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Discussione: La democrazia in Iraq

  1. #1
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  2. #2
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  3. #3
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    dal sito di IDEAZIONE

    " La strada verso il futuro
    di Marco Vicenzino*
    [28 gen 05]

    Le elezioni di domenica segnano la continuazione di quel processo di trasferimento del potere iniziato alla fine di giugno del 2004. Il completamento di questo processo di transizione è previsto per il dicembre del 2005 con l’elezione di un nuovo parlamento iracheno e la piena restaurazione della sovranità. Man mano che questo processo avanza, la violenza aumenta come parte di un’efficace e sofisticata insurrezione volta a destabilizzare il Paese, colpendo tutto il personale, civile e militare, straniero e, soprattutto, tutti gli Iracheni che collaborano e partecipano al processo di ricostruzione della loro patria. Essi costituiscono la gran maggioranza delle vittime.

    Il nuovo governo che sarà scelto nelle elezioni di domenica dovrà portare a termine i suoi compiti principali, che sono quello di redigere una nuova costituzione, che si estenda effettivamente anche alla comunità sunnita e di potenziare notevolmente le forze di sicurezza irachene con l’assistenza statunitense e in più l’addestramento condotto dai Paesi membri della NATO. Gli Iracheni voteranno una nuova costituzione in un referendum nazionale previsto per il settembre del 2005. I negoziati fra i diversi gruppi etnici e religiosi accenderanno controversie, in particolar modo fra la maggioranza sciita (circa il 60% della popolazione) e la ben organizzata minoranza curda (circa il 20% della popolazione) sulle questioni riguardanti l’organizzazione del territorio e la distribuzione del potere alle autorità locali. I Curdi cercheranno di allargare i confini di una regione autonoma curda all’interno di un Iraq federale, fino ad includere la città di Kirkuk, centro petrolifero dell’Iraq settentrionale, strategicamente importante, che essi considerano come la loro capitale storica. Il fragile equilibrio etnico di Kirkuk è una polveriera che può far scoppiare una guerra civile estesa anche ai vicini dell’Iraq, in particolar modo la Turchia, che a sua volta brama il petrolio di Kirkuk, protegge la minoranza turca della città e ha perennemente paura delle aspirazioni separatiste curde, dato che queste possono infiammare l’importante minoranza curda in Turchia.

    Dopo più di un decennio di indipendenza di fatto, i Curdi sono riluttanti ad accettare qualsiasi limitazione alla loro autonomia a vantaggio di un governo centrale di Baghdad dominato dagli Sciiti. Nell’attuale costituzione provvisoria dell’Iraq, le tre province curde possono opporre il veto ad ogni legge del governo centrale. Gli sciiti cercheranno di eliminare queste condizioni in una nuova costituzione. Nonostante gli ostacoli, è probabile che Sciiti e Curdi giungano ad un compromesso ragionevole; quali vittime della peggior repressione di Saddam, hanno più da guadagnare da un nuovo Iraq federale e democratico. Il federalismo è essenziale per il futuro dell’Iraq. Ci dev’essere una significativa separazione di poteri, fra il governo centrale di Baghdad e le autorità privinciali. Questo dipende dalla cultura del compromesso e non dalla mentalità del “vincitore-piglia-tutto”, la principale minaccia nella cultura politica irachena.

    In questo processo di transizione, la principale sfida per il governo sarà il dover affrontare la comunità sunnita, circa il 20% della popolazione irachena. Ovviamente si prevede che ci sarà ben poca partecipazione dei Sunniti alle elezioni di domenica, in particolar modo nel Triangolo Sunnita, la patria della comunità nell’Iraq centrale, cosa che farà sorgere, in molti, in Iraq e all’estero, dubbi sulla legittimità delle elezioni. I Sunniti temono un futuro in cui, per la prima volta, non domineranno e saranno ridotti allo status di minoranza. Fra i Sunniti c’è anche una forte opposizione alla presenza straniera nella loro terra, cosa che deriva da un mix di fiero nazionalismo e fervore religioso. Quei Sunniti che vogliono partecipare alle elezioni sono molto riluttanti, a causa della paura che hanno delle rappresaglie degli insorti.

    Il nuovo governo dovrà isolare gli elementi sunniti più radicali e contrari al governo, coinvolgere invece la maggioranza moderata con incentivi e garanzie su pari diritti, opportunità e status. Il nuovo governo deve riservare un numero sufficiente di seggi ai Sunniti nella nuova assemblea costituente e nominare funzionari sunniti in posti di rilievo. Senza partecipazione sunnita, non vi sarà pace in Iraq. Lo scenario alternativo è la guerra civile, la disintegrazione e la “libanizzazione” del Paese con conseguenze disastrose per gli Iracheni, i vicini dell’Iraq, la stabilità regionale e internazionale. Come l’Afghanistan negli anni ’90, l’Iraq potrebbe diventare il paradiso degli estremisti. Contrariamente all’Afghanistan, l’Iraq detiene la seconda riserva petrolifera del mondo. Con un accesso diretto a lauti profitti, i terroristi potrebbero finanziare operazioni letali in tutto il mondo.

    La più grande e concreta sfida del nuovo governo sarà l’espansione delle sue forze di sicurezza e l’aumento della loro capacità operativa. L’efficienza dell’insurrezione ha influito chiaramente sul morale delle truppe ed ha causato diserzioni. Servono urgentemente più consiglieri militari dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi della NATO. Miglioramenti ci saranno nel tempo. Comunque la situazione per le forze irachene dovrà ancota peggiorare prima di cominciare a migliorare. L’impegno militare degli Stati Uniti rimane essenziale per il futuro dell’Iraq. Deve provvedere a fornire tutte le risorse necessarie ad assicurare che l’Iraq esca dall’attuale tumultuosa situazione. I leader del nuovo governo devono mostrare unità, trasparenza e affidabilità, cosa che permetterà loro di guadagnarsi legittimità, quella legittimità per cui lotteranno dopo le elezioni di domenica e che servirà a convincere i cittadini iracheni che l’attuale spirale di violenza può essere spezzata in gran parte del Paese.

    I vicini dell’Iraq preferiscono un governo centrale debole, in grado di provvedere ad un minimo di ordine interno, ma esposto alla loro influenza, in particolar modo nelle province irachene di confine e in ultima istanza dipendente da loro per la garanzia della sua stabilità. L’Iran spera in una maggior influenza del clero sciita nel nuovo governo, mentre la Turchia è costantemente attenta alle attività nel Nord curdo. Le principali preoccupazioni dell’Arabia Saudita sono quelle relative alle attività degli estremisti sunniti ai confini con l’Iraq e vigila sull’influenza degli Sciiti iracheni sulla sua ricalcitrante minoranza Sciita della costa orientale. La Siria farà il minimo indispensabile per dimostrare di aver sostenuto lo sforzo statunitense e niente più, controllando i suoi estremisti e i loro simpatizzanti che attraversano il confine iracheno. Se questi vengono uccisi in Iraq, saranno tutte preoccupazioni in meno per Assad. Se ritornano, saranno schedati nel caso scoppino futuri disordini di estremisti. La paura che la Giordania ha dell’impatto al suo interno delle attività dei fondamentalisti in Iraq, si accompagna alla speranza di una maggior stabilità, che può portare a significativi guadagni economici grazie all’incremento della rotta commerciale che passa dal porto di Aqaba.

    Quali saranno gli esiti delle elezioni?

    Il nuovo governo iracheno non sarà simile a un’istituzione secolare, all’occidentale, come preferirebbero gli Stati Uniti, né un regime teocratico in stile iraniano. Anche se, comunque, la religione svolgerà un ruolo importante. Islamisti sciiti moderati domineranno il nuovo governo, con una significativa influenza del clero sciita, alleati con una presenza curda formidabile e politicamente unita.
    Sin qui gli Sciiti moderati hanno mostrato di essere responsabili nel frenare i loro elementi più radicali, in particolar modo durante le due violente insurrezioni a Najaf che l’anno scorso hanno coinvolto truppe americane e anche dopo numerosi attentati dei fondamentalisti sunniti contro obiettivi sciiti, volti a provocare reazioni violente e precipitare la situazione in una guerra civile.
    Gli Sciiti moderati tollerano la presenza statunitense e sono consapevoli della sua importanza per prevenire lo scoppio di una guerra civile. Comunque, vogliono vedere una significativa riduzione delle truppe statunitensi ed, eventualmente, un loro ritiro, non appena sarà ripristinato un sufficiente livello di stabilità e normalità.

    28 gennaio 2005

    traduzione dall’inglese di Stefano Magni
    "


    Shalom

  4. #4
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    il Giornale del 31/01/2005


    --------------------------------------------------------------------------------

    Il coraggio delle donne armate solo di schede
    Cristiano Gatti
    --------------------------------------------------------------------------------

    Forse è meglio che questa volta non aspettiamo l'otto marzo con tutto il nostro cerimoniale post-moderno di mimose alle colleghe d'ufficio e di feste per sole donne con spogliarellisti sui tavoli. Se davvero ha ancora un senso rendere omaggio alle donne conviene farlo subito, adesso, fuori dai seggi iracheni: eccole rispondere in massa, sconvolgendo tutte le previsioni, spiazzando i signori della dinamite, nobili e dirette discendenti delle suffragette d'inizio Novecento, allora derise e sfottute pioniere che assaporarono il gusto di votare in Gran Bretagna, aprendo la strada alle donne di tanti altri luoghi del mondo.
    Un secolo dopo, là dove la storia cammina con un secolo di ritardo, stanno in fila composte e serene, coperte da quelli che a noi sembrano tetri pastrani neri, in braccio bambini ancora in fasce, da poppata vagante. Aspettano il loro turno, sorridono timide ai fotografi occidentali. In tanti casi, cocciute e coraggiose, hanno convinto gli uomini di casa a vincere la paura. Rischiano la vita, loro e soprattutto i loro figli, ma ci sono.


    Shalom

  5. #5
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    In Origine postato da Pieffebi


    Shalom

    ...e questa dove la metti?



    Shalom bis!

    ...fotomontaggio proveniente dal mio sito di satira politica
    http://utenti.lycos.it/Cirno

  6. #6
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    Shalom!

  7. #7
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    Dal quotidiano LIBERO di oggi:

    " TRUFFATORI DEL VOTO

    di VITTORIO FELTRI


    La sinistra in lutto di fronte al successo delle elezioni irachene Anche in Italia la libertà iniziò con una consultazione dubbia Bush e Berlusconi avevano ragione: la democrazia si esporta
    Americani truffatori, iracheni lacché. Questo il senso delle critiche mosse dalla sinistra alle prime votazioni democratiche nel Paese in cui la guerra ha mandato a ramengo Saddam Hussein. Per mesi i progressisti ci hanno ammorbato: Bush guerrafondaio, Bush senza moralità, Bush sfruttatore. Addosso anche a Berlusconi, servo della Casa Bianca, burattino degli Usa. La solita solfa mesi e mesi: non si esporta la democrazia con le armi, non si insegna a un popolo a vivere civilmente bombardandolo. Ne abbiamo sentito di tutti i colori; noia terrificante. A Bagdad intanto si sparava quotidianamente, autobombe, kamikaze, mitragliamenti. Morti e feriti. Il sangue sparso sulla sabbia non faceva più notizia, e ai più sensibili di noi veniva il sospetto che avessero ragione i pacifisti: le elezioni saranno una burla? Voteranno tre gatti e quattro cani? La maggioranza rimarrà asserragliata in casa? Chissenefrega dei seggi delle schede, viva gli imam e viva i tagliatori di teste. Gli americani sono andati avanti per la loro strada democratica, ci hanno creduto, e oggi siam qui con gli occhi sgranati. Gli iracheni hanno sfidato quei bastardi di fondamentalisti e terroristi, hanno rischiato la vita, si sono recati al seggio e hanno deposto la scheda nell'urna. Sembra poco, ma la democrazia è tutta qui. Richiede un gesto semplice e drammatico: la croce su un nome dopo una lunga attesa. Facile votare a Londra o a Milano o a Parigi: usa. Difficile a Bagdad dintorni; poi però si contano i suffragi e si stabilisce anche qui chi governerà. È la prima volta che una nazione del vicino Oriente decide il proprio futuro, e pure il presente. Se gli arabi ci prendono gusto, addio satrapie, addio rais, addio fondamentalsmo. Votare. Sembra semplice votare. La prima esperienza tuttavia è dura. I bamba e i cretinetti italiani ridacchiavano mentre gli iracheni sperimentavano la democrazia; scrivevano articoli sfottitori, facevano dell'ironia sui poveretti vestiti di stracci in fila davanti alle cabine. Bamba e cretinetti si erano già dimenticati di quanto accadde da queste parti sessant'anni orsono. Il fascismo era appena morto strangolato dagli angloamericani (sempre loro), il nazismo anche, con il contributo dell'Armata Rossa. Bisognava ricominciare da capo. Regole diverse, via i sistemi dispotici; nell'urna comanda il popolo. Il primo esercizio dopo la parentesi in camicia nera fu quello del referendum: monarchia o repubblica? Vinse la Repubblica col sospetto di essere stata agevolata da brogli mostruosi; probabilmente i brogli ci furono, alla grande, ma la democrazia è così: soggetta a pasticci. Nessuno si sognò di invalidare il plebiscito, brogli o non brogli. E la repubblica prese a camminare. L'importante - si disse - è che la gente sappia di essere padrona del proprio destino. Gli americani erano lì a sorvegliare, garantirono la legittimità dell'operazione. Fiducia, ragazzi. I ragazzi ebbero fiducia e accettarono il responso (influenzato da una manina o da una manona? Boh!); e si dettero da fare. La sinistra non protestò. Ovvio. Volevano la repubblica, e repubblica fu. In Iraq le cose non sono andate diversamente. Guerra a Saddam. Deposizione di Saddam. Cattura di Saddam. Lungo periodo di stasi, ed ecco le elezioni. Delle bombe, delle minacce e dei morti abbiamo già detto. Infine le elezioni si sono svolte e ha vinto la democrazia, la quale non si esporterà sempre con le armi (tantomeno con la falce e martello). Ma la guerra, per quanto brutta, è servita a spazzare via la dittatura e a istaurare un sistema-novità nell'area dominata per decenni dai satrapi. C'è poco da prendere in giro. L'America ha piazzato un altro colpo. Le consultazioni sono state regolari. E forse proprio per questo non piacciono ai progressisti, specialmente nostrani. I quali non sanno come commentare, sono in crisi e forse si vergognano. Bisogna capirli. Non se l'aspettavano. Erano convinti che Bush fosse un pazzo e invece si è rivelato sagace e accorto. La democrazia non è un'utopia bensì un obiettivo raggiungibile. Nelle pagine interne di Libero troverete articoli curiosi: contengono le dic hiarazioni della sinistra prima del voto e quelle del dopo voto. Confrontatele e giudicate. Scoprirete la doppia faccia del pacifismo un tanto al chilo. Scoprirete che ha fatto il tifo per i fondamentalisti e per la dittatura; e che dinanzi al trionfo della democrazia soffre. Non sopporta di aver avuto torto e insiste con teorie antiquate: la democrazia non si esporta. Non sa - è ignorante - che tutto si esporta: la globalizzazione, la cultura, i buoni e i cattivi costumi. Soprattutto non sa che i popoli non sono statici e mutano a seconda delle relazioni internazionali che riescono a stabilire. La guerra non era contro gli iracheni, era contro Saddam e i suoi scherani. Gli Stati Uniti, accanto ai quali pur con qualche perplessità ci eravamo schierati, hanno avuto ragione. Ha vinto la democrazia. Logico che la sinistra sia in lutto. Non è mai stata democratica.
    "


    Saluti liberali

  8. #8
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    ...veramente con la falce e martello si sono esportate dittature.
    E il motivo è profondo. Il comunismo è una religione materialista e fondamentalista. Come tale è intimamente teocratica. I comunisti, da sempre, odiano la democrazia, proprio come la odiano gli islamici fondamentalisti. E' nel loro DNA questo odio che, anche se dissimulato per ragioni di "correttezza" politica, finisce sempre per saltare fuori. Da orifizi vari.

  9. #9
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    Anche a sinistra c'è chi ragiona un tantinello di più...

    " il Giornale del 02/02/2005


    --------------------------------------------------------------------------------

    «Dall'Irak non possiamo ritirarci adesso»
    L'ex sottosegretario agli Esteri Umberto Ranieri (Ds): chi parla di elezioni farsa non ha capito la portata dell'evento

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    Umberto Ranieri, esponente di punta della «destra» riformista Ds ed ex sottosegretario agli Esteri, non ha molto in comune con le posizioni politiche di Alberto Asor Rosa. Ma lo indica subito ad esempio a quella sinistra che «non vuole capire la portata e il significato di quel che è accaduto in Irak». I'Onorevole Ranieri, come risponde a chi nella Gad continua a parlare di «elezioni farsa» che non cambiano nulla? «Consiglio loro di leggere Asor Rosa, la cui onestà intellettuale riconosco al di là delle divergenze politiche: quello che è successo domenica in Irak è una grande lezione per tutti. Dopo 25 anni in cui gli iracheni hanno conosciuto dittatura, guerre, embarghi, privazioni, milioni di morti, intere generazioni vissute nel dolore, quelle lezioni costituiscono una da alla loro stessa storia. Il solo fatto i essere riusciti a tenerle, in quel Paese, è un dato politico di enorme importanza».
    si tratta di una svolta, dunque? «E un punto di non ritorno: certo nessuno deve illudersi, perché occorreranno ancora tempo e sofferenze per affermare una piena sovranità dell'Irak e una ricostruzione democratica. Male elezioni sono una tappa importantissima per cominciare a uscire dalla guerra. Ora bisogna costruire un equilibrio costituzionale e politico che consenta l'unità territoriale del Paese e insieme riconosca il ruolo delle diverse etnie e confessioni: è la sfida che la neoeletta assemblea costituente deve affrontare».
    Molti osservatori fanno fosche previsioni sul «pericolo sciita», lo teme anche lei?
    «Fino a ieri l'Irak ha vissuto sotto la dittatura di una minoranza baathista nella minoranza sunnita, che penalizzava sciiti e curdi. Non credo che loro oggi vogliano dare vita a un equilibrio a parti rovesciate, perseguitando i sunniti. Le stesse parole del leader sciita Al Sistani scongiurano questo pericolo, e i curdi hanno un ovvio interesse a coinvolgere i sunniti e regolare così il potere sciita». Ora che hanno votato, gli iracheni possono essere lasciati soli a vedersela, come sostiene chi reclama un rapido ritiro dei militari?
    «Le prove che 1'Irak dovrà affrontare nei prossimi mesi sono di tale portata che è indispensabile l'appoggio politico, finanziario e per la sicurezza della comunità internazionale. Ora basta parole, occorrono fatti: soprattutto davanti al coraggio mostrato da quel popolo, si impone una maggiore assunzione di responsabilità dell'Ue, compresi quei Paesi che finora si sono tenuti fuori; e di Onu e Nato. Guai se tutto si risolvesse in proclamazioni di intenti, bisogna.fare molto di più». Nessun ritiro immediato, dunque? «La questione della presenza militare va discussa con serietà. Credo che oggi sia necessario esaminare le forme e i tempi di una riduzione, fino al ritiro completo, delle forze militari straniere e Usa, la
    cui presenza è diventata una sorta di magnete per il terrorismo. Ma a ogni persona di buon senso è chiaro che non può avvenire da un giorno all'altro, e gli stessi iracheni ne sono consapevoli. Il ministro dell'Interno del governo Allawi ha sostenuto che occorrono 18 mesi perché l'Irak sia in grado di affrontare il problema della sicurezza autonomamente. L così? Non lo so. Ma la cosa importante è delineare un percorso che possa condurre in tempi certi alla riduzione della presenza militare straniera, e al suo ritiro. Gli stessi Stati Uniti, che continuano a patire il dolore delle loro perdite di vite umane, sanno che devono lavorare per realizzare il ritiro in tempi ragionevoli. Ma perché si concretizzi, è indispensabile che siano preparate forze militari irachene in grado di fronteggiare le minacce del terrorismo e dei nostalgici di Saddam Hussein. In questo senso serve una maggiore assunzione di responsabilità della comunità internazionale, a cominciare dagli europei».

    "

    Con senescenza

  10. #10
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    Dal quotidiano LIBERO di oggi un gustoso e centrato intervento del Presidente Emerito della Repubblica....Francesco Cossiga...

    " E sull'Iraq Prodi finirà per tenere il cero a Bertinotti

    di FRANCESCO COSSIGA


    Ed ora pover'uomini della Gad? Che faranno dopo le elezioni in Iraq? La mia idea è che alla fine Prodi li condurrà sulle posizioni di Bertinotti. Andiamo con ordine. E prima dico la mia sulla questione. A suo tempo votai contro l'intervento unilaterale anglo-americano in Iraq. Non certo per simpatia per Saddam Hussein, ma perché lo considerai in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite e con i principi del diritto internazionale che per dettato della Costituzione siamo obbligati a rispettare . Votai contro l'invio di unità militari italiane in quel Paese, non certo da pacifista, ma perché ritenevo che la nostra Costituzione non lo permettesse. Ma poi le cose sono cambiate. Il Consiglio di Sicurezza ha infatti sanzionato con una nuova risoluzione, ed all'unanimità, la presenza delle forze della coalizione sotto comando unificato in Iraq. Questo fatto di grande importanza politica e giuridico- internazionale ha meravigliato molti politici italiani, che non avevano tenuto conto del carattere pur sempre "mercantile" del governo Chirac e di quello Schröder. Il cui atteggiamento è cambiato quando l'amministrazione Bush è andata incontro ai loro interessi nella ripartizione privilegiata delle risorse petrolifere e delle opere di ricostruzione. La coalizione ora è indispensabile Di fronte a questo fatto e di fronte alla guerra civile e alla accresciuta presenza del terrorismo fondamentalista islamico e della guerriglia, mi sono personalmente convinto che nonostante pensassi e pensi ancora che sia stato eccessivo l'intervento anglo-americano che si dovesse lasciare agli iracheni delle diverse etnie e religioni e alle potenze vicine Iran Siria che «se la sbrigassero da soli» - il ritiro delle unità militari italiane fosse inopportuno: e per questo votai contro le mozioni della sinistra e del centrosinistra a favore del rimpatrio. Che farei oggi? Se questa richiesta di rientro, fosse presentata in Parlamento, voterò contro. Anche se protesterei perché le nostre truppe non sono dotate di adeguate regole di ingaggio e di idonei armamenti, per la caparbia ipocrisia di considerarle impegnate in "operazioni di pace". Solo ora - e solo dopo l'uccisione di un sottufficiale dell'Aviazione leggera dell'Esercito - sono stati inviati in quel teatro gli elicotteri da combattimento "Mangusta". «Se li avessimo mandati prima il Capo dello Stato non avrebbe costituzionalmente avallato la nostra iniziativa politico-militare », è la sussurrata ed imbarazzata difesa del governo ed in particolare del Ministero della Difesa, l'amico Martino, il quale sente su di sé il peso dei militari italiani uccisi, peso da cui non lo possono sollevare certo le solenni esequie tributate ai caduti nell'adempimento del loro dovere di cittadini soldati. Non credo alla "democrazia esportata", non credo che la religione, la storia, la cultura e la tradizione di popoli antichi come l'iracheno, e in generale dei popoli che professano in modo ortodosso l'islamismo, siano componibili con una sorta di democrazia di tipo occidentale; non credo che questa democrazia sarà instaurata con le elezioni che si sono svolte con innegabile successo. Credo però esse siano state utili come manifestazione di resistenza al terrorismo e al rivoluzionarismo guerrigliero di matrice saddamita. Ritengo impossibile che in quel Paese un'Assemblea Costituente possa instaurare un regime di "democrazia numerica": deve piuttosto cercare di modernizzare il "governo per tribù, etnie e religioni" in una sorta di "cantonalizzazione" alla libanese. Sarà un processo non facile, che abbisogna di ricostruzione, di assistenza, di ricostituzione di forze armate e di polizia irachene. Per questo né gli Stati Uniti, e neanche l'Italia, possono militarmente ritirarsi, anche se costerà anche in vite umane. L'opposizione si troverà certamente di fronte a scelte non facili. Che Rifondazione comunista chieda il ritiro delle unità militari italiane coerente con le sue opzioni politiche fondamentali; ed il Partito dei Comunisti Italiani di Diliberto non potrà non seguirlo. Il problema si pone per i Ds e per laMargherita: una parte dei diessini, il "correntone" ad esempio, ed una parte degli stessi "margheritini", penso alla Rosy Bindi, a Castagnetti, a Monaco, in generale ai democratico-prodiani, non avranno difficoltà, tutt'altro, a schierarsi con i "ritiratisti". Ma che cosa potrà fare la maggioranza dei Ds e della Margherita? Certo, vi è pur sempre la strada di chiedere al governo che assuma iniziative perché l'impegno militare della Coalizione sia sostituito con quello delle Nazioni Unite o almeno, con la sanzione del Consiglio di Sicurezza, con quello dell'Unione Europea. L'Europa non interverrà mai Ma l'opinione pubblica ben sa che mai le Nazioni Unite, nelle quali sono presenti Paesi filo-terroristi e totalmente antioccidentali, potranno mandare un solo uomo sotto le sue bandiere. E l'opinione pubblica ben sa che mai neanche un uomo saranno disposti a inviare in Iraq sotto qualunque bandiera la Francia, la Germania e la Spagna e che l'Unione Europea in materia può solo "adottare parole", e forse neanche quelle. Penso che alla fine la nascente Grande Coalizione Democratica (Gad) dovrà ritrovarsi unita nelle posizioni di Rifondazione Comunista, se non vuole affrontare fin d'ora i nodi cruciali di quest'alleanza, ciò che certamente il leader non vorrà si faccia. Romano Prodi è un uomo scaltro e saprà aggiungere alle motivazioni della sinistra alternativa e radicale quel tanto di pacifismo cattolico, di antiamericanismo generico e di paneuropeismo velleitario, da rendere potabile la bevanda del ritiro anche ai Minniti, ai Franceschini, ai Carra, ai Marini, ai Rutelli. E chissà che anzi il centro-sinistra non possa acquistare qualche altro voto di cattolici: laici, preti ed anche qualche vescovo, "pacifisti senza se e senza ma", antiamericani e antiisraeliani, già magari filo-Saddam ed anche un po' antiebraici da prima del Concilio Vaticano II? Meno male che Massimo D'Alema sta a Bruxelles e Walter Veltroni al Campidoglio!
    "


    Saluti senescenti

 

 
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