Il 27 gennaio viene celebrata la giornata della memoria, numerose sono le iniziative previste, riporto dalla stampa articoli commenti ed informazioni in merito
La colpa di essere un ebreo
Jorge Semprun Parlando dei sopravvissuti dei campi di concentramento nazisti che hanno accettato il rischio di lasciarne testimonianza, Rachel Ertel ha scritto una frase che mi sembra assai pertinente e ricca di senso. La loro scrittura, ha affermato, «è insieme un doloroso sforzo di anamnesi e di veggenza che mescola ricordi reali e immaginari al mai visto, al mai detto». Senza dubbio, così definendo - straordinariamente - il lavoro della scrittura di testimonianza, Rachel Ertel aveva davanti l’esperienza concreta dei poeti ebrei che scrivevano in yiddish. Il saggio Dans la langue de personne nel quale questa esperienza è analizzata è proprio stupendo. (...) «Olocausto» è un controsenso quasi osceno, «Shoah» che si è imposto dopo la fiction testimoniale di Claude Lanzmann, continuerà probabilmente ad essere usato perché questo termine si è affermato in un momento storico cruciale, dopo le vittorie israeliane del 1967; «Shoah» comunque ha il vantaggio mediatico della brevità, la sonorità di ciò che resta misteriosamente in sospeso. Anche però lo svantaggio concettuale, secondo me redibitorio, di un’evanescenza razionale e storica: nessuno conosce esattamente il significato di questo termine, se non che si rifà al sacro, al segreto di un disegno divino. Ora, Dio non ha nulla a che fare con lo sterminio degli ebrei, neppure di coloro - una piccola minoranza - che continuano ad avere a che fare con Lui. È tempo di saperlo e trarne le debite conseguenze. Esiste un’antica confusione, frutto spesso di ignoranza ma talvolta anche di un pensiero equivoco o malevolo, tra la deportazione dei nemici del nazismo - oppositori tedeschi del regime hitleriano, resistenti europei - e lo sterminio che riguarda ebrei e zingari. I primi vengono deportati per la loro attività, quale che sia la loro origine sociale o la loro religione. I secondi vengono sterminati perché sono ciò che sono, anche se non hanno mai commesso un atto, un solo gesto di opposizione al regime. La differenza - anche se il numero dei morti «resistenti» fosse comparabile a quello degli ebrei annientati e non lo è neanche lontanamente - non è quantitativa ma ontologica. Ciononostante, malgrado l’assoluta priorità, in un certo senso fondante, dell’antisemitismo nel poutpourri ideologico del nazismo, non è contro gli ebrei che Hitler organizza e dispiega in prima battuta il suo sistema concentrazionario: è contro gli oppositori politici, comunisti, socialdemocratici, cristiani. L’ultimo grande campo di questo sistema «di internamento e rieducazione» degli avversari politici viene edificato nel 1937, ed è Buchenwald. Solo nel novembre del 1938 - dopo la Notte dei Cristalli, notte di violenze e di pogrom in tutto il paese - comincia la deportazione massiccia degli ebrei tedeschi. All’inizio Hitler interna gli ebrei nei campi già esistenti. Ma sin da subito furono sottoposti ad un regime speciale, particolarmente barbaro. Così la maggior parte degli ebrei di Francoforte morirono a Buchenwald, nel mese che seguì la notte dei Cristalli. Cinque anni dopo, il ricordo del loro martirio perdurava nella memoria dei resistenti tedeschi. A partire dal 1939, dall’inizio della Seconda guerra mondiale, parallelamente all’estendersi dell’impero hitleriano sull'Europa, le autorità naziste cominciarono a svuotare i campi esistenti dai deportati ebrei e a concentrarli in un nuovo arcipelago di campi, creato in Polonia e specificamente concepito per lo sterminio (camere a gas). All’epoca della tristemente celebre conferenza di Wannsee, nel 1942, questa politica viene sistematizzata, razionalizzata e accelerata, con l’obiettivo di completare «la soluzione finale della questione ebraica» in Europa. Al livello del quotidiano, dell’esperienza vissuta, questa radicale singolarità dell’Annientamento, nel quadro storico generale delle deportazione, non può essere trascurata né sottostimata. Ed è peraltro immediatamente avvertibile nella letteratura di testimonianza. Per quanto superficiale possa essere, qualunque analisi de La notte di Elie Wiesel o di Se questo è un uomo di Primo Levi da una parte o di La specie umana di Robert Antelme dall’altra basterebbe a mostrare quale abisso separi la vita verso la morte in un campo di lavoro come quello che Antelme descrive meticolosamente - senza pathos aggiuntivo, fenomenologicamente si potrebbe dire - da quella evocata da Levi e Wiesel. Per sintetizzare metaforicamente questa differenza, mi sembra che si possa spiegarla in questo modo. In un campo di sterminio - denominazione che bisognerebbe riservare ai campi nazisti in Polonia, quelli del complesso Auschwitz-Birkenau - l’esistenza dei deportati si articola intorno al pericolo, alla paura, alla selezione. Con regolarità, in effetti, alcune categorie di deportati - i più malati, i più inabili al lavoro, o piuttosto coloro che appartenevano a delle categorie votate all’eliminazione - vengono selezionate per la camera a gas. Ma dall’inizio, sin dall’arrivo in uno di questi campi, la lunga corte dei deportati appena scesi dal treno, sulla rampa stessa d’accesso all’ingresso del campo, subisce una prima selezione. Un ufficiale delle SS, angelo della morte, manda gli uni da una parte, gli altri dall’altra. Dalla parte del campo, dove resta una possibilità, minima ma reale di sopravvivenza; dalla parte della morte immediata, verso la camera a gas. Questa esperienza di selezione - esclusivamente per gli ebrei - nessun deportato della resistenza infatti ha mai dovuto subirla, né dovrà ricordarla - viene aggravata dale condizioni in cui si svolge. Gli ebrei vengono infatti deportati in gruppo: famiglie, interi villaggi. Le persone che il deportato ebreo vede andare, spinte dal frustino nazista verso un luogo sconosciuto, non sono anonimi, ignoti compagni di un viaggio verso l’ignoto: sono madri, sorelline, nonni anziani. È la carne della propria carne che il deportato vede scomparire verso la camera a gas - perché saprà presto che di ciò si tratta. E una domanda lo ossessionerà per tutta la vita, se sopravviverà alle prove ulteriori: perché a me? Perché a loro? Da qui il sentimento d’ingiustizia, di rivolta unita al senso di colpa che lo accompagnerà forse per sempre. La selezione che si apre per di più sul glaciale orizzonte della camera a gas, è dunque l’esperienza esistenziale che rende unica la memoria ebraica in un modo tale che il rigore intellettuale insieme alla «comune decenza» cara a Orwell, non consentono di banalizzare. Ecco il trasparente mistero di Israele negli anni terribili dell'annientamento. (...) La sordità della società era ancora troppo forte nel 1947? La forma romanzata ha scioccato, è sembrata minare la validità della testimonianza? Queste domande, altre ancora, più precise, dovrebbero emergere dalla lettura di questo libro fondamentale e misconosciuto. «È attraverso il quadro di Goya che le esecuzioni del Tres de Mayo resistono, è attraverso il quadro di Picasso che conserviamo memoria del bombardamento di Guernica…» scrive Rachel Ertel nell’ottimo saggio che ho già citato. Si potrebbero, in questo senso, aggiungere altri esempi. Il libro che perpetuerà la memoria della deportazione, dell’Annientamento, sarà uno di quelli che si inscrivono nell’ordine della testimonianza? O piuttosto bisognerà che la scrittura testimoniale sia esaurita affinché la finzione narrativa crei quest'opera emblematica?
Il Mattino




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