Treviso. Cieca dalla nascita ma l'Inps
non ci crede: «Ce lo dimostri ancora»
Vittima della retinite del prematuro, deve continuamente
certificare l'invalidità davanti a una commissione
Treviso. Cieca dalla nascita ma l'Inps non ci crede: «Ce lo dimostri ancora» - Il Gazzettino
di Luca Bertevello
È possibile essere così ciechi da sottoporre una persona non vedente dalla nascita al giudizio di una commissione medica? Lorenza, 41 anni, vittima di una patologia chiara e definitiva quando ancora si trovava nella culla, è dovuta comparire davanti ai medici per ricevere l'ennesima legittimazione del suo stato di invalidità permanente. E questo risponde alla domanda. È accaduto la settimana scorsa. E succederà anche la prossima, con altri disabili nella medesima condizione, perchè lo prevede la legge o - per essere più precisi - un decreto ministeriale. L’aspetto grottesco della vicenda è che l’applicazione delle normative finisce per mettere in difficoltà le stesse commissioni: davanti a pazienti che non sanno spiegarsi i motivi di un simile affronto, i commissari chiariscono che si tratta di ordini e come tali vanno eseguiti, indipendentemente dall’irreversibile gravità delle lesioni oculari degli esaminandi. Dopodichè, nei casi conclamati, il controllo medico non viene neppure fatto e l’incontro si chiude con un semplice colloquio, che però non smorza affatto l’irritazione e il disagio di chi è stato sottoposto alla visita.
Lorenza Vettor oggi è presidente dell'Unione Ciechi di Treviso. Ha una gemella, Caterina, non vedente come lei, che fa la fisioterapista. Sono nate il 10 agosto 1968 con due mesi e mezzo di anticipo. Hanno conosciuto la vita nell'incubatrice. E l'incubatrice gliene ha tolta una parte quando le infermiere si dimenticarono di bendare gli occhi delle gemelle. L'ossigeno presente dentro l'involucro penetrò nelle retine, bruciandole. Tecnicamente si chiama retinite del prematuro. Giuridicamente si chiama imperizia. Prosaicamente si chiama sfortuna: essere nate quel giorno, con quelle infermiere, in quell'ospedale, in quegli anni. Un evento del genere oggi non potrebbe più accadere. E se accadesse aprirebbe le porte a una causa milionaria che non lascerebbe scampo all'Usl. «Ma erano altri tempi - dice Lorenza -. Non c'era tutela, non c'era sensibilità, non c'era il Tribunale dei diritti del malato. E non c'erano neppure soldi. I miei genitori non potevano affrontare una causa legale contro un colosso come l'Usl e l'ospedale di Treviso non ha mai voluto riconoscere spontaneamente l'errore. Furono lasciati soli con un bambino piccolo e due figlie cieche».
Così va il mondo. Però che 40 anni più tardi l’invalidità di Lorenza e Caterina debba essere certificata, non depone a favore del sistema sanitario e neanche dell’istituto nazionale di previdenza che ora si fa carico di eseguire gli accertamenti. Cosa c’è da verificare? Se cieche lo sono davvero? Se davvero c'è il buio dietro le loro palpebre? «Al di là del sopruso - continua Lorenza - questo significa sperperare denaro pubblico. È vero che appurare l’invalidità è nell'interesse anche nostro, ma c'è modo e modo di fare le cose».
Una legge del 2001 avrebbe diviso, in realtà, i ciechi assoluti dalle persone ipovedenti e i ciechi dalla nascita da quelli acquisiti, cioè che lo sono progressivamente diventati con l'età o a causa di eventi traumatici. Ma non sembra che una simile suddivisione abbia contribuito a evitare certe cadute di stile, anche adesso che gli accertamenti sono passati dall'Usl all'Inps: «In teoria quando i controlli andranno a regime, queste visite non verranno più fatte - conclude la presidente dell’Unione Ciechi trevigiana -. Ma se cambia il ministro può cambiare anche la legge e se ne viene applicata una che non distingue l'invalidità in base alla patologia, rischiamo di tornare al punto di partenza».




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