di cambiare e di farla finita con gli stati – nazione ottocenteschi.
    Fatto questo passo, bisognerà passare senza indugi alla parte più difficile dell'operazione di "destatizzazione" della società: quella cioè di far capire quanto siano dannosi la presenza e il potere dittatoriale dei Governi in ogni ambito e, conseguentemente, restituire alla società (tramite liberalizzazioni, deregulation e privatizzazioni) anche tutte le altre competenze. Bisognerà cioè da un lato depenalizzare quelli che gli anglosassoni chiamano victimless crimes (crimini senza vittime), tutti quei reati che sono tali solo e unicamente in virtù della legge, ma non secondo il diritto naturale e che quindi vengono illegittimamente perseguiti e puniti: in altre parole, è necessario da parte di ogni singolo individuo acquisire una coscienza dell'inviolabilità dei diritti civili. Dall'altro lato è necessario privatizzare e permettere un regime di vera concorrenza in tutti i servizi, ivi compresi ordine pubblico, tribunali, ecologia… restituendo a tutti la piena padronanza dei propri diritti economici.
    [...]

    Federalismo e concorrenza tra istituzioni

    Ma c'è anche un'altra maniera di costringere i Governi a diminuire il proprio "ricatto fiscale" nei nostri confronti: quella di compiere le giuste scelte istituzionali, il che non esclude naturalmente di poter applicare contestualmente limitazioni del genere di quelle succitate. Lo Stato moderno è sentito, ed è realmente, qualcosa di enormemente lontano da noi e dalla nostra quotidianità: è una sorta di mostro che si presenta una volta ogni tanto a reclamare un tributo e, "in cambio" (si fa per dire…), ci concede alcuni "servizi".
    [...]
    Uno dei primi provvedimenti da prendere, allora, è quello di "responsabilizzare" i politici e, contestualmente, porre i cittadini nella condizione di avere un reale controllo sul proprio denaro. E' necessario, cioè, attuare un serio federalismo: laddove per federalismo non vanno intese le sterili proposte dei nostri politici (che stanno al vero federalismo come un film sta al libro da cui è tratto: ne costituiscono cioè il peggior snaturamento possibile…) ma piuttosto una restituzione alla società dei propri poteri decisionali. Questi non devono essere una concessione o un regalo dall'alto, ma al contrario deve essere il centro che riceve per delega dagli Stati federati (che dovranno essere delle dimensioni il più possibile ridotte, sull'esempio della Svizzera in cui sei milioni di cittadini si sono dati una struttura estremamente rispettosa della libertà articolata - guarda caso - in ben 26 Cantoni) alcune, poche e specifiche, competenze: generalmente spetta allo Stato centrale la difesa, la moneta e la politica estera (ma non sempre).
    Attuare una simile riforma significa, detto in termini molto gretti, mantenere il denaro sul territorio che lo ha prodotto. A questo punto ogni cittadino potrà verificare di persona cosa gli amministratori hanno fatto, come l'hanno fatto e, su queste basi, a fine mandato decidere se promuoverli o bocciarli.
    Soprattutto nell'epoca dell'informatica, poi, il federalismo ha anche un altro effetto: quello di generare una vera e propria "concorrenza tra istituzioni". Oggi infatti qualunque imprenditore, pur senza spostare fisicamente il proprio domicilio, ha la possibilità di trasferire, con spese ridottissime, l'intera propria attività da un posto all'altro: il che significa trasferire anche opportunità di lavoro e, quindi, capitali, con le relative tasse. In particolare, gli imprenditori tenderanno a spostare il proprio capitale laddove è meno colpito dalle tasse, o comunque dove sono maggiori le prospettive o minori i rischi per un futuro guadagno. Ogni "cantone", quindi, tenderà a copiare dagli altri i loro lati positivi e, parimenti, tenderà ad eliminare i propri comportamenti negativi: come accade a qualunque impresa sul mercato. Ognuno "inventerà" un proprio governo, in maniera tale da attirare capitali e investimenti, col risultato, facilmente prevedibile, di avere, oltretutto in breve termine, un livellamento verso il basso del tasso d'imposta.
    Anche per questo i nostri politici si ostinano a propinarci "federalismi falsi e degenerati". Perché un federalismo vero porrebbe grandi limitazioni alla loro voracità

    Disobbedienza civile e sciopero fiscale

    In un'intervista rilasciata di recente, il prof. Gianfranco Miglio ha definito la disobbedienza fiscale "la strada che sceglie un popolo civile". In effetti, se le vestali dello statalismo sono sempre pronte a bollare chi la propone come un criminale o peggio, il liberalismo ha teorizzato già da lungo tempo tra i diritti inalienabili dell'individuo quello di resistenza. Diritto di resistenza, in altre parole, significa riconoscere ai cittadini - cioè tanto ai singoli quanto alle comunità - il diritto di non accettare supinamente le imposizioni del potere costituito, laddove questo varchi i limiti impostigli dal contratto sociale che lo ha legittimato.
    Se cioè lo Stato dichiarasse fuori legge, poniamo, tutti gli individui coi capelli rossi, questi avrebbero ben ragione di ribellarsi, coi metodi e nella misura ritenuta opportuna: eventualmente, anche con la forza. Il fatto poi che la "maggioranza" dei cittadini sia o meno d'accordo col governo in una simile persecuzione non sposta di una virgola il fulcro della questione: e cioè che i diritti naturali sono per propria stessa natura inviolabili e non è riscontrabile nessuna differenza se a violarli è un singolo individuo, un'associazione privata, uno Stato o che altro.
    Il grosso problema, trattando argomenti di questo genere, è che mentre tutti, o quasi, sono disposti ad accettare il diritto delle persone dalla capigliatura fulva a non accettare di essere perseguitate, ben pochi riconoscono le stesse prerogative a coloro che si ritengono vittime di una "persecuzione fiscale". Questo è vero qualora il governo operi delle discriminazioni in relazione al reddito (e non importa se a essere discriminati sono i ricchi o i poveri) ma assume una rilevanza tanto maggiore quando una minoranza di politici perseguita indistintamente una maggioranza di produttori. L'unica risposta di fronte a una situazione simile - invero non distante dall'attuale - è, come già proponeva Miglio nel '93 riferendosi in particolare all'ISI (Imposta Straordinaria sugli Immobili), una protesta fiscale di massa. Protesta che dovrebbe essere non generica, ma "mirata": nel senso che, al pari di Thoreau, ci si dovrebbe rifiutare di versare allo Stato la quantità delle nostre imposte presumibilmente destinata alle ferrovie piuttosto che alle televisioni, alle forze armate piuttosto che allo stipendio dei parlamentari.
    Altro, e più complesso, discorso è la praticabilità di tale via: e qui ancora una volta ci troviamo costretti a dare ragione al pessimismo di Miglio, che fa riferimento in particolare alla paura dei cittadini di vedersi piombare in casa un agente della Guardia di Finanza. Appare quindi quantomeno ardua da seguire la via della protesta fiscale di massa caratterizzata da una palese violazione dell'ordinamento vigente, e cioè da un netto contrasto tra gli individui e la legge. E' invece assai più comoda e facile la via della "disobbedienza legale", ossia del boicottaggio, laddove possibile, delle imprese statali: si potrebbe pensare, ad esempio, di diminuire il proprio consumo di tabacco (tra l'altro con benefiche ricadute anche sulla salute) o disdire l'abbonamento RAI, o di acquistare prodotti privati piuttosto che statali.
    La possibilità di scelta è vastissima e tale "disobbedienza legale", pur non avendo gli effetti devastanti e rivoluzionari di una disobbedienza in piena regola, lancerebbe un forte segnale ai politici, oltre naturalmente a diminuire le entrate dello Stato e costringerlo conseguentemente ad abbassare le proprie spese.

  4. #4
    Silvioleo
    Ospite

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    Conclusioni

    Riassumendo, abbiamo visto due aspetti della tassazione: quello "teorico" e quello "pratico". Dal punto di vista teorico il pensiero liberale più radicale spinge a ritenere che la tassazione sia solo una forma di furto, forse meglio mascherata e sicuramente su una scala più vasta delle forme tradizionali: al comune ladro da strada si sostituisce un'organizzazione denominata "Stato" che pretende di fare il nostro bene. A ciò va aggiunto che i servizi resi dallo Stato in cambio dei quattrini confiscati sono scadenti e, soprattutto, potrebbero essere forniti con un rapporto qualità / prezzo nettamente più elevato se lasciati al libero mercato. Lo Stato inoltre, che fonda la propria struttura sulla pretesa di garantire un'equità sociale, opera dei trasferimenti di risorse in cui sono avvantaggiati i ricchi (cioè i detentori di un capitale di entità tale da poter indirizzare le scelte dello Stato stesso) e le due caste dei politici e dei burocrati. A perdere in questa transazione sono invece i lavoratori e gli imprenditori, che per l'occasione si potrebbero raggruppare nel ceto dei "produttori" (superando così la stantia distinzione operata dal marxismo).
    [...]
    Bisogna in altre parole compiere delle politiche selettive sul regime fiscale, che vadano a porre dei vincoli sulla qualità delle tasse (disponendo, ad esempio, che non si può calcolare imponibile sulla casa di proprietà) e sulla loro quantità (fissando dei massimali). Questi gravosi compiti potrebbero essere enormemente agevolati da una totale revisione dell'ordinamento politico - istituzionale vigente in senso federale o confederale, che otterrebbe il doppio risultato da un lato di ridurre in prima battuta le enormi spese dello Stato centrale e dall'altro di responsabilizzare gli amministratori e le loro scelte di spesa. Complementare a queste azioni è la "disobbedienza civile": pur essendo teoricamente possibile uno "sciopero fiscale", però, questa via appare difficilmente percorribile. Al contrario dovrebbe essere agevole proporre una sorta di boicottaggio ai danni dello Stato, al grido di "privato è bello".
    Tutte queste scelte sono rivolte a restituire agli individui i loro diritti e le loro libertà, che gli Stati nazionali si sono arrogati il diritto di difendere e di cui invece si sono dimostrati i primi e più grandi negatori. Il lavoro da svolgere, chiaramente, è vastissimo: resta solo l'imbarazzo di scegliere da dove cominciare. E di cominciare in fretta

  5. #5
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    Predefinito

    Vede , in parte potrei anche essere d'accordo con lei e le sue ricette in materia fiscale inneggianti tendenzialmente al modello reganiano che prevede forti riduzioni delle tassazioni , però ad una condizione, e cioè che nel contempo venissero applicati i sistemi drastici che prevedono la galera per chi non paga le tasse come fan proprio gli americani.
    Penso che nel nostro paese in questo caso, bisognerebbe costruire molti, ma molti nuovi edifici di pena.
    Un saluto.

  6. #6
    Ospite

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    In origine postato da skorpion
    Vede , in parte potrei anche essere d'accordo con lei e le sue ricette in materia fiscale inneggianti tendenzialmente al modello reganiano che prevede forti riduzioni delle tassazioni , però ad una condizione, e cioè che nel contempo venissero applicati i sistemi drastici che prevedono la galera per chi non paga le tasse come fan proprio gli americani.
    Penso che nel nostro paese in questo caso, bisognerebbe costruire molti, ma molti nuovi edifici di pena.
    Un saluto.
    Che viene a fare il moralista anche qui nel forum della CDL non le basta quello "dell'arte" nazionalsocialista ???

  7. #7
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito

    In origine postato da skorpion
    Vede , in parte potrei anche essere d'accordo con lei e le sue ricette in materia fiscale inneggianti tendenzialmente al modello reganiano che prevede forti riduzioni delle tassazioni , però ad una condizione, e cioè che nel contempo venissero applicati i sistemi drastici che prevedono la galera per chi non paga le tasse come fan proprio gli americani.
    Penso che nel nostro paese in questo caso, bisognerebbe costruire molti, ma molti nuovi edifici di pena.
    Un saluto.
    con una bella flat tax raggiungeremmo il doppio obiettivo di incrementare le entrate dello stato e ridare un po'di fiato alla libertà calpestata dei contribuenti...lo spettro della galera a che serve???Tra l'altro poi il furto mica lo fa chi evade...

 

 

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